Mese: luglio 2017

San Lorenzo: nasi all’insù per le stelle cadenti!
San Lorenzo: nasi all’insù per le stelle cadenti!

Il 10 agosto è San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti. Come osservarle, dove e quando?

Il 10 agosto è San Lorenzo, che tutti conosciamo come la notte delle stelle cadenti. Quella delle Perseidi è la pioggia di meteore più famosa dell’anno e in realtà sarà visibile in cielo per molti giorni, soprattutto dal 10 al 14 agosto, e non solo nella notte di San Lorenzo. Il picco di massima visibilità sarà tra il 12 e il 13 agosto, quando sarà possibile vedere oltre 50 stelle cadenti all’ora.

Per godersi appieno lo straordinario spettacolo delle stelle cadenti è fondamentale scegliere con cura il luogo da cui osservarle: è importante che sia il più possibile buio e che offra una visuale ampia. Sii paziente: ci vorrà un po’ perché i tuoi occhi si adattino completamente al buio, vedendo al meglio le stelle e le meteore.
Scegli una postazione che ti permetta di guardare verso Nord-Est: il radiante della pioggia di meteore delle Perseidi, cioè la zona da cui apparentemente provengono, è la costellazione di Perseo, che attorno alla mezzanotte si trova in questa direzione. Non sarà difficile da individuare: la costellazione di Perseo si trova sotto quella di Cassiopea, facilissima da riconoscere per la sua tipica forma a W.

Stelle Cadenti

Cosa sono le stelle cadenti?

In realtà, non sono stelle: si tratta di meteoriti che vengono attratti dalla forza di gravità del nostro pianeta. Una volta entrati nell’atmosfera cadono verso la Terra a grandissima velocità: possono arrivare a 210.000 km orari!
A una tale velocità, il calore prodotto dall’attrito con l’atmosfera fa sì che i meteoriti si infiammino: ecco perché vediamo quella scia luminosa. L’atmosfera terrestre protegge il pianeta dai meteoriti, che si sfaldano e bruciano prima di raggiungere la Terra.

meteorite

In Giappone la Spiaggia delle Stelle
In Giappone la Spiaggia delle Stelle

Polvere di stelle. Ci troviamo nella prefettura giapponese di Okianawa. Qui in bellissime spiagge con acqua cristallina troviamo una sabbia dorata molto particolare. I granelli di sabbia della spiaggia di Hoshizuna-no-Hama sull’isola di Taketomi sono delle piccole stelle. In effetti si tratta di minuscoli protozoi della famiglia dei Foraminiferi, organismi marini i cui esoscheletri arrivano sulla spiaggia, trasportati dalla corrente. Le minuscole stelle non più grandi di un millimetro secondo una leggenda locale sarebbero la prole della Croce del Sud e della Stella Polare.

Quando si osservano queste minuscole stelle bisogna considerare che queste sono tra i fossili più antichi che l’uomo può trovare. Secondo i biologi esistono tracce della loro esistenza già 500 milioni di anni fa. Il momento migliore per andare in cerca di queste stelline? Dopo il passaggio di un tifone, quando l’oceano, mosso dalla forza delle onde e del vento, riesce a trasportarle sulla riva.

spiaggiastelle

Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità
Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità

Il Parco Nazionale della Sila, in Calabria, si estende su una superficie vasta oltre 73 mila ettari, a cavallo delle province calabresi di Cosenza, Crotone e Catanzaro. Si tratta di un’istituzione davvero importante per quanto riguarda la biodiversità italiana: il Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma Man and the Biosphere Programme, nel corso della sua 26ª sessione, ha approvato l’iscrizione della Sila come 10° Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO. I visitatori del Parco della Sila possono scegliere fra tantissime attività sportive, come escursioni a cavallo, camminate, e perfino vela e sci.
Il simbolo del Parco è il lupo, una specie che per secoli fu oggetto di caccia indiscriminata e che a stento sopravvisse fino agli anni Settanta del Novecento, quando una legge favorì la sua salvaguardia. La presenza degli animali selvatici è stata condizionata dall’uomo, che nei secoli ha influito sull’habitat e sulla stessa sopravvivenza di alcune specie, come il cervo, che qui arrivò all’estinzione all’inizio del Novecento ed è stato recentemente reintrodotto all’interno del Parco. Oltre a cervi e lupi, oggi il Parco della Sila ospita numerosi altri animali, come caprioli, daini, lontre, tassi, donnole, cinghiali, e persino alcuni esemplari del raro gatto selvatico. Numerosi anche i rapaci, come il nibbio reale, l’astore, il biancone e il falco pellegrino. La superficie del parco ricoperta di boschi rappresenta l’80% del totale: quello della Sila è uno dei Parchi con la maggior percentuale di superficie boschiva in tutta Italia. Lungo le dorsali del Parco si estendono anche ampie vallate, dove ancora oggi vengono praticate la pastorizia e l’agricoltura.

Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso
Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il primo Parco Nazionale in Italia fu istituito nel 1922: era il Parco Nazionale del Gran Paradiso, che ancora oggi si estende su una superficie di oltre 71 mila ettari a cavallo delle regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La sua storia è strettamente legata a quella dello stambecco, che oggi rappresenta il simbolo del parco. Lo stambecco, un tempo estremamente diffuso a quote elevate, è stato per secoli una preda molto ambita dai cacciatori. Oggetto di caccia indiscriminata, all’inizio dell’Ottocento si arrivò a pensare che fosse estinto in tutta Europa, finché un ispettore valdostano scoprì che negli valloni che discendono dal massiccio del Gran Paradiso era sopravvissuta una colonia di circa cento stambecchi. Nel 1856 nacque ufficialmente la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, istituita dal re Vittorio Emanuele II, che istituì anche un corpo di vigilanza. Nel 1919 Vittorio Emanuele III decise di cedere allo Stato Italiano i territori del Gran Paradiso che erano di sua proprietà, con la condizione che fosse presa in considerazione l’idea di istituire un parco nazionale per proteggere la flora e la fauna alpina.

Gran Paradiso
Il numero degli stambecchi è cresciuto notevolmente, e oggi i visitatori del Parco possono facilmente osservare, anche da vicino, esemplari di questa specie. All’interno del Parco del Gran Paradiso è possibile avvistare anche camosci, marmotte, lepri bianche, gipeti e perfino qualche aquila reale. È possibile visitare il parco e soggiornare in numerose strutture al suo interno, come rifugi, bivacchi e agriturismo. Attenzione, però, per quanto riguarda l’introduzione dei cani: è possibile portarli con noi, tenendoli al guinzaglio, solo in alcune aree del Parco e a fondovalle.

Gran Paradiso

Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?
Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?

L’Oceano Artico sta diventando sempre più caldo, ma anche sempre più acido: lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Nature, a cui hanno collaborato istituti di ricerca di Cina, Svezia e Stati Uniti. Quali sono le cause di questo fenomeno, e quali le conseguenze?

La ricerca ha analizzato quanto le acque acidificate si siano estese tra la metà degli anni Novanta e il 2010: nel giro di circa 15 anni si sono allargate per circa 300 miglia nautiche (sono quasi 556 km) dal Nord-Ovest dell’Alaska all’area a meridione del Polo Nord. L’acidificazione non ha riguardato solo la superficie: da circa 100 metri, ha raggiunto i 250 metri di profondità.

oceano

Perché le acque diventano più acide?

Quello dell’acidificazione delle acque è un fenomeno in crescita, dovuto ai cambiamenti climatici. A causa dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera decresce il pH degli oceani: circa un quarto della CO2 che si trova nell’atmosfera finisce negli oceani, e qui si trasforma in acido carbonico. Il processo di acidificazione dell’acqua è particolarmente rapido nell’Oceano Artico, dove è stato osservato un aumento dell’acidità delle acque due volte più veloce rispetto a quello che sta colpendo l’Oceano Pacifico e l’Atlantico.

Le conseguenze sono drammatiche:

Il fenomeno rappresenta un serio pericolo per tutto l’ecosistema marino, perché ha effetti disastrosi sulla catena alimentare. L’acidificazione delle acque provoca lo scioglimento dei gusci calcarei di vongole, cozze, lumache di mare e plancton calcareo, specie da cui dipende, più o meno direttamente, l’alimentazione di moltissimi altri animali.

oceano artico

Un paradiso tra i rifiuti
Un paradiso tra i rifiuti

Nel cuore dell’oceano Pacifico meridionale, lontano dalla civiltà, c’è un’isola verde smeraldo circondata da meravigliose spiagge bianche. Nonostante sia un’isola disabitata, questo paradiso remoto ha un problema: la spazzatura.

Sulle spiagge dell’isola corallina Henderson, c’è la più alta concentrazione di rifiuti del mondo. Secondo un recente studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, l’isola si trova proprio al centro di una spirale di correnti oceaniche, una posizione “ideale” per raccogliere tutti i rifiuti trasportati dalle correnti dalle Americhe fino a qui.

In questa immagine scattata dal radiometro ASTER della NASA si vede l’isola di 37 chilometri quadrati interamente coperta di vegetazione. Quest’isola si trova a 200 chilometri dal centro abitato più vicino e grazie alla lontananza dell’uomo qui si sono sviluppate specie animali e vegetali uniche al mondo: su questo paradiso si trovano 10 piante endemiche e 4 specie di uccelli che non è possibile trovare altrove. Grazie a questa ricchezza naturale l’UNESCO nel 1988 ha inserito l’isola nei siti patrimonio dell’umanità.

 

Ci sono sempre più meduse
Ci sono sempre più meduse

Continua ad aumentare il numero di meduse nel Mar Mediterraneo: gli avvistamenti sulle coste dell’Italia sono aumentati di 10 volte nel giro di sei anni. Questi i risultati di Occhio alla Medusa, progetto di ricerca nato dalla collaborazione dell’Università del Salento e Marevivo, che ha raccolto le segnalazioni dei cittadini.

Perché aumentano le meduse?

Tra i motivi di questa crescita esponenziale c’è il clima: a causa del riscaldamento globale il Mediterraneo sta diventando sempre più caldo e più adatto a ospitare specie tropicali.
Tra le cause c’è anche l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche da parte dell’uomo: la pesca di troppi pesci modifica gravemente l’equilibrio degli ecosistemi e della catena alimentare.

Quali meduse possiamo incontrare? Sono tutte urticanti?

Non tutte le meduse che si trovano lungo le coste italiane sono urticanti. Lo è, però, una delle specie più diffuse: la Pelagia noctiluca, comune soprattutto nel Mar Ligure e nel Tirreno meridionale e centrale. È facile da riconoscere per il tipico colore rosa rossastro e i lunghi tentacoli sul margine dell’ombrello. Altre meduse urticanti sono: Chrysaora hysoscella, simile alla Pelagia; Olindias phosphorica, riconoscibile per quattro linee gialle e rosse che la attraversano dal centro al bordo dell’ombrello e puntini rossi che ne tracciano il contorno; Carybdea marsupialis, caratterizzata da un ombrello cubico e difficile da vedere, sta diventando sempre più diffusa nei nostri mari e l’effetto della sua “puntura” è piuttosto doloroso.
La medusa più grande del Mediterraneo, invece, è quasi innocua: il suo nome è Rhizostoma pulmo e può superare il mezzo metro di diametro. Nella maggior parte dei casi è bianca con il bordo blu, ma a volte si possono incontrare esemplari completamente blu. Quasi del tutto innocua anche Cotylorhiza tuberculata, una medusa molto bella e solo leggermente urticante, con un colore giallognolo e tentacoli corti e colorati che spesso sono circondati da piccoli pesci che trovano riparo sotto il suo ombrello. È innocua, infine, Aurelia aurita, una medusa quasi trasparente ma con quattro cerchi nel suo ombrello.

Pelagia noctiluca

Pelagia noctiluca

Rhizostoma pulmo

Rhizostoma pulmo

Cotylorhiza tuberculata

Cotylorhiza tuberculata

Aurelia aurita

Aurelia aurita

Storia, cultura e mare: scopriamo la città Termoli, in Molise
Storia, cultura e mare: scopriamo la città Termoli, in Molise

Termoli, in provincia di Campobasso, è il secondo comune del Molise per popolazione e si affaccia sull’Adriatico. Il caratteristico Borgo Vecchio di Termoli sorge su un promontorio a picco sul mare Adriatico, e oggi è diviso dal resto della città dalle mura e dal famoso Castello Svevo.

Molise

Il Borgo Vecchio e il Castello Svevo

Il Castello di Termoli, costruito interamente in pietra calcarea e arenaria, fu realizzato probabilmente in epoca normanna, nell’XI secolo, in un’area che in precedenza ospitava una torre di origine longobarda. La sua funzione era prettamente difensiva: estremamente semplice e privo di qualsiasi ornamento, fu il cuore di un ampio sistema di difesa costituito da un muro che proteggeva la città, facilmente riconoscibile ancora oggi, e da diverse torrette merlate. Una delle torrette si è conservata intatta e oggi è visibile all’ingresso del borgo antico. La definizione di Castello Svevo è dovuta alla ristrutturazione e alla fortificazione che, nel 1240, fu voluta da Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero. Oggi, il castello è uno dei più noti simboli della città. Gli abitanti di Termoli vissero per secoli all’interno delle mura del borgo antico: il terreno all’esterno fu destinato esclusivamente alla coltivazione di viti, ulivi e grano fino al 1847, quando Ferdinando II autorizzò la costruzione di edifici anche fuori dalle mura.

Molise

Termoli oggi

Con l’espansione della città al di fuori delle antiche mura, andò a diminuire l’importanza dell’agricoltura, a cui prima era strettamente legata l’economia del luogo, a vantaggio dello sfruttamento del mare. Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento la pesca conobbe un grande sviluppo. In questo periodo vennero realizzati i cosiddetti trabucchi – o trabocchi – macchine da pesca posizionate lungo la costa di Termoli. Il trabocco è formato da una piattaforma di legno che, ancorata alla roccia della costa, si protende sul mare. Dalla piattaforma si sviluppano le cosiddette antenne, lunghi bracci di legno sospesi sul mare che sostengono una grande rete chiamata trabocchetto. Oggi, la città di Termoli rappresenta un’importante attrazione turistica per la sua storia, la sua cultura e, naturalmente il mare: ogni estate, le spiagge di Termoli attirano un grande numero di turisti italiani e stranieri.

SOS tartaruga: il vademecum del WWF
SOS tartaruga: il vademecum del WWF

Quest’estate potresti avere la grandissima fortuna di vedere una tartaruga marina!
Ma sapresti cosa fare, nel caso in cui la tartaruga fosse in difficoltà?
Il WWF ha diffuso un vademecum per non farci cogliere impreparati!

  • Se la tartaruga è al largo

Non inseguirla e non tagliarle la strada con la barca: osservala mantenendo una distanza di sicurezza.
Fai attenzione ad alcuni dettagli per capire se la tartaruga si trova in difficoltà: bisogna intervenire se non si immerge per molto tempo, resta ferma, sanguina, o se attorno al suo corpo ci sono pezzi di rete o lenze. Per recuperarla, è importante avvicinarsi lentamente e recuperare la tartaruga con delicatezza, senza usare strumenti affilati. Contatta immediatamente la Capitaneria di Porto: il numero è 1530.

tartaruga

  • Se la tartaruga è in spiaggia

Normalmente, le tartarughe si recano sulla spiaggia per deporre le uova: in questo caso, non bisogna assolutamente disturbarle. Niente flash e fotocamere: le tartarughe sono estremamente sensibili alle luci artificiali, e potrebbero anche perdere l’orientamento. Se dovessi vedere una tartaruga che depone le uova, avvisa immediatamente un Centro di Recupero Tartarughe Marine e attendi che l’animale, terminata la deposizione, torni in mare. A questo punto sarà necessario contrassegnare sulla spiaggia l’area in cui sono state deposte le uova per difenderle da eventuali predatori ed evitare che ci passino le persone.

tartaruga

Quali sono le problematiche più comuni che affliggono le tartarughe in difficoltà?

Lo scopriamo in questo video realizzato dal WWF:

L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva
L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva

Come previsto uno dei più grandi iceberg del pianeta si è staccato tra il 10 e il 12 luglio. La frattura sulla piattaforma Larsen C, sulla costa orientale della Penisola Antartica, si è definitivamente completata, con il distacco di una porzione estesa quasi 6 mila chilometri, grande più della Liguria. Questo iceberg è spesso tra i 200 e i 600 metri e pesa un miliardo di tonnellate. Il distacco, che sembrava imminente già da diverse settimane, è stato annunciato dai ricercatori del progetto MIDAS. A breve dovrebbero arrivare le conferme anche da parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che da tempo tiene monitorata l’intera area con i satelliti.

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L’evento si è verificato, secondo le ultime notizie, tra il 10 e il 12 luglio e sarebbe confermato dalle osservazioni del satellite Aqua della Nasa, che utilizzando un sensore a infrarossi riesce a vedere anche nel buio della lunga notte antartica. Gli esperti del progetto MIDAS nelle scorse settimane avevano notato, inoltre, che la piattaforma di ghiaccio Larsen C si stava spostando ad una velocità mai vista prima d’ora: ogni giorno la parte più esterna si muoveva di 10 metri rendendo Larsen C ancora più instabile. Il collasso era dunque solo questione di giorni.

La piattaforma di ghiaccio di Larsen, situata nel Mare di Weddell, si estende lungo la costa orientale della Penisola Antartica, ed è formata da tre segmenti, due dei quali si sono distaccati. La piattaforma Larsen B si disintegrò nel febbraio del 2002. Lo stesso destino era toccato nel gennaio del 1995 alla piattaforma Larsen A che conteneva 3250 km² di ghiaccio dello spessore di 220 metri.