Categoria: Acqua

Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche
Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche

La lotta contro l’inquinamento del diciottenne irlandese Fionn Ferreira vale la pena di essere citata: inventando un sistema per rimuovere la microplastica dalle acque del nostro Pianeta, è diventato un nuovo “ambassador” dell’ambientalismo classificandosi primo nel Google Science Fair Grand Prize. In questa competizione per teenager dai 14 ai 18 anni, ha battuto 23  finalisti internazionali; goodnewsnetwork.org conferma che è stata la sua tecnica affinata ad arte a conquistare la commissione esaminatrice. Google lo ha premiato anche con 50000 dollari che verranno da lui utilizzati per mettere in pratica ed affinare la tecnica. Utilizzando magneti e ferro fluido, una combinazione di olio e polvere di magnetite, è riuscito a raccogliere pezzetti minuscoli di plastica dai campioni d’acqua. “Ho studiato questo metodo di estrazione su dieci diversi tipi di microplastiche; la concentrazione è stata misurata prima e dopo con uno spettrometro di mia realizzazione e un microscopio. I risultati hanno supportato la mia ipotesi di un’estrazione pari all’85%”.

La microplastica presente nelle acque, in genere, misura non più di 5 millimetri di diametro e diventa impossibile evitare che non finisca negli oceani, laghi e acquedotti urbani utilizzando i metodi tradizionali di filtrazione; è uno dei peggiori spettri dell’inquinamento causato da oltre 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani. La sua idea potrebbe diventare una svolta epocale. “Non vedo l’ora di applicare le mie scoperte e contribuire alla lotta contro le microplastiche negli oceani”, ha dichiarato Fionn all’Irish Times.

Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico
Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico

La nave cargo Kwai dell’Ocean Voyages Institute ha raggiunto un grande traguardo: in 25 giorni, grazie a droni e satelliti artificiali, i suoi ambientalisti sono riusciti a ripulire l’Oceano Pacifico di 40 tonnellate di rifiuti. L’organizzazione senza scopo di lucro si è concentrata sull’area nota come “Great Pacific Garbage Patch” un enorme accumulo di spazzatura galleggiante che si trova nella zona di convergenza subtropicale del Pacifico settentrionale. In pieno oceano infatti, tra la California e le Hawaii, quattro correnti oceaniche convergono creando un vortice che raccoglie enormi quantità di plastica: ci sono bottiglie di detersivo e per la pulizia, casse di birra, bibite, candeggina, mobili di plastica, cinghie di imballaggio, secchi, giocattoli per bambini e centinaia di tipi di plastica che galleggiano nel mezzo dell’oceano. L’obiettivo principale è stato raccogliere le “ghost net”, le reti fantasma che ogni anno, per colpa dei loro materiali a base di nylon e polipropilene, uccidono, secondo una stima delle Nazioni Unite, 380000 mammiferi marini e sembra che ogni anno se ne versino in mare almeno 600000 tonnellate.

“La tecnologia satellitare ha svolto un ruolo chiave nel nostro lavoro. Ci ha dato la possibilità di usare una soluzione innovativa per la ricerca in aree come questa ad alto inquinamento da plastica. Le reti e gli altri detriti sono i segni di un inquinamento da plastica in aumento, che minaccia vita marina, ambienti costieri, navigazione, pesca, fauna selvatica e la nostra salute. Liberare l’oceano dalle mostruose reti fantasma è molto importante. Anche se spesso sono quelle piccole che uccidono balene e delfini strozzandoli” ha dichiarato Mary Crowley, fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto. Un parte della plastica raccolta, circa una tonnellata e mezza, verrà utilizzata nelle scuole d’arte delle Hawaii per creare sculture, il resto sarà riciclato per produrre energia.

Proteggiamo le balene
Proteggiamo le balene

Si stima che nel 2100 metà delle specie marine saranno a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e della pesca intensiva. Le balene purtroppo da anni sono oggetto di una caccia selvaggia ma grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del Pianeta la loro condizione sta pian piano migliorando. Nonostante il divieto di caccia alle balene sia entrato in vigore nel 1986, si calcola che 6 su 13 specie potrebbero ancora scomparire. Diverse popolazioni fortunatamente stanno tornando a crescere di numero anche se ci sono delle zone, come il Nord Atlantico, dove ne rimangono pochissimi esemplari. Come chiesto da decine di associazioni ambientaliste, bisognerà riuscire a garantire che entro il 2030 il 30% degli oceani del mondo si trovi in aree marine protette che al momento sono ancora troppo poche, appena intorno al 2%. Le minacce più gravi per queste maestose creature del mare, oltre alla pesca, sono legate al traffico marittimo e all’inquinamento acustico, in particolare dei sonar, oltre che all’inquinamento da plastica che fa strage di cetacei, come ad esempio i capodogli e l’acidificazione degli oceani.

Per cercare di tutelare questi animali è stata istituita la Giornata Mondiale delle Balene, datata 16 febbraio. La festa annuale è stata fondata a Maui, Hawaii, nel 1980, proprio per onorare le megattere che nuotano al largo delle sue coste. Si tratta del principale evento del Maui Whale Festival. Tutti gli anni centinaia di appassionati si affollano sull’isola per partecipare a questo evento gratuito, organizzato dalla Pacific Whale Foundation,un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di proteggere i nostri oceani attraverso la scienza e la difesa e offre attività di whalewatching educativo.

Non è necessario però andare fino alle Hawaii per celebrare questo giorno speciale: basta solo ricordarsi che ognuno di noi, nel suo piccolo può dare una mano. Con questa giornata il WWF ricorda dunque l’importanza di proteggere questo animale e per quanto riguarda l’Italia, in particolare le specie che vivono nel Santuario di Pelagos. Questa zona marina di 87.500 km² è nata da un accordo tra l’Italia, Principato di Monaco e Francia per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano; si tratta di una vasta porzione di Mediterraneo incastrato tra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, unica nella sua ricchezza di biodiversità.

Come proteggere il mare dalle microfibre
Come proteggere il mare dalle microfibre

L’associazione italiana Marevivo ha deciso di lanciare la campagna #stopmicrofibre per sensibilizzare le persone sul problema delle microplastiche che ormai si propagano ovunque. I frammenti che vengono rilasciati dai tessuti sintetici in lavatrice sono tra i più diffusi nell’ecosistema marino. Secondo l’associazione ambientalista un solo carico produce milioni di microfibre di dimensioni inferiori ai 5 mm che si riversano in mare dove vengono ingerite dagli organismi marini, entrando così nella catena alimentare. I microframmenti nocivi iniziano ad assorbire sostanze inquinanti e tossiche e vengono ingeriti dagli organismi che li scambiano per cibo; si accumulano nei tessuti in concentrazioni sempre crescenti via via che si sale nella catena alimentare fino a raggiungere potenzialmente l’uomo. Secondo uno studio della International Union for Conservation of Nature, considerata come una delle più autorevoli istituzioni scientifiche internazionali che si occupano di conservazione della natura, le microfibre rappresentano il 35% delle microplastiche primarie che finiscono in mare, spesso proprio a causa dei nostri capi in acrilico e poliestere.

Circa il 60% di tutti gli indumenti sono realizzati con tessuti sintetici e, come ricorda un altro studio dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, ogni ciclo di lavaggio di questi capi rilascia circa 700.000 microfibre nell’ambiente. I dati dei ricercatori indicano che lavando a varie temperature tra i 30 e i 40 gradi, con differenti combinazioni di detergenti, il 40% delle microfibre non viene trattenuto dagli impianti di trattamento e finisce nell’ambiente. Una città come Berlino per esempio ne rilascia ogni giorno una quantità equivalente a 540000 buste di plastica. I danni da microfibre potrebbero essere arginati con alcune buone pratiche: bisognerebbe usare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e, come suggerisce lo studio del Cnr di Biella, effettuare lavaggi usando programmi a basse temperature, detergenti liquidi e una velocità della centrifuga ridotta.

Plastica killer a causa del suo odore
Plastica killer a causa del suo odore

La plastica che finisce in mare oltre ad inquinare, uccide con l’inganno, inserendosi nella catena alimentare: una sostanza chimica presente in natura che segnala agli animali le aree migliori per cercare cibo, è la stessa prodotta dalle plastiche che finiscono in acqua. Sono numerosi gli studi su una sostanza presente in natura, il dimetil solfuro che molti organismi sfruttano come segnale chimico fondamentale per individuare le aree migliori per cercare cibo. Il problema è che questa stessa sostanza è prodotta anche dalle plastiche che finiscono in mare, quindi per molte specie sensibili, diventa una trappola olfattiva, come se nel cervello si creasse la stessa sensazione che proviamo quando siamo affamati e sentiamo in lontananza l’odore del nostro piatto preferito. Il dimetil solfuro, caratterizzato da un tipico odore sgradevole, simile a quello che si avverte quando vengono cotti alcuni vegetali come i cavoli, viene prodotto dal dimetil solfoniopropionato (DMSP) che si trova nelle cellule di alcune specie di fitoplancton. Negli ecosistemi che si trovano in mare aperto attrae le specie che comunemente si nutrono di fitoplancton come i krill (piccoli crostacei che vivono in tutti gli oceani del mondo). I krill, a loro volta, costituiscono l’alimento principale della dieta di centinaia di specie animali diverse, dai pesci e gli uccelli fino alle balene. Quindi se i krill hanno ingerito erroneamente la plastica, attirati da quell’odore ingannevole, la plastica arriva anche agli altri animali che si nutrono di loro.

Alcune stime datate 2010 parlano di una quantità di plastica finita in mare che oscilla tra 4,8 ai 12,8 tonnellate, in un solo anno. Le nazioni che si affacciano su mari e oceani producono un totale di rifiuti solidi annuo che si attesta sulle 2,5 miliardi di tonnellate; di queste 275 milioni di tonnellate sono plastica, di cui 8 milioni di tonnellate finite in mare. “Conoscere le specie che rischiano di cadere in questa trappola olfattiva è fondamentale per predisporre adeguati piani di conservazione. È importante capire anche come i singoli individui predano: la specie potrebbe essere attirata nel posto sbagliato dal dimetil solfuro, ma poi essere in grado di distinguere il sacchetto di plastica da una medusa. Altre specie potrebbero invece non essere in grado di operare questa distinzione. L’impatto delle plastiche sulle specie marine è perverso e probabilmente non siamo ancora stati capaci di comprenderlo appieno. Serviranno altri studi sul tema per chiarire gli aspetti che a oggi sono poco chiari” ha sottolineato Roberto Ambrosini, ricercatore di scienze ambientali dell’Università Statale di Milano.

Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica
Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica

Uno studio internazionale condotto dall’università inglese di Plymouth ha preso in esame le capesante atlantiche dimostrando purtroppo che miliardi di frammenti piccolissimi di plastica riescono a penetrare in questi organismi marini nel giro di poche ore. La ricerca ha dimostrato che sono sufficienti appena 6 ore perché si accumulino nel loro intestino le nanoplastiche. La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, fonte autorevole di informazioni per professionisti in una vasta gamma di discipline ambientali, ha appurato la presenza di miliardi di nanoparticelle dal diametro di 250 nanometri (0,00025 millimetri) nell’intestino di questi molluschi. Frammenti ancora più piccoli, da 20 nanometri (0,00002 millimetri) sono stati rinvenuti in tutto il corpo, dai reni alle branchie e ai muscoli. Quest’ultimo tipo di frammento non era più presente nelle capesante dopo 14 giorni dall’esposizione, mentre le nanoplastiche da 250 nanometri hanno richiesto 48 giorni per scomparire. Gli esperimenti sono stati fatti in laboratorio, dove per 6 ore le capesante prese in esame, sono state esposte alle nanoplastiche.

“Lo studio dimostra che le nanoparticelle possono essere assorbite rapidamente da un organismo marino e che in poche ore vengono distribuite attraverso la maggior parte degli organi principali” queste le parole della ricercatrice Maya Al Sid Cheikh che ha condotto la ricerca. “Comprendere se le particelle di plastica siano assorbite attraverso le membrane biologiche e si accumulino negli organi interni è fondamentale per valutare il rischio che tali particelle rappresentano sia per l’organismo marino che per la salute umana” ha sottolineato Ted Henry, docente di Tossicologia ambientale all’Heriot-Watt University di Edimburgo.

Quanta acqua c’è sulla Terra?
Quanta acqua c’è sulla Terra?

Vi siete mai chiesti quanta acqua c’è sulla Terra? Rispetto agli altri pianeti, la Terra ha molta acqua e infatti, vista dallo spazio, è praticamente blu. L’acqua copre il 71% della superficie terrestre. L’acqua è ciò che rende tanto speciale la Terra perché ci permette di vivere. L’acqua è presente non solo negli oceani e nei mari ma anche sotto i nostri piedi e nell’aria che respiriamo. L’acqua è anche negli esseri viventi: il nostro copro è fatto principalmente di acqua. Se unissimo in una sfera tutta l’acqua presente sulla Terra, la sfera avrebbe un diametro di 1.400 chilometri.

La maggior parte dell’acqua che è presente sulla Terra però è salata: il 96,5%. Questo significa che solo una piccolissima percentuale è dolce e quindi potabile: noi infatti possiamo bere solo il 3,5% dell’acqua presente sulla Terra. Di questa piccola percentuale di acqua, più della metà è intrappolata nei ghiacciai e nelle calotte di ghiaccio mentre un terzo è sotto i nostri piedi, nel sottosuolo. Il restante 2% del totale dell’acqua dolce è quella che vediamo scorrere nei fiumi, nei laghi e nei ruscelli.

L’acqua sulla Terra – Crediti NASA

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Parliamo della goccia di pioggia
Parliamo della goccia di pioggia

Il pianto del cielo. Tante, piccole lacrime che cadono al suolo, sfaldandosi in mille particelle d’acqua. Poeticamente, la pioggia è stata spesso vista così. Specialmente perché, nell’immaginario comune, una goccia di pioggia avrebbe proprio la forma di una lacrima. In realtà, le cose non stanno così. La forma di una goccia di pioggia è ben diversa da una lacrima. Partiamo dalla forma di una goccia d’acqua. “Questa, in assenza di altre forze esterne che potrebbero agire su di essa modificandola, è perfettamente sferica”, afferma il meteorologo Lorenzo Danieli. “Su una goccia di pioggia, invece, cadendo quest’ultima da grandi altezze, agiscono proprio le forze esterne: in particolare, la forza di gravità e la resistenza opposta dall’aria. Ecco quindi che, maggiore è la dimensione di una goccia di pioggia, più la sua forma di differenzierà da quella di una sfera. Mentre le gocce più piccole (quelle con un diametro inferiore a 1 millimetro) hanno una forma quasi sferica, le gocce con un diametro che va da 1 a 3 millimetri, quelle cioè più diffuse, hanno una forma diversa sia dalla sfera che dalla classica “lacrima”. Si presentano, piuttosto con una forma elissoidale, quasi fossero piccole ciambelle o pagnotte, e con la parte rivolta verso il terreno pressoché piatta. Nel loro tragitto dal cielo verso il suolo, le gocce di pioggia si gonfiano e tendono ad appiattirsi. Al momento dell’impatto, queste gocce scoppiano in un’infinità di piccolissime goccioline”.

Per quanto riguarda la loro velocità, in media una goccia di pioggia che cade da 1000 metri di altezza dovrebbe, in teoria, raggiungere il suolo a una velocità di 360 km all’ora: un vero e proprio “proiettile”, in grado di provocare danni inimmaginabili. “La realtà, fortunatamente, è lontana dalla teoria”, rassicura l’esperto. “Grazie infatti all’attrito con l’aria, che riesce ad equilibrare perfettamente la forza del peso della goccia, dopo aver percorso un breve tratto in accelerazione le gocce di pioggia assumono una velocità-limite pressoché costante. Certo, molto dipende dalla grandezza della goccia di pioggia. Una precipitazione classificata come “debole”, nella quale cioè le gocce hanno un diametro di 450 millesimi di millimetro, la velocità di caduta al suolo è di 7,2 km all’ora. Con la pioggia moderata (goccia dal diametro di 1 millimetro) la velocità aumenta a 14,4 km orari. Con la pioggia forte (goccia dal diametro di 1,5 millimetri) la velocità passa a 18 km all’ora. L’acquazzone (goccia dal diametro di 2 millimetri) ha una velocità di 21,6 km orari. Il nubifragio (goccia dal diametro di 3 millimetri) presenta una velocità di 28,8 km all’ora. Il chicco di grandine, infine (chicco dal diametro di 1 centimetro), ha una velocità di ben 180 km orari”.

La forma di una goccia di pioggia rappresenta uno tra i parametri per distinguere le precipitazioni piovose (gli altri elementi distintivi sono la visibilità associata alle gocce stesse e il tipo di nubi che genera la precipitazione). In particolare, la pioviggine (pioggia più debole) è formata da gocce molto piccole e fitte e ha origine in nubi basse dette “strati”, mentre la pioggia vera e propria ha gocce dal diametro che varia tra 0,5 e 6 millimetri e nasce da nubi più spesse dette nembostrati o dai cumulonembi. È interessante notare come, generalmente, molte gocce di pioggia che cadono alle nostre latitudini nascono come fiocchi di neve che poi, attraversando gli strati più caldi vicini al suolo, fondono, diventando così acqua.

Se esaminiamo il numero di gocce che cadono al suolo – aggiunge il meteorologo – possiamo affermare che, nel corso di un temporale di media intensità e della durata di 30 minuti, cadono in media dai 600 ai 1300 miliardi di gocce di pioggia: parliamo di una quantità pari a 4-6 litri per metro quadrato”.
Infine, un dato certamente curioso. Le gocce di pioggia più grosse sono state rilevate nel 2004 in Brasile e nelle Isole Marshall: parliamo di gocce di pioggia con un diametro superiore a 1 centimetro. Gli scienziati hanno spiegato queste dimensioni con la condensazione di grandi particelle di fumo o di collisione tra gocce in zone relativamente piccole con un contenuto d’acqua particolarmente notevole.

L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica
L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica

Nel mar Mediterraneo è la Posidonia oceanica la specie vegetale più diffusa e per questo molto importante se si considerano le funzioni vitali che svolge per il funzionamento degli ecosistemi.  Per questo motivo, la sua diminuzione nel nostro mare rappresenta un problema non di poca rilevanza. La presenza della Posidonia oceanica ha subito un calo a causa di fenomeni naturali, tra i quali il cambiamento climatico, ma anche per la cattiva gestione della fascia costiera, con opere portuali e istallazioni di cavi, condotte sottomarine e costruzione di terminali marittimi.

Per far fronte a questo problema l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha sviluppato il progetto LIFE “SEPOSSO” (Supporting Environmental governante for the posidonia oceanica sustainable transplanting operations). L’obbiettivo è quello di organizzare operazioni di trapianto della Posidonia oceanica, grazie all’utilizzo di tecnologie e software innovativi. Il primo trapianto di Posidonia nel Mar Mediterraneo è avvenuto nel 2004 a Civitavecchia- Santa Marinella. Le istallazioni sono state ben 300 mila su una superficie marina di 10.000 metri quadrati.

Le azioni del SEPOSSO sono stati svolti in seguito ai lavori eseguiti da ENEL S.p.a che nell’area di Civitavecchia ha eseguito operazioni di dragaggio che prevedevano la rimozione di grandi quantità di posidonia oceanica. La misura è stata quindi presa per compensazione, atta a recuperare l’ecosistema degradato. Ciò però non rappresenta una precauzione, cosa che invece viene promossa dall’Ispra, con eventi organizzati dai comuni per far conoscere la situazione reale di quanto sta accadendo nel mar Mediterraneo.

 

È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica
È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica

Ocean Cleanup è un’organizzazione non governativa fondata da un giovane ingegnere olandese, Boyan Slat. Il suo scopo è quello di mantenere la pulizia dell’oceano. L’associazione ha sviluppato una macchina in grado di raccogliere i rifiuti in plastica grazie alle correnti marine. Si tratta del Ocean Array Cleanup, che verrà testato a breve.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico esiste infatti un’isola di plastica (Pacific Trash Vortex), occasione perfetta per vedere la macchina in azione.  Con l’aiuto delle correnti subacquee, che spingeranno i rifiuti verso le braccia del macchinario, la plastica verrà raccolta da un imbuto posizionato sulla piattaforma e smaltita periodicamente tramite il trasporto via barca. In tal modo inoltre si riduce l’impatto ambientale dell’Ocean Array Cleanup considerato che non avrà bisogno di energia.

Se il progetto di Slat sarà un successo, questo significherà un grande passo avanti nella lotta contro la minaccia di immondizia negli oceani. Basti pensare ai danni causati solo dall’ impatto negativo che ha il Pacific Trash Vortex, con sporcizia in smisurate quantità. A farne le spese sono infatti balene e delfini che spingendosi in superficie si ritrovano circondati da rifiuti in decomposizione. Se il primo test andrà bene, si potrà procedere alla produzione di altri macchinari di questo tipo da distribuire equamente su tutta la superficie dell’oceano. Obbiettivo questo, che Boyan Slat si propone di raggiungere entro il 2020.

 

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Stoviglie di plastica, addio!
Stoviglie di plastica, addio!

Da oggi sulle Isole Tremiti è vietato l’uso di stoviglie di plastica. Lo ha deciso il sindaco Antonio Fentini con l’obiettivo di salvaguardare il bellissimo mare delle Tremiti, isole del Parco nazionale del Gargano. Sulle tre isole vivono 500 abitanti che, dal 1 maggio di quest’anno, dovranno usare, al posto di piatti e posate di plastica, stoviglie biodegradabili. Questa decisione è stata presa dopo la pubblicazione da parte dell’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, della ricerca dell’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti delle acque realizzati durante il tour ‘Meno plastica più Mediterraneo’ della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior.

Quello che è emerso da questa ricerca è l’altissima concentrazione di microplastiche all’interno del Mar Mediterraneo su livelli non molto lontani da quell’isola di Plastica che si è formata nel Pacifico. Le concentrazioni di microplastiche raggiungono il picco nelle acque dei Portici (Napoli) e anche in aree marine protette, come quella delle Tremiti. “Per avere un’idea di cosa significhino tali valori – spiegano gli esperti del CNR – immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica.”

Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici.

L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia
L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia

Più di 80 mila tonnellate di plastica raccolte dalle correnti in un’unica grande Isola di Plastica, quella che in inglese chiamano “Great Pacific Garbage Patch“.
L’isola di plastica che galleggia nel cuore delle acque del Pacifico settentrionale è ancora più grande di quanto si pensava: ben 16 volte più grande della stima iniziale. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports la grande isola di rifiuti che si è formata a largo, nell’oceano che separa California e Hawaii, sarebbe grande 1,6 milioni di chilometri quadrati, praticamente 3 volte la Francia!

Qui, sul cuore dell’oceano Pacifico settentrionale galleggiano 80 mila tonnellate di rifiuti sono composti al 99% da plastica e quasi la metà degli oggetti rinvenuti dalle analisi sono reti da pesca. Ad oggi la maggior parte (53%) di quest’isola è formata da oggetti di plastica di grandi dimensioni (più di 50 cm). Le macro-plastiche (oggetti grandi tra 5 e 50 cm) compongono il 26%, le meso-plastiche (oggetti tra 0,5 e 5 cm) compongono il 13% e le micro-plastiche (briciole di plastica grandi meno di 0,5 cm) l’8%. La paura è che, con il passare degli anni, i pezzi più grandi si trasformino in microplastiche, ancora più difficili da rimuovere nell’oceano e ancora più pericolose perché facilmente ingeribili da pesci, mammiferi o crostacei.

Raccogliere tutto con le reti è però quasi impossibile. L’Isola di Plastica è composta da ben 1,8 trilioni di pezzi di plastica: si tratta di una quantità impressionante che equivale a 250 pezzi per ogni persona del pianeta.  L’Ocean CleanUp Foundation ha sviluppato un sistema meccanico che concentra la plastica in zone più dense, in modo da rendere più facile la raccolta.
Se non riuscissimo a raccogliere tutto, tra qualche anno potrebbero formarsi 50 trilioni microplastiche: un pericolo che dobbiamo evitare.

È la Giornata Mondiale dell’Acqua
È la Giornata Mondiale dell’Acqua

Il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. Si tratta di una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’acqua per la vita umana. Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2018 è “Natura per l’Acqua”, un’occasione per analizzare le soluzioni naturali per affrontare le sfide legate all’acqua del XI secolo. Gli ecosistemi sono stati danneggiati e, per questo motivo, la quantità e qualità dell’acqua a nostra disposizione è diminuita: ad oggi 2.1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile nelle proprie abitazioni con problemi che ricadono sulla salute, sull’educazione e sui mezzi di sostentamento.

 

La soluzione è da cercare nella natura

Tante le proposte dell’UNESCO che potrebbero migliorare la situazione nel lungo periodo con un notevole vantaggio anche in termini di risparmio: riforestare, ristorare distese erbose e paludi naturali, piantare alberi e arbusti lungo i corsi d’acqua, riconnettere i fiumi alle piane alluvionali. Queste soluzioni permetterebbero anche di mitigare gli effetti legati agli eventi meteo estremi, ormai sempre più frequenti, come ad esempio in caso di allagamenti dovuti a piogge intense. Le infrastrutture “verdi” dovrebbero sostituire quelle “grigie” quali dighe, argini, impianti di trattamento, sistemi di consolidamento dei versanti a rischio erosione, barriere frangiflutti e così via.

Cosa possiamo fare noi?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un essere umano ha bisogno di 40 litri di acqua al giorno per soddisfare i propri bisogni vitali. Ogni giorno, noi ne utilizziamo in media 200! Il bilancio sale addirittura a 300-400 al giorno in America, mentre si stima che in Madagascar il consumo giornaliero di acqua sia di appena 10 litri: un quarto della quantità minima necessaria.

Ogni giorno, prestare attenzione al’acqua che utilizziamo può davvero fare la differenza!
Per esempio, ti ricordi di chiudere sempre il rubinetto mentre lavi i denti? E mentre fai lo shampoo?
Questa semplice azione potrebbe farci risparmiare 6 litri d’acqua al minuto. Inoltre, se ancora non lo avete, correte a installare lo sciacquone a quantità differenziata del water: il doppio pulsante permette di non sprecare troppa acqua con un consumo di 3-12 litri per utilizzo. Sicuramente anche il rompigetto è un’ottima soluzione: il rompigetto arricchisce l’acqua con aria facendo risparmiare tantissimo, circa 6.000 litri all’anno!
In cucina, dopo aver lavato frutta e verdura, potremmo utilizzare l’acqua per bagnare le piante dentro e fuori casa, oppure anche per lavare l’auto. A questo proposito è comunque ottimo portare la propria auto negli autolavaggi autorizzati dotati di un sistema di raccolta e depurazione dell’acqua usata. Lavastoviglie e lavatrici dovrebbero essere utilizzate solo a pieno carico e in modalità ECO.
Infine l’eterno dibattito: bagno o doccia? La risposta corretta è doccia. Riempire un’intera vasca da bagno richiede dai 100 ai 180 litri di acqua! Fare una doccia – breve, mi raccomando – richiede un quinto di questa quantità, facendoci risparmiare 1.200 litri d’acqua ogni anno! Sì, perché 5 minuti di doccia con frangigetto sono 25-40 litri d’acqua.