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Il 27% delle specie animali del mondo è a rischio estinzione
Il 27% delle specie animali del mondo è a rischio estinzione

Brutte notizie arrivano da una ricerca effettuata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) frutto del monitoraggio sullo stato delle specie animali e vegetali. La nuova “lista rossa” che prende in considerazione le specie a rischio estinzione, ne conta 1500 in più rispetto al 2018: siamo arrivati a 28338, il 27% di tutte quelle mondialmente conosciute. In particolare 6.127 si trovano in una situazione di pericolo molto grave, a un passo dall’estinzione e sono quasi 300 in più rispetto all’anno scorso. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura viene considerata la più autorevole istituzione scientifica internazionale che si occupa di conservazione della natura; è stata fondata nel 1948, ha sede in Svizzera e ha la finalità di supportare la comunità internazionale in materia ambientale. La sua missione è quella di assistere, influenzare e incoraggiare le società in tutto il mondo a conservare l’integrità, la diversità della natura e  assicurare che ogni utilizzo delle risorse naturali sia equo e ecologicamente sostenibile.

Dal 1970 abbiamo perso il 60% delle specie animali e vegetali. Nella lista rossa si trovano il 40% degli anfibi, 34% di conifere, 33% di coralli, 30% di squali e razze, 27% di crostacei e 14% di uccelli. Nella lista spiccano 7 scimmie tra cui la rolaway, 15 specie di pesce cuneo e pesce violino, 2 famiglie di razze e una quindicina di funghi europei. Le cause sono da ritrovare nella perdita di habitat in parte causata dai cambiamenti climatici,  nelle attività umane poco sostenibili come pesca e caccia intensiva, nell’inquinamento dell’aria e nelle malattie. “La natura sta declinando ad una velocità senza precedenti nella storia dell’umanità. La nostra lista conferma i dati dell’ultimo rapporto dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa per la scienza e la politica in materia di biodiversità e servizi ecosistemi). Sia il commercio nazionale che quello internazionale sono responsabili del declino delle specie negli oceani, in acqua dolce e sulla terra. Servono azioni decisive globali per fermare questo declino” ha dichiarato Jane Smart, direttore globale del gruppo di conservazione della biodiversità dell’IUCN. Nel 2020 in Cina si terrà il Vertice ONU sulla biodiversità, un appuntamento cruciale secondo gli esperti che sperano in una svolta decisiva politica per affrontare questa emergenza globale.

In un parco naturale del Giappone sono morti dei cervi sacri: nella loro pancia è stata trovata plastica
In un parco naturale del Giappone sono morti dei cervi sacri: nella loro pancia è stata trovata plastica

Il parco di Nara è una riserva naturale che si trova nell’omonima città del Giappone, di circa 360.000 abitanti, situata nell’isola di Honshū. Nara è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1998 e una sua caratteristica conosciuta in tutto il mondo è la presenza di cervi sika che girano liberamente e si avvicinano senza paura all’uomo. Il parco creato nel 1880, si trova ai piedi del monte Wakakusa ed è uno dei più antichi di tutto Giappone; qui vivono circa 1200 cervi liberi, ormai abituati alla presenza dei turisti che fanno tappa per osservarli da vicino. Questo animale è diventato il simbolo della città tanto da venire perfino riprodotto sui tombini delle strade. Purtroppo da marzo 2019 ne sono morti 14 e 9 avevano in pancia buste di plastica. Nonostante le autorità del parco invitino i visitatori a dare loro da mangiare solo gli appositi cracker di riso senbei, nella pancia dei cervi morti sono stati trovati fino a 4,3 kg di plastica in un solo esemplare: una quantità in grado di uccidere qualsiasi essere vivente. Non è raro vedere questi animali in branchi che arrivano a spintonare le persone pur di ricevere qualcosa.

Questi cervi sono anche uno specchio eccezionale della cultura nipponica. Seconda la leggenda bisogna mostrare loro il cibo perché si inchinino 3 volte prima di prenderlo. Così l’offerta, ispirata agli antichi miti giapponesi e mantenuta durante le affollate visite al tempio buddista di Todaiji che si trova nel cuore del parco, è diventata ormai una consuetudine cui difficilmente si rinuncia. Impossibile dunque far scattare il divieto. Per questo le autorità chiedono almeno ai centinaia di visitatori che ogni giorno passeggiano all’ombra degli alberi in cerca dei cervi di offrire loro esclusivamente i cracker, senza la plastica. Tra aiuole e panchine, ora è facile incontrare i volontari che sono spesso al lavoro per liberare i prati dai pericolosi scarti e lasciare che gli animali possano nutrirsi liberamente di erba, vera fonte di sostentamento, senza morire di inquinamento. C’è da sperare che le persone imparino a rispettare la natura e che questi tristi incidenti non succedano più.

Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico
Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico

La nave cargo Kwai dell’Ocean Voyages Institute ha raggiunto un grande traguardo: in 25 giorni, grazie a droni e satelliti artificiali, i suoi ambientalisti sono riusciti a ripulire l’Oceano Pacifico di 40 tonnellate di rifiuti. L’organizzazione senza scopo di lucro si è concentrata sull’area nota come “Great Pacific Garbage Patch” un enorme accumulo di spazzatura galleggiante che si trova nella zona di convergenza subtropicale del Pacifico settentrionale. In pieno oceano infatti, tra la California e le Hawaii, quattro correnti oceaniche convergono creando un vortice che raccoglie enormi quantità di plastica: ci sono bottiglie di detersivo e per la pulizia, casse di birra, bibite, candeggina, mobili di plastica, cinghie di imballaggio, secchi, giocattoli per bambini e centinaia di tipi di plastica che galleggiano nel mezzo dell’oceano. L’obiettivo principale è stato raccogliere le “ghost net”, le reti fantasma che ogni anno, per colpa dei loro materiali a base di nylon e polipropilene, uccidono, secondo una stima delle Nazioni Unite, 380000 mammiferi marini e sembra che ogni anno se ne versino in mare almeno 600000 tonnellate.

“La tecnologia satellitare ha svolto un ruolo chiave nel nostro lavoro. Ci ha dato la possibilità di usare una soluzione innovativa per la ricerca in aree come questa ad alto inquinamento da plastica. Le reti e gli altri detriti sono i segni di un inquinamento da plastica in aumento, che minaccia vita marina, ambienti costieri, navigazione, pesca, fauna selvatica e la nostra salute. Liberare l’oceano dalle mostruose reti fantasma è molto importante. Anche se spesso sono quelle piccole che uccidono balene e delfini strozzandoli” ha dichiarato Mary Crowley, fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto. Un parte della plastica raccolta, circa una tonnellata e mezza, verrà utilizzata nelle scuole d’arte delle Hawaii per creare sculture, il resto sarà riciclato per produrre energia.

A tavola mangiamo anche la plastica
A tavola mangiamo anche la plastica

Cattive notizie arrivano da una ricerca scientifica sull’inquinamento da plastica: secondo lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People” dell’Università di Newcastle, in Australia, ingeriamo plastica tutti i giorni. Micro particelle di plastica sotto i 5 millimetri finiscono per contaminare quello che mangiamo e beviamo, senza che ce ne accorgiamo. Lo studio commissionato dal WWF, combina dati di oltre 50 precedenti ricerche. La maggior parte delle particelle vengono assunte con l’acqua che si beve sia dalla bottiglia che dal rubinetto: le microplastiche sono infatti presenti nell’acqua di tutto il mondo, partendo da quella di superficie per finire nelle falde. Frutti di mare, birra e sale ne registrano i più alti livelli. I risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani.

È stato stimato che un essere umano ingerisce fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica a settimana, pari a circa 5 grammi, che corrispondono al peso di una carta di credito. Una quantità che complessivamente corrisponde a circa 250 grammi in media all’anno e a circa 100.000 frammenti all’anno. L’assunzione di plastica attraverso l’alimentazione è solo un aspetto di una crisi che è molto più vasta: interventi sempre più decisi per contrastare questa forma di inquinamento sono indispensabili. In questo senso si inquadra il bando alla plastica monouso adottato dall’Unione Europea a partire dal 2021.

Ricatto green: pianta almeno 10 alberi se no non puoi laurearti
Ricatto green: pianta almeno 10 alberi se no non puoi laurearti

Nelle Filippine è stata approvata una legge che obbliga gli studenti a piantare almeno 10 alberi se vogliono diplomarsi o laurearsi. Una “conditio sine qua non” tutta green che vuole pensare al benessere di un territorio che è stato colpito da una grave deforestazione: nel XX secolo era ricoperto da foreste per il 70%, oggi la percentuale è precipitata al 20%. Ogni anno sono circa 12 milioni gli studenti che terminano il percorso di studi della scuola primaria; 5 milioni per quel che riguarda il ciclo delle superiori e circa 500.000 quelli che terminano l’università. Se questa disposizione del piantare alberi funzionerà, ci saranno circa 175 milioni di alberi nuovi ogni anno e nel giro di una generazione (30 anni) circa 525 miliardi alberi nuovi. Anche gli studenti delle elementari possono piantare i 10 alberi, portandosi avanti sul loro percorso scolastico futuro. Le nuove piante saranno sistemate in foreste, mangrovie, aree protette, campi degradati, miniere abbandonate e in generale in zone appropriate per clima e geografia, favorendo soprattutto il ripopolamento di alberi autoctoni.

L’idea è che questa legge possa aiutare anche a insegnare ai ragazzi l’amore e il rispetto per la natura, nella speranza di farne cittadini migliori. “Con il continuo aumento dell’urbanizzazione, la nostra ecologia sta soffrendo nel senso che gli alberi vengono tagliati per lasciare il posto a vari progetti infrastrutturali”, ha detto il rappresentante Strike Revilla, coautore del disegno di legge. “La politica dello Stato è quella di perseguire programmi e progetti che promuovano la protezione dell’ambiente, la biodiversità, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la riduzione della povertà e la sicurezza alimentare. A tal fine, il sistema educativo deve essere un luogo per promuovere l’uso etico e sostenibile delle risorse naturali tra i giovani e per garantire la crescita di una cittadinanza socialmente responsabile e consapevole ” si legge nel comunicato stampa. Diverse agenzie governative saranno responsabili del disegno di legge contribuendo alla produzione di piantine e alla preparazione dei nuovi siti, monitorando e valutando il supporto tecnico necessario. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei rappresentanti del paese ed è attualmente in attesa di approvazione da parte del Senato.

Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia
Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia

Pochi conoscono le Isole Cocos: si tratta di 27 isole coralline quasi disabitate (contano circa 500 abitanti) distribuite in 2 atolli che si trovano nell’Oceano Indiano, a sud dell’Indonesia. Giacciono sulla punta di un vulcano sottomarino estinto, le cui pareti sono ricoperte da splendidi coralli; sono sempre state meta prediletta dagli amanti delle immersioni e un luogo ideale per coloro che sognavano una vacanza esotica all’insegna del mare e del relax. Venivano considerate l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia ma lo zampino negativo dell’uomo si è fatto sentire anche qui ed ora stanno soffocando a causa di 414 milioni di pezzi di plastica, tra cui 373000 spazzolini da denti e più di un milione di scarpe. Secondo quanto riportato dagli scienziati dell’Università della Tasmania, circa il 90% delle 238 tonnellate di rifiuti delle Isole è sepolto sotto la superficie.

Il 25% della spazzatura ritrovata è costituita da plastica monouso, arrivata via mare. Queste tonnellate di rifiuti si sono accumulate sulle coste, sulle spiagge e in mare. Jennifer Lavers, autrice dello studio dell’Università, ha dichiarato che l’inquinamento da materie plastiche è ormai onnipresente e queste Isole così remote e disabitate sono il posto ideale per avere una visione obbiettiva della dimensione del fenomeno. Le Cocos Islands furono scoperte nel 1609 dal capitano inglese William Keeling ed è per questo che sono chiamate anche Keeling Islands. Due secoli più tardi sono quindi state annesse all’Impero Britannico, mentre nel 1955 sono diventate un territorio dell’Australia. Famose proprio per la loro bellezza incontaminata, furono anche un’importante tappa per il libro “Viaggio di un naturalista intorno al mondo” di Charles Darwin, pubblicato nel 1839.

India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal
India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal

Gli esponenti del gruppo ambientalista Chintam hanno riacceso l’attenzione su una delle discariche più estese e più pericolose al mondo: si tratta della montagna di rifiuti di Ghazipur che si trova nello stato dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, a sud-est di Delhi. La collina “della spazzatura” di Ghazipur è stata creata nel 1984 e nel 2002 ha superato la capienza prevista: avrebbe dovuto essere chiusa invece ha continuato a crescere di 10 metri ogni anno, con centinaia di camion che ogni giorno scaricano 2000 tonnellate di pattume, andando perfino contro un intervento della Corte Suprema Indiana. Con questo ritmo di crescita, rischia superare in altezza i 73 metri del Taj Mahal entro il 2020.

Il Taj Mahal, situato ad Agra, sempre stato dell’Uttar Pradesh, è un mausoleo di marmo bianco avorio che sorge sulla riva sud del fiume Yamuna. La sua costruzione risale al 1632 voluta dall’imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie preferita Arjumand Banu Begum, meglio conosciuta come Mumtaz Mahal. Da sempre viene considerata una delle più notevoli bellezze dell’architettura musulmana in India ed è tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 9 dicembre 1983. Nel 2007 è stato inserito fra le nuove 7 meraviglie del mondo. All’opposto di questo splendore c’è quello che sta accadendo a circa 700 km di distanza.

Secondo l’ingegnere sovrintendente di Est Delhi, Arun Kumar, la collina già ha raggiunto i 65 metri di altezza. Un recente studio ha dimostrato che le esalazioni nauseabonde e i gas tossici prodotti arrecano gravi danni alla salute di chi vive nell’area circostante (problemi respiratori e digestivi) facendo sentire gli effetti fino a 5 km di distanza. Inoltre il metano prodotto dalla decomposizione dei rifiuti spesso si infiamma spontaneamente e si impiegano giorni per spegnere gli incendi e il liquido che cola dalla spazzatura va a finire in un canale scoperto che corre nel quartiere. Le megalopoli indiane sono tra le più grandi produttrici di rifiuti al mondo, con circa 62 milioni di tonnellate all’anno: secondo recenti proiezioni di una agenzia governativa, nel 2030 i rifiuti indiani potrebbero toccare i 165 milioni di tonnellate.

Le “strisce riscaldanti” che servono per visualizzare il riscaldamento globale
Le “strisce riscaldanti” che servono per visualizzare il riscaldamento globale

Ed Hawkins climatologo dell’università pubblica britannica di Reading, per illustrare in maniera intuitiva l’andamento crescente della temperatura media globale dal 1850 al 2017 ha ideato le “Warming Stripes” (strisce riscaldanti). Si tratta di immagini che assomigliano a pezzi d’arte o codici a barre che mostrano le temperature più calde e più fredde: ogni striscia rappresenta la temperatura di un singolo anno, ordinata dai primi dati disponibili fino ai tempi recenti. Le Warming Stripes rappresentano in modo molto semplice, piacevole ed efficiente il riscaldamento globale. Il tempo in anni scorre da sinistra a destra nell’immagine; la temperatura di ogni anno è rappresentata dal colore: blu e rosso simboleggiano temperature più fredde e più calde. Gli anni più freddi registrati sono blu scuro e i più caldi rosso intenso, con una sfumatura diversa a seconda che siano sopra o sotto la temperatura media a lungo termine. È evidente come gli ultimi anni siano diventati più caldi.

Il cambiamento climatico è una delle maggiori minacce del nostro secolo ed occorre un’azione forte per ridurre il riscaldamento globale antropogenico. L’obiettivo a lungo termine della conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, è di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei +2.0°C rispetto ai livelli preindustriali e di limitare l’aumento a +1.5°C, dato che ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Parlare del cambiamento climatico diventa cruciale per contribuire a sensibilizzare maggiormente il problema nel sociale e per stimolare i governi ad agire sul clima.

Smog e asma nei più piccoli
Smog e asma nei più piccoli

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet Planetary Health ha portato alla luce una stretta correlazione tra smog ed asma infantile: secondo gli studiosi l’inquinamento dovuto al traffico stradale provoca 4 milioni di casi di asma infantile all’anno nel mondo. Sono state considerate 194 nazioni e i livelli registrati di biossido di azoto (NO2): il 64% dei casi di asma nei più piccoli è stato registrato nei centri urbani. Purtroppo è emerso anche che le soglie limite per la salute umana di concentrazione delle sostanze inquinanti sono totalmente inadeguate considerato il fatto che il 92% dei casi di asma infantile si registra nelle aree dove i valori riscontrati dalle centraline non oltrepassano i limiti imposti dalla legge. L’indagine si è concentrata sull’NO2, il gas emesso in gran parte dagli scarichi degli autoveicoli; si forma nei processi di combustione ed è risaputo si tratti un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi.

“Il biossido di azoto sembra essere un rilevante fattore di rischio per l’asma infantile sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, specialmente nelle aree urbane. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per le concentrazioni medie annuali di NO2 dovrebbero essere riviste” ha dichiarato la coordinatrice della ricerca Susan Anenberg della George Washington University . L’incidenza dell’inquinamento del traffico sul totale dei casi mondiali di asma infantile è pari al 13%. Non ci sono buone notizie per quanto riguarda l’Italia che vede un’incidenza dell’incremento di asma del 15% con punte del 28% a Milano. Maglia nera alla Corea del Sud dove l’influenza dovuta allo smog derivato dai veicoli sale al 31% e alla Cina che vede punte del 48% a Shanghai.

Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai
Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai

Nell’estate del 2018 studiosi dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, hanno realizzato dei campionamenti sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio: per la prima volta su un ghiacciaio italiano è stata scovata della plastica. In ogni chilo di sedimento sono state ritrovate 75 particelle di microplastica. Non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna. Questo tipo di inquinamento è tra i più impattanti sull’attività umana perché la plastica ha una forte persistenza nell’ambiente, una notevole influenza sugli ecosistemi e può entrare nella catena alimentare. Per evitare la contaminazione di particelle di plastica che costituiscono la quasi totalità dei materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna, i ricercatori hanno indossato tessuti di cotone al 100% e usato zoccoli di legno per le calzature.

“Sebbene non sia affatto sorprendente aver riscontrato microplastiche nel sedimento sopraglaciale, estrapolando questi dati, pur con le dovute cautele, abbiamo stimato che la lingua del Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica. L’origine di queste particelle potrebbe essere sia locale, data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura degli alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio, sia diffusa, con particelle trasportate da masse d’aria, in questo caso di difficile localizzazione” hanno affermato i ricercatori della Statale.”Grazie a questa ricerca abbiamo ora la conferma della presenza delle microplastiche sui ghiacciai. Futuri studi investigheranno gli aspetti biologici legati alla loro presenza sui ghiacciai. Verranno infatti indagati i processi microbiologici di degradazione della plastica e il potenziale bioaccumulo delle particelle nella catena trofica. Verrà inoltre studiato l’assorbimento di altri contaminanti. È ormai noto che i ghiacciai non sono ambienti incontaminati, ma immagazzinano diversi inquinanti di origine antropica rilasciati nell’atmosfera, e le microplastiche potrebbero fornire un substrato dove queste sostanze possono accumularsi” spiega il professor Andrea Franzetti dell’Università di Milano-Bicocca.

Superbatteri a causa dei cambiamenti climatici
Superbatteri a causa dei cambiamenti climatici

Uno studio del 2018 pubblicato sulla rivista Nature, una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, aveva dimostrato una correlazione tra temperature locali in aumento negli Stati Uniti e sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici. Dal 13 al 16 aprile 2019 si è svolto ad Amsterdam il 29° Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive che ha visto riunirsi esperti di molti campi che hanno presentato i loro ultimi risultati, linee guida ed esperienze a un pubblico di oltre 12.000 visitatori. In base ai dati raccolti da uno studio presentato in questa occasione, è stato confermato anche in questo caso che i cambiamenti climatici non portano solo a una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, come inondazioni e ondate di calore, ma sembrano svolgere un ruolo importante nello sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici.

In uno studio presentato al congresso, i ricercatori dell’Università Medical Center di Göttingen (Germania) per 6 anni hanno tenuto sotto controllo i dati di 30 Paesi appartenenti alla Rete Europea di Sorveglianza della Resistenza Antimicrobica. Il loro studio ha rivelato legami statisticamente significativi tra la variazione della temperatura media della stagione calda e la proliferazione di Klebsiella pneumoniae, E. coli multiresistente, Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (farmaco antibiotico) e P. aeruginosa resistente ai carbapenemi (classe di antibiotici ad ampio spettro d’azione). “Anche se non è nota l’esistenza di un’associazione causale, i fattori climatici contribuiscono significativamente alla previsione della resistenza antimicrobica in diversi tipi di sistemi sanitari e società. I cambiamenti climatici potrebbero aumentare, in particolare, la trasmissione della resistenza ai carbapenemi” hanno dichiarato i ricercatori. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la maggior resistenza dei batteri agli antibiotici sarebbe una delle principali minacce alla salute globale.

Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici
Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici

Abbiamo trattato spesso storie di Meteo Eroi che lottano per il clima in giro per il mondo; oggi vogliamo raccontare la storia e il progetto di un ragazzo italiano, Francesco Magistrali che si può definire Meteo Viaggiatore, Meteo Eroe e Meteo Esploratore. Nato nella provincia di Piacenza classe 1977, laureato in Scienze Motorie, aveva già fatto parlare di sé tra il 2014 e il 2015 con la missione “Esmeralda Expedition” durata un anno e mezzo che lo aveva visto attraversare in solitaria e senza mezzi motorizzati (si era mosso a piedi, in mountain bike, in canoa/kayak) il Sud America, dalla Terra del Fuoco al Brasile, per conoscere usi e costumi, pensiero e cibi, ma anche vizi e virtù del popolo sudamericano. Francesco è di nuovo pronto per ripartire in settembre con una nuova esperienza a piedi “Walking South America” dal Pacifico all’Atlantico attraverso Cile, Argentina e Uruguay con l’obiettivo di riuscire a parlare a un vasto pubblico di tematiche come i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la plastica, la deforestazione e tutto quello che si può venire a sapere stando a contatto con le popolazioni locali.

Francesco verrà seguito da svariati sponsor e media e sta mettendo in piedi una collaborazione come partner scientifico con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Con l’obiettivo di formare, educare, ispirare giovani, adulti e l’interazione con partner come Focus e l’Università Cattolica-Facoltà di Agraria, l’esploratore svilupperà anche una ricerca sulle micro plastiche che purtroppo si trovano anche nei luoghi più incontaminati al mondo. Meteo Expert supporterà Francesco ed il suo team di comunicazione seguendo i suoi resoconti sui cambiamenti climatici che avverranno attraverso le testimonianze dirette degli “osservatori capillari” disseminati sul territorio: agricoltori, pescatori, cacciatori, abitanti delle zone rurali e remote, attenti per natura e formazione alle variazioni nelle delicate dinamiche che coinvolgono clima, ambiente, fauna di ogni area.

Francesco Magistrali racconterà il suo progetto domenica 2 giugno durante l’evento Focus Live che si terrà a Genova. Focus Live è il festival dedicato alla scienza, alla tecnologia e alle innovazioni, organizzato dal mensile Focus con incontri, spettacoli, installazioni interattive, laboratori, dibattiti, attività per i più piccoli. La tappa ligure si terrà al Porto Antico di Genova dalle 10:00 di sabato 1 giugno alle 20:30 di domenica 2 giugno.

Abbiamo incontrato Francesco per saperne di più del suo ambizioso progetto.

La data della partenza si avvicina sempre di più; come ci si sente ad avere tra le mani un biglietto aereo di sola andata?

Beh, in realtà – pur essendoci per ora un biglietto di sola andata per il semplice motivo che è difficile calcolare fin da ora la data precisa del ritorno in Italia – lo scopo principale delle mie avventure è sempre quello di tornare. In primis per fare ritorno, dalla famiglia in poi, tra le persone che fanno parte della mia vita. E poi lo scopo dei miei viaggi è condividere, e questo comporta tutto il lavoro di divulgazione (che con questo viaggio desidero rendere grande) che avviene proprio dal ritorno a casa in poi.

Perché hai scelto proprio il Sud America per questa esperienza?

C’è da tempo da parte mia un forte legame con il Sud America. Non nascondo che sicuramente però i prossimi progetti si terranno altrove, per espandere la mia conoscenza del mondo. Per questa prossima avventura ho comunque scelto un’itinerario che (a parte un frammento del deserto di Atacama) ancora non conosco. Il continente è grande! Ho scelto un tragitto che mi permetta di intersecare climi, ambienti e popolazioni che possano (incontrandoli) generare nel mio diario di bordo informazioni, dati, conoscenza che appunto siano di interesse comunitario nel momento (durante e dopo il viaggio) della loro diffusione.

Il contatto con la gente del posto sarà importante per ottenere informazioni relative alla percezione che hanno le persone del posto riguardo ai cambiamenti climatici; in che modo cercherai di interagire con loro?

Una delle tante ramificazioni del progetto è proprio quella legata ai cambiamenti climatici. Non sono un tecnico del settore e non mi spaccio per tale. Ma da divulgatore e “ricercatore free lance” l’idea è di intervistare il maggiore numero di persone possibile chiedendo loro di raccontare come vivono i cambiamenti climatici degli ultimi 20 anni. Queste interviste le sottoporrò soprattutto (muovendomi io in zone in certi casi remote) agli osservatori capillari, che vivono DENTRO alla natura e la vivono quotidianamente: agricoltori, pescatori, pastori, cacciatori. Queste persone non sono scienziati ma (a volte inconsapevoli) preziosi ed attenti testimoni dell’ambiente in cui vivono.

Da un punto di vista ambientale mi interessa molto l’idea che la spedizione miri a raccogliere dati sulle micro-plastiche che purtroppo hanno invaso anche i luoghi più incontaminati del nostro Pianeta; come penserai di raccogliere queste informazioni?

Mi muoverò a piedi, sostanzialmente, ma anche (se sarà possibile) seguendo con un qualche tipo di imbarcazione di fortuna un fiume in Gran Chaco. La modalità di viaggio stessa, lenta e a diretto contatto con l’ambiente circostante, aguzza la vista, rende più attenti, impone la crescita dello spirito di osservazione. In questo senso individuare visivamente la presenza di macro plastiche nel territorio (e creare una “mappa” di esse con coordinate geografiche, immagini, info) non sarà un problema. Trovare micro plastiche significherà utilizzare due sistemi: sto ottenendo consulenza su come eseguire dei test che individuano la presenza di micro plastiche nell’acqua e mi sto attrezzando per riuscire a fotografare le micro plastiche con la mia reflex e forse addirittura il cellulare.

Si parla anche di educazione anti-inquinamento da rivolgere alle persone locali, come credi si porranno nei tuoi confronti? Non temi di infastidirli o di non essere capito?

Grazie a tanti viaggi ho acquisito un certo grado di abilità nel pormi nei confronti di sconosciuti, soprattutto in contesti “speciali”, in aree remote come l’Amazzonia brasiliana che conosco. Viaggiare a piedi significa anche questo: entrare nel cuore e nelle case delle persone con discrezione. Le comunità solitamente percepiscono questo approccio, e si aprono. Ovviamente la pazienza non deve mancare. Questo comporta che quindi chiedere se c’è l’apertura a sapere qualcosa in più sulle cosiddette “buone pratiche” risulterà più facile ed accettato. Ancora meglio se grazie a “filtri”: in Gran Chaco incontrerò per esempio gli amici italiani che si prendono cura, attraverso un’associazione, della popolazione Qom.

Cosa porterai con te in partenza?

Viaggiare a piedi è per definizione un atto di minimalismo. Sono un minimalista, sempre di più, sia in viaggio che a casa. La filosofia è di portare con me lo stretto necessario. In ogni modo, certi ambienti come l’aridissimo Deserto di Atacama impongono di portare (trainerò uno speciale carretto a due ruote) scorte di acqua e cibo. Poi: materiale per foto e video e la comunicazione satellitare. E il minimo che serve per la sopravvivenza, dal coltello al sacco a pelo…

So che vorrai testare anche nuovi materiali per capirne la resistenza a polvere, calore, freddo, umidità, esposizione al sole, shock termico. Tu come farai a tenere duro in queste situazioni?

In questi ultimi mesi, fino… all’ultimo minuto prima di partire (anzi: il mio team a casa continuerà l’operazione anche mentre sarò in viaggio) non si fermerà la ricerca di sponsor e tra questi includo anche aziende interessate a testare in condizioni particolari materiali innovativi che debbano garantire la loro “tenuta” sottoposti a stress come polvere, sole, clima secco, schock termici, ecc. L’uomo si adatta meglio, sicuramente, a ciò che si trova davanti in natura, meglio di qualsiasi materiale hi-tech. La strategia migliore non è però quella di circondarsi di oggetti e gadget che ci proteggano oltremodo: abiti, strumenti, tecnologia possono rompersi, le batterie possono esaurirsi… Tornando al minimalismo e arrivando al dunque: ciò che nessuno ci può rubare e che non pesa nulla e che ci possiamo portare sempre con noi sono esperienza e conoscenza. Entrambi ci aiutano a resistere in condizioni normalmente ritenute difficili o severe.

Come si può sopravvivere così tanti giorni lontani da casa? So che nello scorso viaggio sei stato via 16 mesi… chi ti aspettava al ritorno? Non hai mai sofferto di nostalgia della tua casa, della tua famiglia?

“Esmeralda Expedition” durò 16 mesi. Un po’ prima della metà di questa lunga traversata senza mezzi a motore del Sud America incontrai a Santiago del Cile mia moglie, suo figlio e miei genitori. Questo spezzò non poco la distanza fisica ed emotiva. Questa volta, su ‘soli’ sei mesi non so se riusciremo a organizzare un analogo rendez-vous. Ma questi viaggi non sono ovviamente vacanze ne momenti sabbatici. Non c’è nessuna fuga o approccio del tipo ‘mollo tutto’. Esattamente il contrario. Sono progetti a loro modo imprenditoriali che hanno una mission a lungo termine e che coinvolgono da vicino la famiglia. Quindi la distanza fisica, nel tempo, non annulla la consapevolezza che pur dall’altra parte del mondo sto costruendo, quando sono in spedizione, un progetto collettivo, che mi tiene vicino ai miei cari ogni giorno, anche quando mi trovo on the road nel cuore del nulla.

Il buonumore che arriva da fiori e piante
Il buonumore che arriva da fiori e piante

Diverse ricerche scientifiche hanno portato alla luce che chi pratica giardinaggio ha maggiori possibilità di restare in salute rispetto a chi non pratica questo hobby. Dedicarsi a fiori e piante sarebbe un ottimo rimedio allo stress e aiuterebbe a mantenersi in forma. Scavare, zappare, potare, rastrellare, annaffiare, seminare, travasare, rinforza i muscoli e ci aiuta a bruciare calorie. Secondo gli esperti praticare almeno 30 minuti al giorno di giardinaggio è equiparabile a svolgere una moderata attività sportiva adatta a tutte le età e priva di effetti collaterali. I benefici sono stati riscontrati anche in chi non avendo la possibilità di avere giardini, balconi o terrazzi si dedica comunque alla cura di piante e fiori in casa. Il giardinaggio diminuisce il cortisolo (l’ormone simbolo dello stress che nei momenti di maggior tensione determina l’aumento di glicemia e grassi nel sangue, mettendo a disposizione l’energia di cui il corpo ha bisogno) e aumenta le endorfine (sostanze chimiche prodotte dal cervello e dotate di una potente attività analgesica ed eccitante). Si tratta poi di un’attività che si presta perfettamente per essere eseguita senza paura anche in età più avanzata o con i bambini. Per gli anziani è un ottimo esercizio anti-età per la memoria e l’elasticità mentale e per i più piccoli è un insegnamento di rispetto, attesa e pazienza.

Vedere crescere una pianta, curarla, annaffiarla e prendersene cura, giorno dopo giorno può essere molto rilassante. Sapere poi da dove provengono la frutta e la verdura che finiscono sulla nostra tavola ha un enorme vantaggio: ci permette di consumare prodotti freschi e di stagione con regolarità, così come prescritto da dietologi ed esperti di nutrizione, che raccomandano di consumarne almeno 5 porzioni al giorno. Se durante l’attività all’aria aperta e nella cura delle piante riusciamo quindi a coinvolgere i più piccoli, il giardinaggio diventerà anche il primo passo di un’efficace educazione alimentare che, partendo da forme, colori, profumi e sapori vissuti come un gioco, insegnerà anche ai bambini ad apprezzare e consumare senza troppi capricci cibi ad alto valore nutritivo.

Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020
Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020

Il varano di Komodo, chiamato anche drago di Komodo, è una grossa specie di lucertola diffusa nell’isola indonesiana di Komodo che si trova nel Mar di Flores e fa parte delle Piccole Isole della Sonda. Si tratta della più grossa specie esistente di lucertola: può raggiungere 3 metri di lunghezza e 70 kg circa di peso. Le dimensioni eccezionali si spiegano con un fenomeno noto come gigantismo insulare che favorisce forme evolutive più grosse del normale dal momento che non vi sono specie di carnivori in grado di predarle. Si stima che sull’isola ne esistano 5700 esemplari. Sono una specie vulnerabile e lenta nella riproduzione; la maturità viene raggiunta intorno agli 8-9 anni, su una vita lunga circa 30 anni. Un’altra particolarità di questo animale sta nel come uccide le proprie vittime; degli studi hanno scoperto che la saliva ospita numerosi agenti patogeni, soprattutto batteri. La vittima infatti dopo essere stata morsa è destinata a morire di infezione dopo qualche giorno: il varano cura la preda da lontano e poi se la mangia. Per evitare il contrabbando illegale dei varani, una delle principali attrattive turistiche, da gennaio 2020 i turisti non potranno più visitare l’isola indonesiana per decisione delle autorità del posto. Il divieto sarà temporaneo e servirà anche a piantare nuove piante e ripopolare la specie. Non è ancora chiaro quando l’isola sarà riaperta ma potrebbe passare anche un anno.

La decisione è stata presa dopo che a marzo la polizia indonesiana ha arrestato a Giava 5 persone accusate di contrabbando di varani e di altre specie protette. È stato riportato che la banda si serviva di Facebook per rivenderli: al momento dell’arresto ne avevano venduti 41, a 31000 dollari l’uno. L’isola viene visitata da circa 10.000 persone al mese, un volume tale da esercitare una certa pressione su un ecosistema unico e delimitato. La riserva è anche stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il portavoce dell’amministrazione Marius Jelanu ha spiegato che la chiusura provvisoria che riguarderà solo l’isola di Komodo ma non altre aree del Parco nazionale che rimarranno aperte al turismo, sarà utilizzata per programmi di conservazione, come la piantumazione di specie vegetali endemiche e altre iniziative per accrescere la popolazione dei varani e preservare il loro habitat.

La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch
La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch

Quando si fa riferimento ad eroi del clima non si può non prendere in considerazione Martin Hutchinson e il suo cane Starsky: hanno viaggiato per 34000 km in America Latina e oltre 17000 km in Europa con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a prendersi cura dell’ambiente. Tutto è iniziato nel 2006 quando Martin, nativo di Manchester (Inghilterra) ed ex vigile del fuoco in pensione, è partito dal Messico in compagnia del suo cane a bordo di una Recumbent Trcycle, una speciale bicicletta a 3 ruote, per documentare l’emergenza rifiuti e le conseguenze catastrofiche che ha sull’uomo e sull’ambiente. I due si spostano con tanto di bandiera del Regno Unito e la scritta Starsky & Hutch. Sono inseparabili; il cane Starsky è stato trovato da lui quando era un cucciolo, abbandonato in un canale in Portogallo.

Ad ogni fermata Martin porta avanti l’obiettivo di mostrare agli studenti delle scuole i rifiuti che l’essere umano getta sul Pianeta. “In questi anni ho visitato più di 600 tra scuole e università per parlare di ambiente e provare a fare capire, anche a seguito della mia esperienza e della mia osservazione, i danni che gli arrechiamo ogni giorno. Cercando di mettere a contatto i ragazzi con la realtà, mostrando loro i rifiuti che ho raccolto, in poche ore, nelle loro città. Provando a fare loro capire come, invece, possiamo entrare in contatto con il Pianeta”.

Finora ha avuto bisogno di 38 paia di scarpe per realizzare il suo percorso che gli ha permesso di conoscere 21 paesi. Ha creato anche un canale Youtube in cui carica tutti i video che gira. “In un solo un chilometro di spiaggia in Portogallo ho raccolto 431 bottiglie di plastica e 70 yogurt. Nessuno può immaginare quanti bastoncini per le orecchie ci siano nella sabbia. Spero di continuare a pedalare fino al 2030, il mio obiettivo è arrivare in Australia”.