Tag: cambiamenti climatici

La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta
La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta

La mobilitazione di venerdì 15 marzo 2019 passerà alla storia della lotta per il clima: lo sciopero salva-pianeta è stato un evento record. In Italia si sono mosse un milione di persone. Milano, con 100000 partecipanti è stata la città italiana che ha fatto registrare la partecipazione più alta tanto che il percorso è stato deviato per arrivare in piazza Duomo e non più in piazza della Scala, troppo piccola per accogliere tutti. Napoli ne ha contati 50000, 30000 Roma, 20000 Torino, 10000 Firenze e Genova, 3000 Bologna e Bergamo. La protesta ha toccato tutti i continenti, coinvolto 100 nazioni e animato di persone, colori e slogan 1700 città con cortei, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina.

Le centinaia di migliaia di ragazzi che in tutto mondo hanno marciato per chiedere ai potenti del Pianeta di agire ora per contrastare i cambiamenti climatici hanno seguito l’esempio di Greta Thunberg, la ragazza che, con la sua lotta solitaria ha dato vita al movimento Fridays For Future. Nominata “donna dell’anno” in Svezia in base a un sondaggio condotto su un campione di 1000 persone dall’istituto Inzio per il quotidiano Aftonbladet, è un’attivista di soli 16 anni che si è fatta conoscere grazie ai suoi scioperi: ogni venerdì salta la scuola per manifestare davanti al Parlamento di Stoccolma affinché i potenti della Terra si decidano a lottare per salvare il Pianeta dalle devastazioni dei cambiamenti climatici. Aftonbladet (il foglio della sera) è un quotidiano serale svedese, pubblicato in formato tabloid con sede a Stoccolma. Anche un altro giornale svedese, Expressen, l’ha dichiarata donna dell’anno per decisione di una giuria in occasione della festa della donna.

Nella top ten di Aftonbladet, la ragazzina di Stoccolma ha battuto personalità come l’ex presidente dell’Accademia di Svezia, Sara Danius, o come la principessa Victoria. “Wow, è incredibile. È una cosa che mi sconvolge, ed è difficile da credere ma è anche la dimostrazione che quello che sto cercando di fare in qualche modo fa la differenza. E il fatto che io sia così giovane è anche buffo. Praticamente sono una bambina” queste le sue parole. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha citata come esempio positivo per la sua lotta ai cambiamenti climatici e viene seguita in tutto il mondo: stanno nascendo migliaia di sezioni locali del movimento Fridays For Future (“venerdì per il futuro”). “Il tempo di agire è proprio adesso, vi aspettiamo ogni venerdì nelle piazze per provare a salvare il Pianeta. Comunque la si pensi questa volta ne vale davvero la pena” queste le parole degli attivisti di Friday For Future.

L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici
L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici

In base all’European Aviation Environmental Report 2019 (rapporto che fornisce alla Commissione Europea una valutazione aggiornata delle prestazioni ambientali dell’aviazione in Europa) realizzato dalla European Union Aviation Safety Agency (un’agenzia dell’Unione Europea responsabile della sicurezza dell’aviazione civile ) in collaborazione con l’European Environment Agency (organismo della UE che si dedica alla fondazione di una rete di monitoraggio per controllare le condizioni ambientali europee) ed Eurocontrol (organizzazione intergovernativa civile e militare il cui scopo principale è di sviluppare e mantenere un efficiente sistema di controllo del traffico aereo a livello europeo) il settore dell’aviazione è responsabile dei cambiamenti climatici andando ad impattare sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Il rapporto afferma che mentre l’aviazione ha prodotto benefici economici, stimolato l’innovazione e migliorato la connettività in Europa, la crescita del settore ha anche aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

È stato stimato che tra il 2014 e il 2017 il numero di voli è aumentato dell’8% e si prevede che entro il 2040 cresca del 42%. I miglioramenti tecnologici, il rinnovo della flotta e l’aumento dell’efficienza operativa sono stati in grado di controbilanciare parzialmente l’impatto della recente crescita, ma dal 2014 si è registrato un aumento del rumore e delle emissioni complessive. Nel 2016 l’aviazione nazionale e quella internazionale erano responsabili per il 3,6% delle emissioni totali di gas serra dell’UE e per il 13,4% delle emissioni prodotte dai trasporti. L’efficienza ambientale dell’aviazione continua a migliorare ed entro il 2040 sono previsti ulteriori passi in avanti in termini di consumo medio di carburante per passeggero chilometro volato (-12%) e di energia acustica per volo (-24%). Sempre entro il 2040 si stima però che le emissioni di CO2 e di NOx (ossido di azoto) prodotte, dovrebbero aumentare rispettivamente di almeno il 21% e il 16%.

La Commissione Europea avverte che il contributo del settore alla lotta contro i cambiamenti climatici richiederà il suo pieno impegno a investire in soluzioni per la decarbonizzazione del trasporto aereo, lavorando alla visione della decarbonizzazione dell’UE nel 2050. Per affrontare i cambiamenti climatici e contribuire debitamente agli obiettivi di temperatura concordati nell’ambito dell’accordo di Parigi il rapporto sottolinea anche la necessità di concordare un approccio efficace e solide misure globali volte a trovare soluzioni a queste sfide per fornire un sistema aereo sostenibile a lungo termine.

Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.

Himalaya a rischio
Himalaya a rischio

Notizie allarmanti che riguardano la grande catena montuosa dell’Himalaya giungono dall’International Centre for Integrated Moutain Development (ICIMOD), un’organizzazione scientifica intergovernativa basata in Nepal. Secondo uno studio i due terzi dei ghiacciai di quello che viene considerato il “terzo polo” del mondo, dopo Artico e Antartide, potrebbero sciogliersi entro il 2100 a causa dei cambiamenti climatici. L’Himalaya, sistema montuoso dell’Asia centrale il cui nome significa “dimora delle nevi”, è la catena montuosa che ospita le montagne più alte della Terra: per questo viene anche chiamato “tetto del mondo”. I suoi ghiacciai sono una fonte d’acqua per circa 250 milioni di persone che abitano le montagne e anche per 1,65 miliardi di persone che vivono nelle valli fluviali sottostanti e alimentano 10 dei più importanti sistemi fluviali del mondo, tra cui il Gange, l’Indo, il Fiume Giallo, il Mekong e l’Irrawaddy.

Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare un peggioramento dell’inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche estreme, monsoni sempre più irregolari, mettendo in crisi la produzione agricola ed energetica e la stessa sopravvivenza. La ricerca ha richiesto 5 anni di lavoro, coinvolgendo oltre 350 ricercatori ed esperti di politiche, 185 organizzazioni, 210 autori, 20 revisori di riviste e 125 revisori esterni. Secondo lo studio se il riscaldamento terrestre fosse limitato a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale, entro il 2100 la regione himalayana perderebbe il 36% dei suoi ghiacciai; se l’aumento fosse di 2 gradi, lo scioglimento raggiungerebbe i due terzi dell’attuale estensione. “È la crisi climatica di cui non avete mai sentito parlare” queste le parole di Philippus Wester, portavoce dell’ICIMOD.

Piccoli eroi del clima
Piccoli eroi del clima

In queste righe vogliamo raccontarvi le storie di alcuni adolescenti che hanno deciso di portare avanti una lotta personale per proteggere l’ambiente. Si tratta di ragazzi giovanissimi, alcuni ancora bambini, ma che hanno le idee molto chiare. Iniziamo con Felix Finkbeiner, tedesco, classe 1997, che quando aveva appena 9 anni rimase così affascinato dalla descrizione degli alberi e della fotosintesi che decise di piantarne uno nel giardino della scuola e da quel giorno non si è più fermato. Ha creato il progetto Plant for de Planet, finalizzato alla promozione di iniziative volte a fermare il cambiamento climatico globale piantando più alberi possibile per contrastare gli effetti dannosi dovuti all’anidride carbonica. Ha quindi incoraggiato i cittadini del mondo a coltivare alberi in tutta la Terra. «Adesso puntiamo a piantarne 1000 miliardi. Sono convinto che entro il 2020 possiamo riuscirci. Se ognuno di noi ne piantasse uno al giorno grazie all’assorbimento di CO2 si aiuterebbe il Pianeta contro il global warming. Lo stiamo chiedendo ai cittadini, alle multinazionali, ma soprattutto lo insegniamo ai bambini: è da lì che parte la rivoluzione».

Passiamo poi a Nadia Sparkes, 13 anni, inglese della zona di Norfolk, ambasciatrice del WWF. Sui social network si presenta come “trash girl” (ragazza spazzatura). Tutte le mattine esce di casa un’ora prima che suoni la campanella della scuola e sulla sua bici pedala lenta raccogliendo nel cestino ogni rifiuto incontrato per terra. Cerca di recuperare soprattutto la plastica, gli usa e getta, i palloncini, che come scrive sui social «poi finiscono in mare e contribuiscono alla morte degli animali». Ha creato una comunità di 4000 ambientalisti che la affiancano.

Raccontiamo poi di José Adolfo Quisocala, anche lui 13enne. A soli 10 anni ha fondato il Banco dell’Estudiante, una banca che ha come moneta corrente i rifiuti riciclabili. Ai ragazzi fra i 10 e i 18 anni che consegnano bottiglie di plastica e altro materiale vengono versati soldi sul conto corrente da usare per l’istruzione futura. «Noi bambini possiamo realizzare il grande cambiamento di cui l’ambiente necessita» ha detto Josè quando ha vinto il Children’s Climate Prize 2018.

Poi c’è Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger che continua la sua azione di sciopero della scuola ogni venerdì, per chiedere al suo governo e agli altri Stati di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop 24 in Polonia, ha sottolineato come non fossero state prese decisioni adeguate alla gravità della situazione e ha invitato i ragazzi ad unirsi nello sciopero internazionale della scuola venerdì 14 dicembre, con adesioni da parte di studenti di tutto il mondo. Il suo discorso oggi è virale, condiviso da milioni di persone e le sue parole, di una teenager che si rivolge agli adulti, sono il perfetto simbolo di tutti i piccoli eco guerrieri. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire… Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo».

Finiamo questa carrellata di paladini dell’ambiente con Carter e Olivia Ries, americani, che cercano di piantare il seme della speranza. Oggi sono quasi maggiorenni e quando avevano 8 anni, nel 2009, hanno fondato One More Generation un’organizzazione no-profit dedicata alla conservazione di specie in via di estinzione, con l’obiettivo di garantire che sopravvivano e per sensibilizzare ragazzi e adulti a proteggerle. Ora la nuova attenzione è per i mari ostruiti dalla plastica e con “One Less Straw” cercano di convincere gli americani a trovare alternative ai 500 milioni di cannucce di plastica consumate ogni giorno negli States. In Italia sono i testimonial della campagna anti plastica dell’Area marina protetta di Gaiola, nel napoletano.

Clima e api: caldo e improvvisi acquazzoni hanno dimezzato la produzione del miele
Clima e api: caldo e improvvisi acquazzoni hanno dimezzato la produzione del miele

Secondo un report della Coldiretti la produzione del miele made in Italy quest’estate ha registrato un calo di circa il 50% rispetto alla media degli ultimi anni. Anche il bilancio del 2017 era stato negativo per il nostro Paese, con una produzione pari a circa 10 milioni di chili, uno dei peggiori risultati della storia dell’apicoltura moderna.
Dopo una primavera fredda e piovosa, le temperature decisamente alte che hanno caratterizzato l’estate, alternate a improvvisi acquazzoni spesso accompagnati da grandine e forti raffiche di vento, hanno condizionato il lavoro delle api sia nella gestione degli alveari sia nella raccolta del nettare. Sono stati riscontrati problemi nelle principali varietà di miele: dal castagno al tiglio, dal girasole al millefiori, dal coriandolo all’acacia, dall’arancio alla melata.

Questa situazione ha portato così ad un aumento delle importazioni da altri Paesi, che già nel primo quadrimestre del 2018 aveva fatto registrare una crescita del 32% per un totale di oltre 9,4 milioni di chili, provenienti in particolare dall’Ungheria (+64%), dalla Romania (+46%), dalla Polonia (+34%) e dalla Cina (+19%).“Peggiora così una situazione che vede già due barattoli di miele su tre arrivare dall’estero” sottolinea Coldiretti, invitando i consumatori a leggere con attenzione le etichette per verificare la provenienza del miele o a rivolgersi direttamente ai produttori.

Giornata Mondiale dell’Alimentazione
Giornata Mondiale dell’Alimentazione

Il 16 ottobre si celebra la Giornata mondiale dell’Alimentazione. Al Mondo 821 milioni di persone soffrono la fame anche se, in teoria, produciamo cibo sufficiente per sfamare tutti. Allo stesso tempo però 1,9 miliardi di persone sono in sovrappeso. La povertà è la causa principale della carestia. Un terzo del cibo prodotto va perduto o, ancora peggio, sprecato. A questi dati preoccupanti si aggiungono i fattori climatici e ambientali: più dell’80% delle catastrofi registrate nel mondo sono connesse al clima. Nel 2050 si pensa che per soddisfare la domanda di cibo, considerando che la popolazione mondiale aumenterà, l’agricoltura dovrà produrre il 50% in più di cibo, nutrimenti e biocarburanti.

Obiettivo Fame Zero

Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il mondo può e deve raggiungere la #FameZero. Un obiettivo ambizioso ma per cui vale la pena lottare insieme. Partendo dalla cooperazione tra i piccoli agricoltori e la piccole aziende, l’adozione di nuovi metodi per una agricoltura sostenibile per aumentare la produttività, piantare diverse tipologie di culture.  Insieme possono adattarsi ai cambiamenti climatici e sviluppare strategie comuni per le coltivazioni sostenibili, nonché imparare come affrontare i disastri naturali e riprendersi rapidamente dalle loro conseguenze. I governi dovrebbero aiutare chi vive nelle zone più rurali, contrastare la povertà e promuovere un modello di alimentazione migliore per combattere l’obesità. Noi cittadini dovremmo aiutare le aziende locali, usare consapevolmente e senza sprechi le risorse della Terra, cambiare le nostre abitudini per seguire uno stile di vita più sostenibile.

Ma cosa significa “sostenibile“? La sostenibilità è legata, in questo contesto, all’ambiente. Si parla di “sviluppo sostenibile” quando lo sviluppo della situazione attuale non compromette la capacità delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni, preservando quindi l’ecosistema della Terra. La sostenibilità tocca quindi l’economia, la società, l’ambiente e infine anche la cultura.

Seguiamo questi pochi consigli:

Evita di sprecare il cibo – Un quarto degli alimenti che si rovinano o si sprecano ogni giorno basterebbe a sfamare tutti i popoli che soffrono la fame. Siamo certi che non vorrai essere complice di questa catastrofe globale, quindi preparati al cambiamento! Acquista e consuma solo il necessario, non scartare frutta e verdure che sembrano “brutte”, dì NO alle inutili confezioni di plastica, ama i tuoi avanzi!

Abbi cura dell’acqua – Siccità vuol dire assenza di acqua e sta diventando sempre più diffusa, anche nei Paesi in cui ce n’era in abbondanza. È dovuta ai cambiamenti climatici, il che vuol dire… che siamo parte del problema. Datti da fare e controlla le perdite, usa l’acqua piovana o le acque “grigie” per innaffiare le piante, fai docce rapide invece del bagno, chiudi il rubinetto quando ti lavi i  denti (avrai un sorriso più smagliante!).

Acquista prodotti locali – Quando puoi, acquista da agricoltori della tua zona. Perché? Perché in questo modo sostieni la crescita economica locale, e il trasporto dei prodotti è più breve. Meno emissioni, meno inquinamento, mondo più sano, agricoltori più felici. Un vantaggio a tutto tondo!

Mantieni puliti terreno e acqua – Non gettare rifiuti a terra, raccogli la spazzatura gettata via in modo irresponsabile dagli altri e non dimenticare di farti sentire se li vedi mentre lo fanno! Sii un  consumatore coscienzioso e scegli detersivi, vernici e altri prodotti per la casa che non contengano candeggina o altre sostanze chimiche aggressive. In questo modo il terreno ne soffrirà meno. Dai uno sguardo online e acquista solo da aziende che prevedono lavorazioni sostenibili che non danneggino l’ambiente. Un prodotto a basso costo è probabile che sia dannoso per le persone o per il pianeta: compra solo cose di qualità o evita di comprarle e… fai spese solo se ne hai davvero bisogno.

Invia il tuo Poster!

Leggi di più sul manuale Fame Zero della FAO e completa tutte le attività. La FAO, inoltre sta invitando bambini e ragazzi di tutto il mondo, dai 5 ai 19 anni, ad usare l’immaginazione per creare un poster che illustri il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Scatta o scansiona un’immagine del tuo poster e iscriviti compilando il modulo sul loro sito web.
Il termine per la partecipazione è il 9 novembre 2018.

Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero
Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero

A causa del cambiamento climatico alcune zone di frontiera possono subire dei cambiamenti. Per questo nel 2009 è stata firmata una legge sui “confini mobili” che, per l’Italia, ha come conseguenza uno spostamento dei confini che, in alcune zone dell’arco alpino, cambiano a causa della ritirata dei ghiacciai.

È quello che è successo in Valle d’Aosta, sul Cervino, dove il confine tra Italia e Svizzera, che prima si trovava sul ghiacciaio, ora coincide ora con una linea di cresta che è emersa di recente e che passa proprio sotto il rifugio “Guide del Cervino” e la vicina scuola di sci, a 3.480 metri sul Plateau Rosa.

 

 

Trovato l’angolo di paradiso del corallo
Trovato l’angolo di paradiso del corallo

Mentre i devastanti effetti dei cambiamenti climatici dilagano a livello planetario, in mezzo all’Oceano Pacifico c’è un luogo che, da questo punto di vista, rappresenta un vero e proprio angolo di paradiso. Un luogo il cui segreto viene da tempo ricercato instancabilmente dagli studiosi: un vasto tratto di mare nel quale i coralli risultano completamente preservati dal fenomeno dello sbiancamento. Un’oasi intatta, che rappresenta un segnale decisamente positivo, nonché  un importante spiraglio di speranza per la salvezza dell’ecosistema.

L’oasi di natura marina in questione si trova in quel tratto di acque tra Filippine e Nova Guinea. Per la precisione, in quel “Triangolo del Corallo” ubicato tra Indonesia, Malesia, Filippine, Isole Salomone, Timor Est e Papua Nuova Guinea. I coralli, in questo tratto di mare, risultano del tutto intatti e sfoggiano il loro colore sgargiante, immuni dall’allarmante fenomeno dello sbiancamento. Il Triangolo del Corallo si estende per 5,7 milioni di chilometri quadrati: qui, la popolazione di alghe, fondamentale per proteggere il delicato ecosistema dei coralli, prolifera indisturbata.

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Una realtà in controtendenza rispetto alla situazione globale, che vede gli effetti del riscaldamento globale e dell’inquinamento colpire senza sosta e in modo indiscriminato le popolazioni di alghe di mari e oceani, tra cui lo stesso Oceano Pacifico. Per tale motivo il Triangolo del Corallo da tempo è oggetto di studio da parte di molti scienziati, tra cui quelli dell’università del Queensland. Per svolgere il loro lavoro, questi ricercatori hanno utilizzato le tecnologie più avanzate: telecamere installate su scooter subacquei in grado di scattare foto alla barriera corallina con un’ampiezza fino a 2,5 km e una visuale a 360 gradi. Ad essere esaminate sono state ben 50mila immagini che, confrontate con le stesse foto scattate nel 2014, hanno portato alla conclusione che nel reef in questione non si era registrato alcuno sbiancamento e nessun altro tipo di deterioramento.

Un ottimo punto di partenza per effettuare nuovi studi sulle condizioni che hanno reso possibile questo “miracolo ambientale”. Le barriere coralline, d’altra parte, rappresentano un ecosistema di fondamentale importanza sia per l’uomo che per il pianeta in generale. Circa il 25% della vita negli oceani si svolge all’interno o intorno ai reef; oltre mezzo miliardi di persone devono la loro sopravvivenza alla presenza delle barriere coralline.  “Dopo diversi anni deprimenti come scienziati della barriera corallina, testimoni del peggiore fenomeno mondiale di sbiancamento dei coralli – dice la responsabile del progetto di ricerca, Emma Kennedy – è incredibilmente incoraggiante studiare scogliere come queste. Questo significa che abbiamo ancora tempo per salvare alcune barriere coralline attraverso l’esame scientifico delle possibili azioni di conservazione”.

Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione
Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione

Gli invertebrati stanno cambiando dimensione. Il riscaldamento globale e l’urbanizzazione sono alla base delle mutazioni di taglia che insetti, ragni e crostacei subiranno presto.  Insetti, lombrichi, ragni, molluschi e crostacei sempre più piccoli, o sempre più grandi, a causa dei cambiamenti climatici. Ma non soltanto. Le mutazioni di dimensioni degli invertebrati saranno determinate anche dal grado di urbanizzazione. Insomma: i simpatici ragnetti dalle zampe sottilissime che ci tengono abitualmente compagnia, sbirciando la nostra quotidianità da qualche angolo delle nostre stanza, all’epoca dei nostri pronipoti avranno una taglia diversa da quella di oggi. Tutto dipenderà da dove questi piccolissimi animali si ritrovano a vivere: in città, in mezzo alla natura o in aree frammentate.

La notizia arriva da una ricerca internazionale curata dall’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ise) in collaborazione col Dipartimento di scienze della vita e biologia dei sistemi (Dbios) dell’Università di Torino. Lo studio, portato avanti in Belgio e realizzato grazie ai fondi stanziati dal Governo belga, è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Sono dieci i gruppi di invertebrati ad essere stati analizzati in habitat terrestri e acquatici caratterizzati da temperature diverse in base al grado di urbanizzazione: in città la temperatura media risulta infatti più elevata, mentre gli habitat naturali si contraddistinguono per valori termici più bassi. Negli habitat agricoli, infine, le temperature risultano intermedie.
Quali sono, dunque, le conseguenze dirette della temperatura sulle dimensioni corporee di queste comunità di piccoli animali? Temperature più alte causeranno in insetti, ragni e crostacei misure sempre più piccole. Tutto ciò perché una temperatura dell’ambiente più elevata favorisce un metabolismo più veloce e, in tal modo, le piccole specie si riscaldano prima di quelle più grandi, raggiungendo così temperature corporee idonee per la loro vita. Sono proprio gli invertebrati a subire maggiormente gli effetti di questi meccanismi.


Per farci un’idea, si pensi che la riduzione della taglia corporea nei crostacei ostracodi potrebbe essere di circa il 15%, nei coleotteri e nei ragni erranti del 20%, per arrivare addirittura al 45% (dunque, una riduzione di quasi la metà rispetto alla dimensione originale) nei crostacei coleotteri. Questi ultimi rappresentano una parte fondamentale del plancton d’acqua dolce. Ecco quindi come le variazioni delle misure corporee degli invertebrati avranno dirette conseguenze su sistema preda-predatore. Tutti gli animali che si cibano di insetti, come i piccoli mammiferi o gli uccelli, dovranno “lavorare” molto di più, investendo così più energia, per nutrirsi: avranno infatti bisogno di catturare un numero maggiore di prede, essendo queste ultime diventate più piccole.

Il rapporto urbanizzazione-riduzione di dimensioni, però, non è sempre applicabile. Essendo presente in città una grande frammentazione degli habitat, che vanno dalle piccole aree naturali alle zone interamente antropizzate, si registrerà all’opposto un aumento nelle dimensioni di alcuni insetti. Già oggi, ad esempio, si ritrovano in città farfalle diurne del 10% più grandi di quelle di un tempo: falene notturne, grilli e cavallette risultano più grandi del 20% rispetto al passato. A causa proprio della frammentazione degli ambienti, in tal caso – nonostante le temperature più elevate – in città sopravvivono con maggior facilità gli invertebrati con misure maggiori. Non è da escludere che l’“isola termica” (o “isola di calore”), attualmente caratteristica precipua degli agglomerati urbani, in futuro non si presenti anche negli fuori dalle città: le temperature, insomma, sono destinate ad aumentare anche all’esterno dei centri urbani. Gli animali a sangue caldo, ossia i mammiferi e gli uccelli, che teoricamente non dovrebbero risentire direttamente di temperature più alte di pochi gradi, subiranno così i pesanti effetti del riscaldamento globale proprio a causa della perdita delle prede.
Lo studio pubblicato su Nature evidenzia pertanto, ancora una volta, quanto sia di fondamentale importanza pianificare al meglio l’urbanizzazione e, all’interno delle città, aumentare numero e grandezza delle aree verdi.

L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica
L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica

Nel mar Mediterraneo è la Posidonia oceanica la specie vegetale più diffusa e per questo molto importante se si considerano le funzioni vitali che svolge per il funzionamento degli ecosistemi.  Per questo motivo, la sua diminuzione nel nostro mare rappresenta un problema non di poca rilevanza. La presenza della Posidonia oceanica ha subito un calo a causa di fenomeni naturali, tra i quali il cambiamento climatico, ma anche per la cattiva gestione della fascia costiera, con opere portuali e istallazioni di cavi, condotte sottomarine e costruzione di terminali marittimi.

Per far fronte a questo problema l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha sviluppato il progetto LIFE “SEPOSSO” (Supporting Environmental governante for the posidonia oceanica sustainable transplanting operations). L’obbiettivo è quello di organizzare operazioni di trapianto della Posidonia oceanica, grazie all’utilizzo di tecnologie e software innovativi. Il primo trapianto di Posidonia nel Mar Mediterraneo è avvenuto nel 2004 a Civitavecchia- Santa Marinella. Le istallazioni sono state ben 300 mila su una superficie marina di 10.000 metri quadrati.

Le azioni del SEPOSSO sono stati svolti in seguito ai lavori eseguiti da ENEL S.p.a che nell’area di Civitavecchia ha eseguito operazioni di dragaggio che prevedevano la rimozione di grandi quantità di posidonia oceanica. La misura è stata quindi presa per compensazione, atta a recuperare l’ecosistema degradato. Ciò però non rappresenta una precauzione, cosa che invece viene promossa dall’Ispra, con eventi organizzati dai comuni per far conoscere la situazione reale di quanto sta accadendo nel mar Mediterraneo.

 

Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio
Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i ghiacciai dell’Antartide tra il 1992 e il 2017 e ha scoperto che sono andate perse, sentite bene, 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio in soli 25 anni, praticamente, giusto per rendere l’idea, sarebbe 500 mila volte il peso di una piramide (il cui peso si aggira intorno alle 6 milioni di tonnellate). Il ghiaccio fuso si è aggiunto all’acqua degli oceani e dei mari del mondo contribuendo a far aumentare il loro livello di 7,6 millimetri dal 1992, di cui 3 millimetri solo negli ultimi 5 anni.

Lo studio, sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e dall’US National Aeronautics and Space Administration (NASA), ha trovato quindi nuove prove di quanto il cambiamento climatico stia accelerando. Se fino al 2012 l’Antartide ha perso 76 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno (con un aumento di 0,2 mm dell’innalzamento del livello del mare), negli ultimi 5 anni il ritmo è aumentato con 219 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno (un contributo di 0,6 mm all’anno sul livello del mare). L’Antartide occidentale ha subito il cambiamento più grande, con perdite di ghiaccio che salgono dai 53 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’90 ai 159 miliardi di tonnellate all’anno dal 2012.

I cambiamenti climatici influenzano in particolar modo le calotte polari ed infatti sono proprio queste le prime zone a subirne gli effetti più evidenti. Studiare l’Antartide è importantissimo anche perché qui è immagazzinata abbastanza acqua ghiacciata da poter far innalzare il livello globale del mare di 58 metri. Capire come la calotta di ghiaccio e i ghiacciai della Terra reagiscono al cambiamento del clima è quindi di importanza vitale per tutta la popolazione mondiale.vitale per tutta la popolazione mondiale.

L’avanzata del Deserto del Sahara
L’avanzata del Deserto del Sahara

Il cambiamento del clima a livello globale sta facendo avanzare il deserto del Sahara. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Climate dai ricercatori dell’Università americana del Maryland la più vasta distesa di sabbia della Terra si è estesa del 10% in un secolo. Ma non è tutto. A causa dei cambiamenti climatici potrebbero aumentare anche gli altri deserti del mondo.

I ricercatori hanno calcolato l’espansione del deserto del Sahara tenendo anche in conto i dati sulle piogge cadute in Africa dal 1920 al 2013 e hanno scoperto che il deserto, che occupa gran parte della parte settentrionale del continente, è cresciuto del 10% durante questo periodo. Il deserto del Sahara non è mai fermo, ma si “muove”, si allarga e si restringe. Secondo il responsabile di questa ricerca, Sumant Nigam, “i deserti si formano generalmente nelle regioni subtropicali a causa di un fenomeno chiamato circolazione di Hadley, nel quale l’aria calda sale di quota all’equatore e scende nelle regioni subtropicali.”

Di che cosa si tratta? La cella o circolazione di Hadley è un tipo di circolazione dell’atmosfera a grande scala che occupa la fascia intertropicale, ossia la fascia tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno. L’aria fortemente riscaldata a contatto del suolo lungo l’equatore si alza fino ai 16 km di altezza per poi piegare verso i poli e deviare per effetto della forza di Coriolis fino a raggiungere i 30 gradi di latitudine. Qui ridiscende al suolo e ri-affluisce verso l’equatore con venti prendono il nome di Alisei.

“È probabile – ha aggiunto – che il cambiamento climatico faccia estendere la circolazione di Hadley, causando l’espansione verso nord dei deserti subtropicali”. Tuttavia, secondo l’esperto, l’avanzata anche verso sud del Sahara suggerisce che siano in atto anche meccanismi aggiuntivi, compresi i cicli climatici naturali, come l’oscillazione multi decennale atlantica, un cambiamento di temperatura periodica nel tratto di oceano compreso tra Equatore e Groenlandia.”

 

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola