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Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.

Proteggiamo le balene
Proteggiamo le balene

Si stima che nel 2100 metà delle specie marine saranno a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e della pesca intensiva. Le balene purtroppo da anni sono oggetto di una caccia selvaggia ma grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del Pianeta la loro condizione sta pian piano migliorando. Nonostante il divieto di caccia alle balene sia entrato in vigore nel 1986, si calcola che 6 su 13 specie potrebbero ancora scomparire. Diverse popolazioni fortunatamente stanno tornando a crescere di numero anche se ci sono delle zone, come il Nord Atlantico, dove ne rimangono pochissimi esemplari. Come chiesto da decine di associazioni ambientaliste, bisognerà riuscire a garantire che entro il 2030 il 30% degli oceani del mondo si trovi in aree marine protette che al momento sono ancora troppo poche, appena intorno al 2%. Le minacce più gravi per queste maestose creature del mare, oltre alla pesca, sono legate al traffico marittimo e all’inquinamento acustico, in particolare dei sonar, oltre che all’inquinamento da plastica che fa strage di cetacei, come ad esempio i capodogli e l’acidificazione degli oceani.

Per cercare di tutelare questi animali è stata istituita la Giornata Mondiale delle Balene, datata 16 febbraio. La festa annuale è stata fondata a Maui, Hawaii, nel 1980, proprio per onorare le megattere che nuotano al largo delle sue coste. Si tratta del principale evento del Maui Whale Festival. Tutti gli anni centinaia di appassionati si affollano sull’isola per partecipare a questo evento gratuito, organizzato dalla Pacific Whale Foundation,un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di proteggere i nostri oceani attraverso la scienza e la difesa e offre attività di whalewatching educativo.

Non è necessario però andare fino alle Hawaii per celebrare questo giorno speciale: basta solo ricordarsi che ognuno di noi, nel suo piccolo può dare una mano. Con questa giornata il WWF ricorda dunque l’importanza di proteggere questo animale e per quanto riguarda l’Italia, in particolare le specie che vivono nel Santuario di Pelagos. Questa zona marina di 87.500 km² è nata da un accordo tra l’Italia, Principato di Monaco e Francia per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano; si tratta di una vasta porzione di Mediterraneo incastrato tra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, unica nella sua ricchezza di biodiversità.

Emergenza Everest: sta diventando una discarica
Emergenza Everest: sta diventando una discarica

Lo zampino negativo dell’uomo arriva ovunque, anche nei posti più impensati: sul monte Everest ad esempio si è accumulata negli anni sempre più spazzatura. Secondo quanto denunciato dal capo dell’associazione degli scalatori nepalesi Ang Tshering, una grande quantità di rifiuti organici e non, verrebbe lasciata dai migliaia di scalatori che ogni anno si avventurano sulle creste, fermandosi anche per 2 mesi. I rifiuti non correttamente smaltiti, rischiano di compromettere gli equilibri ambientali del luogo. Il monte Everest è la vetta più alta del continente asiatico e della Terra con i suoi 8.848 metri di altitudine, situato nella catena dell’Himalaya: proprio a causa dell’inquinamento è stato spesso definito “la discarica più alta del mondo”.

Le spedizioni che ne tentano l’ascesa, lasciano sulla propria strada un po’ di tutto: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci; così tonnellate di immondizia si stanno accumulando su uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Le autorità cinesi hanno deciso di mettere fine a questa allarmante situazione: fino a nuovo ordine, l’accesso al campo base dal lato di tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri, sarà limitato solo a chi ha ottenuto un permesso di scalata. Tutti gli altri visitatori si dovranno fermare al monastero di Rongbuk, più in basso. Questo monastero si trova a 5100 metri e ha la fama di essere il più alto santuario buddhista al mondo: oltre ad essere un’importante meta spirituale di pellegrinaggio, offre alcune delle vedute più meravigliose ed eccezionali del Tibet. I permessi per salire oltre il monastero saranno pochi, appena 300 l’anno e una squadra speciale composta da 200 persone avrà il compito di ripulire la vetta dai rifiuti e provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Sia le autorità cinesi che quelle nepalesi stanno cercando in vari modi di contenere l’inquinamento. Per tutti i visitatori è stato introdotto l’obbligo di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa, un gruppo etnico che vive sulle montagne del Nepal, ma anche alle guide ed ai portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni, verrà dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura raccolto sulla montagna mentre un deposito di 4000 dollari verrà trattenuto su ogni spedizione e reso al ritorno solo a chi dimostrerà di non aver lasciato immondizia per strada.

Himalaya a rischio
Himalaya a rischio

Notizie allarmanti che riguardano la grande catena montuosa dell’Himalaya giungono dall’International Centre for Integrated Moutain Development (ICIMOD), un’organizzazione scientifica intergovernativa basata in Nepal. Secondo uno studio i due terzi dei ghiacciai di quello che viene considerato il “terzo polo” del mondo, dopo Artico e Antartide, potrebbero sciogliersi entro il 2100 a causa dei cambiamenti climatici. L’Himalaya, sistema montuoso dell’Asia centrale il cui nome significa “dimora delle nevi”, è la catena montuosa che ospita le montagne più alte della Terra: per questo viene anche chiamato “tetto del mondo”. I suoi ghiacciai sono una fonte d’acqua per circa 250 milioni di persone che abitano le montagne e anche per 1,65 miliardi di persone che vivono nelle valli fluviali sottostanti e alimentano 10 dei più importanti sistemi fluviali del mondo, tra cui il Gange, l’Indo, il Fiume Giallo, il Mekong e l’Irrawaddy.

Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare un peggioramento dell’inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche estreme, monsoni sempre più irregolari, mettendo in crisi la produzione agricola ed energetica e la stessa sopravvivenza. La ricerca ha richiesto 5 anni di lavoro, coinvolgendo oltre 350 ricercatori ed esperti di politiche, 185 organizzazioni, 210 autori, 20 revisori di riviste e 125 revisori esterni. Secondo lo studio se il riscaldamento terrestre fosse limitato a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale, entro il 2100 la regione himalayana perderebbe il 36% dei suoi ghiacciai; se l’aumento fosse di 2 gradi, lo scioglimento raggiungerebbe i due terzi dell’attuale estensione. “È la crisi climatica di cui non avete mai sentito parlare” queste le parole di Philippus Wester, portavoce dell’ICIMOD.

Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento
Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento

Haaziq Kazi a soli 12 anni può già definirsi un eroe del clima; nato l’8 aprile 2006 è uno studente delle scuole superiori di Pune, una grande città del Maharashtra, uno stato dell’India occidentale. Questo bambino è diventato famoso per il suo progetto “Ervis” volto a ripulire gli oceani dall’immondizia, principalmente dalla plastica. Haaziq racconta che l’idea gli è venuta 3 anni fa quando seduto davanti alla tv stava guardando un documentario di National Geographic sull’inquinamento da plastica e rimase spiacevolmente colpito nell’apprendere che ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate. Da allora ha deciso di combattere per cambiare le cose: “I detriti di plastica uccidono milioni di animali, dai pesci agli uccelli. Dobbiamo intervenire, fare qualcosa” è la frase che il piccolo indiano non si stanca mai di ripetere durante le interviste.

Ha così ideato una nave, chiamata Ervis, che servirà a raccogliere la plastica che intasa tutti gli oceani del mondo: si tratta di una barca enorme, capace grazie a un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri, di risucchiare tutta la plastica dall’acqua. Il suo progetto è ricco di dettagli: dai filtri posizionati intorno allo scafo fino alle stanze per raccogliere e separare i rifiuti. Ne sono rimasti impressionati anche progettisti esperti che stanno valutando la fattibilità della nave. Il suo disegno è sorprendente se si pensa che il piccolo studente ha iniziato a realizzarlo quando aveva appena 9 anni.

La sua idea e il suo impegno sono diventati una fonte di ispirazione tale che il giovane Haaziq viene spesso invitato a parlare durante convegni, incontri, oppure negli studi televisivi dove spiega passo dopo passo come vorrebbe ripulire gli oceani dalla plastica. Ad ogni intervista o domanda Haaziq fornisce puntualmente risposte piene di dati scientifici ricordando come sia necessario agire al più presto. Il suo sogno è che qualcuno intenda realmente investire nel suo progetto per trasformare la sua visione in realtà e lo aiuti a costruire la sua barca.

Isola d’Elba invasa dalle meduse
Isola d’Elba invasa dalle meduse

Le meduse sono tra i più antichi animali che abitano il nostro Pianeta; mezzo miliardo di anni di selezione naturale non le ha spinte a cambiare e ultimamente sono tornate all’attacco. In tutto il mondo spesso capita che i pescatori invece di catturare pesci, peschino meduse e sempre più sovente i bagnanti, al posto di trovare sollievo alla calura nelle acque marine, lamentano dolorose punture. Essere sfiorati al largo o punti da uno di questi animali è doloroso tanto che d’estate sono uno degli incubi dei bagnanti che affollano le spiagge d’Italia. Secondo quanto denuncia Legambiente la loro permanenza in mare si starebbe prolungando sempre di più. A Legambiente Arcipelago Toscano sono arrivate diverse segnalazioni di numerose meduse nel porto o spiaggiate lungo la costa di San Giovanni a Portoferraio (Livorno); già da diverso tempo all’Isola d’Elba in pieno inverno è sempre più frequente avvistare gruppi di meduse al largo della costa o a pochi metri dalla battigia. Inoltre un fenomeno simile che è più comune in primavera o in autunno, viene segnalato dal WWF ad Alghero, nella costa nord-occidentale della Sardegna. Questa situazione potrebbe essere stata determinata dalla “tropicalizzazione” del Mediterraneo, il cui riscaldamento delle acque allungherebbe il periodo di permanenza di questi celenterati.

Nelle segnalazioni si parla di avvistamenti di “meduse luminose” chiamate anche “pelagia noctiluca”: ben visibili anche di notte grazie alla loro bioluminescenza. È una specie che quando viene portata vicino alle coste da correnti e onde rappresenta la maggiore causa di irritazioni cutanee ai bagnanti che vengono a contatto con i loro tentacoli urticanti. “Il riscaldamento globale e quello ancora più accelerato del Mediterraneo rischiano di trasformare da stagionale ad annuale la presenza delle meduse lungo le coste, con conseguenze per la vita marina e per le attività umane legate alla blue economy e al turismo, che sono ancora tutte da valutare ma che non sembrano proprio positive” avverte Legambiente.

Il potere dei cartoni animati
Il potere dei cartoni animati

Le ambientazioni magiche, irreali dei film d’animazione ci fanno volare con la fantasia verso mondi irraggiungibili e sono uno degli aspetti che più ci colpiscono. Il giapponese Hayao Miyazaki è considerato uno degli esponenti dell’animazione nipponica più conosciuto all’estero: è un regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico che vanta una carriera durata cinquant’anni. Molti dei suoi paesaggi però non sono solo il frutto della sua immaginazione ma sono ispirati a posti che esistono realmente; uno di questi ce l’abbiamo in Italia, nel Lazio. Civita di Bagnoregio, nota nel mondo come “la città che muore” è uno dei borghi più strabilianti della nostra nazione. Gli è stato dato questo macabro soprannome in quanto rischia di scomparire per sempre a causa dell’erosione; si trova su un piccolo sperone di roccia tufacea ed è raggiungibile solo attraversando un ponte pedonale. Corre il rischio di dissolversi perché il colle tufaceo che la sorregge è minato alla base dalla continua erosione di due torrentelli che scorrono nelle valli sottostanti e dall’azione delle piogge e del vento. Il destino del luogo, il ciuffo di case medioevali, le pochissime famiglie che ancora vi risiedono e il paesaggio irreale creato dai calanchi argillosi, rendono questa posto che si trova nella provincia di Viterbo, unico ed incantevole.

Grazie alla fantasia e all’estro di Miyazaki “la città che muore” si è trasformata nella “città che rinasce”. Il paese sta infatti vivendo una grande fase di crescita, legata essenzialmente allo sviluppo turistico con più di 700000 persone da tutto il mondo che la vengono a visitare ogni anno e molti arrivano dall’estremo Oriente. La sua popolarità, oltre alla bellezza naturale, è quindi dovuta in parte al successo dell’anime (opera d’animazione di produzione giapponese) Laputa, uscito nel 1986 e considerato uno dei più belli di sempre. “Laputa – castello nel cielo” è stato ideato e diretto da Hayao Miyazaki che si ispirò ai “Viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, in cui si legge appunto di Laputa, l’isola volante abitata da scienziati pazzi, la quale essendo costituita da una base d’adamante poteva essere manovrata usando un gigantesco magnete; nella pellicola, questo magnete trova corrispondenza nella Gravipietra, una pietra particolare tipica di questo posto che gli permette di vincere la forza di gravità e di galleggiare nell’aria. L’autore in un’intervista aveva dichiarato che il borgo incantato del viterbese sarebbe stato una delle fonti di sua ispirazione, insieme ad altri paesaggi visti in Galles.

Affiancando le immagini di Civita di Bagnoregio e di Laputa si scorgono le somiglianze. Qualcuno sostiene che in realtà Miyazaki si sia ispirato a Calcata, altro borgo della provincia viterbese, anche se le conferme dei turisti orientali in arrivo nella “città che muore” lasciano intendere che Civita sarebbe stata impressa nelle mente del genio giapponese e sia davvero diventata la sua fonte di ispirazione.

Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica
Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica

Italia in pole position nella lotta contro l’inquinamento causato dalla plastica: siamo il primo Paese dell’Unione europea ad avere bandito i bastoncini per la pulizia delle orecchie. Il divieto è scattato in vigore il primo gennaio 2019: non si possono quindi più produrre o vendere a patto che non siano biodegradabili e compostabili. Lo prevede un emendamento alla manovra riformulato e approvato dalla commissione Bilancio della Camera. Sono stati stanziati anche 250000 euro per favorire la promozione, la produzione e la commercializzazione dei cotton fioc bio. È stato previsto anche l’obbligo di indicare sulle confezioni informazioni chiare sul corretto smaltimento e il divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi. I trasgressori rischieranno multe tra i 2.500 e i 100000 euro e la sospensione della licenza. L’Unione Europea ha deciso di vietare una serie di oggetti di plastica usa e getta, fra i quali anche i cotton fioc ma solo dal 2021. L’Italia si dimostra all’avanguardia nella lotta all’inquinamento da plastiche, dopo aver bandito nel 2011 i sacchetti per la spesa non biodegradabili e nel 2018 i sacchetti per l’ortofrutta. Secondo i dati che arrivano dalle campagne di monitoraggio e pulizia di Legambiente il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene dagli scarichi dei nostri bagni e il 9% di questi rifiuti è costituito da cotton fioc: nelle sole 46 spiagge monitorate tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter, ne sono stati trovati quasi 7000, 2 ad ogni passo e in totale sulla sabbia ce ne sarebbero più di 100 milioni. Senza contare gli animali marini che muoiono per aver ingerito queste plastiche e di cui non si riesce a fare un conteggio.

Dal primo gennaio 2020 il divieto verrà esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche, quei minuscoli granelli di plastica che finiscono nei fiumi e nei mari, vengono mangiati dai pesci e attraverso la catena alimentare finiscono sulle nostre tavole. Sono in arrivo altri divieti ben più pesanti: l’Unione Europea il 19 dicembre 2018 ha deciso che dal 2021 saranno banditi parecchi oggetti in plastica usa e getta non biodegradabile: posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole degli hamburger del fast food), bastoncini per palloncini e prodotti in plastica oxo-degradabile (per esempio le buste di plastica che si frammentano se esposte all’aria). In Italia la scadenza potrebbe essere anticipata al 2020.

Piccoli eroi del clima
Piccoli eroi del clima

In queste righe vogliamo raccontarvi le storie di alcuni adolescenti che hanno deciso di portare avanti una lotta personale per proteggere l’ambiente. Si tratta di ragazzi giovanissimi, alcuni ancora bambini, ma che hanno le idee molto chiare. Iniziamo con Felix Finkbeiner, tedesco, classe 1997, che quando aveva appena 9 anni rimase così affascinato dalla descrizione degli alberi e della fotosintesi che decise di piantarne uno nel giardino della scuola e da quel giorno non si è più fermato. Ha creato il progetto Plant for de Planet, finalizzato alla promozione di iniziative volte a fermare il cambiamento climatico globale piantando più alberi possibile per contrastare gli effetti dannosi dovuti all’anidride carbonica. Ha quindi incoraggiato i cittadini del mondo a coltivare alberi in tutta la Terra. «Adesso puntiamo a piantarne 1000 miliardi. Sono convinto che entro il 2020 possiamo riuscirci. Se ognuno di noi ne piantasse uno al giorno grazie all’assorbimento di CO2 si aiuterebbe il Pianeta contro il global warming. Lo stiamo chiedendo ai cittadini, alle multinazionali, ma soprattutto lo insegniamo ai bambini: è da lì che parte la rivoluzione».

Passiamo poi a Nadia Sparkes, 13 anni, inglese della zona di Norfolk, ambasciatrice del WWF. Sui social network si presenta come “trash girl” (ragazza spazzatura). Tutte le mattine esce di casa un’ora prima che suoni la campanella della scuola e sulla sua bici pedala lenta raccogliendo nel cestino ogni rifiuto incontrato per terra. Cerca di recuperare soprattutto la plastica, gli usa e getta, i palloncini, che come scrive sui social «poi finiscono in mare e contribuiscono alla morte degli animali». Ha creato una comunità di 4000 ambientalisti che la affiancano.

Raccontiamo poi di José Adolfo Quisocala, anche lui 13enne. A soli 10 anni ha fondato il Banco dell’Estudiante, una banca che ha come moneta corrente i rifiuti riciclabili. Ai ragazzi fra i 10 e i 18 anni che consegnano bottiglie di plastica e altro materiale vengono versati soldi sul conto corrente da usare per l’istruzione futura. «Noi bambini possiamo realizzare il grande cambiamento di cui l’ambiente necessita» ha detto Josè quando ha vinto il Children’s Climate Prize 2018.

Poi c’è Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger che continua la sua azione di sciopero della scuola ogni venerdì, per chiedere al suo governo e agli altri Stati di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop 24 in Polonia, ha sottolineato come non fossero state prese decisioni adeguate alla gravità della situazione e ha invitato i ragazzi ad unirsi nello sciopero internazionale della scuola venerdì 14 dicembre, con adesioni da parte di studenti di tutto il mondo. Il suo discorso oggi è virale, condiviso da milioni di persone e le sue parole, di una teenager che si rivolge agli adulti, sono il perfetto simbolo di tutti i piccoli eco guerrieri. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire… Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo».

Finiamo questa carrellata di paladini dell’ambiente con Carter e Olivia Ries, americani, che cercano di piantare il seme della speranza. Oggi sono quasi maggiorenni e quando avevano 8 anni, nel 2009, hanno fondato One More Generation un’organizzazione no-profit dedicata alla conservazione di specie in via di estinzione, con l’obiettivo di garantire che sopravvivano e per sensibilizzare ragazzi e adulti a proteggerle. Ora la nuova attenzione è per i mari ostruiti dalla plastica e con “One Less Straw” cercano di convincere gli americani a trovare alternative ai 500 milioni di cannucce di plastica consumate ogni giorno negli States. In Italia sono i testimonial della campagna anti plastica dell’Area marina protetta di Gaiola, nel napoletano.

Scarafaggi utili
Scarafaggi utili

In Cina parecchi impianti di smaltimento rifiuti hanno iniziato ad allevare scarafaggi nutrendoli con l’immondizia. Si stima che in Cina vengano prodotte più di 25000 tonnellate di pattume al giorno; secondo il South China Morning Post solo nel 2017 a Pechino sono stati generati 9 milioni di tonnellate di immondizia. Per risolvere il problema è stata quindi ideata questa soluzione alternativa di darli in pasto agli scarafaggi. Negli stessi impianti di smaltimento vengono allevati milioni e milioni di questi insetti, come riporta la Reuters.  A Jinan, capitale della provincia di Shandong, vengono allevati circa un miliardo di questi animali ai quali vengono fornite 50 tonnellate giornaliere di rifiuti alimentari. L’azienda Shandong Qiaobin Agricultural Technology Co sta pensando all’apertura di altri 3 impianti entro il 2019, per smaltire circa un terzo dei rifiuti alimentari prodotti nella città da oltre 7 milioni di abitanti.

Quando gli insetti muoiono, diventano mangime per maiali e altri animali da allevamento. La presidente di Shandong Qiaobin, Li Hongyi ha dichiarato che è come trasformare la spazzatura in risorse. In alcuni casi possono diventare anche componenti di farmaci, come avviene a Xichang, città-contea della Cina, situata nella provincia di Sichuan dove sono considerati utili per curare le ulcere orali e peptiche, le ferite della pelle e persino il cancro allo stomaco. I ricercatori stanno anche cercando di utilizzare l’estratto degli scarafaggi per maschere di bellezza, pillole dimagranti e persino trattamenti per la perdita dei capelli. A Xichang è presente il più grande allevamento di scarafaggi al mondo con 6 miliardi di esemplari, fatti crescere a temperatura e umidità controllate, usando perfino strumenti di intelligenza artificiale.

Un pericolo, però, esiste: se questi insetti dovessero trovare il modo di uscire dagli allevamenti, sarebbe una catastrofe. «Abbiamo un fossato pieno di acqua e pesce. Se gli scarafaggi scappano, cadranno nel fossato e i pesci li mangeranno tutti», tranquillizzano i ricercatori.

Come proteggere il mare dalle microfibre
Come proteggere il mare dalle microfibre

L’associazione italiana Marevivo ha deciso di lanciare la campagna #stopmicrofibre per sensibilizzare le persone sul problema delle microplastiche che ormai si propagano ovunque. I frammenti che vengono rilasciati dai tessuti sintetici in lavatrice sono tra i più diffusi nell’ecosistema marino. Secondo l’associazione ambientalista un solo carico produce milioni di microfibre di dimensioni inferiori ai 5 mm che si riversano in mare dove vengono ingerite dagli organismi marini, entrando così nella catena alimentare. I microframmenti nocivi iniziano ad assorbire sostanze inquinanti e tossiche e vengono ingeriti dagli organismi che li scambiano per cibo; si accumulano nei tessuti in concentrazioni sempre crescenti via via che si sale nella catena alimentare fino a raggiungere potenzialmente l’uomo. Secondo uno studio della International Union for Conservation of Nature, considerata come una delle più autorevoli istituzioni scientifiche internazionali che si occupano di conservazione della natura, le microfibre rappresentano il 35% delle microplastiche primarie che finiscono in mare, spesso proprio a causa dei nostri capi in acrilico e poliestere.

Circa il 60% di tutti gli indumenti sono realizzati con tessuti sintetici e, come ricorda un altro studio dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, ogni ciclo di lavaggio di questi capi rilascia circa 700.000 microfibre nell’ambiente. I dati dei ricercatori indicano che lavando a varie temperature tra i 30 e i 40 gradi, con differenti combinazioni di detergenti, il 40% delle microfibre non viene trattenuto dagli impianti di trattamento e finisce nell’ambiente. Una città come Berlino per esempio ne rilascia ogni giorno una quantità equivalente a 540000 buste di plastica. I danni da microfibre potrebbero essere arginati con alcune buone pratiche: bisognerebbe usare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e, come suggerisce lo studio del Cnr di Biella, effettuare lavaggi usando programmi a basse temperature, detergenti liquidi e una velocità della centrifuga ridotta.

Plastica killer a causa del suo odore
Plastica killer a causa del suo odore

La plastica che finisce in mare oltre ad inquinare, uccide con l’inganno, inserendosi nella catena alimentare: una sostanza chimica presente in natura che segnala agli animali le aree migliori per cercare cibo, è la stessa prodotta dalle plastiche che finiscono in acqua. Sono numerosi gli studi su una sostanza presente in natura, il dimetil solfuro che molti organismi sfruttano come segnale chimico fondamentale per individuare le aree migliori per cercare cibo. Il problema è che questa stessa sostanza è prodotta anche dalle plastiche che finiscono in mare, quindi per molte specie sensibili, diventa una trappola olfattiva, come se nel cervello si creasse la stessa sensazione che proviamo quando siamo affamati e sentiamo in lontananza l’odore del nostro piatto preferito. Il dimetil solfuro, caratterizzato da un tipico odore sgradevole, simile a quello che si avverte quando vengono cotti alcuni vegetali come i cavoli, viene prodotto dal dimetil solfoniopropionato (DMSP) che si trova nelle cellule di alcune specie di fitoplancton. Negli ecosistemi che si trovano in mare aperto attrae le specie che comunemente si nutrono di fitoplancton come i krill (piccoli crostacei che vivono in tutti gli oceani del mondo). I krill, a loro volta, costituiscono l’alimento principale della dieta di centinaia di specie animali diverse, dai pesci e gli uccelli fino alle balene. Quindi se i krill hanno ingerito erroneamente la plastica, attirati da quell’odore ingannevole, la plastica arriva anche agli altri animali che si nutrono di loro.

Alcune stime datate 2010 parlano di una quantità di plastica finita in mare che oscilla tra 4,8 ai 12,8 tonnellate, in un solo anno. Le nazioni che si affacciano su mari e oceani producono un totale di rifiuti solidi annuo che si attesta sulle 2,5 miliardi di tonnellate; di queste 275 milioni di tonnellate sono plastica, di cui 8 milioni di tonnellate finite in mare. “Conoscere le specie che rischiano di cadere in questa trappola olfattiva è fondamentale per predisporre adeguati piani di conservazione. È importante capire anche come i singoli individui predano: la specie potrebbe essere attirata nel posto sbagliato dal dimetil solfuro, ma poi essere in grado di distinguere il sacchetto di plastica da una medusa. Altre specie potrebbero invece non essere in grado di operare questa distinzione. L’impatto delle plastiche sulle specie marine è perverso e probabilmente non siamo ancora stati capaci di comprenderlo appieno. Serviranno altri studi sul tema per chiarire gli aspetti che a oggi sono poco chiari” ha sottolineato Roberto Ambrosini, ricercatore di scienze ambientali dell’Università Statale di Milano.

Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica
Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica

Uno studio internazionale condotto dall’università inglese di Plymouth ha preso in esame le capesante atlantiche dimostrando purtroppo che miliardi di frammenti piccolissimi di plastica riescono a penetrare in questi organismi marini nel giro di poche ore. La ricerca ha dimostrato che sono sufficienti appena 6 ore perché si accumulino nel loro intestino le nanoplastiche. La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, fonte autorevole di informazioni per professionisti in una vasta gamma di discipline ambientali, ha appurato la presenza di miliardi di nanoparticelle dal diametro di 250 nanometri (0,00025 millimetri) nell’intestino di questi molluschi. Frammenti ancora più piccoli, da 20 nanometri (0,00002 millimetri) sono stati rinvenuti in tutto il corpo, dai reni alle branchie e ai muscoli. Quest’ultimo tipo di frammento non era più presente nelle capesante dopo 14 giorni dall’esposizione, mentre le nanoplastiche da 250 nanometri hanno richiesto 48 giorni per scomparire. Gli esperimenti sono stati fatti in laboratorio, dove per 6 ore le capesante prese in esame, sono state esposte alle nanoplastiche.

“Lo studio dimostra che le nanoparticelle possono essere assorbite rapidamente da un organismo marino e che in poche ore vengono distribuite attraverso la maggior parte degli organi principali” queste le parole della ricercatrice Maya Al Sid Cheikh che ha condotto la ricerca. “Comprendere se le particelle di plastica siano assorbite attraverso le membrane biologiche e si accumulino negli organi interni è fondamentale per valutare il rischio che tali particelle rappresentano sia per l’organismo marino che per la salute umana” ha sottolineato Ted Henry, docente di Tossicologia ambientale all’Heriot-Watt University di Edimburgo.

Quando l’uomo influenza troppo il mondo animale
Quando l’uomo influenza troppo il mondo animale

Secondo uno studio fatto in Mozambico, a causa dell’influenza dell’uomo ci sarebbero molte più femmine di elefante che nascono senza zanne. Questi sarebbero gli effetti del bracconaggio che secondo le ultime osservazioni ha già fatto crollare il numero degli elefanti di questa zona da 20000 a circa 10000 dal 2010 al 2015. La ricerca non ancora pubblicata, è stata annunciata sul National Geographic dalla ricercatrice Joyce Poole, cofondatrice di Elephant Voices che gestisce progetti di monitoraggio, conservazione e ricerca. Il punto di vista di ElephantVoices è che questi animali hanno bisogno di protezione sia come specie che come singoli individui. Salvaguardare gli elefanti significa comprendere le dinamiche di una società, incorporare questo fondamento della conoscenza in pratiche di conservazione e di crescita della coscienza pubblica. Viene resa prioritaria la condivisione di queste informazioni e il gruppo vanta oltre 40 anni di studio, con gli ultimi 8 anni focalizzati su 2 progetti di conservazione, uno in Kenya e l’altro in Mozambico. La ricerca sugli elefanti senza zanne è stata condotta nel parco nazionale di Gorongosa, un’area naturale protetta proclamata parco nazionale dal governo portoghese nel 1960 che si trova nella Great Rift Valley del Mozambico centrale, con foreste e savane che ospitano leoni, ippopotami ed elefanti. Il lago Urema che si trova al centro del parco, le paludi e i fiumi circostanti attraggono invece molti uccelli acquatici. L’anomala particolarità anatomica delle femmine di questo mammifero, inizia ad essere osservata anche in altre zone dell’Africa. Nel parco sudafricano di Addo, per esempio, già nei primi anni 2000 il 98% delle 200 femmine presenti era senza zanne; in Kenya, invece, uno studio condotto nel 2015 dalla Duke University in collaborazione con il Kenya Wildlife Service ha dimostrato un rimpicciolimento delle zanne.

Luigi Boitani, zoologo dell’università Sapienza di Roma ed esperto di biologia della conservazione ha dichiarato che siamo ancora davanti a casi specifici riscontrati in popolazioni di elefanti molto piccole e che è possibile che il bracconaggio abbia determinato una selezione artificiale degli elefanti senza zanne, che avrebbero trovato così uno stratagemma per sopravvivere all’uomo. L’ipotesi è ancora tutta da verificare ma è altrettanto plausibile che la scomparsa delle zanne sia un semplice fenomeno di deriva genetica, dovuto a una modifica casuale della variabilità genetica che in popolazioni così piccole potrebbe aver portato questo carattere a essere sempre più diffuso.

In Giappone uno “strano” distributore di snack
In Giappone uno “strano” distributore di snack

Un successo inatteso per le merendine agli insetti

Nella città giapponese di Kumamoto sta avendo grande successo un distributore automatico dove è possibile acquistare snack a base di insetti. L’idea è partita da Toshiyuki Tomoda, un 34enne che ha messo a disposizione dei cittadini di questa città, che si trova nel Giappone occidentale, un’idea alternativa per fare merenda. Si tratta in realtà di una trovata per pubblicizzare la propria attività, un negozio di gonfiabili e articoli da regalo, che ha riscosso un successo inaspettato. Nato quindi come un’idea bizzarra per fare conoscere il suo punto vendita, è diventato uno dei distributori automatici più visitati del posto. Dopo aver ricevuto in regalo dalla Thailandia uno snack a base di cavallette essiccate da parte di un amico, l’imprenditore ha deciso di far commissionare qualcosa di controverso che potesse attirare l’attenzione. Il dispositivo, adornato di foto di coccinelle, api e vespe, propone 8 tipi di merende a base di insetti, incluse le cavallette ricoperte di cioccolato e le tavolette proteiche al gusto di grillo.

Nella sola prima settimana dalla messa in funzione della macchina, le vendite hanno raggiunto gli 80mila yen, poco più di 620 euro (ogni barretta ha un costo medio di 6 euro). Secondo l’azienda distributrice, sebbene siano già disponibili degli snack a base di insetti nei giardini botanici e in simili ubicazioni, non si conoscono altri casi di distributori situati accanto a negozi.
In Giappone i dispositivi automatici sono molto diffusi, presenti ad ogni angolo di strada e offrono una grande varietà di prodotti: dalle bibite ai fiori freschi, dai francobolli agli hamburger, dal riso al curry, fino ad arrivare pizza. Secondo le stime dell’Ufficio nazionale del Turismo sono attivi circa 5 milioni e 520mila distributori automatici, vale a dire uno ogni 33 abitanti. Un mercato annuale che genera introiti pari a 6.950 miliardi di yen, pari a circa 53 miliardi di euro.