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Quanta acqua c’è sulla Terra?
Quanta acqua c’è sulla Terra?

Vi siete mai chiesti quanta acqua c’è sulla Terra? Rispetto agli altri pianeti, la Terra ha molta acqua e infatti, vista dallo spazio, è praticamente blu. L’acqua copre il 71% della superficie terrestre. L’acqua è ciò che rende tanto speciale la Terra perché ci permette di vivere. L’acqua è presente non solo negli oceani e nei mari ma anche sotto i nostri piedi e nell’aria che respiriamo. L’acqua è anche negli esseri viventi: il nostro copro è fatto principalmente di acqua. Se unissimo in una sfera tutta l’acqua presente sulla Terra, la sfera avrebbe un diametro di 1.400 chilometri.

La maggior parte dell’acqua che è presente sulla Terra però è salata: il 96,5%. Questo significa che solo una piccolissima percentuale è dolce e quindi potabile: noi infatti possiamo bere solo il 3,5% dell’acqua presente sulla Terra. Di questa piccola percentuale di acqua, più della metà è intrappolata nei ghiacciai e nelle calotte di ghiaccio mentre un terzo è sotto i nostri piedi, nel sottosuolo. Il restante 2% del totale dell’acqua dolce è quella che vediamo scorrere nei fiumi, nei laghi e nei ruscelli.

L’acqua sulla Terra – Crediti NASA

Romeo e Giulietta, due Storni di Bali specie in via di estinzione

In Italia si chiamano Romeo e Giulietta: si tratta di una rara coppia di storni di Bali, un Uccello a rischio estinzione. Pensate che al mondo ne restano solo 120 esemplari due dei quali si trovano a Verona. Non potevano che chiamarsi Romeo e Giulietta. La coppia di storni di Bali per la prima volta è in Italia, in un parco zoologico italiano: dopo il trasferimento dallo zoo di Colonia hanno trovato “casa” al Parco Natura Viva di Bussolengo.

Romeo e Giulietta appartengono ad una specie di uccelli che vive e abita solo sull’isola di Bali. Questa specie è però gravemente minacciata di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il numero di esemplari è drasticamente calato negli ultimi anni tant’è che i ricercatori parlano già di “estinzione virtuale“.
Gli esperti hanno piegato che “la meraviglia del loro canto è la loro condanna, come accade per altre centinaia di specie di uccelli canori che vengono venduti ogni giorno nelle gabbiette”.

I due esemplari di storno di Bali, chiamato anche maina di Bali o maina di Rothschild, hanno trovato alloggio in un nuovo reparto del parco, con un’area interna riscaldata e un’area esterna in cui convivono con una specie terricola anch’essa asiatica, lo speroniere grigio, un uccello galliforme.

Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa
Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa

Ennesima notizia di inquinamento: è stata ritrovata una bottiglia di plastica di 47 anni fa a Burnham-on-Sea, una cittadina di quasi 20.000 abitanti del Somerset in Inghilterra. La Guardia Costiera ha ritrovato sulla spiaggia una bottiglia di plastica di 47 anni fa. Dopo quasi mezzo secolo in mare è arrivata ai giorni nostri con qualche ammaccatura ma praticamente intatta, mantenendo la sua forma e perfino l’etichetta.
La plastica infatti è capace di durare, inquinando, fino a 450 anni. Fa ancora più impressione che la bottiglia sia stata restituita dalle acque del Sommerset britannico, terra dove il monouso è stato ormai bandito in tutte le sue forme; oltre alle bottigliette non si possono più utilizzare cannucce, cotton fioc e posate.

Nella foto condivisa su Facebook dalla Guardia Costiera e pubblicata sul Guardian si vede bene l’etichetta, quasi perfettamente conservata e si capisce che si tratta di una confezione di detersivo liquido Fairy. Impossibile sapere la quantità precisa del contenuto, visto che l’indicazione di peso dei decimali fu introdotta sui prodotti del Regno Unito solo nel 1971.

Ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono nei nostri mari: non si trova un solo km² di acqua marina libero da detriti in plastica. Anche se solo una piccola quantità di questi galleggia in superficie, le correnti marine formano enormi vortici di plastica, il più grande dei quali ricopre nel Pacifico un’area maggiore di quella dell’Europa centrale.
Su Facebook la Guardia Costiera protagonista del ritrovamento, ha commentato: “Siamo sconcertati dalla quantità di rifiuti spinti dall’acqua sulla spiaggia ed è stato scioccante scoprire quanto a lungo questa immondizia possa sopravvivere danneggiando in ultima analisi la natura”.

Cielo più luminoso: attenzione maltempo in arrivo
Cielo più luminoso: attenzione maltempo in arrivo

Anche se ci troviamo nel corso di una bella giornata di sole, se l’azzurro del cielo trascolora nel bianco o nel grigio significa che sta per arrivare la pioggia.
Il cielo, lo sappiamo, non è sempre azzurro. Può anzi mostrarci una vasta gamma di colori, che vanno dal bianco al rosso acceso. Saper leggere le variazioni cromatiche della volta celeste può in molti casi essere molto utile per capire che tempo farà nel corso delle ore successive.
Pensiamo, ad esempio, a una bella giornata estiva. Alziamo il naso all’insù, e vediamo di essere avvolti da un azzurro chiaro, tenue: ecco, in questo caso ci sono buone probabilità che il bel tempo permanga piuttosto a lungo. Al contrario, sempre restando sulla medesima tonalità cromatica, se notiamo un azzurro profondo, molto intenso, magari anche accompagnato da un’eccezionale visibilità che rende l’orizzonte più nitido che mai, in tal caso l’atmosfera risulta instabile. A farci presagire l’imminente cambiamento delle condizioni atmosferiche e il passaggio a una vera e propria fase di maltempo, invece, è un cielo che mostra di passare progressivamente dall’azzurro al bianco o, addirittura, al grigio. Insomma, un cielo “luminoso”: quasi la volta celeste si fosse improvvisamente “accesa”.

“Parliamo, in quest’ultimo caso, di condizioni che si verificano soprattutto durante l’estate – spiega il meteorologo Rino Cutuli-. Questa colorazione del cielo indica il graduale aumento delle particelle di polvere e di vapore acqueo in atmosfera: di conseguenza, indica anche l’aumento del livello di umidità presente nell’aria. Ciò può avvenire anche in una giornata caratterizzata dall’alta pressione e, dunque, da condizioni di tempo stabile e soleggiato. Il fatto che aumenti l’umidità nell’aria – aggiunge l’esperto – determina una sempre più densa foschia a bassa quota e preannuncia, in ultima analisi, l’avvicinarsi di una perturbazione. Di lì a breve, insomma, potrebbero svilupparsi acquazzoni e temporali anche di forte intensità”.
Ecco quindi che il colore del cielo non soltanto rappresenta un meraviglioso spettacolo della natura, ma spesso ci viene anche in aiuto, dandoci qualche suggerimento in più su come sarà il tempo di lì a breve.

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay
Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay

Il posto da favola reso famoso dal film “The Beach” fa i conti con l’inquinamento. La famosa spiaggia thailandese di Maya Bay, sull’isola di Koh Phi Phi Lee, verrà chiusa a tempo indeterminato per permettere la ripresa dell’ecosistema, devastato da orde di turisti. La spiaggia è diventata celebre dopo il film del 2000 “The Beach” con Leonardo DiCaprio girato interamente in Thailandia tra gennaio e aprile 1999. Le autorità inizialmente avevano deciso di impedirne l’accesso per soli 4 mesi l’anno a causa dell’erosione della spiaggia e dell’inquinamento provocato da migliaia di arrivi giornalieri di turisti. Dopo un primo bilancio positivo, ad agosto si sono resi conto che la situazione era peggiore di quanto previsto e il che divieto temporaneo non era sufficiente.

Sul sito dell’autorità del turismo della Thailandia si legge che la spiaggia, visitata da circa 5000 turisti al giorno, ha bisogno di un periodo di chiusura per ”riprendersi” dai danni causati alla barriera corallina e dalle barche che attraccano nella baia in alta stagione. Si legge che è molto difficile rimediare e riabilitarla perché la sua spiaggia è stata completamente distrutta così come le piante che la coprivano. Il divieto resterà in vigore fino a una completa ripresa e il ritorno a una situazione normale.

Parliamo della goccia di pioggia
Parliamo della goccia di pioggia

Il pianto del cielo. Tante, piccole lacrime che cadono al suolo, sfaldandosi in mille particelle d’acqua. Poeticamente, la pioggia è stata spesso vista così. Specialmente perché, nell’immaginario comune, una goccia di pioggia avrebbe proprio la forma di una lacrima. In realtà, le cose non stanno così. La forma di una goccia di pioggia è ben diversa da una lacrima. Partiamo dalla forma di una goccia d’acqua. “Questa, in assenza di altre forze esterne che potrebbero agire su di essa modificandola, è perfettamente sferica”, afferma il meteorologo Lorenzo Danieli. “Su una goccia di pioggia, invece, cadendo quest’ultima da grandi altezze, agiscono proprio le forze esterne: in particolare, la forza di gravità e la resistenza opposta dall’aria. Ecco quindi che, maggiore è la dimensione di una goccia di pioggia, più la sua forma di differenzierà da quella di una sfera. Mentre le gocce più piccole (quelle con un diametro inferiore a 1 millimetro) hanno una forma quasi sferica, le gocce con un diametro che va da 1 a 3 millimetri, quelle cioè più diffuse, hanno una forma diversa sia dalla sfera che dalla classica “lacrima”. Si presentano, piuttosto con una forma elissoidale, quasi fossero piccole ciambelle o pagnotte, e con la parte rivolta verso il terreno pressoché piatta. Nel loro tragitto dal cielo verso il suolo, le gocce di pioggia si gonfiano e tendono ad appiattirsi. Al momento dell’impatto, queste gocce scoppiano in un’infinità di piccolissime goccioline”.

Per quanto riguarda la loro velocità, in media una goccia di pioggia che cade da 1000 metri di altezza dovrebbe, in teoria, raggiungere il suolo a una velocità di 360 km all’ora: un vero e proprio “proiettile”, in grado di provocare danni inimmaginabili. “La realtà, fortunatamente, è lontana dalla teoria”, rassicura l’esperto. “Grazie infatti all’attrito con l’aria, che riesce ad equilibrare perfettamente la forza del peso della goccia, dopo aver percorso un breve tratto in accelerazione le gocce di pioggia assumono una velocità-limite pressoché costante. Certo, molto dipende dalla grandezza della goccia di pioggia. Una precipitazione classificata come “debole”, nella quale cioè le gocce hanno un diametro di 450 millesimi di millimetro, la velocità di caduta al suolo è di 7,2 km all’ora. Con la pioggia moderata (goccia dal diametro di 1 millimetro) la velocità aumenta a 14,4 km orari. Con la pioggia forte (goccia dal diametro di 1,5 millimetri) la velocità passa a 18 km all’ora. L’acquazzone (goccia dal diametro di 2 millimetri) ha una velocità di 21,6 km orari. Il nubifragio (goccia dal diametro di 3 millimetri) presenta una velocità di 28,8 km all’ora. Il chicco di grandine, infine (chicco dal diametro di 1 centimetro), ha una velocità di ben 180 km orari”.

La forma di una goccia di pioggia rappresenta uno tra i parametri per distinguere le precipitazioni piovose (gli altri elementi distintivi sono la visibilità associata alle gocce stesse e il tipo di nubi che genera la precipitazione). In particolare, la pioviggine (pioggia più debole) è formata da gocce molto piccole e fitte e ha origine in nubi basse dette “strati”, mentre la pioggia vera e propria ha gocce dal diametro che varia tra 0,5 e 6 millimetri e nasce da nubi più spesse dette nembostrati o dai cumulonembi. È interessante notare come, generalmente, molte gocce di pioggia che cadono alle nostre latitudini nascono come fiocchi di neve che poi, attraversando gli strati più caldi vicini al suolo, fondono, diventando così acqua.

Se esaminiamo il numero di gocce che cadono al suolo – aggiunge il meteorologo – possiamo affermare che, nel corso di un temporale di media intensità e della durata di 30 minuti, cadono in media dai 600 ai 1300 miliardi di gocce di pioggia: parliamo di una quantità pari a 4-6 litri per metro quadrato”.
Infine, un dato certamente curioso. Le gocce di pioggia più grosse sono state rilevate nel 2004 in Brasile e nelle Isole Marshall: parliamo di gocce di pioggia con un diametro superiore a 1 centimetro. Gli scienziati hanno spiegato queste dimensioni con la condensazione di grandi particelle di fumo o di collisione tra gocce in zone relativamente piccole con un contenuto d’acqua particolarmente notevole.

Rotterdam: arriva la prima fattoria galleggiante
Rotterdam: arriva la prima fattoria galleggiante

A Rotterdam verrà presto inaugurata Floating Farm, la prima fattoria galleggiante del mondo. La fattoria sorgerà nel porto di Rotterdam e sarà ancorata al fondo dell’Oceano. Nei suoi tre piani, ospiterà 40 mucche, produrrà circa 800 litri di latte al mondo e sarà autosufficiente dal punto di vista energetico, grazie a pannelli solari e turbine eoliche. Sul suo tetto verrà inoltre raccolta e filtrata l’acqua piovana, in modo da poterla riutilizzare.

A Rotterdam la prima fattoria galleggiante

La fattoria galleggiante nel centro della città metterà a disposizione degli abitanti di Rotterdam prodotti di qualità a chilometro zero. Così si ridurrà anche l’inquinamento prodotto dai mezzi di trasporto. La fattoria rappresenta anche una risposta al problema del consumo del suolo, che ogni anno viene “invaso” da nuove costruzioni.

Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga
Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga

Un drone ha ripreso un esemplare di narvalo a oltre 1.000 km dall’area che, tipicamente, ospita questa specie, in compagnia di alcune balene beluga che lo trattavano come se fosse uno del gruppo.

Il narvalo è una specie di mammifero marino molto particolare i cui maschi hanno la caratteristica di avere un lungo dente (simile al corno di un unicorno) che fuoriesce dal labbro superiore dando origine a una zanna che può raggiungere la lunghezza di oltre 2 metri e mezzo!

Un giovane narvalo è stato adottato da una famiglia di balene belugaIl narvalo, normalmente, vive tra i ghiacci nel Mare Artico ed è raro avvistare esemplari di questa specie lontano dal Polo Nord.

Quello che è stato immortalato dal drone insieme ai beluga si trovava nel fiume St Lawrence, in Canada, a oltre mille chilometri dal suo habitat naturale. Secondo i ricercatori canadesi che hanno pubblicato le immagini, è possibile che il giovane narvalo si sia perso allontanandosi in cerca di cibo.

Nonostante la lunga zanna e il colore diverso, il nuovo arrivato sembra essersi integrato alla perfezione ed è il terzo anno consecutivo che i ricercatori lo avvistano in compagnia della sua nuova famiglia!

 

Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti
Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti

Secondo studi recenti, la capacità acrobatica dei ragni sarebbe determinata, oltre che dal vento, dalle cariche elettriche presenti in atmosfera.

Voli spettacolari nell’aria, balzi verso l’alto e planate a terra degne dei migliori acrobati. I ragni sono in grado di fare tutto questo, e anche di più. Evoluzioni certamente spettacolari, che non finiscono mai di stupire. E di renderci anche più simpatici questi piccoli animaletti a 8 zampe, il cui aspetto non risulta certo sempre rassicurante. La tecnica grazie alla quale i ragni compiono meravigliose acrobazie nell’aria è conosciuta col nome di ballooning (termine che trae origine dalla parola balloon, ossia mongolfiera). Grazie proprio al ballooning, i ragni riescono a portarsi a livelli rialzati rispetto al punto in cui si trovano, a sollevare l’addome e produrre grandi quantità di tela: dopo aver fatto tutto questo, i ragni si fanno sollevare dall’aria, arrivando fino a 4 km chilometri di altezza, e si fanno trasportare a centinaia di chilometri di distanza – sì, avete capito bene, centinaia di chilometri! In questo modo, non soltanto riescono a sfuggire ai predatori, ma possono anche andare alla ricerca di cibo in zone più ricche di nutrimenti.

Ma cosa rende possibile queste spettacolari acrobazie aeree? Ad oggi la spiegazione non è ancora univoca. Restano, anzi, vari margini di incertezza. Vi sono due ipotesi primarie. La prima è che, semplicemente, i ragni vengano sollevati dal vento. La seconda, più complessa e affascinante, è che i piccoli aracnidi si facciano portare in aria dalle forze elettrostatiche presenti in atmosfera.
Per quanto riguarda la prima spiegazione, sicuramente il vento ha un ruolo fondamentale nel sollevare i ragni da terra e portarli verso l’alto. È vero però che, anche in giornate nelle quali non soffia un alito di vento, i ragni riescono comunque a spiccare il volo. Ecco quindi subentrare la seconda ipotesi. Rilevante, in merito a questo, risulta lo studio pubblicato recentemente su “Current Biology”, secondo il quale la capacità di spiccare il volo dei ragni sarebbe determinata dalla presenza del campo elettrico terrestre. Se a questa, poi, ci aggiungiamo anche la presenza di vento, i balzi diventano veri e propri viaggi da una parte all’altra.
Com’è noto, noi viviamo all’interno di un enorme campo elettrico, che vede l’atmosfera caricata positivamente e la superficie terrestre fare da polo negativo. A mantenere equilibrato, dal punto di vista elettrico, questo complesso sistema giungono i temporali: ogni giorno, al mondo, se ne contano in media 40mila. Per ogni metro d’aria soprastante la superficie terrestre, la differenza di potenziale elettrico durante le giornate di sole è di circa 100 volt. Nelle giornate di maltempo, invece, questa differenza può aumentare anche di decine di volte. I nostri amici ragni sfruttano proprio questa differenza di cariche elettriche, e le forze che ne conseguono, per spiccare i loro voli.

Per giungere a una valida dimostrazione di questa teoria, presso l’Università di Bristol, nel Regno Unito, i ricercatori Erica Mrley e Daniel Robert hanno effettuato un esperimento di laboratorio. A fare da “cavie” sono stati alcuni ragni appartenenti alla famiglia delle Linyphiidae. Gli scienziati hanno utilizzato ambienti nei quali non vi erano correnti d’aria presenti. In tali ambienti hanno artificialmente generato un campo elettrico uniforme, per poi disattivarlo. Attivando il campo elettrico, si è visto che i ragni producevano un maggior quantitativo di tela con l’evidente scopo di incrementare l’attività di ballooning. Una volta che gli animaletti avevano spiccato il volo, gli scienziati hanno provato a modificare la differenza di potenziale elettrico: aumentandola, i ragni volavano più in alto, abbassandola, anche i ragni perdevano quota. L’ipotesi più accreditata è che i ragni riescano a percepire la differenza di potenziale elettrico grazie alla presenza di alcuni sottilissimi peli sensoriali presenti sulla superficie del loro corpo: questi peletti, in base alle variazioni elettrostatiche, si alzerebbero o si abbasserebbero. Ecco dunque spiegati i mirabili balzi dei ragni ad altezze vertiginose e per distanze incredibilmente lunghe. Un’altra meraviglia di una natura che non smette mai di stupirci.

L’Estate cede il passo all’Autunno con l’equinozio
L’Estate cede il passo all’Autunno con l’equinozio

Nel corso dell’equinozio, trovandosi l’asse di rotazione terrestre perpendicolare alla direzione dei raggi solari, in tutto il Pianeta il giorno e la notte hanno uguale durata. Ci siamo. Il momento da molti paventato, da altri desiderato, sta arrivando. L’estate volge al termine. I giorni si accorciano, iniziano a cadere le foglie, le belle e calde giornate di sole pian piano si allontano. L’autunno è alle porte. Quest’anno l’appuntamento è per domenica 23 settembre. Alle ore 1.54 UTC di quel giorno cadrà l’equinozio d’autunno, momento che sancisce ufficialmente l’inizio dell’autunno astronomico. Ecco quindi che il ciclo produttivo e riproduttivo pian piano terminerà, e la natura gradualmente si preparerà al più rigido clima invernale e a un riposo della durata di vari mesi. Il termine “equinozio” trae origine dal latino aequinoctium, a sua volta derivato da aequa-nox, ossia “notte uguale”: nel corso dell’equinozio, infatti, giorno e notte hanno uguale durata, cadendo i raggi solari in modo esattamente perpendicolare all’asse di rotazione terrestre. L’asse di rotazione terrestre, rispetto al piano di rivoluzione orbitale intorno al Sole, risulta inclinato in media di 23°27′. Questo significa che i raggi solari, in ogni istante, non giungono mai sulla Terra con la stessa angolazione. Nel corso degli equinozi, invece, l’asse di rotazione terrestre risulta perpendicolare alla direzione dei raggi solari: in ogni punto del pianeta, dove il Sole supera l’orizzonte, la durata del giorno è dunque uguale alla durata della notte.

Ogni anno i due equinozi (primavera e autunno), esattamente come avviene per i due solstizi (estate e inverno), cadono a sei mesi di distanza l’uno dall’altro. Equinozi e solstizi segnano convenzionalmente l’avvicendamento delle stagioni astronomiche della Terra. Nell’emisfero boreale l’equinozio di marzo segna la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; l’equinozio di settembre, invece, segna la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Viceversa accade nell’emisfero australe, dove l’autunno comincia con l’equinozio di marzo e la primavera con quello di settembre.

Abbiamo parlato dell’autunno “astronomico”. Dal punto di vista meteorologico, invece, l’autunno ha inizio il 1° settembre, per concludersi il 30 novembre. La spiegazione sta nel dato climatico e meteorologico. Verso la fine di agosto, infatti, mediamente le temperature iniziano a far registrare i primi cali rispetto alla calura estiva e le piogge si fanno più frequenti. Il cambio di stagione, oltre che dal punto di vista astronomico e da quello meteorologico, può essere però definito anche in base a un altro parametro, quello legato alla fenologia. Parliamo di quel ramo della biologia che si occupa dei rapporti tra fattori climatici (temperatura, umidità, fotoperiodo) e la manifestazione stagionale di alcuni fenomeni della vita vegetale, quali la germogliazione delle gemme, la fioritura, la maturazione dei frutti, la caduta delle foglie, etc., oltre che dei rapporti tra fattori climatici e la manifestazione stagionale dei fenomeni relativi alla fauna. Secondo la fenologia, l’inizio delle stagioni non può coincidere con un giorno preciso: si tratterebbe, invece, di un periodo caratterizzato da cambiamenti graduali sia nel mondo vegetale che in quello animale. Modi diversi, dunque, di vedere il mutamento che, ad ogni cambio stagionale, si genera attorno a noi, nel perenne e sempre stupefacente ciclo della vita.

Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli
Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli

Quello che viene abbandonato dall’uomo in natura può durare poche settimane ma anche secoli: le cose che usiamo quotidianamente se gettate senza accortezza possono avere un impatto sull’ambiente più grande di quanto immaginiamo.
Dal punto di vista numerico, i mozziconi di sigaretta sono il rifiuto singolo più abbondante sulla Terra: un mozzicone senza filtro impiega 6-12 mesi per dissolversi, perché è fatto di cellulosa e fibre vegetali di tabacco ed è quindi biodegradabile. Il filtro invece è composto di un materiale chimico sintetico molto resistente e in condizioni normali, sono necessari dai 5 ai 12 anni di tempo per distruggerlo. Si stima che su scala globale, ogni giorno, ne vengano dispersi nell’ambiente più di 10 miliardi.
Resti di frutta e verdura hanno il ciclo di decomposizione più corto: un torsolo di mela impiega circa 15 giorni per decomporsi ma dipende molto dal luogo in cui è stato gettato, dal clima, dalle temperature. Per una buccia di banana occorre almeno un mese, tempo che può anche raddoppiare se viene gettata in mare.

Per la decomposizione di una t-shirt occorrono almeno 6 mesi; il cotone è il tessuto maggiormente biodegradabile ma ad esempio per la lana ci vuole circa un anno.
La degradazione delle gomme da masticare avviene in circa 5 anni: la gomma nonostante sia di origine vegetale, è un materiale difficilmente attaccabile dai microrganismi che riescono quindi a distruggerlo soltanto lentamente.
Decisamente peggio va con i sacchetti di plastica: secondo studi condotti in laboratorio occorrono minimo 20 anni per essere frammentati in micro “porzioni” non visibili. Ogni singolo pezzetto è poi però soggetto all’attacco di microrganismi e alla naturale ossidazione, che portano alla demolizione delle singole molecole. Questa decomposizione può impiegare centinaia di anni, senza contare il fatto che i sacchetti di plastica sono estremamente pericolosi in mare perché possono intrappolare o essere ingeriti da pesci e altri animali provocandone la morte.

I sacchetti per le patatine sono un materiale altamente inquinante: ci vogliono almeno 80 anni prima che scompaiano dall’ambiente. Sono stati trovati dei sacchetti risalenti a più di 30 anni fa.
La degradazione della plastica è molto difficile; ad esempio per la decomposizione di una bottiglia di plastica occorrono 1000 anni perché fa parte degli imballaggi più resistenti, al riparo dalla luce può durare secoli mentre per le posate di plastica o per gli accendini “usa e getta” si stima un periodo che va da 100 a 1000 anni.
Le bottiglie di vetro vengono degradate in tempi molto lunghi, circa 1 milione di anni perché il vetro è un materiale quasi eterno.
Le pile sono le più inquinanti: anche se l’involucro esterno si disintegra abbastanza facilmente, il problema per questo tipo di rifiuto viene dalle sostanze tossiche che contiene, come il piombo, il cromo, il cadmio, il rame, lo zinco e soprattutto il mercurio. Una pila contiene circa un grammo di mercurio, quantità più che sufficiente per inquinare 1.000 litri di acqua. Per questo non devono mai essere gettate nell’ambiente né con i normali rifiuti ma sempre gettate negli appositi contenitori.

Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero
Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero

A causa del cambiamento climatico alcune zone di frontiera possono subire dei cambiamenti. Per questo nel 2009 è stata firmata una legge sui “confini mobili” che, per l’Italia, ha come conseguenza uno spostamento dei confini che, in alcune zone dell’arco alpino, cambiano a causa della ritirata dei ghiacciai.

È quello che è successo in Valle d’Aosta, sul Cervino, dove il confine tra Italia e Svizzera, che prima si trovava sul ghiacciaio, ora coincide ora con una linea di cresta che è emersa di recente e che passa proprio sotto il rifugio “Guide del Cervino” e la vicina scuola di sci, a 3.480 metri sul Plateau Rosa.

 

 

Quali dinosauri vivevano dove, oggi, abiti tu?
Quali dinosauri vivevano dove, oggi, abiti tu?

Con una mappa interattiva puoi osservare come è cambiata la Terra negli ultimi 750 milioni di anni e inserendo il tuo indirizzo scoprirai quali dinosauri vivevano nella tua zona!

dinosauri: la mappa

È possibile visualizzare la mappa cliccando qui. La mappa online può essere navigata scorrendo tra gli anni o tra gli eventi: puoi selezionare un evento che ti interessa – come la comparsa dei dinosauri o quella dei primi ominidi – per osservare come appariva il nostro Pianeta e avere più dettagli su quel momento storico specifico. Inserendo il tuo indirizzo nella barra di ricerca che si trova in alto a sinistra, poi, è possibile scoprire quali specie di dinosauri hanno abitato, milioni di anni fa, proprio nella zona dove oggi vivi tu! Infatti, ti comparirà un elenco delle specie a cui appartenevano i fossili che sono stati rinvenuti nelle vicinanze.

E tu, quale dinosauro avevi come vicino di casa?

“Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”, il proverbio ha solide basi scientifiche
“Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”, il proverbio ha solide basi scientifiche

Il meteorologo Rino Cutuli ci ha spiegato che il celebre proverbio “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle” ha solide basi scientifiche. La comparsa delle tondeggianti nuvole bianche preannuncia l’arrivo di una perturbazione.

Tanti piccoli batuffoli di cotone nel cielo. Un’infinità di morbide, bianche pecore che si muovono, in gregge, nella volta celeste, intervallate da spazi di sereno. “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”. Così recita il ben noto proverbio. Ma sarà proprio vero? Pare di sì. A confermarlo arriva la spiegazione della meteorologia. Quando il cielo si riempie di queste curiose nuvole dalla forma tondeggiante, che si muovono rapidamente all’unisono nella stessa direzione, di solito nell’arco di qualche ora la pioggia arriva davvero.

“Le nuvole di cui si parla in questo proverbio sono quelle che in meteorologia vengono classificate come cirrocumuli o altocumuli- afferma Rino Cutuli-. I primi fanno parte della famiglia delle nubi alte, poste a un’altezza generalmente superiore ai 5000-6000 metri, costituiti per lo più da cristalli di ghiaccio, qualche volta anche da acqua sopraffusa, cioè acqua allo stato liquido nonostante una temperatura all’interno della nube inferiore allo zero. I secondi – prosegue il meteorologo- rientrano nella categoria delle nubi medie, collocati tra i 3000 e i 6000 metri di quota, composti da piccole gocce d’acqua o cristalli di ghiaccio o ancora da acqua sopraffusa. Rispetto ai cirrocumuli, gli altocumuli hanno un’ombra propria e sono costituiti da fiocchi più grandi e da una base più scura, che spesso possono estendersi per l’intera porzione di cielo visibile. In entrambi i casi- conclude l’esperto- si tratta di nubi poco spesse che rappresentano l’avanguardia di una perturbazione (generalmente un fronte caldo), quasi sempre annunciata anche quarantotto ore prima del sopraggiungere di aria calda e umida in quota che, insieme a una certa instabilità dell’aria, è alla base della formazione di queste nubi”.

Ecco quindi perché è bene munirsi di impermeabile e ombrello. Nell’arco di poche ore, infatti, è altamente probabile che si registri un peggioramento del tempo, con l’arrivo della pioggia. Spesso, queste precipitazioni giungono sotto forma di piogge deboli o moderate, ma continue. Ed ecco quindi perché, anche in questo caso, un vecchio adagio popolare rivela una grande saggezza e una profonda conoscenza del mondo naturale che ci circonda.