Categoria: Edu

La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch
La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch

Quando si fa riferimento ad eroi del clima non si può non prendere in considerazione Martin Hutchinson e il suo cane Starsky: hanno viaggiato per 34000 km in America Latina e oltre 17000 km in Europa con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a prendersi cura dell’ambiente. Tutto è iniziato nel 2006 quando Martin, nativo di Manchester (Inghilterra) ed ex vigile del fuoco in pensione, è partito dal Messico in compagnia del suo cane a bordo di una Recumbent Trcycle, una speciale bicicletta a 3 ruote, per documentare l’emergenza rifiuti e le conseguenze catastrofiche che ha sull’uomo e sull’ambiente. I due si spostano con tanto di bandiera del Regno Unito e la scritta Starsky & Hutch. Sono inseparabili; il cane Starsky è stato trovato da lui quando era un cucciolo, abbandonato in un canale in Portogallo.

Ad ogni fermata Martin porta avanti l’obiettivo di mostrare agli studenti delle scuole i rifiuti che l’essere umano getta sul Pianeta. “In questi anni ho visitato più di 600 tra scuole e università per parlare di ambiente e provare a fare capire, anche a seguito della mia esperienza e della mia osservazione, i danni che gli arrechiamo ogni giorno. Cercando di mettere a contatto i ragazzi con la realtà, mostrando loro i rifiuti che ho raccolto, in poche ore, nelle loro città. Provando a fare loro capire come, invece, possiamo entrare in contatto con il Pianeta”.

Finora ha avuto bisogno di 38 paia di scarpe per realizzare il suo percorso che gli ha permesso di conoscere 21 paesi. Ha creato anche un canale Youtube in cui carica tutti i video che gira. “In un solo un chilometro di spiaggia in Portogallo ho raccolto 431 bottiglie di plastica e 70 yogurt. Nessuno può immaginare quanti bastoncini per le orecchie ci siano nella sabbia. Spero di continuare a pedalare fino al 2030, il mio obiettivo è arrivare in Australia”.

Piste ciclabili fluo: la bellezza di pedalare in un mare di stelle
Piste ciclabili fluo: la bellezza di pedalare in un mare di stelle

Pedalare di sera sopra un mare di stelle? Non è un sogno ma una realtà. Da sempre l’Olanda è considerata il Paese della bicicletta ma in Europa anche la Polonia si è dimostrata particolarmente attenta ai ciclisti e alla loro sicurezza. È stata progettata qui infatti una delle strutture più moderne ed innovative dedicate alla circolazione in bici: si tratta di una pista ciclabile il cui manto stradale alla fine del giorno, si illumina di azzurro, colore che si abbina bene all’ambiente circostante, permettendo al ciclista di pedalare in tutta sicurezza. Tutto ciò è possibile grazie ad uno speciale materiale che, durante il giorno, si ricarica attraverso l’energia solare e con il buio emette poi la luce. Si tratta di una trovata davvero ingegnosa che fonde alla perfezione l’attenzione alla qualità dell’aria, mediante la circolazione in bicicletta e il risparmio energetico attraverso lo sfruttamento di fonti rinnovabili come la luce solare.

Si trova nei pressi della località Lidzbark Warmisnki, nel nord-est; è illuminata dal fosforo, materiale sintetico che si illumina dopo essere stato caricato dal sole. Il percorso stellato è stato creato da TPA Instytut Badań Technicznych Sp. z oo; Igor Ruttmar il presidente della società ha dichiarato che il materiale utilizzato per la pista è in grado di ricaricarsi di energia sufficiente per garantire più di 10 ore di illuminazione fornendo, dunque, copertura per l’intera durata della notte. In Olanda è già stata realizzata una pista ciclabile illuminata ispirata nientemeno che alla Notte Stellata di Van Gogh. Si trova a Nuenen ed è stata progettata dal designer Daan Roosegaarde che ha ideato un percorso costellato di puntini luminosi che emettono luce di sera ricaricandosi, durante il giorno, attraverso la luce solare. Il percorso olandese è però dotato in alcuni punti anche di luci al LED supplementari nel caso in cui, durante giornate particolarmente nuvolose, l’energia solare non fosse sufficiente a ricaricare il sistema di illuminazione. Lungo il percorso di Lidzbark Warmisnki non è stata invece prevista l’installazione di alcuna fonte di luce supplementare.

Ma gli sviluppatori non hanno dedicato un occhio di riguardo soltanto al risparmio energetico, ma anche a quello economico. Sono infatti costantemente a lavoro per studiare un sistema che permetta di gestire e realizzare il loro progetto nella maniera meno costosa ed onerosa possibile.

Troppi turisti in Islanda per un video di Justin Bieber
Troppi turisti in Islanda per un video di Justin Bieber

L’Agenzia islandese dell’Ambiente ha deciso di vietare l’accesso al canyon Fjadrargljufur fino al prossimo 1° giugno per il sovraffollamento turistico. Si tratta di un sito spettacolare che si trova nella parte sud-orientale: è profondo 100 metri, lungo circa 2 km e viene considerato una vera meraviglia della natura. L’incredibile aumento dei turisti registrato negli ultimi anni oltre alla bellezza del luogo è dovuto a un video girato da Justin Bieber. La famosissima pop star ha infatti girato qui il video della sua hit I’ll show you” alla fine del 2015 così il luogo ha acquisito una popolarità tale da rimanere “vittima” del turismo di massa.

Daniel Freyr Jonsson, consigliere del locale dipartimento di conservazione della natura all’agenzia AFP, ha spiegato che il calpestio dei turisti, sommato al naturale decorso del disgelo, a chiusura di un inverno particolarmente umido, hanno trasformato l’area e gli stessi sentieri per il pubblico in una fanghiglia praticamente inaccessibile. A causa della consistenza e dello spessore dello strato fangoso i turisti finiscono per scavalcare le recinzioni che delimitano le aree dove cresce vegetazione protetta, facendo parecchi danni.

Il canyon si è formato per erosione glaciale circa 9000 anni fa e si presenta come un susseguirsi di falesie sinuose, alte fino a 100 metri e ricoperte di verde. C’è tutto il meglio dell’isola vichinga, in quel mix di terra e di acqua che si incuneano l’una nell’altra fino a non farti distinguere tra mare e aree fluviali-lacustri.

La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta
La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta

La mobilitazione di venerdì 15 marzo 2019 passerà alla storia della lotta per il clima: lo sciopero salva-pianeta è stato un evento record. In Italia si sono mosse un milione di persone. Milano, con 100000 partecipanti è stata la città italiana che ha fatto registrare la partecipazione più alta tanto che il percorso è stato deviato per arrivare in piazza Duomo e non più in piazza della Scala, troppo piccola per accogliere tutti. Napoli ne ha contati 50000, 30000 Roma, 20000 Torino, 10000 Firenze e Genova, 3000 Bologna e Bergamo. La protesta ha toccato tutti i continenti, coinvolto 100 nazioni e animato di persone, colori e slogan 1700 città con cortei, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina.

Le centinaia di migliaia di ragazzi che in tutto mondo hanno marciato per chiedere ai potenti del Pianeta di agire ora per contrastare i cambiamenti climatici hanno seguito l’esempio di Greta Thunberg, la ragazza che, con la sua lotta solitaria ha dato vita al movimento Fridays For Future. Nominata “donna dell’anno” in Svezia in base a un sondaggio condotto su un campione di 1000 persone dall’istituto Inzio per il quotidiano Aftonbladet, è un’attivista di soli 16 anni che si è fatta conoscere grazie ai suoi scioperi: ogni venerdì salta la scuola per manifestare davanti al Parlamento di Stoccolma affinché i potenti della Terra si decidano a lottare per salvare il Pianeta dalle devastazioni dei cambiamenti climatici. Aftonbladet (il foglio della sera) è un quotidiano serale svedese, pubblicato in formato tabloid con sede a Stoccolma. Anche un altro giornale svedese, Expressen, l’ha dichiarata donna dell’anno per decisione di una giuria in occasione della festa della donna.

Nella top ten di Aftonbladet, la ragazzina di Stoccolma ha battuto personalità come l’ex presidente dell’Accademia di Svezia, Sara Danius, o come la principessa Victoria. “Wow, è incredibile. È una cosa che mi sconvolge, ed è difficile da credere ma è anche la dimostrazione che quello che sto cercando di fare in qualche modo fa la differenza. E il fatto che io sia così giovane è anche buffo. Praticamente sono una bambina” queste le sue parole. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha citata come esempio positivo per la sua lotta ai cambiamenti climatici e viene seguita in tutto il mondo: stanno nascendo migliaia di sezioni locali del movimento Fridays For Future (“venerdì per il futuro”). “Il tempo di agire è proprio adesso, vi aspettiamo ogni venerdì nelle piazze per provare a salvare il Pianeta. Comunque la si pensi questa volta ne vale davvero la pena” queste le parole degli attivisti di Friday For Future.

A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare
A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare

Villasimius, uno dei comuni più conosciuti della Sardegna meridionale, sta per diventare sede di un’innovativa pista ciclo-pedonale con i pannelli solari. La città potrebbe diventare pioniera nella realizzazione italiana di una struttura del genere. Il progetto prevede la realizzazione della pista rivestita di pannelli fotovoltaici, sormontati da una lastra di vetro antiscivolo e integrati in una struttura d’acciaio sollevata e ancorata a terra, in grado di produrre energia che andrebbe a soddisfare il fabbisogno di chi si trova in prossimità del tracciato.

Il percorso lungo circa 4 km, partirebbe dal centro del paese per finire al porto turistico. Sarà finanziato in parte con fondi comunitari, in parte con una campagna di raccolta che coinvolgerà cittadini e aziende. La produzione di energia da fonti rinnovabili contribuirà al raggiungimento degli obiettivi ambientali del comune, alla riduzione delle emissioni di CO2 e comporterà un risparmio energetico. Diventerà inoltre un elemento di attrazione per il territorio. I lavori potrebbero iniziare già a maggio.

La prima pista ciclabile con pannelli solari incorporati al mondo si chiama SolaRoad. É stata inaugurata nel 2014 ad Amsterdam: 70 metri di pista producono l’energia necessaria per 3 case. Il sindaco della cittadina sarda Gianluca Dessì ha dichiarato: “La pista ciclo-pedonale solare è il più innovativo ma non l’unico tra i progetti portati avanti in questo senso che includono, tra gli altri, l’illuminazione a led, le colonnine di ricarica, l’impianto di compostaggio, i cuscini di posidonia, i bidoni della spazzatura galleggianti “Seabin” e la riqualificazione del lungomare che sarà ultimata tra qualche mese”.

Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra
Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra

Lunedì 8 aprile alle 23:00 è stata inaugurata nel cortile della sede dell’Università degli Studi di Milano un’installazione luminosa creata da Maria Cristina Finucci. “HELP” è il grido d’allarme dei nostri mari che stanno soffocando a causa della plastica. In collaborazione con la One Ocean Foundation, Ariston Thermo Group e il magazine di design Interni, l’installazione “HELP” è stata esposta nell’ambito del Fuorisalone della Design Week. Maria Cristina Finucci è artista, architetto e designer; nata a Lucca, laureata all’Università degli Studi di Firenze, ha vissuto e lavorato a Mosca, New York, Parigi, Bruxelles e Madrid ed attualmente risiede a Roma. Nel 2012 ha dato il via ad una monumentale opera di arte contemporanea chiamata Wasteland, un progetto artistico ideato per sensibilizzare le persone sul problema delle immense chiazze di rifiuti plastici dispersi negli oceani. L’idea fondante è stata quella di comprendere questi “territori” in uno stato federale inventato, chiamato Garbage Patch State Project, una nazione che rappresenti i devastanti effetti dell’inquinamento marino che comprende 5 isole per una superficie complessiva di circa 16 milioni di metri quadrati. Un arcipelago di bottiglie di plastica, tappi, buste, scarpe, piatti e bicchieri.

Le 4 lettere di “HELP” sono state interamente realizzate con tappi di plastica proprio per spronare un consumo sostenibile e in vista dell’estate, ricordarsi dell’inquinamento che attanaglia i nostri oceani con l’urgenza di prendere una posizione concreta per salvare la natura che ci circonda, a partire dal cambiamento delle nostre abitudini quotidiane.

“Essere parte di questa iniziativa ci riempie di orgoglio. Il nostro gruppo crede fermamente nella sostenibilità, nella necessità di una crescita responsabile, che tuteli la salvaguardia del nostro Pianeta. “HELP”, l’installazione di Maria Cristina Finucci, oltre a essere perfettamente in linea con i nostri valori, è un messaggio importante alle generazioni presenti e future. Una richiesta a cui tutti dovremmo prestare attenzione, per il bene del nostro Pianeta e di chiunque lo popoli” ha commentato Mario Salari, Italy Country Manager di Ariston Thermo Group.

 

Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga
Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga

Gli ambientalisti a fine 2018 avevano lanciato l’allarme sulla prigione di balene di Nakhodka, nella Russia orientale vicino a Vladivostok: grazie a una petizione di change.org firmata anche da star come Leonardo di Caprio si è riusciti a fare qualcosa di concreto. Più di 100 balene catturate nei mari russi erano rinchiuse in piccoli recinti affollati dove avrebbero atteso di essere vendute nei parchi a tema cinesi. Foto e immagini, riprese anche con l’ausilio di droni mentre sorvolano l’area, hanno fatto il giro del mondo. Il 27 febbraio DiCaprio ha condiviso sui suoi profili social la petizione chiedendo ai follower di firmarla e condividerla; oltre 900.000 persone da tutto il mondo si sono unite alla campagna; tra queste anche Pamela Anderson che ha sollecitato il presidente russo Putin ad attivarsi per liberare questi animali.

La Russia è uno dei Paesi nei quali la caccia alle balene è consentita per scopi scientifici, una regola che però consente spesso uccisioni e catture illegali. Le autorità russe hanno fatto sapere di aver denunciato i responsabili delle compagnie per aver violato le regole della pesca. Dmitry Kobylkin, ministro dell’Ambiente russo, ha dichiarato: “Non ci sono dubbi che le balene saranno liberate, ma la cosa importante è farlo nel modo giusto”.

La preoccupazione, infatti, è che il freddo potrebbe creare problemi soprattutto ai piccoli. Ci sono però anche problemi di carattere burocratico e formale, poiché, appunto, la cattura dei cetacei per scopi scientifici e didattici in Russia non è illegale e quindi se i responsabili dimostrassero che gli acquirenti le avrebbero usate a scopi educativi potrebbero farla franca.

Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”
Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”

Le Isole Faroe sono un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca e comprende 18 isole vulcaniche rocciose situate tra l’Islanda e la Norvegia nell’Oceano Atlantico settentrionale. Contano circa 50000 abitanti e costituiscono un paradiso naturalistico straordinario con paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore che attraggono escursionisti e appassionati di birdwatching da tutto il mondo. Anche se si trovano sperdute in mezzo all’oceano, sono facilmente raggiungibili in aereo o via mare e una volta arrivati ci sono ottimi collegamenti interni: tunnel stradali, traghetti, strade rialzate e ponti. L’ecosistema naturale è molto delicato e alcune delle aree più visitate hanno cominciato a mostrare i primi segni di logorio causati dal passaggio dei turisti. Il governo ha così deciso di correre ai ripari chiudendo le frontiere per un intero weekend, in modo da rimettere tutto in ordine e preservare le bellezze delle Isole.

Così dal 26 al 28 aprile verranno chiuse le porte ai turisti: non entrerà nessuno, a parte 100 volontari che hanno deciso di aderire prontamente all’iniziativa dell’ente locale di promozione dell’ospitalità. Queste persone si sono iscritte sul sito visitfaroeislands.com dove sono stati accettati solo i primi 100 che si sono fatti avanti. Questi viaggiatori, insieme alla popolazione locale, parteciperanno a progetti di ristrutturazione o di miglioramento dei servizi turistici. Saranno impegnati a realizzare nuovi sentieri per il trekking o a ripristinare quelli nelle condizioni peggiori, costruendo gradini, alzando recinzioni di sicurezza e sistemando la segnaletica e i cartelli. Non sono state richieste capacità o qualifiche specifiche, a parte la buona volontà.

Il volo è a carico dei partecipanti che però hanno potuto approfittare di una tariffa fissa e agevolata di 280 euro, con andata e ritorno da Copenaghen. Una volta giunti a destinazione, le spese di spostamento, vitto e alloggio saranno sostenute dal governo delle Faroe. A lavori finiti, volontari e abitanti che hanno collaborato ai progetti di manutenzione saranno invitati a una grande festa di ringraziamento.

L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici
L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici

In base all’European Aviation Environmental Report 2019 (rapporto che fornisce alla Commissione Europea una valutazione aggiornata delle prestazioni ambientali dell’aviazione in Europa) realizzato dalla European Union Aviation Safety Agency (un’agenzia dell’Unione Europea responsabile della sicurezza dell’aviazione civile ) in collaborazione con l’European Environment Agency (organismo della UE che si dedica alla fondazione di una rete di monitoraggio per controllare le condizioni ambientali europee) ed Eurocontrol (organizzazione intergovernativa civile e militare il cui scopo principale è di sviluppare e mantenere un efficiente sistema di controllo del traffico aereo a livello europeo) il settore dell’aviazione è responsabile dei cambiamenti climatici andando ad impattare sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Il rapporto afferma che mentre l’aviazione ha prodotto benefici economici, stimolato l’innovazione e migliorato la connettività in Europa, la crescita del settore ha anche aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

È stato stimato che tra il 2014 e il 2017 il numero di voli è aumentato dell’8% e si prevede che entro il 2040 cresca del 42%. I miglioramenti tecnologici, il rinnovo della flotta e l’aumento dell’efficienza operativa sono stati in grado di controbilanciare parzialmente l’impatto della recente crescita, ma dal 2014 si è registrato un aumento del rumore e delle emissioni complessive. Nel 2016 l’aviazione nazionale e quella internazionale erano responsabili per il 3,6% delle emissioni totali di gas serra dell’UE e per il 13,4% delle emissioni prodotte dai trasporti. L’efficienza ambientale dell’aviazione continua a migliorare ed entro il 2040 sono previsti ulteriori passi in avanti in termini di consumo medio di carburante per passeggero chilometro volato (-12%) e di energia acustica per volo (-24%). Sempre entro il 2040 si stima però che le emissioni di CO2 e di NOx (ossido di azoto) prodotte, dovrebbero aumentare rispettivamente di almeno il 21% e il 16%.

La Commissione Europea avverte che il contributo del settore alla lotta contro i cambiamenti climatici richiederà il suo pieno impegno a investire in soluzioni per la decarbonizzazione del trasporto aereo, lavorando alla visione della decarbonizzazione dell’UE nel 2050. Per affrontare i cambiamenti climatici e contribuire debitamente agli obiettivi di temperatura concordati nell’ambito dell’accordo di Parigi il rapporto sottolinea anche la necessità di concordare un approccio efficace e solide misure globali volte a trovare soluzioni a queste sfide per fornire un sistema aereo sostenibile a lungo termine.

Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente
Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente

Una sfida on-line si sta diffondendo sempre di più per spingere i ragazzi a prendersi cura del Pianeta. Si tratta del #trashtag challenge che invita le persone a recarsi nelle aree coperte da immondizia, raccogliere la spazzatura e postare sui propri profili social il luogo pulito, prima e dopo l’intervento. La sfida è iniziata il 5 marzo 2019 ed è stata lanciata da Byron Román, 53enne che vive a Phoenix in Arizona; di mestiere si occupa di prestiti finanziari ma tiene molto all’ambiente. Román è partito postando su Facebook uno scatto in cui si vede un uomo seduto in una zona boscosa e molto sporca, accostata a una seconda immagine sempre dello stesso posto, questa volta completamente ripulito con tanto di sacchi pieni ben in vista e l’uomo dello scatto precedente in piedi soddisfatto. Sopra le parole: “Ecco una nuova #sfida per tutti voi ragazzi annoiati. Fai una foto di una zona che ha bisogno di un po’ di pulizia o manutenzione, poi fai una foto dopo che hai fatto qualcosa a riguardo e posta”.

Dall’inizio della sfida, in poco tempo sono stati pubblicati più di 50000 post su Instagram che hanno utilizzato l’hashtag e innumerevoli volontari si sono attivati per ripulire parchi, strade, riserve naturali e spiagge in tutto il mondo. La #trashtag challenge serve anche per dare maggior consapevolezza della condizione dei rifiuti sul nostro Pianeta e dell’inquinamento degli oceani. In media all’anno vengono prodotte 1.3 miliardi di tonnellate di rifiuti e solo dalle 258 alle 368 milioni di tonnellate finiscono nei 50 più grandi centri di smaltimento di rifiuti, mentre le restanti milioni di tonnellate si riversano nell’oceano e l’80% si deposita poi sulle spiagge.

Buona sfida social a tutti!!!

Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.

Proteggiamo le balene
Proteggiamo le balene

Si stima che nel 2100 metà delle specie marine saranno a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e della pesca intensiva. Le balene purtroppo da anni sono oggetto di una caccia selvaggia ma grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del Pianeta la loro condizione sta pian piano migliorando. Nonostante il divieto di caccia alle balene sia entrato in vigore nel 1986, si calcola che 6 su 13 specie potrebbero ancora scomparire. Diverse popolazioni fortunatamente stanno tornando a crescere di numero anche se ci sono delle zone, come il Nord Atlantico, dove ne rimangono pochissimi esemplari. Come chiesto da decine di associazioni ambientaliste, bisognerà riuscire a garantire che entro il 2030 il 30% degli oceani del mondo si trovi in aree marine protette che al momento sono ancora troppo poche, appena intorno al 2%. Le minacce più gravi per queste maestose creature del mare, oltre alla pesca, sono legate al traffico marittimo e all’inquinamento acustico, in particolare dei sonar, oltre che all’inquinamento da plastica che fa strage di cetacei, come ad esempio i capodogli e l’acidificazione degli oceani.

Per cercare di tutelare questi animali è stata istituita la Giornata Mondiale delle Balene, datata 16 febbraio. La festa annuale è stata fondata a Maui, Hawaii, nel 1980, proprio per onorare le megattere che nuotano al largo delle sue coste. Si tratta del principale evento del Maui Whale Festival. Tutti gli anni centinaia di appassionati si affollano sull’isola per partecipare a questo evento gratuito, organizzato dalla Pacific Whale Foundation,un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di proteggere i nostri oceani attraverso la scienza e la difesa e offre attività di whalewatching educativo.

Non è necessario però andare fino alle Hawaii per celebrare questo giorno speciale: basta solo ricordarsi che ognuno di noi, nel suo piccolo può dare una mano. Con questa giornata il WWF ricorda dunque l’importanza di proteggere questo animale e per quanto riguarda l’Italia, in particolare le specie che vivono nel Santuario di Pelagos. Questa zona marina di 87.500 km² è nata da un accordo tra l’Italia, Principato di Monaco e Francia per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano; si tratta di una vasta porzione di Mediterraneo incastrato tra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, unica nella sua ricchezza di biodiversità.

Emergenza Everest: sta diventando una discarica
Emergenza Everest: sta diventando una discarica

Lo zampino negativo dell’uomo arriva ovunque, anche nei posti più impensati: sul monte Everest ad esempio si è accumulata negli anni sempre più spazzatura. Secondo quanto denunciato dal capo dell’associazione degli scalatori nepalesi Ang Tshering, una grande quantità di rifiuti organici e non, verrebbe lasciata dai migliaia di scalatori che ogni anno si avventurano sulle creste, fermandosi anche per 2 mesi. I rifiuti non correttamente smaltiti, rischiano di compromettere gli equilibri ambientali del luogo. Il monte Everest è la vetta più alta del continente asiatico e della Terra con i suoi 8.848 metri di altitudine, situato nella catena dell’Himalaya: proprio a causa dell’inquinamento è stato spesso definito “la discarica più alta del mondo”.

Le spedizioni che ne tentano l’ascesa, lasciano sulla propria strada un po’ di tutto: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci; così tonnellate di immondizia si stanno accumulando su uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Le autorità cinesi hanno deciso di mettere fine a questa allarmante situazione: fino a nuovo ordine, l’accesso al campo base dal lato di tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri, sarà limitato solo a chi ha ottenuto un permesso di scalata. Tutti gli altri visitatori si dovranno fermare al monastero di Rongbuk, più in basso. Questo monastero si trova a 5100 metri e ha la fama di essere il più alto santuario buddhista al mondo: oltre ad essere un’importante meta spirituale di pellegrinaggio, offre alcune delle vedute più meravigliose ed eccezionali del Tibet. I permessi per salire oltre il monastero saranno pochi, appena 300 l’anno e una squadra speciale composta da 200 persone avrà il compito di ripulire la vetta dai rifiuti e provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Sia le autorità cinesi che quelle nepalesi stanno cercando in vari modi di contenere l’inquinamento. Per tutti i visitatori è stato introdotto l’obbligo di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa, un gruppo etnico che vive sulle montagne del Nepal, ma anche alle guide ed ai portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni, verrà dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura raccolto sulla montagna mentre un deposito di 4000 dollari verrà trattenuto su ogni spedizione e reso al ritorno solo a chi dimostrerà di non aver lasciato immondizia per strada.

Himalaya a rischio
Himalaya a rischio

Notizie allarmanti che riguardano la grande catena montuosa dell’Himalaya giungono dall’International Centre for Integrated Moutain Development (ICIMOD), un’organizzazione scientifica intergovernativa basata in Nepal. Secondo uno studio i due terzi dei ghiacciai di quello che viene considerato il “terzo polo” del mondo, dopo Artico e Antartide, potrebbero sciogliersi entro il 2100 a causa dei cambiamenti climatici. L’Himalaya, sistema montuoso dell’Asia centrale il cui nome significa “dimora delle nevi”, è la catena montuosa che ospita le montagne più alte della Terra: per questo viene anche chiamato “tetto del mondo”. I suoi ghiacciai sono una fonte d’acqua per circa 250 milioni di persone che abitano le montagne e anche per 1,65 miliardi di persone che vivono nelle valli fluviali sottostanti e alimentano 10 dei più importanti sistemi fluviali del mondo, tra cui il Gange, l’Indo, il Fiume Giallo, il Mekong e l’Irrawaddy.

Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare un peggioramento dell’inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche estreme, monsoni sempre più irregolari, mettendo in crisi la produzione agricola ed energetica e la stessa sopravvivenza. La ricerca ha richiesto 5 anni di lavoro, coinvolgendo oltre 350 ricercatori ed esperti di politiche, 185 organizzazioni, 210 autori, 20 revisori di riviste e 125 revisori esterni. Secondo lo studio se il riscaldamento terrestre fosse limitato a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale, entro il 2100 la regione himalayana perderebbe il 36% dei suoi ghiacciai; se l’aumento fosse di 2 gradi, lo scioglimento raggiungerebbe i due terzi dell’attuale estensione. “È la crisi climatica di cui non avete mai sentito parlare” queste le parole di Philippus Wester, portavoce dell’ICIMOD.

Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento
Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento

Haaziq Kazi a soli 12 anni può già definirsi un eroe del clima; nato l’8 aprile 2006 è uno studente delle scuole superiori di Pune, una grande città del Maharashtra, uno stato dell’India occidentale. Questo bambino è diventato famoso per il suo progetto “Ervis” volto a ripulire gli oceani dall’immondizia, principalmente dalla plastica. Haaziq racconta che l’idea gli è venuta 3 anni fa quando seduto davanti alla tv stava guardando un documentario di National Geographic sull’inquinamento da plastica e rimase spiacevolmente colpito nell’apprendere che ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate. Da allora ha deciso di combattere per cambiare le cose: “I detriti di plastica uccidono milioni di animali, dai pesci agli uccelli. Dobbiamo intervenire, fare qualcosa” è la frase che il piccolo indiano non si stanca mai di ripetere durante le interviste.

Ha così ideato una nave, chiamata Ervis, che servirà a raccogliere la plastica che intasa tutti gli oceani del mondo: si tratta di una barca enorme, capace grazie a un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri, di risucchiare tutta la plastica dall’acqua. Il suo progetto è ricco di dettagli: dai filtri posizionati intorno allo scafo fino alle stanze per raccogliere e separare i rifiuti. Ne sono rimasti impressionati anche progettisti esperti che stanno valutando la fattibilità della nave. Il suo disegno è sorprendente se si pensa che il piccolo studente ha iniziato a realizzarlo quando aveva appena 9 anni.

La sua idea e il suo impegno sono diventati una fonte di ispirazione tale che il giovane Haaziq viene spesso invitato a parlare durante convegni, incontri, oppure negli studi televisivi dove spiega passo dopo passo come vorrebbe ripulire gli oceani dalla plastica. Ad ogni intervista o domanda Haaziq fornisce puntualmente risposte piene di dati scientifici ricordando come sia necessario agire al più presto. Il suo sogno è che qualcuno intenda realmente investire nel suo progetto per trasformare la sua visione in realtà e lo aiuti a costruire la sua barca.