Categoria: Edu

Anche le scarpe possono essere ecosostenibili! Scopriamo insieme cosa si è inventata Converse
Anche le scarpe possono essere ecosostenibili! Scopriamo insieme cosa si è inventata Converse

Numerose iniziative e campagne di sensibilizzazione sul tema dell’inquinamento ambientale sono state messe in atto da organizzazioni e brand come Adidas, Puma, Reebok, Everlane e Native Shoes. In questa ottica Converse ha lanciato la sua prima collezione di sneakers sostenibili chiamata “Renew” creata con materiali 100% riciclati. Lo slogan della linea Converse è “Life is too short to waste”: “la vita è troppo breve per sprecare”. Nel quartier generale di Converse, a Boston, il brand ha dato vita a questo progetto che unisce perfettamente il “vivere sostenibile” all’essere trendy, spingendo davvero oltre i limiti creativi il processo utilizzato per realizzare le sue scarpe; si tratta della sua prima collezione di scarpe da ginnastica realizzate con materiali esistenti.

L’azienda raccoglie e ricicla le bottiglie di plastica dai paesi in via di sviluppo, le macina in piccole scaglie, le scioglie e le fila. Oltre alla tomaia in poliestere riciclato, le sneakers vantano un’intersuola leggerissima e un’allacciatura stringata, creata con lo stesso tipo di filamento, dalle proprietà naturali e biodegradabili. I modelli compresi nella collezione sono le Chuck Taylor e le Chuck 70 nelle versioni high top e low top; tutto, dai colori scelti al carattere utilizzato per lo slogan “life’s too short to waste”, conferisce alle sneakers quella sensazione nostalgica, tipica e tanto amata da Converse, con un appeal tutto nuovo dato dal fatto che acquistandole, stai vivendo una vita più sostenibile.

I danni del riscaldamento globale: attenzione alla concentrazione di metilmercurio
I danni del riscaldamento globale: attenzione alla concentrazione di metilmercurio

Uno studio condotto da scienziati della Harvard University e pubblicato dalla rivista Nature riporta dati allarmanti riguardo la concentrazione di metilmercurio: negli ultimi 30 anni è aumentata del 23% nel merluzzo e del 27% nel tonno rosso pescato nel Golfo del Maine. L’agenzia Reuters Elsie Sunderland coautrice dello studio, ha sottolineato che il metilmercurio è un composto organico che può causare gravi danni al cervello e al sistema nervoso ed è particolarmente dannoso durante il terzo trimestre di gravidanza, quando il cervello si sta sviluppando più rapidamente e per i bambini piccoli. Alle donne incinte è stato consigliato da tempo di evitare il consumo di pesce spada e di carne di squalo per gli alti livelli di mercurio ma finora il merluzzo era sempre stato consigliato come alimento ricco di nutrienti e proteine preziosi per lo sviluppo dei bambini. Anche in questo caso c’entrano i cambiamenti climatici in quanto l’aumento della temperatura dei mari ha aumentato il fabbisogno energetico dei pesci piccoli che di conseguenza ingeriscono più prede contenenti metilmercurio. I pesci piccoli vengono a loro volta mangiati dal tonno, che aumenta i suoi livelli di tossicità.

“Non è che tutti dovrebbero essere terrorizzati dopo aver letto il nostro documento e smettere di mangiare frutti di mare, alimento molto salutare e nutriente. Volevamo mostrare alle persone che i cambiamenti climatici possono avere un impatto diretto su ciò che si mangia, cioè che queste cose possono influenzare la salute. Dobbiamo ridurre le emissioni di mercurio e attualmente la più grande fonte negli Stati Uniti, circa il 40% delle emissioni, è rappresentata dalle centrali a carbone” queste le parole di Sunderland, docente di chimica ambientale presso la School of Public Health ad Harvard.

Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche
Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche

La lotta contro l’inquinamento del diciottenne irlandese Fionn Ferreira vale la pena di essere citata: inventando un sistema per rimuovere la microplastica dalle acque del nostro Pianeta, è diventato un nuovo “ambassador” dell’ambientalismo classificandosi primo nel Google Science Fair Grand Prize. In questa competizione per teenager dai 14 ai 18 anni, ha battuto 23  finalisti internazionali; goodnewsnetwork.org conferma che è stata la sua tecnica affinata ad arte a conquistare la commissione esaminatrice. Google lo ha premiato anche con 50000 dollari che verranno da lui utilizzati per mettere in pratica ed affinare la tecnica. Utilizzando magneti e ferro fluido, una combinazione di olio e polvere di magnetite, è riuscito a raccogliere pezzetti minuscoli di plastica dai campioni d’acqua. “Ho studiato questo metodo di estrazione su dieci diversi tipi di microplastiche; la concentrazione è stata misurata prima e dopo con uno spettrometro di mia realizzazione e un microscopio. I risultati hanno supportato la mia ipotesi di un’estrazione pari all’85%”.

La microplastica presente nelle acque, in genere, misura non più di 5 millimetri di diametro e diventa impossibile evitare che non finisca negli oceani, laghi e acquedotti urbani utilizzando i metodi tradizionali di filtrazione; è uno dei peggiori spettri dell’inquinamento causato da oltre 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani. La sua idea potrebbe diventare una svolta epocale. “Non vedo l’ora di applicare le mie scoperte e contribuire alla lotta contro le microplastiche negli oceani”, ha dichiarato Fionn all’Irish Times.

Api in sofferenza per le ondate di caldo
Api in sofferenza per le ondate di caldo

Le ondate di caldo africano a cui le estati ci stanno sempre più abituando, rischiano di dare dei seri problemi ad api e alveari. Secondo la Coldiretti, le api stremate dal caldo hanno smesso di volare non svolgendo più il lavoro di trasportare nettare e polline. Sono in pericolo anche le nuove covate che le operaie cercano di salvare dalla disidratazione evitando che le temperature nelle arnie superino i 33-36 gradi. Le api ventilatrici sono impegnate a rinfrescare l’interno agitando velocemente le ali in modo da ricambiare l’aria e quelle acquaiole portano invece acqua in forma di goccioline per raffreddare l’ambiente; queste attività vanno a scapito dell’impollinazione.

Miele e api

Secondo i dati dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) la prima produzione nazionale di miele di acacia e agrumi è già crollata del 41% rispetto alle attese, risultando sotto gli oltre 23,3 milioni di chili del 2018. La stato di sofferenza delle api che sono un indicatore dello stato di salute dell’ambiente, indica in maniera efficace lo sconvolgimento provocato dai cambiamenti climatici su natura, animali e piante. Il ripetersi di eventi meteorologici estremi, come ondate di caldo intense, allagamenti, grandinate, sono costati all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in circa 10 anni, tra perdite della produzione agricola nazionale, danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Dati preoccupanti sulle piante: si stanno estinguendo più velocemente degli animali
Dati preoccupanti sulle piante: si stanno estinguendo più velocemente degli animali

Uno studio pubblicato sulla rivista specializzata Nature Ecology and Evolution ha evidenziato che negli ultimi due secoli e mezzo abbiamo perso 571 specie di piante oltre il doppio delle specie di mammiferi, uccelli e anfibi che si sono estinti nel nostro Pianeta. L’analisi realizzata dalla Royal Botanic Gardens, un ente pubblico del Regno Unito che si occupa di ricerca e istruzione botanica a livello internazionale e dall’Università di Stoccolma, ha portato alla luce dati preoccupanti perché l’estinzione di piante e la perdita di biodiversità mettono a rischio la sopravvivenza e il benessere di tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo. Il tasso di sparizione delle piante è 500 volte superiore a quello che avverrebbe in modo naturale se gli esseri umani non fossero presenti sulla Terra. Un rapporto dell’IPBES datato maggio 2019, la piattaforma intergovernativa per la scienza e la politica in materia di biodiversità e servizi ecosistemici, stimava in circa 1 milione (una su otto) le specie animali e vegetali che rischiano seriamente l’estinzione entro breve termine.

Piante Amazzonia

Le piante maggiormente minacciate sono quelle che si trovano esclusivamente nelle isole, nelle zone tropicali o e nelle aree con clima mediterraneo. Tra le specie estinte il sandalo del Cile utilizzato per il suo legno profumato e l’ulivo di Sant’Elena mentre tra quelle che risultano in grave rischio spicca il croco blu cileno. “Le piante sono alla base di tutta la vita sulla Terra, poiché forniscono l’ossigeno che respiriamo e il cibo che mangiamo, oltre a costituire la spina dorsale degli ecosistemi del mondo, quindi l’estinzione delle piante è una cattiva notizia per tutte le specie. Questa nuova comprensione dell’estinzione delle piante ci aiuterà a prevedere e a cercare di prevenire future estinzioni delle piante, così come di altri organismi. Milioni di altre specie dipendono dalle piante per la loro sopravvivenza, esseri umani inclusi, quindi conoscendo quali piante stiamo perdendo e dove, realizzeremo programmi di conservazione rivolti anche ad altri organismi” ha sottolineato Eimear Nic Lughadha, coautrice dello studio.

Il 27% delle specie animali del mondo è a rischio estinzione
Il 27% delle specie animali del mondo è a rischio estinzione

Brutte notizie arrivano da una ricerca effettuata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) frutto del monitoraggio sullo stato delle specie animali e vegetali. La nuova “lista rossa” che prende in considerazione le specie a rischio estinzione, ne conta 1500 in più rispetto al 2018: siamo arrivati a 28338, il 27% di tutte quelle mondialmente conosciute. In particolare 6.127 si trovano in una situazione di pericolo molto grave, a un passo dall’estinzione e sono quasi 300 in più rispetto all’anno scorso. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura viene considerata la più autorevole istituzione scientifica internazionale che si occupa di conservazione della natura; è stata fondata nel 1948, ha sede in Svizzera e ha la finalità di supportare la comunità internazionale in materia ambientale. La sua missione è quella di assistere, influenzare e incoraggiare le società in tutto il mondo a conservare l’integrità, la diversità della natura e  assicurare che ogni utilizzo delle risorse naturali sia equo e ecologicamente sostenibile.

Dal 1970 abbiamo perso il 60% delle specie animali e vegetali. Nella lista rossa si trovano il 40% degli anfibi, 34% di conifere, 33% di coralli, 30% di squali e razze, 27% di crostacei e 14% di uccelli. Nella lista spiccano 7 scimmie tra cui la rolaway, 15 specie di pesce cuneo e pesce violino, 2 famiglie di razze e una quindicina di funghi europei. Le cause sono da ritrovare nella perdita di habitat in parte causata dai cambiamenti climatici,  nelle attività umane poco sostenibili come pesca e caccia intensiva, nell’inquinamento dell’aria e nelle malattie. “La natura sta declinando ad una velocità senza precedenti nella storia dell’umanità. La nostra lista conferma i dati dell’ultimo rapporto dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa per la scienza e la politica in materia di biodiversità e servizi ecosistemi). Sia il commercio nazionale che quello internazionale sono responsabili del declino delle specie negli oceani, in acqua dolce e sulla terra. Servono azioni decisive globali per fermare questo declino” ha dichiarato Jane Smart, direttore globale del gruppo di conservazione della biodiversità dell’IUCN. Nel 2020 in Cina si terrà il Vertice ONU sulla biodiversità, un appuntamento cruciale secondo gli esperti che sperano in una svolta decisiva politica per affrontare questa emergenza globale.

In un parco naturale del Giappone sono morti dei cervi sacri: nella loro pancia è stata trovata plastica
In un parco naturale del Giappone sono morti dei cervi sacri: nella loro pancia è stata trovata plastica

Il parco di Nara è una riserva naturale che si trova nell’omonima città del Giappone, di circa 360.000 abitanti, situata nell’isola di Honshū. Nara è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1998 e una sua caratteristica conosciuta in tutto il mondo è la presenza di cervi sika che girano liberamente e si avvicinano senza paura all’uomo. Il parco creato nel 1880, si trova ai piedi del monte Wakakusa ed è uno dei più antichi di tutto Giappone; qui vivono circa 1200 cervi liberi, ormai abituati alla presenza dei turisti che fanno tappa per osservarli da vicino. Questo animale è diventato il simbolo della città tanto da venire perfino riprodotto sui tombini delle strade. Purtroppo da marzo 2019 ne sono morti 14 e 9 avevano in pancia buste di plastica. Nonostante le autorità del parco invitino i visitatori a dare loro da mangiare solo gli appositi cracker di riso senbei, nella pancia dei cervi morti sono stati trovati fino a 4,3 kg di plastica in un solo esemplare: una quantità in grado di uccidere qualsiasi essere vivente. Non è raro vedere questi animali in branchi che arrivano a spintonare le persone pur di ricevere qualcosa.

Questi cervi sono anche uno specchio eccezionale della cultura nipponica. Seconda la leggenda bisogna mostrare loro il cibo perché si inchinino 3 volte prima di prenderlo. Così l’offerta, ispirata agli antichi miti giapponesi e mantenuta durante le affollate visite al tempio buddista di Todaiji che si trova nel cuore del parco, è diventata ormai una consuetudine cui difficilmente si rinuncia. Impossibile dunque far scattare il divieto. Per questo le autorità chiedono almeno ai centinaia di visitatori che ogni giorno passeggiano all’ombra degli alberi in cerca dei cervi di offrire loro esclusivamente i cracker, senza la plastica. Tra aiuole e panchine, ora è facile incontrare i volontari che sono spesso al lavoro per liberare i prati dai pericolosi scarti e lasciare che gli animali possano nutrirsi liberamente di erba, vera fonte di sostentamento, senza morire di inquinamento. C’è da sperare che le persone imparino a rispettare la natura e che questi tristi incidenti non succedano più.

Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico
Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico

La nave cargo Kwai dell’Ocean Voyages Institute ha raggiunto un grande traguardo: in 25 giorni, grazie a droni e satelliti artificiali, i suoi ambientalisti sono riusciti a ripulire l’Oceano Pacifico di 40 tonnellate di rifiuti. L’organizzazione senza scopo di lucro si è concentrata sull’area nota come “Great Pacific Garbage Patch” un enorme accumulo di spazzatura galleggiante che si trova nella zona di convergenza subtropicale del Pacifico settentrionale. In pieno oceano infatti, tra la California e le Hawaii, quattro correnti oceaniche convergono creando un vortice che raccoglie enormi quantità di plastica: ci sono bottiglie di detersivo e per la pulizia, casse di birra, bibite, candeggina, mobili di plastica, cinghie di imballaggio, secchi, giocattoli per bambini e centinaia di tipi di plastica che galleggiano nel mezzo dell’oceano. L’obiettivo principale è stato raccogliere le “ghost net”, le reti fantasma che ogni anno, per colpa dei loro materiali a base di nylon e polipropilene, uccidono, secondo una stima delle Nazioni Unite, 380000 mammiferi marini e sembra che ogni anno se ne versino in mare almeno 600000 tonnellate.

“La tecnologia satellitare ha svolto un ruolo chiave nel nostro lavoro. Ci ha dato la possibilità di usare una soluzione innovativa per la ricerca in aree come questa ad alto inquinamento da plastica. Le reti e gli altri detriti sono i segni di un inquinamento da plastica in aumento, che minaccia vita marina, ambienti costieri, navigazione, pesca, fauna selvatica e la nostra salute. Liberare l’oceano dalle mostruose reti fantasma è molto importante. Anche se spesso sono quelle piccole che uccidono balene e delfini strozzandoli” ha dichiarato Mary Crowley, fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto. Un parte della plastica raccolta, circa una tonnellata e mezza, verrà utilizzata nelle scuole d’arte delle Hawaii per creare sculture, il resto sarà riciclato per produrre energia.

A tavola mangiamo anche la plastica
A tavola mangiamo anche la plastica

Cattive notizie arrivano da una ricerca scientifica sull’inquinamento da plastica: secondo lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People” dell’Università di Newcastle, in Australia, ingeriamo plastica tutti i giorni. Micro particelle di plastica sotto i 5 millimetri finiscono per contaminare quello che mangiamo e beviamo, senza che ce ne accorgiamo. Lo studio commissionato dal WWF, combina dati di oltre 50 precedenti ricerche. La maggior parte delle particelle vengono assunte con l’acqua che si beve sia dalla bottiglia che dal rubinetto: le microplastiche sono infatti presenti nell’acqua di tutto il mondo, partendo da quella di superficie per finire nelle falde. Frutti di mare, birra e sale ne registrano i più alti livelli. I risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani.

È stato stimato che un essere umano ingerisce fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica a settimana, pari a circa 5 grammi, che corrispondono al peso di una carta di credito. Una quantità che complessivamente corrisponde a circa 250 grammi in media all’anno e a circa 100.000 frammenti all’anno. L’assunzione di plastica attraverso l’alimentazione è solo un aspetto di una crisi che è molto più vasta: interventi sempre più decisi per contrastare questa forma di inquinamento sono indispensabili. In questo senso si inquadra il bando alla plastica monouso adottato dall’Unione Europea a partire dal 2021.

Ricatto green: pianta almeno 10 alberi se no non puoi laurearti
Ricatto green: pianta almeno 10 alberi se no non puoi laurearti

Nelle Filippine è stata approvata una legge che obbliga gli studenti a piantare almeno 10 alberi se vogliono diplomarsi o laurearsi. Una “conditio sine qua non” tutta green che vuole pensare al benessere di un territorio che è stato colpito da una grave deforestazione: nel XX secolo era ricoperto da foreste per il 70%, oggi la percentuale è precipitata al 20%. Ogni anno sono circa 12 milioni gli studenti che terminano il percorso di studi della scuola primaria; 5 milioni per quel che riguarda il ciclo delle superiori e circa 500.000 quelli che terminano l’università. Se questa disposizione del piantare alberi funzionerà, ci saranno circa 175 milioni di alberi nuovi ogni anno e nel giro di una generazione (30 anni) circa 525 miliardi alberi nuovi. Anche gli studenti delle elementari possono piantare i 10 alberi, portandosi avanti sul loro percorso scolastico futuro. Le nuove piante saranno sistemate in foreste, mangrovie, aree protette, campi degradati, miniere abbandonate e in generale in zone appropriate per clima e geografia, favorendo soprattutto il ripopolamento di alberi autoctoni.

L’idea è che questa legge possa aiutare anche a insegnare ai ragazzi l’amore e il rispetto per la natura, nella speranza di farne cittadini migliori. “Con il continuo aumento dell’urbanizzazione, la nostra ecologia sta soffrendo nel senso che gli alberi vengono tagliati per lasciare il posto a vari progetti infrastrutturali”, ha detto il rappresentante Strike Revilla, coautore del disegno di legge. “La politica dello Stato è quella di perseguire programmi e progetti che promuovano la protezione dell’ambiente, la biodiversità, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la riduzione della povertà e la sicurezza alimentare. A tal fine, il sistema educativo deve essere un luogo per promuovere l’uso etico e sostenibile delle risorse naturali tra i giovani e per garantire la crescita di una cittadinanza socialmente responsabile e consapevole ” si legge nel comunicato stampa. Diverse agenzie governative saranno responsabili del disegno di legge contribuendo alla produzione di piantine e alla preparazione dei nuovi siti, monitorando e valutando il supporto tecnico necessario. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei rappresentanti del paese ed è attualmente in attesa di approvazione da parte del Senato.

Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia
Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia

Pochi conoscono le Isole Cocos: si tratta di 27 isole coralline quasi disabitate (contano circa 500 abitanti) distribuite in 2 atolli che si trovano nell’Oceano Indiano, a sud dell’Indonesia. Giacciono sulla punta di un vulcano sottomarino estinto, le cui pareti sono ricoperte da splendidi coralli; sono sempre state meta prediletta dagli amanti delle immersioni e un luogo ideale per coloro che sognavano una vacanza esotica all’insegna del mare e del relax. Venivano considerate l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia ma lo zampino negativo dell’uomo si è fatto sentire anche qui ed ora stanno soffocando a causa di 414 milioni di pezzi di plastica, tra cui 373000 spazzolini da denti e più di un milione di scarpe. Secondo quanto riportato dagli scienziati dell’Università della Tasmania, circa il 90% delle 238 tonnellate di rifiuti delle Isole è sepolto sotto la superficie.

Il 25% della spazzatura ritrovata è costituita da plastica monouso, arrivata via mare. Queste tonnellate di rifiuti si sono accumulate sulle coste, sulle spiagge e in mare. Jennifer Lavers, autrice dello studio dell’Università, ha dichiarato che l’inquinamento da materie plastiche è ormai onnipresente e queste Isole così remote e disabitate sono il posto ideale per avere una visione obbiettiva della dimensione del fenomeno. Le Cocos Islands furono scoperte nel 1609 dal capitano inglese William Keeling ed è per questo che sono chiamate anche Keeling Islands. Due secoli più tardi sono quindi state annesse all’Impero Britannico, mentre nel 1955 sono diventate un territorio dell’Australia. Famose proprio per la loro bellezza incontaminata, furono anche un’importante tappa per il libro “Viaggio di un naturalista intorno al mondo” di Charles Darwin, pubblicato nel 1839.

India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal
India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal

Gli esponenti del gruppo ambientalista Chintam hanno riacceso l’attenzione su una delle discariche più estese e più pericolose al mondo: si tratta della montagna di rifiuti di Ghazipur che si trova nello stato dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, a sud-est di Delhi. La collina “della spazzatura” di Ghazipur è stata creata nel 1984 e nel 2002 ha superato la capienza prevista: avrebbe dovuto essere chiusa invece ha continuato a crescere di 10 metri ogni anno, con centinaia di camion che ogni giorno scaricano 2000 tonnellate di pattume, andando perfino contro un intervento della Corte Suprema Indiana. Con questo ritmo di crescita, rischia superare in altezza i 73 metri del Taj Mahal entro il 2020.

Il Taj Mahal, situato ad Agra, sempre stato dell’Uttar Pradesh, è un mausoleo di marmo bianco avorio che sorge sulla riva sud del fiume Yamuna. La sua costruzione risale al 1632 voluta dall’imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie preferita Arjumand Banu Begum, meglio conosciuta come Mumtaz Mahal. Da sempre viene considerata una delle più notevoli bellezze dell’architettura musulmana in India ed è tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 9 dicembre 1983. Nel 2007 è stato inserito fra le nuove 7 meraviglie del mondo. All’opposto di questo splendore c’è quello che sta accadendo a circa 700 km di distanza.

Secondo l’ingegnere sovrintendente di Est Delhi, Arun Kumar, la collina già ha raggiunto i 65 metri di altezza. Un recente studio ha dimostrato che le esalazioni nauseabonde e i gas tossici prodotti arrecano gravi danni alla salute di chi vive nell’area circostante (problemi respiratori e digestivi) facendo sentire gli effetti fino a 5 km di distanza. Inoltre il metano prodotto dalla decomposizione dei rifiuti spesso si infiamma spontaneamente e si impiegano giorni per spegnere gli incendi e il liquido che cola dalla spazzatura va a finire in un canale scoperto che corre nel quartiere. Le megalopoli indiane sono tra le più grandi produttrici di rifiuti al mondo, con circa 62 milioni di tonnellate all’anno: secondo recenti proiezioni di una agenzia governativa, nel 2030 i rifiuti indiani potrebbero toccare i 165 milioni di tonnellate.

Le “strisce riscaldanti” che servono per visualizzare il riscaldamento globale
Le “strisce riscaldanti” che servono per visualizzare il riscaldamento globale

Ed Hawkins climatologo dell’università pubblica britannica di Reading, per illustrare in maniera intuitiva l’andamento crescente della temperatura media globale dal 1850 al 2017 ha ideato le “Warming Stripes” (strisce riscaldanti). Si tratta di immagini che assomigliano a pezzi d’arte o codici a barre che mostrano le temperature più calde e più fredde: ogni striscia rappresenta la temperatura di un singolo anno, ordinata dai primi dati disponibili fino ai tempi recenti. Le Warming Stripes rappresentano in modo molto semplice, piacevole ed efficiente il riscaldamento globale. Il tempo in anni scorre da sinistra a destra nell’immagine; la temperatura di ogni anno è rappresentata dal colore: blu e rosso simboleggiano temperature più fredde e più calde. Gli anni più freddi registrati sono blu scuro e i più caldi rosso intenso, con una sfumatura diversa a seconda che siano sopra o sotto la temperatura media a lungo termine. È evidente come gli ultimi anni siano diventati più caldi.

Il cambiamento climatico è una delle maggiori minacce del nostro secolo ed occorre un’azione forte per ridurre il riscaldamento globale antropogenico. L’obiettivo a lungo termine della conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, è di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei +2.0°C rispetto ai livelli preindustriali e di limitare l’aumento a +1.5°C, dato che ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Parlare del cambiamento climatico diventa cruciale per contribuire a sensibilizzare maggiormente il problema nel sociale e per stimolare i governi ad agire sul clima.

Smog e asma nei più piccoli
Smog e asma nei più piccoli

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet Planetary Health ha portato alla luce una stretta correlazione tra smog ed asma infantile: secondo gli studiosi l’inquinamento dovuto al traffico stradale provoca 4 milioni di casi di asma infantile all’anno nel mondo. Sono state considerate 194 nazioni e i livelli registrati di biossido di azoto (NO2): il 64% dei casi di asma nei più piccoli è stato registrato nei centri urbani. Purtroppo è emerso anche che le soglie limite per la salute umana di concentrazione delle sostanze inquinanti sono totalmente inadeguate considerato il fatto che il 92% dei casi di asma infantile si registra nelle aree dove i valori riscontrati dalle centraline non oltrepassano i limiti imposti dalla legge. L’indagine si è concentrata sull’NO2, il gas emesso in gran parte dagli scarichi degli autoveicoli; si forma nei processi di combustione ed è risaputo si tratti un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi.

“Il biossido di azoto sembra essere un rilevante fattore di rischio per l’asma infantile sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, specialmente nelle aree urbane. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per le concentrazioni medie annuali di NO2 dovrebbero essere riviste” ha dichiarato la coordinatrice della ricerca Susan Anenberg della George Washington University . L’incidenza dell’inquinamento del traffico sul totale dei casi mondiali di asma infantile è pari al 13%. Non ci sono buone notizie per quanto riguarda l’Italia che vede un’incidenza dell’incremento di asma del 15% con punte del 28% a Milano. Maglia nera alla Corea del Sud dove l’influenza dovuta allo smog derivato dai veicoli sale al 31% e alla Cina che vede punte del 48% a Shanghai.

Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai
Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai

Nell’estate del 2018 studiosi dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, hanno realizzato dei campionamenti sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio: per la prima volta su un ghiacciaio italiano è stata scovata della plastica. In ogni chilo di sedimento sono state ritrovate 75 particelle di microplastica. Non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna. Questo tipo di inquinamento è tra i più impattanti sull’attività umana perché la plastica ha una forte persistenza nell’ambiente, una notevole influenza sugli ecosistemi e può entrare nella catena alimentare. Per evitare la contaminazione di particelle di plastica che costituiscono la quasi totalità dei materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna, i ricercatori hanno indossato tessuti di cotone al 100% e usato zoccoli di legno per le calzature.

“Sebbene non sia affatto sorprendente aver riscontrato microplastiche nel sedimento sopraglaciale, estrapolando questi dati, pur con le dovute cautele, abbiamo stimato che la lingua del Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica. L’origine di queste particelle potrebbe essere sia locale, data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura degli alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio, sia diffusa, con particelle trasportate da masse d’aria, in questo caso di difficile localizzazione” hanno affermato i ricercatori della Statale.”Grazie a questa ricerca abbiamo ora la conferma della presenza delle microplastiche sui ghiacciai. Futuri studi investigheranno gli aspetti biologici legati alla loro presenza sui ghiacciai. Verranno infatti indagati i processi microbiologici di degradazione della plastica e il potenziale bioaccumulo delle particelle nella catena trofica. Verrà inoltre studiato l’assorbimento di altri contaminanti. È ormai noto che i ghiacciai non sono ambienti incontaminati, ma immagazzinano diversi inquinanti di origine antropica rilasciati nell’atmosfera, e le microplastiche potrebbero fornire un substrato dove queste sostanze possono accumularsi” spiega il professor Andrea Franzetti dell’Università di Milano-Bicocca.