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Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione
Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione

Gli invertebrati stanno cambiando dimensione. Il riscaldamento globale e l’urbanizzazione sono alla base delle mutazioni di taglia che insetti, ragni e crostacei subiranno presto.  Insetti, lombrichi, ragni, molluschi e crostacei sempre più piccoli, o sempre più grandi, a causa dei cambiamenti climatici. Ma non soltanto. Le mutazioni di dimensioni degli invertebrati saranno determinate anche dal grado di urbanizzazione. Insomma: i simpatici ragnetti dalle zampe sottilissime che ci tengono abitualmente compagnia, sbirciando la nostra quotidianità da qualche angolo delle nostre stanza, all’epoca dei nostri pronipoti avranno una taglia diversa da quella di oggi. Tutto dipenderà da dove questi piccolissimi animali si ritrovano a vivere: in città, in mezzo alla natura o in aree frammentate.

La notizia arriva da una ricerca internazionale curata dall’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ise) in collaborazione col Dipartimento di scienze della vita e biologia dei sistemi (Dbios) dell’Università di Torino. Lo studio, portato avanti in Belgio e realizzato grazie ai fondi stanziati dal Governo belga, è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Sono dieci i gruppi di invertebrati ad essere stati analizzati in habitat terrestri e acquatici caratterizzati da temperature diverse in base al grado di urbanizzazione: in città la temperatura media risulta infatti più elevata, mentre gli habitat naturali si contraddistinguono per valori termici più bassi. Negli habitat agricoli, infine, le temperature risultano intermedie.
Quali sono, dunque, le conseguenze dirette della temperatura sulle dimensioni corporee di queste comunità di piccoli animali? Temperature più alte causeranno in insetti, ragni e crostacei misure sempre più piccole. Tutto ciò perché una temperatura dell’ambiente più elevata favorisce un metabolismo più veloce e, in tal modo, le piccole specie si riscaldano prima di quelle più grandi, raggiungendo così temperature corporee idonee per la loro vita. Sono proprio gli invertebrati a subire maggiormente gli effetti di questi meccanismi.


Per farci un’idea, si pensi che la riduzione della taglia corporea nei crostacei ostracodi potrebbe essere di circa il 15%, nei coleotteri e nei ragni erranti del 20%, per arrivare addirittura al 45% (dunque, una riduzione di quasi la metà rispetto alla dimensione originale) nei crostacei coleotteri. Questi ultimi rappresentano una parte fondamentale del plancton d’acqua dolce. Ecco quindi come le variazioni delle misure corporee degli invertebrati avranno dirette conseguenze su sistema preda-predatore. Tutti gli animali che si cibano di insetti, come i piccoli mammiferi o gli uccelli, dovranno “lavorare” molto di più, investendo così più energia, per nutrirsi: avranno infatti bisogno di catturare un numero maggiore di prede, essendo queste ultime diventate più piccole.

Il rapporto urbanizzazione-riduzione di dimensioni, però, non è sempre applicabile. Essendo presente in città una grande frammentazione degli habitat, che vanno dalle piccole aree naturali alle zone interamente antropizzate, si registrerà all’opposto un aumento nelle dimensioni di alcuni insetti. Già oggi, ad esempio, si ritrovano in città farfalle diurne del 10% più grandi di quelle di un tempo: falene notturne, grilli e cavallette risultano più grandi del 20% rispetto al passato. A causa proprio della frammentazione degli ambienti, in tal caso – nonostante le temperature più elevate – in città sopravvivono con maggior facilità gli invertebrati con misure maggiori. Non è da escludere che l’“isola termica” (o “isola di calore”), attualmente caratteristica precipua degli agglomerati urbani, in futuro non si presenti anche negli fuori dalle città: le temperature, insomma, sono destinate ad aumentare anche all’esterno dei centri urbani. Gli animali a sangue caldo, ossia i mammiferi e gli uccelli, che teoricamente non dovrebbero risentire direttamente di temperature più alte di pochi gradi, subiranno così i pesanti effetti del riscaldamento globale proprio a causa della perdita delle prede.
Lo studio pubblicato su Nature evidenzia pertanto, ancora una volta, quanto sia di fondamentale importanza pianificare al meglio l’urbanizzazione e, all’interno delle città, aumentare numero e grandezza delle aree verdi.

Il vetro che trasforma i raggi del sole in energia
Il vetro che trasforma i raggi del sole in energia

I ricercatori della Mitchigan State University hanno sviluppato un materiale trasparente in grado di trasformare i raggi solari in energia.  Il materiale solare trasparente potrebbe rappresentare una svolta per quanto riguarda la raccolta di energia proveniente dal sole. I dispositivi possono essere applicati comodamente alle finestre e, secondo gli scienziati di Nature Energy, costituiscono un’innovativa fonte di energia. Al pari di pannelli solari più grossi e posti sul tetto.

Analizzando il potenziali di questi strumenti, i ricercatori, hanno scoperto che raccogliendo solo luce invisibile, non solo si può fornire la stessa quantità di energia di pannelli solari, ma si aggiungono anche funzionalità per aumentare l’efficienza dei palazzi, delle automobili e dei dispositivi elettronici.

Il sistema utilizza molecole organiche sviluppate dal team di Richard Lunt, un ricercatore della MSU, per assorbire le onde “invisibili” dei raggi solari. In particolare, sono considerati “invisibili” i raggi ultra violetti e gli infrarossi che, grazie a questo materiale, vengono captati e poi l’energia viene trasformata in elettricità. Bisogna considerare che un passaggio totale a tecnologie che forniscono energia rinnovabile, richiede un allontanamento dall’utilizzo del combustibile fossile.

È importante sottolineare che l’efficienza di questi dispositivi raggiunge il 5%, contro il 15% dei pannelli solari tradizionali. L’uso complementare di entrambi i dispositivi, riuscirebbe quasi completamente a coprire il fabbisogno di energia di un paese come gli Stati Uniti, considerate anche le quantità di superfici in vetro presenti sul suolo americano.

L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica
L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica

Nel mar Mediterraneo è la Posidonia oceanica la specie vegetale più diffusa e per questo molto importante se si considerano le funzioni vitali che svolge per il funzionamento degli ecosistemi.  Per questo motivo, la sua diminuzione nel nostro mare rappresenta un problema non di poca rilevanza. La presenza della Posidonia oceanica ha subito un calo a causa di fenomeni naturali, tra i quali il cambiamento climatico, ma anche per la cattiva gestione della fascia costiera, con opere portuali e istallazioni di cavi, condotte sottomarine e costruzione di terminali marittimi.

Per far fronte a questo problema l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha sviluppato il progetto LIFE “SEPOSSO” (Supporting Environmental governante for the posidonia oceanica sustainable transplanting operations). L’obbiettivo è quello di organizzare operazioni di trapianto della Posidonia oceanica, grazie all’utilizzo di tecnologie e software innovativi. Il primo trapianto di Posidonia nel Mar Mediterraneo è avvenuto nel 2004 a Civitavecchia- Santa Marinella. Le istallazioni sono state ben 300 mila su una superficie marina di 10.000 metri quadrati.

Le azioni del SEPOSSO sono stati svolti in seguito ai lavori eseguiti da ENEL S.p.a che nell’area di Civitavecchia ha eseguito operazioni di dragaggio che prevedevano la rimozione di grandi quantità di posidonia oceanica. La misura è stata quindi presa per compensazione, atta a recuperare l’ecosistema degradato. Ciò però non rappresenta una precauzione, cosa che invece viene promossa dall’Ispra, con eventi organizzati dai comuni per far conoscere la situazione reale di quanto sta accadendo nel mar Mediterraneo.

 

La foresta pluviale ha gli stessi diritti di un essere umano
La foresta pluviale ha gli stessi diritti di un essere umano

Per anni la foresta amazzonica, meglio conosciuta come il polmone della terra, è stata rovinata con opere di deforestazione. Gli ambientalisti hanno cercato per anni di fermarle, senza però ottenere successi permanenti nel tempo. Ora è arrivata una sentenza della Corte Suprema colombiana ad opporsi e a riconoscere l’importanza della foresta per il mondo.  Le dichiarazioni arrivano in risposta ad una causa mossa da un gruppo di 25 giovani (dai 7 ai 26 anni), che chiedevano al governo di tutelare l’ambiente, salvaguardando la foresta amazzonica.

La Corte Suprema ha stabilito che la foresta deve essere protetta, lasciando un ultimatum al governo che deve organizzare piani per combattere il problema della deforestazione. Una delle gravi conseguenze del disboscamento della foresta pluviale è senza dubbio l’emissione di gas serra, uno degli agenti del cambiamento climatico.  Il problema non è solo attuale, ma avrà un progressivo peggioramento se il comportamento nei confronti della natura non verrà mutato. È necessario quindi fermare questo disastro se si vuole garantire un futuro sano alle generazioni future. Alla foresta, inoltre, sono stati attribuiti gli stessi diritti di un essere umano, per  questo motivo deve essere protetta.

 

Grazie a Space Nation puoi volare nello spazio anche tu
Grazie a Space Nation puoi volare nello spazio anche tu

Nel corso del tempo i viaggi spaziali sono passati dall’essere una rarità ad una routine. C’è quindi bisogno di nuove reclute che nel futuro potranno diventare astronauti.  Se il tuo sogno è sempre stato quello di viaggiare nello spazio, è arrivata l’app che fa per te. Grazie a Space Nation, ora lo spazio è a portata di tutti. Dal 12 aprile infatti, anniversario del primo volo spaziale della storia, è possibile scaricare sui vostri telefoni  Space Nation Navigator.

L’azienda finlandese ha sviluppato l’app, con l’aiuto di addestratori di astronauti della NASA, tramite l’accordo Space Act, per dare l’occasione a tutti di affrontare un addestramento come quello di un vero astronauta. L’obbiettivo è quello di creare un programma per la formazione dei futuri astronauti, a portata di tutti. Tramite l’app sarà possibile aumentare le conoscenze in ambito dello spazio, attraverso lezioni da leggere e podcast da poter ascoltare. Il programma prevede inoltre che ogni anno un utente venga selezionato per andare nello spazio, in veste di astronauta.

Un’altra sezione interessante dell’app è senza dubbio quella delle missioni. Qui si possono testare le conoscenze acquisite tramite quiz e giochi di diversi livelli di esperienza. Per di più, i giochi sono repliche di situazioni e sfide che potrebbero ripetersi, o che sono già accadute, nello spazio. Superate le sfide è possibile ricevere badge e ricompense. Una di queste è l’occasione di poter andare in Islanda, che grazie ai suoi territori inesplorati, assomiglia molto alla luna.

Il luogo più gelido della Terra
Il luogo più gelido della Terra

Sulla Terra non era mai stato registrato un freddo così intenso: i –97,8 gradi centigradi sono stati rilevati durante la gelida notte polare in Antartide.

Si tratta di un freddo estremo, quasi “extraterrestre” quello rilevato dai satelliti termici e analizzato dagli scienziati durante le buie notti polari antartiche: nello studio, pubblicato dal Geophysical Research Letters, gli esperti hanno confessato, infatti, che si tratta di una temperatura estrema per il nostro Pianeta, considerando quindi la nostra posizione nel sistema solare. Ted Scambos, ricercatore del National Snow and Ice Data Center ha affermato che “questo angolo della Terra si avvicina tantissimo al limite più estremo possibile, così tanto da sembrare un altro Pianeta”.

Le ultime misurazioni hanno infranto i record precedenti: nel 1983 la Stazione russa Vostok ha rilevato, da una stazione a terra, una temperatura dell’aria di -89,2°C non lontano dal Polo Sud. A questa temperatura l’uomo non potrebbe nemmeno respirare se non utilizzando speciali maschere riscaldate. Secondo gli esperti però, la stazione Vostok potrebbe non essere il punto più freddo in assoluto. Le rilevazioni via satellite riescono ad arrivare nei punti più remoti, irraggiungibili dall’uomo.

Ed è così, grazie ai satelliti, che i ricercatori hanno scovato un centinaio di piccole zone di freddo estremo ed eccezionale, localizzate sulle zone più elevate dei ghiacciai: si tratta si piccole sacche e insenature in cui il freddo glaciale ristagna perché l’aria è più pesante.

Isola di calore: ecco perché in città fa più caldo!
Isola di calore: ecco perché in città fa più caldo!

La temperatura dall’aria e quella delle superfici sono molto diverse. Hai mai camminato a piedi nudi sulla sabbia? Ecco, allora conosci la differenza. La superficie sotto i tuoi piedi è molto più calda dell’aria che ti circonda. Ma da cosa dipende la temperatura di oggetto? Sicuramente dalla sua composizione e dal suo colore.

Le strade e i tetti sono di colore scuro e per questo motivo assorbono molto più calore rispetto a oggetti dai colori chiari. I pavimenti trattengono molto calore anche perché sono fatti di materiale impermeabile. Hai notato che quando piove l’acqua forma quelle pozzanghere? Ecco l’asfalto della maggior parte delle strade non fa passare l’acqua. Le nostre città sono piene di strade, marciapiedi, tetti e parcheggi. Tutte queste zone assorbono tanto calore e per questo motivo contribuiscono all’effetto noto come “isola di calore“. Le città infatti sono più calde della campagna che le circonda.

isola di calore

Notte e giorno. Questa differenza tra le città e le zone circostanti si fa sentire non solo con la luce del giorno, ma anche di notte. Tutte le superfici scure e asfaltate trattengono il calore che li scalda durante il giorno, e lo rilasciano durante la notte.

E in inverno? Anche durante la stagione più fredda le città restano più calde delle zone verdi. È per questo che in città è più raro vedere i fiocchi di neve!

L’estate 2018 inizia adesso!
L’estate 2018 inizia adesso!

Ci siamo: l’estate astronomica inizia in questo momento! Il solstizio d’estate 2018, infatti, è proprio alle 12:07 del 21 giugno.

Perché specifichiamo che si tratta della stagione astronomica?

Perché l’estate meteorologica è già iniziata dal primo giugno. Invece, le stagioni che seguono il calendario astronomico non sono legate ai fattori climatici. Dipendono, infatti, dall’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole. A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole. Siccome l’inclinazione dell’asse terrestre non è costante ma varia ciclicamente tra circa 22,5° e 24,5° con un periodo di 41 000 anni (attualmente è di 23°27′ ed è in diminuzione), le date di inizio delle stagioni variano di anno in anno. E così, ad esempio, la primavera può avere inizio il 19, 20 o 21 marzo e l’estate il 19, 20 o 21 giugno.

Equinozi e solstizi danno il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.

 

 

Perché le stagioni meteorologiche sono diverse da quelle astronomiche?

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

 

estate meteorologica al via il 1 giugno

 

 

 

È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica
È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica

Ocean Cleanup è un’organizzazione non governativa fondata da un giovane ingegnere olandese, Boyan Slat. Il suo scopo è quello di mantenere la pulizia dell’oceano. L’associazione ha sviluppato una macchina in grado di raccogliere i rifiuti in plastica grazie alle correnti marine. Si tratta del Ocean Array Cleanup, che verrà testato a breve.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico esiste infatti un’isola di plastica (Pacific Trash Vortex), occasione perfetta per vedere la macchina in azione.  Con l’aiuto delle correnti subacquee, che spingeranno i rifiuti verso le braccia del macchinario, la plastica verrà raccolta da un imbuto posizionato sulla piattaforma e smaltita periodicamente tramite il trasporto via barca. In tal modo inoltre si riduce l’impatto ambientale dell’Ocean Array Cleanup considerato che non avrà bisogno di energia.

Se il progetto di Slat sarà un successo, questo significherà un grande passo avanti nella lotta contro la minaccia di immondizia negli oceani. Basti pensare ai danni causati solo dall’ impatto negativo che ha il Pacific Trash Vortex, con sporcizia in smisurate quantità. A farne le spese sono infatti balene e delfini che spingendosi in superficie si ritrovano circondati da rifiuti in decomposizione. Se il primo test andrà bene, si potrà procedere alla produzione di altri macchinari di questo tipo da distribuire equamente su tutta la superficie dell’oceano. Obbiettivo questo, che Boyan Slat si propone di raggiungere entro il 2020.

 

In montagna d’estate? Occhio al tempo
In montagna d’estate? Occhio al tempo

La escursioni in montagna sono, senza dubbio, una delle più belle attività del tempo libero in estate, in quanto oltre a fare esercizio fisico, si ha l’occasione di conoscere luoghi meravigliosi, di godere della natura, di ambienti incontaminati, il tutto accompagnato da sano divertimento. Al tempo stesso, però, è un’attività che richiede conoscenza, esperienza, preparazione, capacità di valutazione, equipaggiamento adeguato nonché sicurezza di passo, assenza di vertigine, eccellente condizione psicofisica e prudenza, molta prudenza: un approccio umile e rispettoso è il presupposto per trascorrere una giornata in totale sicurezza e per non incorrere in pericoli.

Prima di iniziare un’escursione, cosa è importante fare?
Prima di intraprendere anche una semplice passeggiata in montagna, è opportuno consultare sempre i bollettini meteo, sì perché il tempo in montagna può cambiare in pochi minuti, come ad esempio accade sulla catena montuosa del Gran Sasso d’Italia, data la sua particolare vicinanza ai due mari. In caso di maltempo è meglio rimandare che sfidare le insidie della montagna perché In caso di pioggia, i sentieri possono diventare scivolosi. Se ci si avventura per la prima volta in ambiente montano, bisogna scegliere un itinerario facile, con un percorso possibilmente a bassa quota, senza particolari pendenze e con tempi di percorrenza limitati a poco più di un ora per iniziare ad abituarsi, gradualmente, all’ambiente ed al clima.

Mai da soli in montagna 
È preferibile non avventurarsi mai da soli. Se si è alle prime armi e non sicuri delle proprie capacità, è importante rivolgersi ad un professionista della montagna, Guida Alpina o Accompagnatore di media Montagna perché sono gli unici garanti della sicurezza. Anche se si ha una certa esperienza è opportuno andare almeno in due perché in caso di necessità è sempre meglio avere qualcuno al proprio fianco!

Cosa non bisogna veramente sottovalutare?
Anche se è estate, in alta quota ci si può imbattere in climi invernali, senza trascurare la possibilità di un forte temporale, più frequente nelle ore del pomeriggio. Giacca a vento impermeabile e cambio di abbigliamento riposti nello zaino saranno decisivi. Quello che proprio non si può evitare , con tutta la prudenza del caso, è il rischio di fulmini: poco frequenti ma possibili. Il consiglio è il consueto: non sostare in luoghi aperti o zone su cui si possono scaricare, come sotto alberi isolati, lungo le vie ferrate, in prossimità della vetta o di una cresta; stare lontani dai corsi d’acqua (anche perché il temporale può provocare un aumento della portata dei fiumi) e non utilizzare il telefonino. In caso di improvviso maltempo, è importante subito cercare riparo in una grotta o meglio in un rifugio alpino. Per rendere l’esperienza meno stressante per i più piccoli, possiamo occupare il tempo calcolando la distanza del temporale (ecco qui come fare).

Attenzione non solo ai temporali, ma anche alla nebbia. Può formarsi in breve tempo anche con buone condizioni climatiche e rendere difficile l’orientamento. In caso di nebbia mai separarsi dal gruppo, restare a portata di voce degli altri componenti e tornare a valle sempre uniti, perché è provato che l’essere umano si disorienta in mezzo alla nebbia ed inizia a girare attorno ad un cerchio seguendo le impronte sul terreno, senza sapere che sono le sue lasciate al giro precedente!

Il sole e i raggi UV
Il sole e i raggi UV

Cos’è l’Indice UV? Come funziona la radiazione ultravioletta? D’estate ne sentiamo spesso parlare, ma di che cosa si tratta? Per capirlo bisogna entrare nel tecnico. Dal sole parte una radiazione – tranquilli, non c’è da preoccuparsi –  costituita da un lato da un flusso di particelle altamente energetiche, quindi da protoni, elettroni e nuclei di elio (la cosiddetta “radiazione cosmica” o “vento solare”) e dall’altro da onde elettromagnetiche. La quasi totalità (circa il 99%) della radiazione elettromagnetica proveniente dal Sole è composta in larga misura da raggi visibili (la luce), da un’apprezzabile quantità di radiazioni nell’infrarosso (quelli che danno la sensazione di calore) e da una piccolissima frazione di raggi UltraVioletti (UV).

I raggi UV sono la parte più piccola dell’energia in arrivo dal Sole ma è la componente solare più dannosa per gli esseri viventi. Riescono infatti a penetrare in profondità nei tessuti, fino a interferire con il codice genetico contenuto nel DNA delle nostre cellule, con il conseguente sviluppo di forme tumorali, specie della pelle come il melanoma. Ma attenzione perché anche gli occhi sono altrettanto a rischio, quindi occhiali da sole sempre sul naso! 

In piccole dosi i raggi UV hanno però anche effetti benefici sull’uomo: produzione di vitamina D (bastano pochi minuti al giorno per stimolare la produzione di una quantità sufficiente di vitamina D in grado di prevenire l’osteoporosi, il diabete di tipo 1 e diversi tipi di tumori), produzione di serotonina (previene la depressione), effetto disinfettante in quanto viene limitata la proliferazione di batteri, cura di alcune patologie dermatologiche (psoriasi, vitiligine, dermatite atopica).

Analizziamo ora più da vicino le caratteristiche della radiazione ultravioletta. I raggi UV cadono in una banda dello spettro elettromagnetico con lunghezza d’onda. I più penetranti, e quindi i più pericolosi per gli esseri viventi, sono quelli con lunghezza d’onda più corta, ossia gli UVAUVB e UVC . Grazie all’atmosfera ma soprattutto per merito dell’ozono gran parte dei raggi UV provenienti dal sole vengono assorbiti e retro-diffusi verso la spazio. I raggi UVC sono completamente assorbiti nell’alta atmosfera dall’ozono e dall’ossigeno; la quasi totalità dei raggi UVB (circa l’80-90%) viene assorbita dall’ozono presente in stratosfera mentre la maggior parte dei raggi UVA riesce a passare indenne attraverso l’atmosfera. In sostanza, la radiazione ultravioletta che raggiunge la superficie terrestre è costituita in larga quantità da UVA e solo in piccola parte da UVB.

I raggi UVA rappresentano il 95% degli ultravioletti che colpiscono la pelle, sono presenti tutto l’anno, a tutte le latitudini ed attraversano sia le nuvole che il vetro. Arrivano a penetrare l’epidermide in profondità. Sono i principali responsabili dell’invecchiamento prematuro della pelle: rughe, macchie solari, perdita di elasticità, secchezza. Sono inoltre responsabili di forme cancerogene come il melanoma e il carcinoma cutaneo a cellule basali. Di fatto non provocano eritemi e scottature ma sono in grado di causare danni a lungo termine. Stimolano la riattivazione della melanina preesistente riattivando la reazione dell’abbronzatura. I raggi UVB costituiscono il 5% della radiazione ultravioletta in arrivo sulla Terra, sono più energetici rispetto agli UVA e sono concentrati soprattutto nel periodo estivo, in particolare nelle ore centrali della giornata. Sono loro i responsabili degli eritemi e delle scottature ma causano danni anche a lungo termine aumentando il rischio di tumori della pelle.

Ovviamente la frazione di raggi UV che raggiunge la superficie terrestre subisce una notevole variazione sia nel tempo e nello spazio, anche e soprattutto a seconda delle condizioni meteorologiche. Ecco, al riguardo, un elenco dei fattori dai quali dipende la dose di raggi ultravioletti in arrivo al suolo:

• ora del giorno: il 20-30% circa degli UV arriva tra le 11 e le 13 locali mentre il 75% del totale è concentrato tra le 9.00 e le 15.00. Quando il Sole è alto sull’orizzonte i raggi compiono infatti un percorso più breve dentro l’atmosfera, minimizzando in tal modo l’assorbimento da parte dell’aria;
• stagione: nelle regioni temperate gli UV raggiungono la massima intensità in estate e la minima in inverno; quando il sole è più alto nel cielo il tasso di raggi UV è maggiore mentre è decimante trascurabile quando il sole è basso all’orizzonte;
• latitudine: il flusso annuale di raggi UV è massimo all’Equatore e minimo ai poli;
• nuvole: in generale le nubi diminuiscono la quantità di energia solare in arrivo. Un cielo con nuvole sparse o velato da nubi alte e sottili, attenua appena del 10% l’intensità dei raggi UV. La frazione in arrivo al suolo si riduce del 25 % circa con cielo molto nuvoloso ma con cielo coperto l’attenuazione raggiunge il 70 % circa;
• altitudine: con la quota la radiazione ultravioletta aumenta notevolmente di intensità. Ad esempio, in estate a 2000 metri la radiazione UV “scotta” quasi il triplo rispetto alle aree di pianura, mentre in una settimana trascorsa sempre a 2000 metri in luglio si riceve la stessa dose di UV assorbita in tre mesi al mare. In inverno gli UV si riducono, rispetto all’estate, di otto volte circa in montagna e di sedici volte in pianura;
• riflessione: la parte riflessa dalla superficie terrestre e dai mari è generalmente bassa (inferiore al 7%), tuttavia il tipo di superficie può fare davvero la differenza: manti erbosi e specchi d’acqua riflettono meno del 10% della radiazione in arrivo, la sabbia riflette circa il 25% dei raggi UVB incidenti, mentre la neve fresca arriva a riflettere circa il 80%.

Ecco perché in montagna i raggi ultravioletti sono particolarmente insidiosi: all’effetto riflessione da parte della neve si aggiunge infatti anche l’effetto altitudine.

 

Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio
Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i ghiacciai dell’Antartide tra il 1992 e il 2017 e ha scoperto che sono andate perse, sentite bene, 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio in soli 25 anni, praticamente, giusto per rendere l’idea, sarebbe 500 mila volte il peso di una piramide (il cui peso si aggira intorno alle 6 milioni di tonnellate). Il ghiaccio fuso si è aggiunto all’acqua degli oceani e dei mari del mondo contribuendo a far aumentare il loro livello di 7,6 millimetri dal 1992, di cui 3 millimetri solo negli ultimi 5 anni.

Lo studio, sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e dall’US National Aeronautics and Space Administration (NASA), ha trovato quindi nuove prove di quanto il cambiamento climatico stia accelerando. Se fino al 2012 l’Antartide ha perso 76 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno (con un aumento di 0,2 mm dell’innalzamento del livello del mare), negli ultimi 5 anni il ritmo è aumentato con 219 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno (un contributo di 0,6 mm all’anno sul livello del mare). L’Antartide occidentale ha subito il cambiamento più grande, con perdite di ghiaccio che salgono dai 53 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’90 ai 159 miliardi di tonnellate all’anno dal 2012.

I cambiamenti climatici influenzano in particolar modo le calotte polari ed infatti sono proprio queste le prime zone a subirne gli effetti più evidenti. Studiare l’Antartide è importantissimo anche perché qui è immagazzinata abbastanza acqua ghiacciata da poter far innalzare il livello globale del mare di 58 metri. Capire come la calotta di ghiaccio e i ghiacciai della Terra reagiscono al cambiamento del clima è quindi di importanza vitale per tutta la popolazione mondiale.vitale per tutta la popolazione mondiale.

Perché il tramonto è rosso?
Perché il tramonto è rosso?

In questo periodo non mancano le belle giornate estive proprio nel momento di massima durata delle ore di luce. Per i fortunati che si trovano in riva al mare e per chi è rimasto in città è possibile osservare la bellezza del calar del sole sull’orizzonte che tinge ogni sera il cielo di colori rosso fuoco. Ma da cosa dipendono i colori che scaldano il cielo al tramonto?
Partiamo da qualche nozione: le radiazioni sono energia. Le radiazioni elettromagnetiche sono un insieme di energie che si muovo nello spazio sotto forma di onde, dalle onde Radio alle onde UV fino ai Raggi-X.


La luce è una radiazione elettromagnetica, che quindi si muove sotto forma di onde. La luce a noi visibile è però solo una parte ridotta dello spettro elettromagnetico e forma i colori dell’arcobaleno: dal rosso al giallo, al blu fino al viola. Ogni colore a noi visibile ha una differente lunghezza d’onda: il rosso ha un’onda più ampia mentre il viola più corta. La magia dei tramonti dunque è dovuta alla diffusione della luce proveniente dal sole nell’atmosfera. Per “diffusione ottica” si intende il cambio di traiettoria delle onde a causa della collisione con altre particelle. La luce che attraversa la nostra atmosfera viene infatti deviata una infinità di volte prima di raggiungere il nostro occhio, dando un colore diverso a seconda della quantità di particelle su cui “rimbalza”.
Quando il sole è alto nel cielo, dunque, la luce blu (onda più corta) prevale dopo aver attraversato l’atmosfera composta dalle molecole di ossigeno e azoto. Al tramonto, invece, la luce deve attraversare una quantità maggiore di atmosfera, e dunque solo le onde più lunghe (rosse e arancio) riescono a raggiungere i nostri occhi regalandoci panorami unici.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Vento
Vento

Parliamo del vento! Il nostro Ventum lo sa bene, il vento è un fenomeno molto importante e talvolta molto potente! In meteorologia il vento si può definire come il movimento di masse d’aria tra due punti. Questo spostamento viene provocato, ad esempio, dalla presenza di due zone, una di alta pressione e una di bassa pressione: il vento, infatti, viene causato dalle differenze di pressione atmosferica che spingono l’aria da zone di alta pressione a zone di bassa pressione. Ce ne accorgiamo quando arrivano perturbazioni forti: al passaggio della perturbazione, associata ad una zona di bassa pressione, vengono innescati venti che possono essere deboli ma anche forti. Capita anche che il vento venga provocato dalla differenza di temperatura di due superfici: capita al mare, quando la costa è più calda dell’acqua del mare. Le raffiche di vento però possono essere causate da un piccolo temporale e, ad un livello più grande, anche dal movimento rotatorio della Terra!

Come si misura l’intensità del vento? La velocità del vento viene misurato da uno strumento chiamato anemometro, mentre per capire la direzione del vento si usano le banderuole e le maniche rosse e bianche.

Il signor Francis Beaufort, ammiraglio, cartografo e esploratore britannico mise a punto una scala, tuttora in uso, per classificare l’intensità del vento. La scala si compone di 13 livelli e si va dal livello 0, la calma di vento, all’uragano. Questa classificazione è rigorosa e per attribuire l’intensità al vento bisogna misurare la velocità media in un minuto di tempo. Questo significa che non si possono contare le raffiche, che sono di solito più forti ma di breve durata.

Vediamoli insieme:

0 – Calma di vento – 0 km/h

1 – Bava di vento – 1-6 km/h

2 – Brezza leggera – 4-6 km/h

3 – Brezza tesa – 12-19 km/h

4 – Vento moderato – 20-29 km/h

5 – Vento teso – 30-39 km/h

6 – Vento fresco – 40-50 km/h

7 – Vento forte – 51-62 km/h

8 – Burrasca – 63-75 km/h

9 – Burrasca forte – 76-87 km/h

10 – Tempesta – 88-102 km/h

11 – Tempesta violenta – 103-117 km/h

12 – Uragano – più di 117 km/h