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Il sole e i raggi UV
Il sole e i raggi UV

Cos’è l’Indice UV? Come funziona la radiazione ultravioletta? D’estate ne sentiamo spesso parlare, ma di che cosa si tratta? Per capirlo bisogna entrare nel tecnico. Dal sole parte una radiazione – tranquilli, non c’è da preoccuparsi –  costituita da un lato da un flusso di particelle altamente energetiche, quindi da protoni, elettroni e nuclei di elio (la cosiddetta “radiazione cosmica” o “vento solare”) e dall’altro da onde elettromagnetiche. La quasi totalità (circa il 99%) della radiazione elettromagnetica proveniente dal Sole è composta in larga misura da raggi visibili (la luce), da un’apprezzabile quantità di radiazioni nell’infrarosso (quelli che danno la sensazione di calore) e da una piccolissima frazione di raggi UltraVioletti (UV).

I raggi UV sono la parte più piccola dell’energia in arrivo dal Sole ma è la componente solare più dannosa per gli esseri viventi. Riescono infatti a penetrare in profondità nei tessuti, fino a interferire con il codice genetico contenuto nel DNA delle nostre cellule, con il conseguente sviluppo di forme tumorali, specie della pelle come il melanoma. Ma attenzione perché anche gli occhi sono altrettanto a rischio, quindi occhiali da sole sempre sul naso! 

In piccole dosi i raggi UV hanno però anche effetti benefici sull’uomo: produzione di vitamina D (bastano pochi minuti al giorno per stimolare la produzione di una quantità sufficiente di vitamina D in grado di prevenire l’osteoporosi, il diabete di tipo 1 e diversi tipi di tumori), produzione di serotonina (previene la depressione), effetto disinfettante in quanto viene limitata la proliferazione di batteri, cura di alcune patologie dermatologiche (psoriasi, vitiligine, dermatite atopica).

Analizziamo ora più da vicino le caratteristiche della radiazione ultravioletta. I raggi UV cadono in una banda dello spettro elettromagnetico con lunghezza d’onda. I più penetranti, e quindi i più pericolosi per gli esseri viventi, sono quelli con lunghezza d’onda più corta, ossia gli UVAUVB e UVC . Grazie all’atmosfera ma soprattutto per merito dell’ozono gran parte dei raggi UV provenienti dal sole vengono assorbiti e retro-diffusi verso la spazio. I raggi UVC sono completamente assorbiti nell’alta atmosfera dall’ozono e dall’ossigeno; la quasi totalità dei raggi UVB (circa l’80-90%) viene assorbita dall’ozono presente in stratosfera mentre la maggior parte dei raggi UVA riesce a passare indenne attraverso l’atmosfera. In sostanza, la radiazione ultravioletta che raggiunge la superficie terrestre è costituita in larga quantità da UVA e solo in piccola parte da UVB.

I raggi UVA rappresentano il 95% degli ultravioletti che colpiscono la pelle, sono presenti tutto l’anno, a tutte le latitudini ed attraversano sia le nuvole che il vetro. Arrivano a penetrare l’epidermide in profondità. Sono i principali responsabili dell’invecchiamento prematuro della pelle: rughe, macchie solari, perdita di elasticità, secchezza. Sono inoltre responsabili di forme cancerogene come il melanoma e il carcinoma cutaneo a cellule basali. Di fatto non provocano eritemi e scottature ma sono in grado di causare danni a lungo termine. Stimolano la riattivazione della melanina preesistente riattivando la reazione dell’abbronzatura. I raggi UVB costituiscono il 5% della radiazione ultravioletta in arrivo sulla Terra, sono più energetici rispetto agli UVA e sono concentrati soprattutto nel periodo estivo, in particolare nelle ore centrali della giornata. Sono loro i responsabili degli eritemi e delle scottature ma causano danni anche a lungo termine aumentando il rischio di tumori della pelle.

Ovviamente la frazione di raggi UV che raggiunge la superficie terrestre subisce una notevole variazione sia nel tempo e nello spazio, anche e soprattutto a seconda delle condizioni meteorologiche. Ecco, al riguardo, un elenco dei fattori dai quali dipende la dose di raggi ultravioletti in arrivo al suolo:

• ora del giorno: il 20-30% circa degli UV arriva tra le 11 e le 13 locali mentre il 75% del totale è concentrato tra le 9.00 e le 15.00. Quando il Sole è alto sull’orizzonte i raggi compiono infatti un percorso più breve dentro l’atmosfera, minimizzando in tal modo l’assorbimento da parte dell’aria;
• stagione: nelle regioni temperate gli UV raggiungono la massima intensità in estate e la minima in inverno; quando il sole è più alto nel cielo il tasso di raggi UV è maggiore mentre è decimante trascurabile quando il sole è basso all’orizzonte;
• latitudine: il flusso annuale di raggi UV è massimo all’Equatore e minimo ai poli;
• nuvole: in generale le nubi diminuiscono la quantità di energia solare in arrivo. Un cielo con nuvole sparse o velato da nubi alte e sottili, attenua appena del 10% l’intensità dei raggi UV. La frazione in arrivo al suolo si riduce del 25 % circa con cielo molto nuvoloso ma con cielo coperto l’attenuazione raggiunge il 70 % circa;
• altitudine: con la quota la radiazione ultravioletta aumenta notevolmente di intensità. Ad esempio, in estate a 2000 metri la radiazione UV “scotta” quasi il triplo rispetto alle aree di pianura, mentre in una settimana trascorsa sempre a 2000 metri in luglio si riceve la stessa dose di UV assorbita in tre mesi al mare. In inverno gli UV si riducono, rispetto all’estate, di otto volte circa in montagna e di sedici volte in pianura;
• riflessione: la parte riflessa dalla superficie terrestre e dai mari è generalmente bassa (inferiore al 7%), tuttavia il tipo di superficie può fare davvero la differenza: manti erbosi e specchi d’acqua riflettono meno del 10% della radiazione in arrivo, la sabbia riflette circa il 25% dei raggi UVB incidenti, mentre la neve fresca arriva a riflettere circa il 80%.

Ecco perché in montagna i raggi ultravioletti sono particolarmente insidiosi: all’effetto riflessione da parte della neve si aggiunge infatti anche l’effetto altitudine.

 

Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio
Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i ghiacciai dell’Antartide tra il 1992 e il 2017 e ha scoperto che sono andate perse, sentite bene, 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio in soli 25 anni, praticamente, giusto per rendere l’idea, sarebbe 500 mila volte il peso di una piramide (il cui peso si aggira intorno alle 6 milioni di tonnellate). Il ghiaccio fuso si è aggiunto all’acqua degli oceani e dei mari del mondo contribuendo a far aumentare il loro livello di 7,6 millimetri dal 1992, di cui 3 millimetri solo negli ultimi 5 anni.

Lo studio, sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e dall’US National Aeronautics and Space Administration (NASA), ha trovato quindi nuove prove di quanto il cambiamento climatico stia accelerando. Se fino al 2012 l’Antartide ha perso 76 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno (con un aumento di 0,2 mm dell’innalzamento del livello del mare), negli ultimi 5 anni il ritmo è aumentato con 219 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno (un contributo di 0,6 mm all’anno sul livello del mare). L’Antartide occidentale ha subito il cambiamento più grande, con perdite di ghiaccio che salgono dai 53 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’90 ai 159 miliardi di tonnellate all’anno dal 2012.

I cambiamenti climatici influenzano in particolar modo le calotte polari ed infatti sono proprio queste le prime zone a subirne gli effetti più evidenti. Studiare l’Antartide è importantissimo anche perché qui è immagazzinata abbastanza acqua ghiacciata da poter far innalzare il livello globale del mare di 58 metri. Capire come la calotta di ghiaccio e i ghiacciai della Terra reagiscono al cambiamento del clima è quindi di importanza vitale per tutta la popolazione mondiale.vitale per tutta la popolazione mondiale.

Perché il tramonto è rosso?
Perché il tramonto è rosso?

In questo periodo non mancano le belle giornate estive proprio nel momento di massima durata delle ore di luce. Per i fortunati che si trovano in riva al mare e per chi è rimasto in città è possibile osservare la bellezza del calar del sole sull’orizzonte che tinge ogni sera il cielo di colori rosso fuoco. Ma da cosa dipendono i colori che scaldano il cielo al tramonto?
Partiamo da qualche nozione: le radiazioni sono energia. Le radiazioni elettromagnetiche sono un insieme di energie che si muovo nello spazio sotto forma di onde, dalle onde Radio alle onde UV fino ai Raggi-X.


La luce è una radiazione elettromagnetica, che quindi si muove sotto forma di onde. La luce a noi visibile è però solo una parte ridotta dello spettro elettromagnetico e forma i colori dell’arcobaleno: dal rosso al giallo, al blu fino al viola. Ogni colore a noi visibile ha una differente lunghezza d’onda: il rosso ha un’onda più ampia mentre il viola più corta. La magia dei tramonti dunque è dovuta alla diffusione della luce proveniente dal sole nell’atmosfera. Per “diffusione ottica” si intende il cambio di traiettoria delle onde a causa della collisione con altre particelle. La luce che attraversa la nostra atmosfera viene infatti deviata una infinità di volte prima di raggiungere il nostro occhio, dando un colore diverso a seconda della quantità di particelle su cui “rimbalza”.
Quando il sole è alto nel cielo, dunque, la luce blu (onda più corta) prevale dopo aver attraversato l’atmosfera composta dalle molecole di ossigeno e azoto. Al tramonto, invece, la luce deve attraversare una quantità maggiore di atmosfera, e dunque solo le onde più lunghe (rosse e arancio) riescono a raggiungere i nostri occhi regalandoci panorami unici.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Vento
Vento

Parliamo del vento! Il nostro Ventum lo sa bene, il vento è un fenomeno molto importante e talvolta molto potente! In meteorologia il vento si può definire come il movimento di masse d’aria tra due punti. Questo spostamento viene provocato, ad esempio, dalla presenza di due zone, una di alta pressione e una di bassa pressione: il vento, infatti, viene causato dalle differenze di pressione atmosferica che spingono l’aria da zone di alta pressione a zone di bassa pressione. Ce ne accorgiamo quando arrivano perturbazioni forti: al passaggio della perturbazione, associata ad una zona di bassa pressione, vengono innescati venti che possono essere deboli ma anche forti. Capita anche che il vento venga provocato dalla differenza di temperatura di due superfici: capita al mare, quando la costa è più calda dell’acqua del mare. Le raffiche di vento però possono essere causate da un piccolo temporale e, ad un livello più grande, anche dal movimento rotatorio della Terra!

Come si misura l’intensità del vento? La velocità del vento viene misurato da uno strumento chiamato anemometro, mentre per capire la direzione del vento si usano le banderuole e le maniche rosse e bianche.

Il signor Francis Beaufort, ammiraglio, cartografo e esploratore britannico mise a punto una scala, tuttora in uso, per classificare l’intensità del vento. La scala si compone di 13 livelli e si va dal livello 0, la calma di vento, all’uragano. Questa classificazione è rigorosa e per attribuire l’intensità al vento bisogna misurare la velocità media in un minuto di tempo. Questo significa che non si possono contare le raffiche, che sono di solito più forti ma di breve durata.

Vediamoli insieme:

0 – Calma di vento – 0 km/h

1 – Bava di vento – 1-6 km/h

2 – Brezza leggera – 4-6 km/h

3 – Brezza tesa – 12-19 km/h

4 – Vento moderato – 20-29 km/h

5 – Vento teso – 30-39 km/h

6 – Vento fresco – 40-50 km/h

7 – Vento forte – 51-62 km/h

8 – Burrasca – 63-75 km/h

9 – Burrasca forte – 76-87 km/h

10 – Tempesta – 88-102 km/h

11 – Tempesta violenta – 103-117 km/h

12 – Uragano – più di 117 km/h

Il satellite che legge il vento
Il satellite che legge il vento

Presto l’orbita terrestre si popolerà con un nuovo satellite: si chiama Aeolus, come il dio del vento, Eolo. Questo nuovo “esploratore della Terra” sviluppato dall’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, utilizza una tecnologia laser molto innovativa che scandaglierà lo strato di atmosfera dal suolo fino a 30 chilometri di quota, per raccogliere dati sul vento, sulle nuvole e sugli aerosol, informazioni utilissime per la ricerca sul cambiamento climatico ma soprattutto per la previsione meteorologica e di fenomeni meteo estremi.

La missione Aeolus permetterà di comprendere meglio le dinamiche dell’atmosfera anche grazie ad uno strumento mai lanciato prima nello Spazio, il LIDAR (Light Detection and Ranging o Laser Imaging Detection), un laser capace di “leggere” il vento. Questo sistema emette impulsi di luce ultravioletta che attraversano l’atmosfera e analizza la parte di luce ultravioletta che torna indietro perché riflessa dalle molecole d’aria, polvere sospesa e goccioline d’acqua. Grazie a questi segnali, Aeolus riesce a fornire informazioni sulla velocità e direzione del vento quasi in tempo reale.

Cosa c’entrano queste osservazioni con le previsioni del tempo? Le previsioni meteo non vengono realizzate usando i satelliti meteorologici, ma sicuramente ne beneficiano, grazie ai preziosissimi dati raccolti. Si pensa che le previsioni meteo vengano realizzate attraverso l’uso dei satelliti, ma non è così. I satelliti lanciati nell’orbita terrestre vengono utilizzati in ambito meteorologico per la raccolta di dati sul tempo in atto. Ma quindi come possono, questi dati, migliorare le previsioni del tempo? Più dati si hanno a disposizione, più la previsione meteorologica sarà precisa, accurata e dettagliata.

I dati osservati vengono raccolti attraverso 2 metodi: attraverso le stazioni a terra, le boe e centraline disseminate sul territorio e attraverso l’uso dei satelliti, particolarmente utili dove non arriva l’uomo, come nei deserti, negli oceani e ai Poli. L’osservazione dei dati tramite satellite è diventata fondamentale e il loro uso è aumentato esponenzialmente negli ultimi 20 anni. L’ECMWF, ad esempio, negli anni ha aumentato via via l’uso dei dati provenienti dai satelliti: nel 2004 venivano processati 5 milioni di dati ogni giorno; oggi sono addirittura 40 milioni. L’ECMWF, infatti, ad oggi, usa per attività di monitoraggio e analisi i dati provenienti dai 90 satelliti attivi, con l’aiuto anche di osservazioni da terra e via aereo.

A cosa servono i dati? Le osservazioni del tempo in atto rilevate dai satelliti meteorologici vengono processate, analizzate e poi utilizzate per alimentare i modelli fisico-matematici dell’atmosfera utili per la previsione dei parametri meteorologici. Sono quindi uno strumento di diagnosi del tempo in atto utilissimo per costruire una base di dati a disposizione della ricerca scientifica anche in campo climatico e ambientale.

Hai attivato il tuo Plastic Radar?
Hai attivato il tuo Plastic Radar?

Grazie al nuovo progetto di Greenpeace oggi possiamo segnalare i rifiuti di plastica che troviamo al mare!
L’associazione ambientalista ha infatti lanciato Plastic Radar, un nuovo servizio che permette di segnalare rifiuti di plastica che troviamo in spiaggia, che vediamo galleggiare tra le onde o che osserviamo perfino sui fondali durante una nuotata o un’immersione.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Come funziona?

Per partecipare, e attivare il tuo Plastic Radar, ti basterà scattare una o più foto del rifiuto di plastica che vuoi segnalare: Greenpeace specifica che, se possibile, è meglio fare in modo che sia riconoscibile anche il marchio (per esempio, quello di una bottiglietta d’acqua) e il tipo di plastica con cui è stato realizzato il rifiuto. Quindi, invia la tua segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267, condividendo i tuoi scatti e la posizione in cui hai trovato il rifiuto di plastica.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Se dovessi trovare rifiuti di plastica non più interi, ma frammentati, potrai segnalarli comunque con le stesse modalità.

Ultimo passaggio? Naturalmente, dopo averli fotografati ricordati di raccogliere i rifiuti che trovi e di gettarli in contenitori dedicati alla raccolta della plastica!

Sul sito plasticradar.greenpeace.it è possibile trovare tutte le informazioni su come partecipare e anche i dati che sono stati raccolti finora. Per esempio, una mappa mostra quante segnalazioni sono arrivate da diverse aree dei nostri mari e un semplice grafico mostra quali sono le principali categorie merceologiche che stanno inquinando i nostri mari.

 

 

Europa: è guerra contro la plastica usa e getta
Europa: è guerra contro la plastica usa e getta

In Europa vengono prodotti, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 30% viene raccolto per essere riciclato e il resto, nella maggior parte dei casi, finisce nel mare: un vero disastro.

La Commissione Europea ha proposto la messa al bando di numerosi prodotti usa e getta realizzati con la plastica. Nel mirino, in particolare, quei prodotti che vengono trovati più spesso sulle spiagge dei paesi europei, nei nostri mari, ma anche nelle acque dolci di superficie. È il caso, ad esempio, di posate, piatti, bicchieri e cannucce di plastica, contenitori per alimenti, cotton fioc, ma anche i bastoncini di plastica utilizzati per tenere i palloncini. Tutti questi oggetti dovranno essere sostituiti da alternative sostenibili. Dovrà essere ridotto l’utilizzo di quei prodotti per cui, invece, non abbiamo alternative più ecologiche e meno inquinanti.

Gli stati membri dell’Unione Europea dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025 e dovranno incentivare una riduzione dell’utilizzo di contenitori per alimenti e bevande di plastica.

europa contro la plastica usa e getta

 

Le norme proposte riguardano anche i produttori, le aziende, che danno origine questo genere di rifiuti:

I produttori dovranno contribuire alle spese per la gestione e la bonifica dei rifiuti. Inoltre, dovranno farsi carico dei costi per sensibilizzare i clienti sull’impatto ambientale di molti prodotti monouso che inquinano il nostro ambiente, come involucri e confezioni di plastica, salviette umidificate, sigarette con filtro, assorbenti eccetera.
Dovranno informare i clienti sugli effetti della plastica (come succede oggi con i pacchetti di sigarette), sull’importanza di non disperdere i prodotti nell’ambiente e su come debbano essere smaltiti. Nel caso di contenitori per bevande di plastica usa e getta sarà necessario che il tappo resti attaccato al contenitore, in modo da evitare che venga disperso nell’ambiente.
Le nuove regole riguardano anche i produttori che operano nel settore della pesca: il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee, infatti, viene proprio da questo ambito. Chi produce attrezzi da pesca sarà responsabile delle spese per la loro raccolta quando non serviranno più ai clienti, oltre che dei costi di trasporto e di smaltimento.

europa contro la plastica usa e getta

Cosa succede adesso?

Queste regole e iniziative fanno parte di una proposta portata avanti dalla Commissione Europea. La proposta dovrà essere valutata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea e in queste fasi potrebbe subire delle modifiche. La speranza della Commissione Europea è quella di ottenere i primi risultati entro la Primavera 2019.
Quando saranno emanate delle normative in questa materia, i governi dei singoli stati, come l’Italia, dovranno metterle in atto con norme e leggi che potranno cambiare a seconda dei diversi Paesi.

L’estate meteorologica inizia oggi
L’estate meteorologica inizia oggi

Ci siamo: l’estate meteorologica inizia oggi, il primo giorno di giugno!

Ma allora, perché si dice che l’estate inizia il 21 giugno?

Perché di solito si fa riferimento alle stagioni astronomiche, non a quelle meteorologiche. Vediamo quali sono le differenze.

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

 

estate meteorologica al via il 1 giugno

Invece, le stagioni che seguono il calendario astronomico non sono legate ai fattori climatici. Dipendono, infatti, dall’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole. A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole. Siccome l’inclinazione dell’asse terrestre non è costante ma varia ciclicamente tra circa 22,5° e 24,5° con un periodo di 41 000 anni (attualmente è di 23°27′ ed è in diminuzione), le date di inizio delle stagioni variano di anno in anno. E così, ad esempio, la primavera può avere inizio il 19, 20 o 21 marzo e l’estate il 19, 20 o 21 giugno.

Equinozi e solstizi danno il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.

 

 

 

La Giornata dell’Ambiente quest’anno dedicata al problema della plastica
La Giornata dell’Ambiente quest’anno dedicata al problema della plastica

La Giornata dell’Ambiente del 2018, in programma il 5 giugno, è stata dedicata all’inquinamento provocato dalla plastica, problema che tocca da vicino tutti noi, tutti i Paesi del Mondo. Ogni anno vengono usati 500 miliardi di sacchetti di plastica. Negli oceani finiscono 13 milioni di tonnellate di plastica tant’è che nel Pacifico si è formata una gigantesca isola formata al 99% da rifiuti di plastica e un sacchetto è stato ritrovato persino nella fossa più profonda degli abissi, la fossa delle MarianneGli animali sono i primi a soffrire dell’inquinamento da plastica: ogni anno, per questo motivo, muoiono 100.000 esemplari.

Ogni minuto vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica e il 50% della plastica prodotta viene utilizzato solo una volta, aumentando incredibilmente la quantità di rifiuti prodotti dall’uomo.

É sbagliato pensare che siano inquinati solo gli oceani e i mari lontani da noi. Il problema ci tocca da vicino! Anche il Mediterraneo, infatti, sta soffocando: durante il tour “Meno Plastica più Mediterraneo” di Greenpeace, si è riscontrata un’enorme e diffusa presenza di microplastiche (pezzettini di plastica molto fini)  comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico. La situazione è preoccupante anche per il fatto che il Mediterraneo è un bacino semi-chiuso che viene sfruttato molto dall’uomo.

La giornata dell’ambiente 2018 è quindi un’occasione per riflettere sull’emergenza plastica ma soprattutto serve per promuovere azioni concrete volte alla risoluzione di uno dei problemi più grandi del nostro tempo.

Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando
Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando

Durante una conferenza a Manhattan un membro del consiglio comunale di New York, Rafael Espinal, ha annunciato una proposta di legge volta a mettere al bando le cannucce di plastica in tutti i locali della Grande Mela.
Secondo il National Park Service, solo negli Stati Uniti si consumano oltre 500 milioni di cannucce al giorno! Numerosi ristoranti di New York hanno già aderito alla campagna Give a sip (“dai un sorso”), promossa dall’associazione Wildlife Conservation Society, impegnandosi a utilizzare cannucce realizzate con materiali alternativi alla plastica, come il bambù o la carta.
New York, forse, metterà al bando le cannucce di plastica

Come riferisce il Guardian, la proposta prevede multe da 100 a 400 dollari per i locali sorpresi a distribuire cannucce di plastica, ma si ammetteranno eccezioni per disabili o malati che, per bere, hanno bisogno di una cannuccia.

Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?
Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?

Dal 24 maggio fino alla fine del 2018, l’Italia è in debito con l’ambiente. L’Overshoot Day quest’anno per l’Italia cade il 24 maggio, giorno in cui finiamo di consumare le risorse naturali rinnovabili del nostro Paese. L’Overshoot Day è una data simbolica, lanciata dal Global Footprint Network, che misura l’impronta ecologica dei Paesi del Mondo rispetto alla capacità di generare risorse naturali. Cosa significa “impronta ecologica”? Questo termine viene usato per misurare la porzione di ambiente (mare e terra) necessaria per rigenerare le risorse consumate da una o più persone. Basta confrontare l’impronta ecologica di un individuo, di una regione, o di uno stato, con la quantità di terra disponibile per ognuno di noi. Così si può capire se il nostro stile di vita è sostenibile dal punto di vista dell’ambiente o meno.

Se la popolazione del mondo intero vivesse come viviamo noi, in Italia, avremmo bisogno di 2.6 mondi come la Terra per sostenere tale l’impronta ecologica.

Ogni anno, la data, a livello mondiale ma anche di ogni singolo Paese, cade sempre qualche giorno prima, a testimonianza del fatto che le risorse naturali che abbiamo a disposizione non sono sufficienti per seguire il nostro stile di vita. L’Overshoot Day del Mondo intero del 2017 è caduto in data 2 agosto, ma quest’anno potrebbe cadere qualche giorno prima. Se consideriamo l’impronta ecologica del Mondo intero avremmo bisogno di 1.7 Mondi come la Terra per non gravare più sull’ambiente. Nella Top 5 dei Paesi in cui lo stile di vita pesa di più sono Australia, USA, Corea del Sud, Russia e Germania.

Facciamo una prova. Sul sito ufficiale è possibile calcolare la nostra impronta ecologica misurata considerando le nostre abitudini alimentari, le caratteristiche della nostra abitazione, il consumo di energia, la distanza percorsa in auto ogni giorno, il numero di voli aerei e così via.

Estate meteorologica in arrivo!
Estate meteorologica in arrivo!

L’estate meteorologica inizia l’1 giugno: manca pochissimo!

Ma allora, perché si dice che l’estate inizia il 21 giugno?

Perché di solito si fa riferimento alle stagioni astronomiche, non a quelle meteorologiche. Vediamo quali sono le differenze.

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

Invece, le stagioni che seguono il calendario astronomico non sono legate ai fattori climatici. Dipendono, infatti, dall’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole. A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole. Siccome l’inclinazione dell’asse terrestre non è costante ma varia ciclicamente tra circa 22,5° e 24,5° con un periodo di 41 000 anni (attualmente è di 23°27′ ed è in diminuzione), le date di inizio delle stagioni variano di anno in anno. E così, ad esempio, la primavera può avere inizio il 19, 20 o 21 marzo e l’estate il 19, 20 o 21 giugno.

Equinozi e solstizi danno il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.

 

Ecco a voi la lumaca-foglia!
Ecco a voi la lumaca-foglia!

Questo animaletto è davvero unico al mondo! Sì perché, forse geloso, ha copiato dalle piante e adesso per saziarsi gli basta la luce del sole. Questa lumachina infatti si nutre solamente di luce. Incredibile vero? Lo hanno scoperto i ricercatori della Rutgers University di New Brunswick che hanno studiato approfonditamente la lumaca e hanno capito che questa lumaca può appropriarsi della materia prima dalle alghe per mantenere il suo stile di vita “ad energia solare”.

Conosciamola meglio! Questa lumaca si chiama Elysia chlorotica e vive nel mare tra la Nuova Scozia, il Canada e l’isola di Martha’s Vineyard, ma anche in Florida. Può crescere fino a 5 cm di lunghezza e per sopravvivere ha imparato a sottrarre i plastidi verdi alle alghe. Cosa sono? Ecco, i plastidi sono minuscoli organi che funzionano come veri e propri pannelli solari. La cosa bella è che non vengono digeriti ma immagazzinati nel rivestimento dell’intestino della lumaca.

Grazie a questo stratagemma la nostra lumaca-foglia dopo aver rubato i plastidi, smettere di nutrirsi e sopravvive grazie alla fotosintesi per i successivi 6-8 mesi. Non è fantastico?

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola