Categoria: Edu

Scarafaggi utili
Scarafaggi utili

In Cina parecchi impianti di smaltimento rifiuti hanno iniziato ad allevare scarafaggi nutrendoli con l’immondizia. Si stima che in Cina vengano prodotte più di 25000 tonnellate di pattume al giorno; secondo il South China Morning Post solo nel 2017 a Pechino sono stati generati 9 milioni di tonnellate di immondizia. Per risolvere il problema è stata quindi ideata questa soluzione alternativa di darli in pasto agli scarafaggi. Negli stessi impianti di smaltimento vengono allevati milioni e milioni di questi insetti, come riporta la Reuters.  A Jinan, capitale della provincia di Shandong, vengono allevati circa un miliardo di questi animali ai quali vengono fornite 50 tonnellate giornaliere di rifiuti alimentari. L’azienda Shandong Qiaobin Agricultural Technology Co sta pensando all’apertura di altri 3 impianti entro il 2019, per smaltire circa un terzo dei rifiuti alimentari prodotti nella città da oltre 7 milioni di abitanti.

Quando gli insetti muoiono, diventano mangime per maiali e altri animali da allevamento. La presidente di Shandong Qiaobin, Li Hongyi ha dichiarato che è come trasformare la spazzatura in risorse. In alcuni casi possono diventare anche componenti di farmaci, come avviene a Xichang, città-contea della Cina, situata nella provincia di Sichuan dove sono considerati utili per curare le ulcere orali e peptiche, le ferite della pelle e persino il cancro allo stomaco. I ricercatori stanno anche cercando di utilizzare l’estratto degli scarafaggi per maschere di bellezza, pillole dimagranti e persino trattamenti per la perdita dei capelli. A Xichang è presente il più grande allevamento di scarafaggi al mondo con 6 miliardi di esemplari, fatti crescere a temperatura e umidità controllate, usando perfino strumenti di intelligenza artificiale.

Un pericolo, però, esiste: se questi insetti dovessero trovare il modo di uscire dagli allevamenti, sarebbe una catastrofe. «Abbiamo un fossato pieno di acqua e pesce. Se gli scarafaggi scappano, cadranno nel fossato e i pesci li mangeranno tutti», tranquillizzano i ricercatori.

Come proteggere il mare dalle microfibre
Come proteggere il mare dalle microfibre

L’associazione italiana Marevivo ha deciso di lanciare la campagna #stopmicrofibre per sensibilizzare le persone sul problema delle microplastiche che ormai si propagano ovunque. I frammenti che vengono rilasciati dai tessuti sintetici in lavatrice sono tra i più diffusi nell’ecosistema marino. Secondo l’associazione ambientalista un solo carico produce milioni di microfibre di dimensioni inferiori ai 5 mm che si riversano in mare dove vengono ingerite dagli organismi marini, entrando così nella catena alimentare. I microframmenti nocivi iniziano ad assorbire sostanze inquinanti e tossiche e vengono ingeriti dagli organismi che li scambiano per cibo; si accumulano nei tessuti in concentrazioni sempre crescenti via via che si sale nella catena alimentare fino a raggiungere potenzialmente l’uomo. Secondo uno studio della International Union for Conservation of Nature, considerata come una delle più autorevoli istituzioni scientifiche internazionali che si occupano di conservazione della natura, le microfibre rappresentano il 35% delle microplastiche primarie che finiscono in mare, spesso proprio a causa dei nostri capi in acrilico e poliestere.

Circa il 60% di tutti gli indumenti sono realizzati con tessuti sintetici e, come ricorda un altro studio dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, ogni ciclo di lavaggio di questi capi rilascia circa 700.000 microfibre nell’ambiente. I dati dei ricercatori indicano che lavando a varie temperature tra i 30 e i 40 gradi, con differenti combinazioni di detergenti, il 40% delle microfibre non viene trattenuto dagli impianti di trattamento e finisce nell’ambiente. Una città come Berlino per esempio ne rilascia ogni giorno una quantità equivalente a 540000 buste di plastica. I danni da microfibre potrebbero essere arginati con alcune buone pratiche: bisognerebbe usare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e, come suggerisce lo studio del Cnr di Biella, effettuare lavaggi usando programmi a basse temperature, detergenti liquidi e una velocità della centrifuga ridotta.

Plastica killer a causa del suo odore
Plastica killer a causa del suo odore

La plastica che finisce in mare oltre ad inquinare, uccide con l’inganno, inserendosi nella catena alimentare: una sostanza chimica presente in natura che segnala agli animali le aree migliori per cercare cibo, è la stessa prodotta dalle plastiche che finiscono in acqua. Sono numerosi gli studi su una sostanza presente in natura, il dimetil solfuro che molti organismi sfruttano come segnale chimico fondamentale per individuare le aree migliori per cercare cibo. Il problema è che questa stessa sostanza è prodotta anche dalle plastiche che finiscono in mare, quindi per molte specie sensibili, diventa una trappola olfattiva, come se nel cervello si creasse la stessa sensazione che proviamo quando siamo affamati e sentiamo in lontananza l’odore del nostro piatto preferito. Il dimetil solfuro, caratterizzato da un tipico odore sgradevole, simile a quello che si avverte quando vengono cotti alcuni vegetali come i cavoli, viene prodotto dal dimetil solfoniopropionato (DMSP) che si trova nelle cellule di alcune specie di fitoplancton. Negli ecosistemi che si trovano in mare aperto attrae le specie che comunemente si nutrono di fitoplancton come i krill (piccoli crostacei che vivono in tutti gli oceani del mondo). I krill, a loro volta, costituiscono l’alimento principale della dieta di centinaia di specie animali diverse, dai pesci e gli uccelli fino alle balene. Quindi se i krill hanno ingerito erroneamente la plastica, attirati da quell’odore ingannevole, la plastica arriva anche agli altri animali che si nutrono di loro.

Alcune stime datate 2010 parlano di una quantità di plastica finita in mare che oscilla tra 4,8 ai 12,8 tonnellate, in un solo anno. Le nazioni che si affacciano su mari e oceani producono un totale di rifiuti solidi annuo che si attesta sulle 2,5 miliardi di tonnellate; di queste 275 milioni di tonnellate sono plastica, di cui 8 milioni di tonnellate finite in mare. “Conoscere le specie che rischiano di cadere in questa trappola olfattiva è fondamentale per predisporre adeguati piani di conservazione. È importante capire anche come i singoli individui predano: la specie potrebbe essere attirata nel posto sbagliato dal dimetil solfuro, ma poi essere in grado di distinguere il sacchetto di plastica da una medusa. Altre specie potrebbero invece non essere in grado di operare questa distinzione. L’impatto delle plastiche sulle specie marine è perverso e probabilmente non siamo ancora stati capaci di comprenderlo appieno. Serviranno altri studi sul tema per chiarire gli aspetti che a oggi sono poco chiari” ha sottolineato Roberto Ambrosini, ricercatore di scienze ambientali dell’Università Statale di Milano.

Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica
Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica

Uno studio internazionale condotto dall’università inglese di Plymouth ha preso in esame le capesante atlantiche dimostrando purtroppo che miliardi di frammenti piccolissimi di plastica riescono a penetrare in questi organismi marini nel giro di poche ore. La ricerca ha dimostrato che sono sufficienti appena 6 ore perché si accumulino nel loro intestino le nanoplastiche. La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, fonte autorevole di informazioni per professionisti in una vasta gamma di discipline ambientali, ha appurato la presenza di miliardi di nanoparticelle dal diametro di 250 nanometri (0,00025 millimetri) nell’intestino di questi molluschi. Frammenti ancora più piccoli, da 20 nanometri (0,00002 millimetri) sono stati rinvenuti in tutto il corpo, dai reni alle branchie e ai muscoli. Quest’ultimo tipo di frammento non era più presente nelle capesante dopo 14 giorni dall’esposizione, mentre le nanoplastiche da 250 nanometri hanno richiesto 48 giorni per scomparire. Gli esperimenti sono stati fatti in laboratorio, dove per 6 ore le capesante prese in esame, sono state esposte alle nanoplastiche.

“Lo studio dimostra che le nanoparticelle possono essere assorbite rapidamente da un organismo marino e che in poche ore vengono distribuite attraverso la maggior parte degli organi principali” queste le parole della ricercatrice Maya Al Sid Cheikh che ha condotto la ricerca. “Comprendere se le particelle di plastica siano assorbite attraverso le membrane biologiche e si accumulino negli organi interni è fondamentale per valutare il rischio che tali particelle rappresentano sia per l’organismo marino che per la salute umana” ha sottolineato Ted Henry, docente di Tossicologia ambientale all’Heriot-Watt University di Edimburgo.

Quando l’uomo influenza troppo il mondo animale
Quando l’uomo influenza troppo il mondo animale

Secondo uno studio fatto in Mozambico, a causa dell’influenza dell’uomo ci sarebbero molte più femmine di elefante che nascono senza zanne. Questi sarebbero gli effetti del bracconaggio che secondo le ultime osservazioni ha già fatto crollare il numero degli elefanti di questa zona da 20000 a circa 10000 dal 2010 al 2015. La ricerca non ancora pubblicata, è stata annunciata sul National Geographic dalla ricercatrice Joyce Poole, cofondatrice di Elephant Voices che gestisce progetti di monitoraggio, conservazione e ricerca. Il punto di vista di ElephantVoices è che questi animali hanno bisogno di protezione sia come specie che come singoli individui. Salvaguardare gli elefanti significa comprendere le dinamiche di una società, incorporare questo fondamento della conoscenza in pratiche di conservazione e di crescita della coscienza pubblica. Viene resa prioritaria la condivisione di queste informazioni e il gruppo vanta oltre 40 anni di studio, con gli ultimi 8 anni focalizzati su 2 progetti di conservazione, uno in Kenya e l’altro in Mozambico. La ricerca sugli elefanti senza zanne è stata condotta nel parco nazionale di Gorongosa, un’area naturale protetta proclamata parco nazionale dal governo portoghese nel 1960 che si trova nella Great Rift Valley del Mozambico centrale, con foreste e savane che ospitano leoni, ippopotami ed elefanti. Il lago Urema che si trova al centro del parco, le paludi e i fiumi circostanti attraggono invece molti uccelli acquatici. L’anomala particolarità anatomica delle femmine di questo mammifero, inizia ad essere osservata anche in altre zone dell’Africa. Nel parco sudafricano di Addo, per esempio, già nei primi anni 2000 il 98% delle 200 femmine presenti era senza zanne; in Kenya, invece, uno studio condotto nel 2015 dalla Duke University in collaborazione con il Kenya Wildlife Service ha dimostrato un rimpicciolimento delle zanne.

Luigi Boitani, zoologo dell’università Sapienza di Roma ed esperto di biologia della conservazione ha dichiarato che siamo ancora davanti a casi specifici riscontrati in popolazioni di elefanti molto piccole e che è possibile che il bracconaggio abbia determinato una selezione artificiale degli elefanti senza zanne, che avrebbero trovato così uno stratagemma per sopravvivere all’uomo. L’ipotesi è ancora tutta da verificare ma è altrettanto plausibile che la scomparsa delle zanne sia un semplice fenomeno di deriva genetica, dovuto a una modifica casuale della variabilità genetica che in popolazioni così piccole potrebbe aver portato questo carattere a essere sempre più diffuso.

In Giappone uno “strano” distributore di snack
In Giappone uno “strano” distributore di snack

Un successo inatteso per le merendine agli insetti

Nella città giapponese di Kumamoto sta avendo grande successo un distributore automatico dove è possibile acquistare snack a base di insetti. L’idea è partita da Toshiyuki Tomoda, un 34enne che ha messo a disposizione dei cittadini di questa città, che si trova nel Giappone occidentale, un’idea alternativa per fare merenda. Si tratta in realtà di una trovata per pubblicizzare la propria attività, un negozio di gonfiabili e articoli da regalo, che ha riscosso un successo inaspettato. Nato quindi come un’idea bizzarra per fare conoscere il suo punto vendita, è diventato uno dei distributori automatici più visitati del posto. Dopo aver ricevuto in regalo dalla Thailandia uno snack a base di cavallette essiccate da parte di un amico, l’imprenditore ha deciso di far commissionare qualcosa di controverso che potesse attirare l’attenzione. Il dispositivo, adornato di foto di coccinelle, api e vespe, propone 8 tipi di merende a base di insetti, incluse le cavallette ricoperte di cioccolato e le tavolette proteiche al gusto di grillo.

Nella sola prima settimana dalla messa in funzione della macchina, le vendite hanno raggiunto gli 80mila yen, poco più di 620 euro (ogni barretta ha un costo medio di 6 euro). Secondo l’azienda distributrice, sebbene siano già disponibili degli snack a base di insetti nei giardini botanici e in simili ubicazioni, non si conoscono altri casi di distributori situati accanto a negozi.
In Giappone i dispositivi automatici sono molto diffusi, presenti ad ogni angolo di strada e offrono una grande varietà di prodotti: dalle bibite ai fiori freschi, dai francobolli agli hamburger, dal riso al curry, fino ad arrivare pizza. Secondo le stime dell’Ufficio nazionale del Turismo sono attivi circa 5 milioni e 520mila distributori automatici, vale a dire uno ogni 33 abitanti. Un mercato annuale che genera introiti pari a 6.950 miliardi di yen, pari a circa 53 miliardi di euro.

Il laboratorio dove si studia il benessere dei nostri amici a 4 zampe
Il laboratorio dove si studia il benessere dei nostri amici a 4 zampe

A Leicestershire nel cuore dell’Inghilterra a circa 70 km da Birmingham, c’è un centro che conduce ricerche scientifiche sulla cura e la nutrizione degli animali domestici. Si tratta del centro Waltham, l’istituto di ricerca sulla nutrizione animale di Mars, immerso nella natura e attivo da oltre 50 anni. Grazie alle sue ricerche innovative condotte da più di 100 studiosi, è diventato un’autorità mondiale per l’alimentazione e la cura degli animali domestici. Ospita 200 cani e 350 gatti che restano mediamente 2 anni: vengono coccolati, curati, seguiti da educatori e studiati, senza stress e anche l’osservazione dei loro comportamenti viene fatta come se fosse una dinamica di gioco. I cani sono ospitati in super cucce ma anche spazi comuni e grandi aree verdi per le quotidiane passeggiate. I gatti vivono in ambienti spaziosi attrezzati con passerelle, nascondigli e giochi per arrampicarsi in alto. Dalle parole di Valentina Menato, direttore marketing Petcare di Mars Italia, scopriamo che il centro è nato con l’idea di creare un mondo migliore per gli animali e per portare avanti le ricerche sulla nutrizione. Vengono anche condotti studi sui benefici della relazione tra animali domestici e anziani e bambini.

È stato dimostrato, per esempio, l’impatto positivo dell’avere un animale in casa per una donna in gravidanza. In Inghilterra ad esempio si è visto che le future mamme che avevano un cane erano a meno rischio obesità e facevano in media 4 h di attività fisica alla settimana. Al centro si studia anche l’igiene orale insegnando con dolcezza agli animali a collaborare, aprendo la bocca giusto il tempo di prelevare la saliva per le analisi. Viene costantemente controllato anche il mantello di pelo. Gli ospiti a quattro zampe del centro dopo un periodo al centro vengono adottati dalle famiglie. Il centro Waltham pubblicò il primo studio su una rivista scientifica nel 1963. Da allora ha raccontato i risultati della propria ricerca in oltre 1.700 pubblicazioni, tra cui più di 600 articoli su riviste scientifiche certificate. I ricercatori collaborano con i più famosi veterinari ed esperti in nutrizione nel mondo, guidati dalla visione di Mars Petcare volta a creare un mondo migliore per gli animali domestici e a fornire supporto scientifico ed esperienza, alla base dei più importanti brand di Mars.

Clima e api: caldo e improvvisi acquazzoni hanno dimezzato la produzione del miele
Clima e api: caldo e improvvisi acquazzoni hanno dimezzato la produzione del miele

Secondo un report della Coldiretti la produzione del miele made in Italy quest’estate ha registrato un calo di circa il 50% rispetto alla media degli ultimi anni. Anche il bilancio del 2017 era stato negativo per il nostro Paese, con una produzione pari a circa 10 milioni di chili, uno dei peggiori risultati della storia dell’apicoltura moderna.
Dopo una primavera fredda e piovosa, le temperature decisamente alte che hanno caratterizzato l’estate, alternate a improvvisi acquazzoni spesso accompagnati da grandine e forti raffiche di vento, hanno condizionato il lavoro delle api sia nella gestione degli alveari sia nella raccolta del nettare. Sono stati riscontrati problemi nelle principali varietà di miele: dal castagno al tiglio, dal girasole al millefiori, dal coriandolo all’acacia, dall’arancio alla melata.

Questa situazione ha portato così ad un aumento delle importazioni da altri Paesi, che già nel primo quadrimestre del 2018 aveva fatto registrare una crescita del 32% per un totale di oltre 9,4 milioni di chili, provenienti in particolare dall’Ungheria (+64%), dalla Romania (+46%), dalla Polonia (+34%) e dalla Cina (+19%).“Peggiora così una situazione che vede già due barattoli di miele su tre arrivare dall’estero” sottolinea Coldiretti, invitando i consumatori a leggere con attenzione le etichette per verificare la provenienza del miele o a rivolgersi direttamente ai produttori.

Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa
Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa

Una scoperta eccezionale. Un gruppo di scienziati hanno ritrovato, racchiusa in una bolla di ambra, una lumaca vissuta 99 milioni di anni fa. Si tratta della prima lumaca preistorica di cui possiamo osservare anche il corpo, la testa e gli occhi. Acquistata da un collezionista di fossili nel 2016, è stata studiata soltanto adesso dal gruppo del Museo Nazionale della Scozia coordinato da Andrew Rossche, e descritta sulla rivista Cretaceous Research.

La lumaca si è perfettamente conservata nell’ambra per 99 milioni di anni. All’interno della goccia di ambra in realtà si nasconde una seconda lumachina che però si è conservata peggio della prima. Secondo gli studi le lumache provengono dal Myanmar e sarebbero gli antenati delle lumache di terra che conosciamo oggi. Si tratta delle più antiche lumache mai ritrovate nell’ambra.
L’ambra conserva perfettamente ciò che racchiude. In questo caso ha mantenuto le lumache esattamente come 99 milioni di anni fa, perfette nei minimi dettagli in una “goccia” di ambra.

Crediti Immagine: Xing et al. Cretaceous Research, 2018

Quanta acqua c’è sulla Terra?
Quanta acqua c’è sulla Terra?

Vi siete mai chiesti quanta acqua c’è sulla Terra? Rispetto agli altri pianeti, la Terra ha molta acqua e infatti, vista dallo spazio, è praticamente blu. L’acqua copre il 71% della superficie terrestre. L’acqua è ciò che rende tanto speciale la Terra perché ci permette di vivere. L’acqua è presente non solo negli oceani e nei mari ma anche sotto i nostri piedi e nell’aria che respiriamo. L’acqua è anche negli esseri viventi: il nostro copro è fatto principalmente di acqua. Se unissimo in una sfera tutta l’acqua presente sulla Terra, la sfera avrebbe un diametro di 1.400 chilometri.

La maggior parte dell’acqua che è presente sulla Terra però è salata: il 96,5%. Questo significa che solo una piccolissima percentuale è dolce e quindi potabile: noi infatti possiamo bere solo il 3,5% dell’acqua presente sulla Terra. Di questa piccola percentuale di acqua, più della metà è intrappolata nei ghiacciai e nelle calotte di ghiaccio mentre un terzo è sotto i nostri piedi, nel sottosuolo. Il restante 2% del totale dell’acqua dolce è quella che vediamo scorrere nei fiumi, nei laghi e nei ruscelli.

L’acqua sulla Terra – Crediti NASA

Romeo e Giulietta, due Storni di Bali specie in via di estinzione

In Italia si chiamano Romeo e Giulietta: si tratta di una rara coppia di storni di Bali, un Uccello a rischio estinzione. Pensate che al mondo ne restano solo 120 esemplari due dei quali si trovano a Verona. Non potevano che chiamarsi Romeo e Giulietta. La coppia di storni di Bali per la prima volta è in Italia, in un parco zoologico italiano: dopo il trasferimento dallo zoo di Colonia hanno trovato “casa” al Parco Natura Viva di Bussolengo.

Romeo e Giulietta appartengono ad una specie di uccelli che vive e abita solo sull’isola di Bali. Questa specie è però gravemente minacciata di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il numero di esemplari è drasticamente calato negli ultimi anni tant’è che i ricercatori parlano già di “estinzione virtuale“.
Gli esperti hanno piegato che “la meraviglia del loro canto è la loro condanna, come accade per altre centinaia di specie di uccelli canori che vengono venduti ogni giorno nelle gabbiette”.

I due esemplari di storno di Bali, chiamato anche maina di Bali o maina di Rothschild, hanno trovato alloggio in un nuovo reparto del parco, con un’area interna riscaldata e un’area esterna in cui convivono con una specie terricola anch’essa asiatica, lo speroniere grigio, un uccello galliforme.

Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa
Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa

Ennesima notizia di inquinamento: è stata ritrovata una bottiglia di plastica di 47 anni fa a Burnham-on-Sea, una cittadina di quasi 20.000 abitanti del Somerset in Inghilterra. La Guardia Costiera ha ritrovato sulla spiaggia una bottiglia di plastica di 47 anni fa. Dopo quasi mezzo secolo in mare è arrivata ai giorni nostri con qualche ammaccatura ma praticamente intatta, mantenendo la sua forma e perfino l’etichetta.
La plastica infatti è capace di durare, inquinando, fino a 450 anni. Fa ancora più impressione che la bottiglia sia stata restituita dalle acque del Sommerset britannico, terra dove il monouso è stato ormai bandito in tutte le sue forme; oltre alle bottigliette non si possono più utilizzare cannucce, cotton fioc e posate.

Nella foto condivisa su Facebook dalla Guardia Costiera e pubblicata sul Guardian si vede bene l’etichetta, quasi perfettamente conservata e si capisce che si tratta di una confezione di detersivo liquido Fairy. Impossibile sapere la quantità precisa del contenuto, visto che l’indicazione di peso dei decimali fu introdotta sui prodotti del Regno Unito solo nel 1971.

Ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono nei nostri mari: non si trova un solo km² di acqua marina libero da detriti in plastica. Anche se solo una piccola quantità di questi galleggia in superficie, le correnti marine formano enormi vortici di plastica, il più grande dei quali ricopre nel Pacifico un’area maggiore di quella dell’Europa centrale.
Su Facebook la Guardia Costiera protagonista del ritrovamento, ha commentato: “Siamo sconcertati dalla quantità di rifiuti spinti dall’acqua sulla spiaggia ed è stato scioccante scoprire quanto a lungo questa immondizia possa sopravvivere danneggiando in ultima analisi la natura”.

Cielo più luminoso: attenzione maltempo in arrivo
Cielo più luminoso: attenzione maltempo in arrivo

Anche se ci troviamo nel corso di una bella giornata di sole, se l’azzurro del cielo trascolora nel bianco o nel grigio significa che sta per arrivare la pioggia.
Il cielo, lo sappiamo, non è sempre azzurro. Può anzi mostrarci una vasta gamma di colori, che vanno dal bianco al rosso acceso. Saper leggere le variazioni cromatiche della volta celeste può in molti casi essere molto utile per capire che tempo farà nel corso delle ore successive.
Pensiamo, ad esempio, a una bella giornata estiva. Alziamo il naso all’insù, e vediamo di essere avvolti da un azzurro chiaro, tenue: ecco, in questo caso ci sono buone probabilità che il bel tempo permanga piuttosto a lungo. Al contrario, sempre restando sulla medesima tonalità cromatica, se notiamo un azzurro profondo, molto intenso, magari anche accompagnato da un’eccezionale visibilità che rende l’orizzonte più nitido che mai, in tal caso l’atmosfera risulta instabile. A farci presagire l’imminente cambiamento delle condizioni atmosferiche e il passaggio a una vera e propria fase di maltempo, invece, è un cielo che mostra di passare progressivamente dall’azzurro al bianco o, addirittura, al grigio. Insomma, un cielo “luminoso”: quasi la volta celeste si fosse improvvisamente “accesa”.

“Parliamo, in quest’ultimo caso, di condizioni che si verificano soprattutto durante l’estate – spiega il meteorologo Rino Cutuli-. Questa colorazione del cielo indica il graduale aumento delle particelle di polvere e di vapore acqueo in atmosfera: di conseguenza, indica anche l’aumento del livello di umidità presente nell’aria. Ciò può avvenire anche in una giornata caratterizzata dall’alta pressione e, dunque, da condizioni di tempo stabile e soleggiato. Il fatto che aumenti l’umidità nell’aria – aggiunge l’esperto – determina una sempre più densa foschia a bassa quota e preannuncia, in ultima analisi, l’avvicinarsi di una perturbazione. Di lì a breve, insomma, potrebbero svilupparsi acquazzoni e temporali anche di forte intensità”.
Ecco quindi che il colore del cielo non soltanto rappresenta un meraviglioso spettacolo della natura, ma spesso ci viene anche in aiuto, dandoci qualche suggerimento in più su come sarà il tempo di lì a breve.

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay
Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay

Il posto da favola reso famoso dal film “The Beach” fa i conti con l’inquinamento. La famosa spiaggia thailandese di Maya Bay, sull’isola di Koh Phi Phi Lee, verrà chiusa a tempo indeterminato per permettere la ripresa dell’ecosistema, devastato da orde di turisti. La spiaggia è diventata celebre dopo il film del 2000 “The Beach” con Leonardo DiCaprio girato interamente in Thailandia tra gennaio e aprile 1999. Le autorità inizialmente avevano deciso di impedirne l’accesso per soli 4 mesi l’anno a causa dell’erosione della spiaggia e dell’inquinamento provocato da migliaia di arrivi giornalieri di turisti. Dopo un primo bilancio positivo, ad agosto si sono resi conto che la situazione era peggiore di quanto previsto e il che divieto temporaneo non era sufficiente.

Sul sito dell’autorità del turismo della Thailandia si legge che la spiaggia, visitata da circa 5000 turisti al giorno, ha bisogno di un periodo di chiusura per ”riprendersi” dai danni causati alla barriera corallina e dalle barche che attraccano nella baia in alta stagione. Si legge che è molto difficile rimediare e riabilitarla perché la sua spiaggia è stata completamente distrutta così come le piante che la coprivano. Il divieto resterà in vigore fino a una completa ripresa e il ritorno a una situazione normale.