Categoria: Acqua

Quanta acqua c’è sulla Terra?
Quanta acqua c’è sulla Terra?

Vi siete mai chiesti quanta acqua c’è sulla Terra? Rispetto agli altri pianeti, la Terra ha molta acqua e infatti, vista dallo spazio, è praticamente blu. L’acqua copre il 71% della superficie terrestre. L’acqua è ciò che rende tanto speciale la Terra perché ci permette di vivere. L’acqua è presente non solo negli oceani e nei mari ma anche sotto i nostri piedi e nell’aria che respiriamo. L’acqua è anche negli esseri viventi: il nostro copro è fatto principalmente di acqua. Se unissimo in una sfera tutta l’acqua presente sulla Terra, la sfera avrebbe un diametro di 1.400 chilometri.

La maggior parte dell’acqua che è presente sulla Terra però è salata: il 96,5%. Questo significa che solo una piccolissima percentuale è dolce e quindi potabile: noi infatti possiamo bere solo il 3,5% dell’acqua presente sulla Terra. Di questa piccola percentuale di acqua, più della metà è intrappolata nei ghiacciai e nelle calotte di ghiaccio mentre un terzo è sotto i nostri piedi, nel sottosuolo. Il restante 2% del totale dell’acqua dolce è quella che vediamo scorrere nei fiumi, nei laghi e nei ruscelli.

L’acqua sulla Terra – Crediti NASA

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Parliamo della goccia di pioggia
Parliamo della goccia di pioggia

Il pianto del cielo. Tante, piccole lacrime che cadono al suolo, sfaldandosi in mille particelle d’acqua. Poeticamente, la pioggia è stata spesso vista così. Specialmente perché, nell’immaginario comune, una goccia di pioggia avrebbe proprio la forma di una lacrima. In realtà, le cose non stanno così. La forma di una goccia di pioggia è ben diversa da una lacrima. Partiamo dalla forma di una goccia d’acqua. “Questa, in assenza di altre forze esterne che potrebbero agire su di essa modificandola, è perfettamente sferica”, afferma il meteorologo Lorenzo Danieli. “Su una goccia di pioggia, invece, cadendo quest’ultima da grandi altezze, agiscono proprio le forze esterne: in particolare, la forza di gravità e la resistenza opposta dall’aria. Ecco quindi che, maggiore è la dimensione di una goccia di pioggia, più la sua forma di differenzierà da quella di una sfera. Mentre le gocce più piccole (quelle con un diametro inferiore a 1 millimetro) hanno una forma quasi sferica, le gocce con un diametro che va da 1 a 3 millimetri, quelle cioè più diffuse, hanno una forma diversa sia dalla sfera che dalla classica “lacrima”. Si presentano, piuttosto con una forma elissoidale, quasi fossero piccole ciambelle o pagnotte, e con la parte rivolta verso il terreno pressoché piatta. Nel loro tragitto dal cielo verso il suolo, le gocce di pioggia si gonfiano e tendono ad appiattirsi. Al momento dell’impatto, queste gocce scoppiano in un’infinità di piccolissime goccioline”.

Per quanto riguarda la loro velocità, in media una goccia di pioggia che cade da 1000 metri di altezza dovrebbe, in teoria, raggiungere il suolo a una velocità di 360 km all’ora: un vero e proprio “proiettile”, in grado di provocare danni inimmaginabili. “La realtà, fortunatamente, è lontana dalla teoria”, rassicura l’esperto. “Grazie infatti all’attrito con l’aria, che riesce ad equilibrare perfettamente la forza del peso della goccia, dopo aver percorso un breve tratto in accelerazione le gocce di pioggia assumono una velocità-limite pressoché costante. Certo, molto dipende dalla grandezza della goccia di pioggia. Una precipitazione classificata come “debole”, nella quale cioè le gocce hanno un diametro di 450 millesimi di millimetro, la velocità di caduta al suolo è di 7,2 km all’ora. Con la pioggia moderata (goccia dal diametro di 1 millimetro) la velocità aumenta a 14,4 km orari. Con la pioggia forte (goccia dal diametro di 1,5 millimetri) la velocità passa a 18 km all’ora. L’acquazzone (goccia dal diametro di 2 millimetri) ha una velocità di 21,6 km orari. Il nubifragio (goccia dal diametro di 3 millimetri) presenta una velocità di 28,8 km all’ora. Il chicco di grandine, infine (chicco dal diametro di 1 centimetro), ha una velocità di ben 180 km orari”.

La forma di una goccia di pioggia rappresenta uno tra i parametri per distinguere le precipitazioni piovose (gli altri elementi distintivi sono la visibilità associata alle gocce stesse e il tipo di nubi che genera la precipitazione). In particolare, la pioviggine (pioggia più debole) è formata da gocce molto piccole e fitte e ha origine in nubi basse dette “strati”, mentre la pioggia vera e propria ha gocce dal diametro che varia tra 0,5 e 6 millimetri e nasce da nubi più spesse dette nembostrati o dai cumulonembi. È interessante notare come, generalmente, molte gocce di pioggia che cadono alle nostre latitudini nascono come fiocchi di neve che poi, attraversando gli strati più caldi vicini al suolo, fondono, diventando così acqua.

Se esaminiamo il numero di gocce che cadono al suolo – aggiunge il meteorologo – possiamo affermare che, nel corso di un temporale di media intensità e della durata di 30 minuti, cadono in media dai 600 ai 1300 miliardi di gocce di pioggia: parliamo di una quantità pari a 4-6 litri per metro quadrato”.
Infine, un dato certamente curioso. Le gocce di pioggia più grosse sono state rilevate nel 2004 in Brasile e nelle Isole Marshall: parliamo di gocce di pioggia con un diametro superiore a 1 centimetro. Gli scienziati hanno spiegato queste dimensioni con la condensazione di grandi particelle di fumo o di collisione tra gocce in zone relativamente piccole con un contenuto d’acqua particolarmente notevole.

L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica
L’ISPRA ha trovato una soluzione per la diminuzione della Posidonia Oceanica

Nel mar Mediterraneo è la Posidonia oceanica la specie vegetale più diffusa e per questo molto importante se si considerano le funzioni vitali che svolge per il funzionamento degli ecosistemi.  Per questo motivo, la sua diminuzione nel nostro mare rappresenta un problema non di poca rilevanza. La presenza della Posidonia oceanica ha subito un calo a causa di fenomeni naturali, tra i quali il cambiamento climatico, ma anche per la cattiva gestione della fascia costiera, con opere portuali e istallazioni di cavi, condotte sottomarine e costruzione di terminali marittimi.

Per far fronte a questo problema l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha sviluppato il progetto LIFE “SEPOSSO” (Supporting Environmental governante for the posidonia oceanica sustainable transplanting operations). L’obbiettivo è quello di organizzare operazioni di trapianto della Posidonia oceanica, grazie all’utilizzo di tecnologie e software innovativi. Il primo trapianto di Posidonia nel Mar Mediterraneo è avvenuto nel 2004 a Civitavecchia- Santa Marinella. Le istallazioni sono state ben 300 mila su una superficie marina di 10.000 metri quadrati.

Le azioni del SEPOSSO sono stati svolti in seguito ai lavori eseguiti da ENEL S.p.a che nell’area di Civitavecchia ha eseguito operazioni di dragaggio che prevedevano la rimozione di grandi quantità di posidonia oceanica. La misura è stata quindi presa per compensazione, atta a recuperare l’ecosistema degradato. Ciò però non rappresenta una precauzione, cosa che invece viene promossa dall’Ispra, con eventi organizzati dai comuni per far conoscere la situazione reale di quanto sta accadendo nel mar Mediterraneo.

 

È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica
È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica

Ocean Cleanup è un’organizzazione non governativa fondata da un giovane ingegnere olandese, Boyan Slat. Il suo scopo è quello di mantenere la pulizia dell’oceano. L’associazione ha sviluppato una macchina in grado di raccogliere i rifiuti in plastica grazie alle correnti marine. Si tratta del Ocean Array Cleanup, che verrà testato a breve.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico esiste infatti un’isola di plastica (Pacific Trash Vortex), occasione perfetta per vedere la macchina in azione.  Con l’aiuto delle correnti subacquee, che spingeranno i rifiuti verso le braccia del macchinario, la plastica verrà raccolta da un imbuto posizionato sulla piattaforma e smaltita periodicamente tramite il trasporto via barca. In tal modo inoltre si riduce l’impatto ambientale dell’Ocean Array Cleanup considerato che non avrà bisogno di energia.

Se il progetto di Slat sarà un successo, questo significherà un grande passo avanti nella lotta contro la minaccia di immondizia negli oceani. Basti pensare ai danni causati solo dall’ impatto negativo che ha il Pacific Trash Vortex, con sporcizia in smisurate quantità. A farne le spese sono infatti balene e delfini che spingendosi in superficie si ritrovano circondati da rifiuti in decomposizione. Se il primo test andrà bene, si potrà procedere alla produzione di altri macchinari di questo tipo da distribuire equamente su tutta la superficie dell’oceano. Obbiettivo questo, che Boyan Slat si propone di raggiungere entro il 2020.

 

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Stoviglie di plastica, addio!
Stoviglie di plastica, addio!

Da oggi sulle Isole Tremiti è vietato l’uso di stoviglie di plastica. Lo ha deciso il sindaco Antonio Fentini con l’obiettivo di salvaguardare il bellissimo mare delle Tremiti, isole del Parco nazionale del Gargano. Sulle tre isole vivono 500 abitanti che, dal 1 maggio di quest’anno, dovranno usare, al posto di piatti e posate di plastica, stoviglie biodegradabili. Questa decisione è stata presa dopo la pubblicazione da parte dell’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, della ricerca dell’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti delle acque realizzati durante il tour ‘Meno plastica più Mediterraneo’ della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior.

Quello che è emerso da questa ricerca è l’altissima concentrazione di microplastiche all’interno del Mar Mediterraneo su livelli non molto lontani da quell’isola di Plastica che si è formata nel Pacifico. Le concentrazioni di microplastiche raggiungono il picco nelle acque dei Portici (Napoli) e anche in aree marine protette, come quella delle Tremiti. “Per avere un’idea di cosa significhino tali valori – spiegano gli esperti del CNR – immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica.”

Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici.

L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia
L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia

Più di 80 mila tonnellate di plastica raccolte dalle correnti in un’unica grande Isola di Plastica, quella che in inglese chiamano “Great Pacific Garbage Patch“.
L’isola di plastica che galleggia nel cuore delle acque del Pacifico settentrionale è ancora più grande di quanto si pensava: ben 16 volte più grande della stima iniziale. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports la grande isola di rifiuti che si è formata a largo, nell’oceano che separa California e Hawaii, sarebbe grande 1,6 milioni di chilometri quadrati, praticamente 3 volte la Francia!

Qui, sul cuore dell’oceano Pacifico settentrionale galleggiano 80 mila tonnellate di rifiuti sono composti al 99% da plastica e quasi la metà degli oggetti rinvenuti dalle analisi sono reti da pesca. Ad oggi la maggior parte (53%) di quest’isola è formata da oggetti di plastica di grandi dimensioni (più di 50 cm). Le macro-plastiche (oggetti grandi tra 5 e 50 cm) compongono il 26%, le meso-plastiche (oggetti tra 0,5 e 5 cm) compongono il 13% e le micro-plastiche (briciole di plastica grandi meno di 0,5 cm) l’8%. La paura è che, con il passare degli anni, i pezzi più grandi si trasformino in microplastiche, ancora più difficili da rimuovere nell’oceano e ancora più pericolose perché facilmente ingeribili da pesci, mammiferi o crostacei.

Raccogliere tutto con le reti è però quasi impossibile. L’Isola di Plastica è composta da ben 1,8 trilioni di pezzi di plastica: si tratta di una quantità impressionante che equivale a 250 pezzi per ogni persona del pianeta.  L’Ocean CleanUp Foundation ha sviluppato un sistema meccanico che concentra la plastica in zone più dense, in modo da rendere più facile la raccolta.
Se non riuscissimo a raccogliere tutto, tra qualche anno potrebbero formarsi 50 trilioni microplastiche: un pericolo che dobbiamo evitare.

È la Giornata Mondiale dell’Acqua
È la Giornata Mondiale dell’Acqua

Il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. Si tratta di una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’acqua per la vita umana. Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2018 è “Natura per l’Acqua”, un’occasione per analizzare le soluzioni naturali per affrontare le sfide legate all’acqua del XI secolo. Gli ecosistemi sono stati danneggiati e, per questo motivo, la quantità e qualità dell’acqua a nostra disposizione è diminuita: ad oggi 2.1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile nelle proprie abitazioni con problemi che ricadono sulla salute, sull’educazione e sui mezzi di sostentamento.

 

La soluzione è da cercare nella natura

Tante le proposte dell’UNESCO che potrebbero migliorare la situazione nel lungo periodo con un notevole vantaggio anche in termini di risparmio: riforestare, ristorare distese erbose e paludi naturali, piantare alberi e arbusti lungo i corsi d’acqua, riconnettere i fiumi alle piane alluvionali. Queste soluzioni permetterebbero anche di mitigare gli effetti legati agli eventi meteo estremi, ormai sempre più frequenti, come ad esempio in caso di allagamenti dovuti a piogge intense. Le infrastrutture “verdi” dovrebbero sostituire quelle “grigie” quali dighe, argini, impianti di trattamento, sistemi di consolidamento dei versanti a rischio erosione, barriere frangiflutti e così via.

Cosa possiamo fare noi?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un essere umano ha bisogno di 40 litri di acqua al giorno per soddisfare i propri bisogni vitali. Ogni giorno, noi ne utilizziamo in media 200! Il bilancio sale addirittura a 300-400 al giorno in America, mentre si stima che in Madagascar il consumo giornaliero di acqua sia di appena 10 litri: un quarto della quantità minima necessaria.

Ogni giorno, prestare attenzione al’acqua che utilizziamo può davvero fare la differenza!
Per esempio, ti ricordi di chiudere sempre il rubinetto mentre lavi i denti? E mentre fai lo shampoo?
Questa semplice azione potrebbe farci risparmiare 6 litri d’acqua al minuto. Inoltre, se ancora non lo avete, correte a installare lo sciacquone a quantità differenziata del water: il doppio pulsante permette di non sprecare troppa acqua con un consumo di 3-12 litri per utilizzo. Sicuramente anche il rompigetto è un’ottima soluzione: il rompigetto arricchisce l’acqua con aria facendo risparmiare tantissimo, circa 6.000 litri all’anno!
In cucina, dopo aver lavato frutta e verdura, potremmo utilizzare l’acqua per bagnare le piante dentro e fuori casa, oppure anche per lavare l’auto. A questo proposito è comunque ottimo portare la propria auto negli autolavaggi autorizzati dotati di un sistema di raccolta e depurazione dell’acqua usata. Lavastoviglie e lavatrici dovrebbero essere utilizzate solo a pieno carico e in modalità ECO.
Infine l’eterno dibattito: bagno o doccia? La risposta corretta è doccia. Riempire un’intera vasca da bagno richiede dai 100 ai 180 litri di acqua! Fare una doccia – breve, mi raccomando – richiede un quinto di questa quantità, facendoci risparmiare 1.200 litri d’acqua ogni anno! Sì, perché 5 minuti di doccia con frangigetto sono 25-40 litri d’acqua.

 

 

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

5 curiosità sulla neve
5 curiosità sulla neve

Quante ne sai sulla neve? I MeteoHeroes ci svelano 5 curiosità!

  1. Quando nevica c’è silenzio
    Pensavi fosse solo una tua impressione? No, è proprio vero: dopo una nevicata c’è silenzio. Questo succede perché tra i fiocchi di neve si creano dei piccoli spazi d’aria, che hanno il potere di assorbire i rumori! Più in particolare, lo strato di neve fresca è in grado di filtrare e assorbire le onde sonore.
  2. La neve è fatta d’acqua, eppure è bianca invece di essere trasparente. Perché?
    Ai nostri occhi arrivano tutti i colori e, siccome il bianco è la somma di tutti i colori, è questo quello che percepiamo. Questo succede perché i raggi di luce vengono deviati dai cristalli di neve. Lo stesso avviene di cristallo in cristallo finché il raggio arriva ai nostri occhi con tutti i colori di partenza.
  3. Esiste anche la neve rosa, però.
    La neve può assumere una colorazione rosata, o rossastra. È un fenomeno che esiste da sempre, ma sembra destinato a diventare più frequente a causa dei cambiamenti climatici:la neve diventa di questo colore per la presenza di alghe tipiche delle zone come il Polo Nord e il Polo Sud, dove la neve è permanente, cioè non si scioglie mai del tutto. Queste alghe si moltiplicano con l’aumentare delle acque che derivano dalla neve sciolta e con i raggi solari quindi, più si alzeranno le temperature, più le alghe saranno prolifiche.neve
  4. Non nevica solo quando ci sono zero gradi
    Infatti, la neve si forma tra 0 e -5 gradi. Mentre scende dalle nuvole, l’acqua può attraversare degli strati di atmosfera dove le temperature sono al di sotto dello zero e, quindi, congelarsi formando piccoli cristalli di ghiaccio. Questi cristalli si aggregano tra di loro fino a formare i fiocchi di neve tra gli 0 e i -5 °C, perché a questa temperatura sono coperti da un sottilissimo strato d’acqua che, quando due cristalli si uniscono, congela. Proprio come la colla!
    Invece, quando le temperature sono più basse dei 5 gradi sotto zero, questa sottile pellicola d’acqua congela subito e non funziona più da colla tra i cristalli. Qui trovi più dettagli su come si formano i fiocchi di neve e come sono fatti.
  5. La neve pesa tantissimo
    Un metro cubo di neve fresca (la più leggera) ha un peso che varia tra gli 80 e i 200 kg. La neve compatta è ancora più pesante: un metro cubo pesa tra i 200 e i 500 kg. Il caso in cui la neve è più pesante in assoluto è quello in cui, oltre a essere compatta, è anche bagnata: può arrivare addirittura 800 kg, cioè 8 quintali!

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Neve: perché è bianca?
Neve: perché è bianca?

Tutti sanno che la neve è bianca: siamo abituati così e per noi è del tutto naturale. Ma se ci pensiamo bene, i fiocchi di neve sono fatti di acqua: non dovrebbero, quindi, essere trasparenti?

neve bianca

Per capire perché la neve è bianca, dobbiamo imparare una delle basi della fisica che ha a che fare con i colori: un oggetto risulta nero quando assorbe tutta la luce che lo colpisce; trasparente se la luce lo attraversa completamente; colorato se lo stesso oggetto assorbe parte della luce che gli arriva. Un oggetto è, infine, “a specchio” se riflette la luce.

Quando incontra un cristallo di neve, il raggio di luce viene deviato. E così avviene di cristallo in cristallo finché, alla fine di questo percorso, il raggio torna all’osservatore. In realtà, quindi, il cristallo resta trasparente. A noi, però, arrivano tutti i colori di partenza e, siccome il bianco è la somma di tutti i colori, ciò che percepiamo alla fine è proprio il colore bianco. Il manto nevoso è inoltre quasi completamente “a specchio”, dunque abbagliante, perché la maggior parte della luce che lo colpisce viene poi restituita.

La magia della neve
La magia della neve

Quando nevica, il paesaggio cambia completamente e tutto sembra molto silenzioso. Perché la neve fa questo effetto?

Scopriamolo insieme alla nostra Nix!

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La neve è fatta di cristalli: ogni fiocco di neve visibile ai nostri occhi è fatto da minuscoli cristalli d’acqua che si plasmano durante la discesa dalle nuvole a terra quando la temperatura si avvicina allo zero. Clicca qui per scoprire come accade.

I fiocchi di neve sono leggerissimi, anche perché la loro struttura contiene molti spazi vuoti. Per questo cadono lentamente e quando si depositano a terra non si schiacciano e comprimono. Proprio ai “vuoti d’aria” che ci sono nella neve dobbiamo il silenzio che percepiamo quando le nostre città sono innevate. I rumori della città rimbalzano facilmente su superfici compatte e uniformi, ma questo non succede quando la superficie, come quella creata dalla neve, ha molti vuoti d’aria.

In questo caso, infatti, le onde sonore vengono filtrate e assorbite dallo strato di neve fresca: ne bastano 2 centimetri perché i rumori ambientali non si propaghino nell’atmosfera!

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Di cosa è fatta la neve?
Di cosa è fatta la neve?

Sai di cosa è fatta la neve? Ce lo spiega la nostra amica Nix, che di neve se ne intende!

La neve è fatta di cristalli.

Ogni fiocco di neve visibile ai nostri occhi è fatto da minuscoli cristalli d’acqua che si plasmano durante la discesa dalle nuvole a terra quando la temperatura si avvicina allo zero. Vediamo come accade.

Una prima particella di polvere inizia a cadere e, mentre scende, il vapore acqueo si deposita su di essa, dando forma a un cristallo principale. Attorno ad esso, nella discesa e in pochissimi secondi,  si congela altro vapore acqueo, formando altri cristalli che costituiranno le cosiddette 6 “braccia” del fiocco di neve.

Questo processo dà vita a strutture molto affascinanti e tutte diverse tra loro. Non c’è infatti fiocco di neve che sia uguale a un altro! Se li si guarda con attenzione al microscopio si scoprirà però che tutti i cristalli di ghiaccio hanno in comune una forma geometrica riconducibile ad un esagono.  I fiocchi di neve sono leggerissimi, anche perché la loro struttura contiene molti spazi vuoti. Per questo cadono lentamente e quando si depositano a terra non si schiacciano e comprimono.

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Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!
Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!

National Geographic ha pubblicato un video straordinario, realizzato con videocamere a 360 gradi da un team di subacquei che si sono immersi nelle limpidissime acque delle Bahamas, tra numerosi esemplari di squalo tigre.

Questa specie di squalo è chiamata così per le scure striature verticali sul dorso, visibili soprattutto sugli esemplari più giovani: con l’avanzare dell’età, infatti, le righe si attenuano fino a scomparire completamente.

La diffusione dello squalo tigre

Lo squalo tigre vive soprattutto lungo le zone costiere dell’Oceano Atlantico orientale e occidentale, dell’Oceano Pacifico e del Mar Rosso. Questi squali hanno una vista e un olfatto sviluppatissimi, la loro lunghezza può addirittura superare i 6 metri e possono pesare anche 900 kg!

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Ecco il video, che è stato realizzato in un’area vicino alle Bahamas: qui, in acque protette, gli squali non hanno predatori.