Categoria: Biodiversità

Romeo e Giulietta, due Storni di Bali specie in via di estinzione

In Italia si chiamano Romeo e Giulietta: si tratta di una rara coppia di storni di Bali, un Uccello a rischio estinzione. Pensate che al mondo ne restano solo 120 esemplari due dei quali si trovano a Verona. Non potevano che chiamarsi Romeo e Giulietta. La coppia di storni di Bali per la prima volta è in Italia, in un parco zoologico italiano: dopo il trasferimento dallo zoo di Colonia hanno trovato “casa” al Parco Natura Viva di Bussolengo.

Romeo e Giulietta appartengono ad una specie di uccelli che vive e abita solo sull’isola di Bali. Questa specie è però gravemente minacciata di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il numero di esemplari è drasticamente calato negli ultimi anni tant’è che i ricercatori parlano già di “estinzione virtuale“.
Gli esperti hanno piegato che “la meraviglia del loro canto è la loro condanna, come accade per altre centinaia di specie di uccelli canori che vengono venduti ogni giorno nelle gabbiette”.

I due esemplari di storno di Bali, chiamato anche maina di Bali o maina di Rothschild, hanno trovato alloggio in un nuovo reparto del parco, con un’area interna riscaldata e un’area esterna in cui convivono con una specie terricola anch’essa asiatica, lo speroniere grigio, un uccello galliforme.

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga
Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga

Un drone ha ripreso un esemplare di narvalo a oltre 1.000 km dall’area che, tipicamente, ospita questa specie, in compagnia di alcune balene beluga che lo trattavano come se fosse uno del gruppo.

Il narvalo è una specie di mammifero marino molto particolare i cui maschi hanno la caratteristica di avere un lungo dente (simile al corno di un unicorno) che fuoriesce dal labbro superiore dando origine a una zanna che può raggiungere la lunghezza di oltre 2 metri e mezzo!

Un giovane narvalo è stato adottato da una famiglia di balene belugaIl narvalo, normalmente, vive tra i ghiacci nel Mare Artico ed è raro avvistare esemplari di questa specie lontano dal Polo Nord.

Quello che è stato immortalato dal drone insieme ai beluga si trovava nel fiume St Lawrence, in Canada, a oltre mille chilometri dal suo habitat naturale. Secondo i ricercatori canadesi che hanno pubblicato le immagini, è possibile che il giovane narvalo si sia perso allontanandosi in cerca di cibo.

Nonostante la lunga zanna e il colore diverso, il nuovo arrivato sembra essersi integrato alla perfezione ed è il terzo anno consecutivo che i ricercatori lo avvistano in compagnia della sua nuova famiglia!

 

Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti
Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti

Secondo studi recenti, la capacità acrobatica dei ragni sarebbe determinata, oltre che dal vento, dalle cariche elettriche presenti in atmosfera.

Voli spettacolari nell’aria, balzi verso l’alto e planate a terra degne dei migliori acrobati. I ragni sono in grado di fare tutto questo, e anche di più. Evoluzioni certamente spettacolari, che non finiscono mai di stupire. E di renderci anche più simpatici questi piccoli animaletti a 8 zampe, il cui aspetto non risulta certo sempre rassicurante. La tecnica grazie alla quale i ragni compiono meravigliose acrobazie nell’aria è conosciuta col nome di ballooning (termine che trae origine dalla parola balloon, ossia mongolfiera). Grazie proprio al ballooning, i ragni riescono a portarsi a livelli rialzati rispetto al punto in cui si trovano, a sollevare l’addome e produrre grandi quantità di tela: dopo aver fatto tutto questo, i ragni si fanno sollevare dall’aria, arrivando fino a 4 km chilometri di altezza, e si fanno trasportare a centinaia di chilometri di distanza – sì, avete capito bene, centinaia di chilometri! In questo modo, non soltanto riescono a sfuggire ai predatori, ma possono anche andare alla ricerca di cibo in zone più ricche di nutrimenti.

Ma cosa rende possibile queste spettacolari acrobazie aeree? Ad oggi la spiegazione non è ancora univoca. Restano, anzi, vari margini di incertezza. Vi sono due ipotesi primarie. La prima è che, semplicemente, i ragni vengano sollevati dal vento. La seconda, più complessa e affascinante, è che i piccoli aracnidi si facciano portare in aria dalle forze elettrostatiche presenti in atmosfera.
Per quanto riguarda la prima spiegazione, sicuramente il vento ha un ruolo fondamentale nel sollevare i ragni da terra e portarli verso l’alto. È vero però che, anche in giornate nelle quali non soffia un alito di vento, i ragni riescono comunque a spiccare il volo. Ecco quindi subentrare la seconda ipotesi. Rilevante, in merito a questo, risulta lo studio pubblicato recentemente su “Current Biology”, secondo il quale la capacità di spiccare il volo dei ragni sarebbe determinata dalla presenza del campo elettrico terrestre. Se a questa, poi, ci aggiungiamo anche la presenza di vento, i balzi diventano veri e propri viaggi da una parte all’altra.
Com’è noto, noi viviamo all’interno di un enorme campo elettrico, che vede l’atmosfera caricata positivamente e la superficie terrestre fare da polo negativo. A mantenere equilibrato, dal punto di vista elettrico, questo complesso sistema giungono i temporali: ogni giorno, al mondo, se ne contano in media 40mila. Per ogni metro d’aria soprastante la superficie terrestre, la differenza di potenziale elettrico durante le giornate di sole è di circa 100 volt. Nelle giornate di maltempo, invece, questa differenza può aumentare anche di decine di volte. I nostri amici ragni sfruttano proprio questa differenza di cariche elettriche, e le forze che ne conseguono, per spiccare i loro voli.

Per giungere a una valida dimostrazione di questa teoria, presso l’Università di Bristol, nel Regno Unito, i ricercatori Erica Mrley e Daniel Robert hanno effettuato un esperimento di laboratorio. A fare da “cavie” sono stati alcuni ragni appartenenti alla famiglia delle Linyphiidae. Gli scienziati hanno utilizzato ambienti nei quali non vi erano correnti d’aria presenti. In tali ambienti hanno artificialmente generato un campo elettrico uniforme, per poi disattivarlo. Attivando il campo elettrico, si è visto che i ragni producevano un maggior quantitativo di tela con l’evidente scopo di incrementare l’attività di ballooning. Una volta che gli animaletti avevano spiccato il volo, gli scienziati hanno provato a modificare la differenza di potenziale elettrico: aumentandola, i ragni volavano più in alto, abbassandola, anche i ragni perdevano quota. L’ipotesi più accreditata è che i ragni riescano a percepire la differenza di potenziale elettrico grazie alla presenza di alcuni sottilissimi peli sensoriali presenti sulla superficie del loro corpo: questi peletti, in base alle variazioni elettrostatiche, si alzerebbero o si abbasserebbero. Ecco dunque spiegati i mirabili balzi dei ragni ad altezze vertiginose e per distanze incredibilmente lunghe. Un’altra meraviglia di una natura che non smette mai di stupirci.

Trovato l’angolo di paradiso del corallo
Trovato l’angolo di paradiso del corallo

Mentre i devastanti effetti dei cambiamenti climatici dilagano a livello planetario, in mezzo all’Oceano Pacifico c’è un luogo che, da questo punto di vista, rappresenta un vero e proprio angolo di paradiso. Un luogo il cui segreto viene da tempo ricercato instancabilmente dagli studiosi: un vasto tratto di mare nel quale i coralli risultano completamente preservati dal fenomeno dello sbiancamento. Un’oasi intatta, che rappresenta un segnale decisamente positivo, nonché  un importante spiraglio di speranza per la salvezza dell’ecosistema.

L’oasi di natura marina in questione si trova in quel tratto di acque tra Filippine e Nova Guinea. Per la precisione, in quel “Triangolo del Corallo” ubicato tra Indonesia, Malesia, Filippine, Isole Salomone, Timor Est e Papua Nuova Guinea. I coralli, in questo tratto di mare, risultano del tutto intatti e sfoggiano il loro colore sgargiante, immuni dall’allarmante fenomeno dello sbiancamento. Il Triangolo del Corallo si estende per 5,7 milioni di chilometri quadrati: qui, la popolazione di alghe, fondamentale per proteggere il delicato ecosistema dei coralli, prolifera indisturbata.

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Una realtà in controtendenza rispetto alla situazione globale, che vede gli effetti del riscaldamento globale e dell’inquinamento colpire senza sosta e in modo indiscriminato le popolazioni di alghe di mari e oceani, tra cui lo stesso Oceano Pacifico. Per tale motivo il Triangolo del Corallo da tempo è oggetto di studio da parte di molti scienziati, tra cui quelli dell’università del Queensland. Per svolgere il loro lavoro, questi ricercatori hanno utilizzato le tecnologie più avanzate: telecamere installate su scooter subacquei in grado di scattare foto alla barriera corallina con un’ampiezza fino a 2,5 km e una visuale a 360 gradi. Ad essere esaminate sono state ben 50mila immagini che, confrontate con le stesse foto scattate nel 2014, hanno portato alla conclusione che nel reef in questione non si era registrato alcuno sbiancamento e nessun altro tipo di deterioramento.

Un ottimo punto di partenza per effettuare nuovi studi sulle condizioni che hanno reso possibile questo “miracolo ambientale”. Le barriere coralline, d’altra parte, rappresentano un ecosistema di fondamentale importanza sia per l’uomo che per il pianeta in generale. Circa il 25% della vita negli oceani si svolge all’interno o intorno ai reef; oltre mezzo miliardi di persone devono la loro sopravvivenza alla presenza delle barriere coralline.  “Dopo diversi anni deprimenti come scienziati della barriera corallina, testimoni del peggiore fenomeno mondiale di sbiancamento dei coralli – dice la responsabile del progetto di ricerca, Emma Kennedy – è incredibilmente incoraggiante studiare scogliere come queste. Questo significa che abbiamo ancora tempo per salvare alcune barriere coralline attraverso l’esame scientifico delle possibili azioni di conservazione”.

Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione
Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione

Gli invertebrati stanno cambiando dimensione. Il riscaldamento globale e l’urbanizzazione sono alla base delle mutazioni di taglia che insetti, ragni e crostacei subiranno presto.  Insetti, lombrichi, ragni, molluschi e crostacei sempre più piccoli, o sempre più grandi, a causa dei cambiamenti climatici. Ma non soltanto. Le mutazioni di dimensioni degli invertebrati saranno determinate anche dal grado di urbanizzazione. Insomma: i simpatici ragnetti dalle zampe sottilissime che ci tengono abitualmente compagnia, sbirciando la nostra quotidianità da qualche angolo delle nostre stanza, all’epoca dei nostri pronipoti avranno una taglia diversa da quella di oggi. Tutto dipenderà da dove questi piccolissimi animali si ritrovano a vivere: in città, in mezzo alla natura o in aree frammentate.

La notizia arriva da una ricerca internazionale curata dall’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ise) in collaborazione col Dipartimento di scienze della vita e biologia dei sistemi (Dbios) dell’Università di Torino. Lo studio, portato avanti in Belgio e realizzato grazie ai fondi stanziati dal Governo belga, è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Sono dieci i gruppi di invertebrati ad essere stati analizzati in habitat terrestri e acquatici caratterizzati da temperature diverse in base al grado di urbanizzazione: in città la temperatura media risulta infatti più elevata, mentre gli habitat naturali si contraddistinguono per valori termici più bassi. Negli habitat agricoli, infine, le temperature risultano intermedie.
Quali sono, dunque, le conseguenze dirette della temperatura sulle dimensioni corporee di queste comunità di piccoli animali? Temperature più alte causeranno in insetti, ragni e crostacei misure sempre più piccole. Tutto ciò perché una temperatura dell’ambiente più elevata favorisce un metabolismo più veloce e, in tal modo, le piccole specie si riscaldano prima di quelle più grandi, raggiungendo così temperature corporee idonee per la loro vita. Sono proprio gli invertebrati a subire maggiormente gli effetti di questi meccanismi.


Per farci un’idea, si pensi che la riduzione della taglia corporea nei crostacei ostracodi potrebbe essere di circa il 15%, nei coleotteri e nei ragni erranti del 20%, per arrivare addirittura al 45% (dunque, una riduzione di quasi la metà rispetto alla dimensione originale) nei crostacei coleotteri. Questi ultimi rappresentano una parte fondamentale del plancton d’acqua dolce. Ecco quindi come le variazioni delle misure corporee degli invertebrati avranno dirette conseguenze su sistema preda-predatore. Tutti gli animali che si cibano di insetti, come i piccoli mammiferi o gli uccelli, dovranno “lavorare” molto di più, investendo così più energia, per nutrirsi: avranno infatti bisogno di catturare un numero maggiore di prede, essendo queste ultime diventate più piccole.

Il rapporto urbanizzazione-riduzione di dimensioni, però, non è sempre applicabile. Essendo presente in città una grande frammentazione degli habitat, che vanno dalle piccole aree naturali alle zone interamente antropizzate, si registrerà all’opposto un aumento nelle dimensioni di alcuni insetti. Già oggi, ad esempio, si ritrovano in città farfalle diurne del 10% più grandi di quelle di un tempo: falene notturne, grilli e cavallette risultano più grandi del 20% rispetto al passato. A causa proprio della frammentazione degli ambienti, in tal caso – nonostante le temperature più elevate – in città sopravvivono con maggior facilità gli invertebrati con misure maggiori. Non è da escludere che l’“isola termica” (o “isola di calore”), attualmente caratteristica precipua degli agglomerati urbani, in futuro non si presenti anche negli fuori dalle città: le temperature, insomma, sono destinate ad aumentare anche all’esterno dei centri urbani. Gli animali a sangue caldo, ossia i mammiferi e gli uccelli, che teoricamente non dovrebbero risentire direttamente di temperature più alte di pochi gradi, subiranno così i pesanti effetti del riscaldamento globale proprio a causa della perdita delle prede.
Lo studio pubblicato su Nature evidenzia pertanto, ancora una volta, quanto sia di fondamentale importanza pianificare al meglio l’urbanizzazione e, all’interno delle città, aumentare numero e grandezza delle aree verdi.

Ecco a voi la lumaca-foglia!
Ecco a voi la lumaca-foglia!

Questo animaletto è davvero unico al mondo! Sì perché, forse geloso, ha copiato dalle piante e adesso per saziarsi gli basta la luce del sole. Questa lumachina infatti si nutre solamente di luce. Incredibile vero? Lo hanno scoperto i ricercatori della Rutgers University di New Brunswick che hanno studiato approfonditamente la lumaca e hanno capito che questa lumaca può appropriarsi della materia prima dalle alghe per mantenere il suo stile di vita “ad energia solare”.

Conosciamola meglio! Questa lumaca si chiama Elysia chlorotica e vive nel mare tra la Nuova Scozia, il Canada e l’isola di Martha’s Vineyard, ma anche in Florida. Può crescere fino a 5 cm di lunghezza e per sopravvivere ha imparato a sottrarre i plastidi verdi alle alghe. Cosa sono? Ecco, i plastidi sono minuscoli organi che funzionano come veri e propri pannelli solari. La cosa bella è che non vengono digeriti ma immagazzinati nel rivestimento dell’intestino della lumaca.

Grazie a questo stratagemma la nostra lumaca-foglia dopo aver rubato i plastidi, smettere di nutrirsi e sopravvive grazie alla fotosintesi per i successivi 6-8 mesi. Non è fantastico?

Alcuni tipi di crema solare sono stati banditi dalle Hawaii
Alcuni tipi di crema solare sono stati banditi dalle Hawaii

Il governo delle Hawaii ha approvato una legge che mette al bando le creme solari che contengono due sostanze chiamate ossibenzone e octinoxate: si tratta del primo provvedimento negli Stati Uniti e nel mondo di questo tipo. Il divieto che entrerà in vigore a gennaio 2021, s i focalizza su questi due agenti chimici utilizzati in molti filtri solari. Secondo quanto riportato nel testo di legge, questi elementi hanno un significativo e dannoso impatto sull’ambiente marino delle Hawaii e sugli ecosistemi circostanti.

Alte concentrazioni di queste sostanze sono state ritrovate nelle principali e più popolari spiagge delle Hawaii e a ridosso dell’area delle barriere, come Waimea Bay, Hanauma Bay, Waikiki Beach, Honolua Bay e perfino nella riserva naturale di Maui. Ogni anno si stima che circa 14.000 tonnellate di crema solare vadano ad impattare sulla barriera corallina. Secondo alcuni studi, le creme protettive non inquinano solamente con il contatto diretto con le acque marine, ma anche attraverso gli scarichi che finiscono nel mare.

barriera corallina
“Le persone devono rendersi conto che quando si va a casa per farsi la doccia, l’acqua viene trattata e poi finisce nell’oceano. Non importa quindi se si usa la protezione in spiaggia o a casa, è allo stesso modo molto dannosa per il nostro corallo”. Queste le parole della senatrice delle Hawaii Laura Thielen. La legge si appoggia a uno studio del 2015 che dimostrò come determinati agenti chimici fossero in grado di danneggiare i coralli, sbiancandoli e modificandoli geneticamente. Furono riscontrate anche mutazioni sessuali nei pesci maschi, variazioni dei comportamenti neurologici e maggiori difficoltà riproduttive nei pesci scaridi, nelle foche monache e nelle tartarughe.

Lo studio dimostrò che l’ossibenzone ha un effetto tossico ad una concentrazione di 62 parti su un trillione, pari a una goccia in 6 piscine olimpioniche e mezzo. Craig Downs, il primo scienziato che revisionò lo studio sugli effetti dell’ossibenzone, ha riferito al Guardian che parecchie cose uccidono i coralli ma l’ossicobenzone ne impedisce la rinascita: questa sarebbe la prima vera occasione per i reef locali di guarire.

La legge ha attirato numerose critiche da parte di chi l’ha definita una misura per mettere a posto le coscienze, eliminando dal tavolo della discussione altre minacce ambientali come il riscaldamento globale e lo sviluppo costiero. Inoltre, l’American Chemistry Council si è opposto al provvedimento, sostenendo che anche l’esposizione solare umana senza protezioni è un pericolo. Intanto l’industria cosmetica è già al lavoro su prodotti privi degli agenti chimici incriminati. Edgewell Personal Care ha già annunciato una nuova linea di prodotti solari adeguati ai nuovi divieti di legge e alcuni campioncini dei nuovi solari saranno distribuiti a bordo dell’Hawaiian Arlines.

barriera corallina
Stefania Andriola

La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione
La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione

La tartaruga “punk, una specie di fiume del Queensland in Australia, è stata inserita nella lista dei rettili da salvare. É stata scelta come simbolo nella lotta per la conservazione perché é straordinaria dal punto di vista biologico, infatti riesce a restare sott’acqua per tre giorni respirando solo attraverso la cloaca, cavità vicino alla coda che viene usata sia per la riproduzione che per la defecazione. Ma è una delle creature più sorprendenti del pianeta anche per il suo ciuffo di ”capelli verdi”. Ora però rischia l’estinzione.

La tartaruga con la cresta verde (Elusor macrurus) è una delle ultime specie inserite in una lunga lista di magnifici e unici rettili che stiamo perdendo per sempre. Gli esemplari adulti sono lunghi circa 40 centimetri e si trovano solo lungo il fiume Mary in Australia, dove riescono a sommergersi per 3 giorni consecutivi senza mai salire in superficie. La particolarità di questa specie risiede anche nel loro aspetto: il loro corpo e la loro testa vengono coperti da alghe. Strano, no?

Questa meravigliosa tartaruga punk però è a rischio: negli anni ’70 è stata catturata e venduta come animale domestico e oggi fa fatica a riprodursi perché disturbata nel suo habitat, il fiume Mary.
Secondo la nuova lista diffusa dalla Zoological Society of London (ZSL) aumentano i rettili più particolari ed evolutivamente distinti fra le specie a rischio estinzione. La “Edge Reptiles List” è una speciale classifica che cerca di stilare – attraverso indici che vanno dal rischio di estinzione alla perdita degli habitat, dall’isolamento sino ai possibili pericoli futuri – una lista degli animali che potrebbero scomparire per sempre.

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

Tigri e leoni in pericolo
Tigri e leoni in pericolo

Tigri e leoni stanno passando periodi difficili. Secondo i ricercatori purtroppo il leone è scomparso dal 90% dei territori del suo habitat naturale e al giorno d’oggi si trova praticamente soltanto in Africa e in alcune foreste dell’India. Stesse notizie per la tigre, considerata un “dio” in certe zone dell’Asia: un tempo in Oriente si contavano 100000 tigri selvatiche, oggi in natura ne restano 3.900 esemplari. Non se la passano bene nemmeno giaguari, leopardi delle nevi e linci.

Poco più di un secolo fa si contavano circa 200.000 esemplari di leoni che oggi sono estinti in 26 Paesi africani e solo negli ultimi due decenni le popolazioni di questi felini sono diminuite del 43% e ne rimangono meno di 20.000. Queste perdite stanno mutando gli ecosistemi andando a intaccare le leggi della natura negli habitat di tutti i continenti: con l’inquinamento, il bracconaggio, il riscaldamento globale e lo sfruttamento dei terreni l’uomo sta privando i grandi felini di prede, spazi, della loro stessa vita, spesso per alimentare mercati illegali fatti di pelli e cimeli da collezione, oltre che presunte medicine.

I grandi felini sono stati scelti come simbolo per celebrare in tutto il mondo il World Wildlife Day, la giornata dedicata all’importanza degli animali selvaggi che si è svolta il 3 marzo. L’ONU in collaborazione con il WWF in questa giornata dedicata ai grandi predatori ha cercato di sensibilizzare le persone verso un impegno legato alla conservazione delle aree, alle buone pratiche nel rapporto uomini-animali, alle denunce, al rendersi conto che proteggendo questi animali proteggiamo noi stessi.

Per un reale cambiamento nella conservazione di tutti i felini l’ONU e il WWF mirano alla promozione di politiche di sostegno alle comunità locali, alla creazione di aree e riserve, a rimborsi per allevatori e a una coscienza generale che richieda zero tolleranza verso bracconieri e commercianti. Con un approccio positivo possono avvenire piccoli ma fondamentali miracoli: nel 2016, per la prima volta anche se di poco, il numero delle tigri è infatti aumentato.

Falchi Pellegrini sul tetto del Pirellone di Milano
Falchi Pellegrini sul tetto del Pirellone di Milano

La magia di osservare in diretta i falchi pellegrini a 125 metri di altezza! Questa domenica la falchetta, Giulia, ha deposto il suo primo uovo, quindi anche quest’anno si ripeterà l’emozionante esperienza di assistere in real time alla nascita dei pulli (così si chiamano i piccoli dei rapaci), al loro accudimento e alle lezioni di volo dei genitori.

La coppia di falchi pellegrini che ha trovato casa sul tetto del Pirellone di Milano anche quest’anno regalerà uno spettacolo incredibile. Grazie alle webcam puntate proprio sul nido è possibile osservare i falchi ogni giorno dell’anno, senza dargli fastidio. Il nido artificiale, preparato da due naturalisti, ospita la coppia di falchi dal 2016, ma prima di allora, hanno nidificato nel maggio del 2014 quando due pulcini vennero casualmente ritrovati durante dei lavori di manutenzione al piano dei servizio tecnici, nel sottotetto del Grattacielo Pirelli. 

Guarda in diretta i due Falchi Pellegrini nel loro nido sul Pirellone di Milano:

Dal 2016 ad oggi la coppia di Falchi Pellegrini, chiamati Giò e Giulia è stata osservata nei momenti più belli: dal corteggiamento alla deposizione dell’uovo, dalla nascita dei pulli (i pulcini dei rapaci) al loro primo emozionante volo. La loro lovestory del 2017 è stata documentata qui con tanto di foto dei momenti più importanti della coppia. Uno spettacolo unico.

Conosciamo meglio i Falchi Pellegrini

Il falco pellegrino è un rapace molto fedele: quando trova  l’anima gemella non la lascia più! Inoltre i falchi pellegrini tengono molto alla propria casa: una volta trovato il nido giusto è difficile che lo cambino. Sul sito dedicato PellegriniMilano.org spiegano che in Inghilterra esistono dei nidi di Pellegrino che sono stati usati per centinaia o migliaia di anni, addirittura dal Medioevo fino ai giorni nostri!

Il falco pellegrino è un rapace della famiglia dei falconidi, diffuso praticamente in tutto il mondo. Si chiama “pellegrino” perché il piumaggio sul capo ricorda il copricapo scuro che, nel Medioevo, indossavano i pellegrini nei loro lunghissimi e impervi viaggi lungo le vie della devozione in tutta Europa. Il falco pellegrino è uno degli uccelli più veloci al mondo: l’apertura alare può variare tra gli 80 fino ai 120 centimetri e in picchiata può raggiungere i 320 chilometri orari! Il falco pellegrino è un super-predatore  e si ciba anche di altri uccelli di medie dimensioni come, ad esempio, i piccioni.

I falchi femmina hanno dimensioni più grandi rispetto ai maschi e depongono dalle 2 alle 4 uova. Piuttosto intolleranti ai rumori dell’uomo, di solito nidificano su rocce scoscese o in nidi abbandonati di altri rapaci.

Falcopellegrino

Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo
Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo

Lo squalo della Groenlandia – il cui nome scientifico è Somniosus microcephalus – vive nelle gelide e profonde acque del Nord Atlantico. Secondo uno studio pubblicato su Science sembra probabile che possa raggiungere addirittura i 500 anni d’età!
Gli studiosi hanno analizzato 28 esemplari femmina di squalo della Groenlandia e hanno scoperto che il più grande degli squali analizzati aveva circa 400 anni: impressionante, vero?
Questo squalo ha vissuto dai tempi del Rinascimento e del Re Sole, fino ai nostri anni!

Lo squalo della Groenlandia è uno degli squali più grandi al mondo: le sue dimensioni sono paragonabili solo a quelle dello squalo bianco. Si nutre soprattutto di pesci, ma può catturare anche alcuni mammiferi marini.

Julius Nielsen, autore dello studio e biologo dell’università di Copenhagen, ha spiegato che la scoperta è una sorpresa: gli studiosi sapevano che lo squalo della Groenlandia fosse molto longevo, ma non si aspettavano che potesse vivere così a lungo. Tra i pericoli che minacciano questa specie c’è la pesca accidentale di alcuni esemplari, ma anche i cambiamenti climatici che rischiano di modificare il suo habitat.

WWF: l’Orso Polare è in pericolo
WWF: l’Orso Polare è in pericolo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Orso Polare, che si celebra il 27 febbraio, il WWF ha lanciato l’allarme: entro i prossimi 35 anni rischiamo di perdere il 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci.

Il WWF spiega che negli anni la “casa” dell’orso polare si riduce sempre più velocemente a causa del riscaldamento globale. Per studiare la popolazione totale di orsi polari, gli scienziati l’hanno suddivisa in alcune sotto-popolazioni. Tre di queste hanno già dimostrato di essere in declino e, vista la velocità con cui i ghiacci si stanno sciogliendo, è molto probabile che in futuro il numero di orsi polari diminuisca ulteriormente.

orso

Per salvare l’orso polare è urgente mettere in campo azioni di conservazione, spiega il WWF, che nei prossimi giorni lancerà una una speciale video-clip d’autore prodotta dalla EDI Effetti digitali italiani, agenzia specializzata in effetti speciali. I produttori ne hanno diffuso un ‘assaggio’ con suggestive immagini dell’Artico e la domanda “Vi immaginate un mondo senza orsi polari?

Il video pubblicato da WWF Italia:

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