Categoria: Biodiversità

Gatti e meteo: il nostro micio percepisce prima di noi i cambiamenti del tempo?
Gatti e meteo: il nostro micio percepisce prima di noi i cambiamenti del tempo?

Molti proverbi e credenze popolari parlano delle straordinarie capacità dei gatti, che sarebbero in grado di percepire in anticipo i cambiamenti del tempo. Per esempio in Italia è  piuttosto diffuso, con alcune varianti locali, il proverbio “quando il gatto si lecca il pelo, viene acqua giù dal cielo”.

gatti

Sono solo superstizioni?

Chi ha vissuto con un gatto sa bene che, in effetti, i nostri amici felini hanno spesso atteggiamenti particolari quando è in arrivo la pioggia, e ancora di più quando sono in avvicinamento grandine o neve.
I gatti sono più sensibili dell’uomo ai cambiamenti delle stagioni e a molte variazioni, come quelle di temperatura, pressione atmosferica, luminosità. Questo è possibile per i sensi più sviluppati del gatto, ma anche grazie ai suoi particolari baffi – le vibrisse – che, come delle vere e proprie antenne, permetto al nostro micio di esplorare e conoscere meglio l’ambiente che lo circonda. Tra le funzioni delle vibrisse c’è quella di permettere al gatto di percepire variazioni di temperatura e spostamenti d’aria.

gatti

Nella maggior parte dei casi, i gatti sono dotati di un senso dell’udito molto più sviluppato di quello dell’uomo. Questo permette al nostro micio, tra le altre cose, di sentire tuoni molto più lontani rispetto a quelli che sentiamo noi. Secondo alcune ricerche, inoltre, il gatto avrebbe una particolare sensibilità anche ai campi elettrostatici: per questo sarebbe in grado di percepire la variazione di elettricità nell’aria che anticipa l’arrivo di un temporale, e reagire di conseguenza seguendo il suo istinto.

gatti

I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli
I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli

Una recente ricerca, condotta da una squadra di studiosi americani, ha dimostrato che gli uccelli risentono dell’inquinamento acustico prodotto dall’uomo.

A causa dello stress prodotto dal rumore che deriva dalle attività umane, non riescono più a cantare come un tempo e danno alla luce perfino pulcini rachitici. In particolare, lo studio si è concentrato sulle analisi di alcuni uccelli che si trovavano vicino a zone di lavorazione ed estrazione di petrolio o gas naturale, luoghi in cui c’è un costante inquinamento acustico, un rumore a bassa frequenza, quasi un ronzio, che ha costretto nel tempo gli animali a cambiare i loro comportamenti.

uccelli

Nathan Kleist, principale autore dello studio, afferma che l’inquinamento acustico ha effetti significativi sull’ormone dello stress e sulla salute generale degli uccelli; dalle analisi del sangue di uccelli prelevati da 240 siti di nidificazione vicini a impianti di gas naturale nel nord del Nuovo Messico si è scoperto che il livello di un ormone, il corticosterone, era decisamente basso rispetto a quello di altri uccelli. L’ipocorticismo – cioè la bassa concentrazione di corticosterone nel sangue –  si accompagna alla riduzione del peso corporeo e a diverse criticità che sono state riscontrate nei volatili: ad esempio disfunzioni nella crescita, pulcini nati con forme di rachitismo e poche piume. Tra le tante una madre osservata dai ricercatori doveva continuamente vigilare i propri piccoli perché il rumore non le permetteva di capire se ci fossero predatori nelle vicinanze.

pulcino

Altri uccelli monitorati dovevano invece sviluppare un’attenzione non comune per poter ascoltare gli altri pennuti ed eventuali partner in cerca di accoppiamento. I ricercatori sottolineano che è sempre più evidente che l’inquinamento acustico dovrebbe essere un fattore da valutare quando si fanno piani per proteggere le aree popolate dalla fauna selvatica ricordando però la complessità dell’argomento: anche in un habitat naturale silenzioso i rumori possono influire sulla vita dei volatili e molti studi devono ancora essere fatti per comprendere a pieno il rapporti fra questi animali e i rumori circostanti.

Gli uccelli possono dormire mentre volano?
Gli uccelli possono dormire mentre volano?

Gli uccelli possono dormire mentre sono in volo, sì! Sembra incredibile, vero?

È stato dimostrato da uno studio, pubblicato su Nature, realizzato da un gruppo di ricercatori che hanno monitorato l’attività cerebrale delle fregate, uccelli in grado di volare senza sosta per settimana, sorvolando il mare a caccia di pesci.

fregata

La ricerca ha dimostrato che questi uccelli sono in grado di mettere “in pausa” un solo emisfero cerebrale o entrambi: quindi i ricercatori hanno scoperto che le fregate non hanno la necessità di mantenere attivo almeno un emisfero cerebrale per controllare il volo. Quando un solo emisfero del cervello è “addormentato”, l’occhio dell’emisfero sveglio di solito resta aperto per controllare l’assenza di eventuali pericoli. Per dormire, le fregate si posizionano in correnti d’aria ad alta quota: in questo modo evitano il rischio di finire in acqua durante il loro pisolino. I ricercatori hanno scoperto anche che  mentre le fregate, quando sono a terra, dormono per molte ore, durante i loro lunghissimi voli la durata media del loro sonno è di appena 42 minuti al giorno!

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Christmas Island: lo spettacolo unico della migrazione dei granchi
Christmas Island: lo spettacolo unico della migrazione dei granchi

Ogni anno decine di milioni di granchi rossi migrano dalla foresta alla costa per deporre le uova: è la più grande migrazione di granchi della Terra e avviene a Christmas Island, che si trova nell’oceano indiano, a circa 1.500 km a ovest della costa australiana. L’isola di Natale deve il suo nome così particolare ai marinai inglesi che la scoprirono, nel giorno di Natale del 1643.

All’inizio della stagione delle piogge, di solito tra ottobre e novembre, i granchi adulti iniziano una spettacolare migrazione dalla foresta alla costa, dove depositano le uova. La migrazione dei granchi è legata alle piogge, che offrono condizioni più favorevoli al viaggio, e alle fasi della luna che permettono ai granchi di depositare le uova con l’alta marea.

I granchi si raccolgono in massa e si dirigono dalle foreste, dove vivono, verso la costa. Spostandosi formano come dei fiumi rossi: per muoversi, preferiscono le fasce orarie più fresche, la mattina presto e il tardo pomeriggio, e le zone con più ombra. Per proteggere i granchi durante la loro migrazione, le autorità di Christmas Island dispongono ogni anno la chiusura di strade e di specifiche zone dell’isola. Sono state inoltre create delle barriere che separano le carreggiate destinate alle auto dai sentieri utilizzati dai granchi, oltre ad alcuni sottopassaggi realizzati per facilitare il passaggio degli animali ed evitare che attraversino strade trafficate.
Una volta raggiunta la costa, i maschi scavano delle buche dove avviene la riproduzione: in seguito, i granchi maschi faranno ritorno ai loro alberi mentre le femmine resteranno nelle buche in riva al mare per circa due settimane a deporre le uova.

piccolo granchio

Le uova dei granchi vengono deposte in riva al mare, in attesa che le onde le trascinino in acqua: qui i piccoli appena nati trascorreranno il primo mese di vita sotto forma di minuscole larve. Ci vorranno circa quattro settimane perché si formino completamente come piccoli granchi e tornino fuori dall’acqua. I minuscoli granchi, una volta pronti ad affrontare il loro primo viaggio, si radunano sulla costa e si mettono in cammino verso le foreste dove trascorreranno la loro vita. Il viaggio li impegnerà per 9 giorni.Piccoli granchi

Perché i panda sono bianchi e neri?
Perché i panda sono bianchi e neri?

I panda sono tra gli animali selvatici più conosciuti al mondo, e un importantissimo simbolo della salvaguardia delle specie a rischio estinzione. Eppure, i biologi ancora non si spiegano perché abbiano un colore così particolare!

I panda hanno la schiena, la pancia e gran parte del muso completamente bianchi, mentre la zona intorno agli occhi, le orecchie e le zampe sono nere. Gli studiosi hanno fatto numerose ipotesi per spiegare la loro colorazione: secondo alcuni è funzionale alla regolazione termica dei panda, per esempio.
Un video pubblicato dallo Zoo di Atlanta mostra come i due gemellini Mei Lun e Mei Huan siano cresciuti nei loro primi 100 giorni di vita! Incredibile vedere come cambi il loro colore, da quando nascono completamente rosa a quando si iniziano a intravedere le caratteristiche macchie nere:

Recentemente, è stata resa pubblica una nuova ipotesi che spiega la colorazione della pelliccia dei panda, avanzata da un team di biologi dell’Università della California e pubblicata sulla rivista scientifica Behavioral Ecology. Secondo i ricercatori i colori del panda non avrebbero un’unica spiegazione, ma il colore di ogni parte del corpo risponderebbe a una specifica necessità.

  1. mimetizzarsi
    I colori delle zampe, della pancia e della schiena servirebbero a mimetizzarsi: le parti del corpo nere aiutano il panda a mimetizzarsi fra gli alberi, quelle bianche, invece, nella neve. A differenza del suo parente orso bruno, infatti, il panda non va in letargo: deve mangiare bambù praticamente in continuazione, quindi non riesce a immagazzinare abbastanza riserve di grasso da permettersi una dormita che duri per dei mesi. Per questo motivo, il panda deve difendersi anche nei mesi invernali, quando la natura è ricoperta di neve.
  2. comunicare con gli altri panda e farsi riconoscere
    Le macchie nere che circondano gli occhi hanno forme e dimensioni diverse per ogni panda, e secondo gli studiosi permettono a ogni esemplare di riconoscere e ricordare gli altri. I ricercatori dell’Università della California hanno ipotizzato che le macchie attorno gli occhi rappresentino anche una minaccia nei confronti dei panda avversari: hanno notato che, quando si confrontano tra di loro con atteggiamenti minacciosi, muovono i muscoli del viso in modo da far sembrare più grandi le macchie degli occhi.
  3. comunicare con gli altri animali
    Le orecchie e gli occhi neri, secondo i ricercatori, avrebbero un ruolo importante anche nei rapporti con gli altri animali, che potrebbero interpretare queste parti del corpo come un segno di pericolo. È stato studiato, infatti, che le specie animali in cui il colore delle orecchie è in forte contrasto con quello del muso sono, di solito, più aggressive.

panda

Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!
Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!

National Geographic ha pubblicato un video straordinario, realizzato con videocamere a 360 gradi da un team di subacquei che si sono immersi nelle limpidissime acque delle Bahamas, tra numerosi esemplari di squalo tigre.

Questa specie di squalo è chiamata così per le scure striature verticali sul dorso, visibili soprattutto sugli esemplari più giovani: con l’avanzare dell’età, infatti, le righe si attenuano fino a scomparire completamente.

La diffusione dello squalo tigre

Lo squalo tigre vive soprattutto lungo le zone costiere dell’Oceano Atlantico orientale e occidentale, dell’Oceano Pacifico e del Mar Rosso. Questi squali hanno una vista e un olfatto sviluppatissimi, la loro lunghezza può addirittura superare i 6 metri e possono pesare anche 900 kg!

squalo-tigre

 

Ecco il video, che è stato realizzato in un’area vicino alle Bahamas: qui, in acque protette, gli squali non hanno predatori.

La natura ci ha fatto una sorpresa!
La natura ci ha fatto una sorpresa!

Il deserto di Atacama si estende lungo l’area costiera nord-occidentale del Cile ed è considerato uno dei luoghi più aridi al mondo. Due catene montuose lo proteggono dall’umidità e le temperature oscillano tra gli zero gradi notturni e i 25-30°C durante il giorno, con precipitazioni davvero molto scarse. Proprio a causa della mancanza di pioggia, qui crescono delle piante che riescono a fiorire solo una volta ogni 7 anni.

deserto

L’ultima fioritura risale al 2015, ma la natura che riesce sempre a sorprenderci: in questi giorni ha dipinto quel deserto con un’insolita distesa di colori. A fare la scoperta sono stati gli stessi turisti, che al loro arrivo al posto delle distese di terra secca si sono trovati davanti una distesa di fiori bianchi e viola.
Le forti precipitazioni che si sono verificate in questo inverno, hanno consentito al terreno di immagazzinare abbastanza umidità per permettere alle piante di sbocciare inaspettatamente, regalando questa incredibile fioritura nel deserto.

deserto

 

In Giappone la Spiaggia delle Stelle
In Giappone la Spiaggia delle Stelle

Polvere di stelle. Ci troviamo nella prefettura giapponese di Okianawa. Qui in bellissime spiagge con acqua cristallina troviamo una sabbia dorata molto particolare. I granelli di sabbia della spiaggia di Hoshizuna-no-Hama sull’isola di Taketomi sono delle piccole stelle. In effetti si tratta di minuscoli protozoi della famiglia dei Foraminiferi, organismi marini i cui esoscheletri arrivano sulla spiaggia, trasportati dalla corrente. Le minuscole stelle non più grandi di un millimetro secondo una leggenda locale sarebbero la prole della Croce del Sud e della Stella Polare.

Quando si osservano queste minuscole stelle bisogna considerare che queste sono tra i fossili più antichi che l’uomo può trovare. Secondo i biologi esistono tracce della loro esistenza già 500 milioni di anni fa. Il momento migliore per andare in cerca di queste stelline? Dopo il passaggio di un tifone, quando l’oceano, mosso dalla forza delle onde e del vento, riesce a trasportarle sulla riva.

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Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità
Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità

Il Parco Nazionale della Sila, in Calabria, si estende su una superficie vasta oltre 73 mila ettari, a cavallo delle province calabresi di Cosenza, Crotone e Catanzaro. Si tratta di un’istituzione davvero importante per quanto riguarda la biodiversità italiana: il Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma Man and the Biosphere Programme, nel corso della sua 26ª sessione, ha approvato l’iscrizione della Sila come 10° Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO. I visitatori del Parco della Sila possono scegliere fra tantissime attività sportive, come escursioni a cavallo, camminate, e perfino vela e sci.
Il simbolo del Parco è il lupo, una specie che per secoli fu oggetto di caccia indiscriminata e che a stento sopravvisse fino agli anni Settanta del Novecento, quando una legge favorì la sua salvaguardia. La presenza degli animali selvatici è stata condizionata dall’uomo, che nei secoli ha influito sull’habitat e sulla stessa sopravvivenza di alcune specie, come il cervo, che qui arrivò all’estinzione all’inizio del Novecento ed è stato recentemente reintrodotto all’interno del Parco. Oltre a cervi e lupi, oggi il Parco della Sila ospita numerosi altri animali, come caprioli, daini, lontre, tassi, donnole, cinghiali, e persino alcuni esemplari del raro gatto selvatico. Numerosi anche i rapaci, come il nibbio reale, l’astore, il biancone e il falco pellegrino. La superficie del parco ricoperta di boschi rappresenta l’80% del totale: quello della Sila è uno dei Parchi con la maggior percentuale di superficie boschiva in tutta Italia. Lungo le dorsali del Parco si estendono anche ampie vallate, dove ancora oggi vengono praticate la pastorizia e l’agricoltura.

Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso
Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il primo Parco Nazionale in Italia fu istituito nel 1922: era il Parco Nazionale del Gran Paradiso, che ancora oggi si estende su una superficie di oltre 71 mila ettari a cavallo delle regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La sua storia è strettamente legata a quella dello stambecco, che oggi rappresenta il simbolo del parco. Lo stambecco, un tempo estremamente diffuso a quote elevate, è stato per secoli una preda molto ambita dai cacciatori. Oggetto di caccia indiscriminata, all’inizio dell’Ottocento si arrivò a pensare che fosse estinto in tutta Europa, finché un ispettore valdostano scoprì che negli valloni che discendono dal massiccio del Gran Paradiso era sopravvissuta una colonia di circa cento stambecchi. Nel 1856 nacque ufficialmente la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, istituita dal re Vittorio Emanuele II, che istituì anche un corpo di vigilanza. Nel 1919 Vittorio Emanuele III decise di cedere allo Stato Italiano i territori del Gran Paradiso che erano di sua proprietà, con la condizione che fosse presa in considerazione l’idea di istituire un parco nazionale per proteggere la flora e la fauna alpina.

Gran Paradiso
Il numero degli stambecchi è cresciuto notevolmente, e oggi i visitatori del Parco possono facilmente osservare, anche da vicino, esemplari di questa specie. All’interno del Parco del Gran Paradiso è possibile avvistare anche camosci, marmotte, lepri bianche, gipeti e perfino qualche aquila reale. È possibile visitare il parco e soggiornare in numerose strutture al suo interno, come rifugi, bivacchi e agriturismo. Attenzione, però, per quanto riguarda l’introduzione dei cani: è possibile portarli con noi, tenendoli al guinzaglio, solo in alcune aree del Parco e a fondovalle.

Gran Paradiso

Ci sono sempre più meduse
Ci sono sempre più meduse

Continua ad aumentare il numero di meduse nel Mar Mediterraneo: gli avvistamenti sulle coste dell’Italia sono aumentati di 10 volte nel giro di sei anni. Questi i risultati di Occhio alla Medusa, progetto di ricerca nato dalla collaborazione dell’Università del Salento e Marevivo, che ha raccolto le segnalazioni dei cittadini.

Perché aumentano le meduse?

Tra i motivi di questa crescita esponenziale c’è il clima: a causa del riscaldamento globale il Mediterraneo sta diventando sempre più caldo e più adatto a ospitare specie tropicali.
Tra le cause c’è anche l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche da parte dell’uomo: la pesca di troppi pesci modifica gravemente l’equilibrio degli ecosistemi e della catena alimentare.

Quali meduse possiamo incontrare? Sono tutte urticanti?

Non tutte le meduse che si trovano lungo le coste italiane sono urticanti. Lo è, però, una delle specie più diffuse: la Pelagia noctiluca, comune soprattutto nel Mar Ligure e nel Tirreno meridionale e centrale. È facile da riconoscere per il tipico colore rosa rossastro e i lunghi tentacoli sul margine dell’ombrello. Altre meduse urticanti sono: Chrysaora hysoscella, simile alla Pelagia; Olindias phosphorica, riconoscibile per quattro linee gialle e rosse che la attraversano dal centro al bordo dell’ombrello e puntini rossi che ne tracciano il contorno; Carybdea marsupialis, caratterizzata da un ombrello cubico e difficile da vedere, sta diventando sempre più diffusa nei nostri mari e l’effetto della sua “puntura” è piuttosto doloroso.
La medusa più grande del Mediterraneo, invece, è quasi innocua: il suo nome è Rhizostoma pulmo e può superare il mezzo metro di diametro. Nella maggior parte dei casi è bianca con il bordo blu, ma a volte si possono incontrare esemplari completamente blu. Quasi del tutto innocua anche Cotylorhiza tuberculata, una medusa molto bella e solo leggermente urticante, con un colore giallognolo e tentacoli corti e colorati che spesso sono circondati da piccoli pesci che trovano riparo sotto il suo ombrello. È innocua, infine, Aurelia aurita, una medusa quasi trasparente ma con quattro cerchi nel suo ombrello.

Pelagia noctiluca

Pelagia noctiluca

Rhizostoma pulmo

Rhizostoma pulmo

Cotylorhiza tuberculata

Cotylorhiza tuberculata

Aurelia aurita

Aurelia aurita

SOS tartaruga: il vademecum del WWF
SOS tartaruga: il vademecum del WWF

Quest’estate potresti avere la grandissima fortuna di vedere una tartaruga marina!
Ma sapresti cosa fare, nel caso in cui la tartaruga fosse in difficoltà?
Il WWF ha diffuso un vademecum per non farci cogliere impreparati!

  • Se la tartaruga è al largo

Non inseguirla e non tagliarle la strada con la barca: osservala mantenendo una distanza di sicurezza.
Fai attenzione ad alcuni dettagli per capire se la tartaruga si trova in difficoltà: bisogna intervenire se non si immerge per molto tempo, resta ferma, sanguina, o se attorno al suo corpo ci sono pezzi di rete o lenze. Per recuperarla, è importante avvicinarsi lentamente e recuperare la tartaruga con delicatezza, senza usare strumenti affilati. Contatta immediatamente la Capitaneria di Porto: il numero è 1530.

tartaruga

  • Se la tartaruga è in spiaggia

Normalmente, le tartarughe si recano sulla spiaggia per deporre le uova: in questo caso, non bisogna assolutamente disturbarle. Niente flash e fotocamere: le tartarughe sono estremamente sensibili alle luci artificiali, e potrebbero anche perdere l’orientamento. Se dovessi vedere una tartaruga che depone le uova, avvisa immediatamente un Centro di Recupero Tartarughe Marine e attendi che l’animale, terminata la deposizione, torni in mare. A questo punto sarà necessario contrassegnare sulla spiaggia l’area in cui sono state deposte le uova per difenderle da eventuali predatori ed evitare che ci passino le persone.

tartaruga

Quali sono le problematiche più comuni che affliggono le tartarughe in difficoltà?

Lo scopriamo in questo video realizzato dal WWF:

Zanzare contro Pioggia: chi vince?
Zanzare contro Pioggia: chi vince?

Quando piove, le zanzare vengono colpite da gocce d’acqua che hanno un peso fino a 50 volte superiore al loro. Eppure, non si fermano. Com’è possibile?

Per farci un’idea, è come se una persona fosse investita da un’auto: per questo è così sorprendente che le zanzare non si facciano fermare dalla pioggia. Un team di ricercatori del Georgia Institute of Technology ha realizzato uno studio per spiegare come questo sia possibile.
Per analizzare gli effetti che la pioggia ha sulle zanzare, sei esemplari sono stati chiusi in una scatola trasparente con in cima una rete abbastanza fitta da non permettere loro la fuga ma sufficientemente larga da far passare delle gocce d’acqua. Le gocce sono state fatte cadere, fitte, sulle sei zanzare in volo mentre videocamere ad alta velocità riprendevano la scena.

Lo studio ha dimostrato che le zanzare sopravvivono all’impatto con gocce d’acqua fino a 50 volte più pesanti di loro grazie a una massa piccola e a un esoscheletro elastico e resistente. Il loro corpo, inoltre, è rivestito da una sottilissima peluria idrorepellente che fa scivolare velocemente l’acqua evitando agli insetti di essere trascinati verso terra per il peso. Tutte e sei le zanzare osservate nel corso della ricerca sono sopravvissute senza riportare alcun danno.

Le lumachine più colorate del mondo sono a rischio
Le lumachine più colorate del mondo sono a rischio

Questa variopinta lumaca vive nelle foreste di Baracoa, nella zona più orientale di Cuba, l’unico posto in cui si trovano ancora colonie di queste meravigliose lumache. Qui fino al 1964 si poteva accedere solo via mare e la zona era conosciuta anche come la Città del paesaggio, per la sua vegetazione rigogliosa, le foreste vergini e la grande biodiversità, tutelata da tre parchi nazionali.
Le conchiglie sembrano dipinte a mano e sono tutte di colori vivaci che vanno dal rosso porpora al giallo limone, con spirali nere e bianche. Le lumache arboricole, le Polymita picta, sono una specie endemica di Cuba e vivono nella foresta subtropicale. La loro sopravvivenza è a rischio sia perché prediligono solo alcune specie di alberi sia perché molto ricercate per il loro splendido guscio. Nonostante sia una specie protetta dalla legislazione cubana dal 1943, le Polymita picta, entrate di diritto fra le più belle “conchiglie” del mondo, vengono “cacciate” per realizzare monili e accessori proprio per la loro colorazione unica, dettata dal tipo di alimentazione del mollusco.

Le coccinelle sono bravissime con gli origami
Le coccinelle sono bravissime con gli origami

Le coccinelle fanno degli origami straordinari centinaia di volte al giorno, senza nemmeno accorgersene: li realizzano con le proprie ali!
Le ali delle coccinelle sono molto più lunghe del corpo di questi piccoli coleotteri e vengono ripiegate sotto l’elitra, l’ala dura che vediamo all’esterno e che di solito è rossa, con i classici pallini scuri. In soli due decimi di secondo una coccinella è in grado di chiudere le proprie ali, che al momento del decollo riapre nella metà del tempo. Questi piccolissimi insetti percorrono decine di chilometri al giorno e possono raggiungere una velocità di 60 chilometri orari, volando fino a 1.300 metri di altezza. Le loro ali, quindi, devono essere resistenti e al tempo stesso flessibili per ripiegarsi sul corpo quando il coleottero atterra. Finora non sapevamo molto su come facessero le coccinelle a spiccare il volo: è stata una nuova ricerca, coordinata da Kazuya Saito, dell’Università di Tokyo, a offrirci molte informazioni interessanti. Saito è un ingegnere spaziale e ha studiato il modo in cui le coccinelle decollano e atterrano per capire se un sistema così efficace e sofisticato potesse essere utilizzato dall’uomo in altri contesti. Ha deciso quindi di utilizzare speciali videocamere per riprendere i momenti in cui le coccinelle decollano e atterrano a rallentatore.

La ricerca:

Per realizzare la ricerca era necessario riprendere i movimenti delle ali anche al di sotto delle elitre, le due ali rigide colorate che formano la parte esterna che ricorda un “guscio”. Saito ha realizzato due ali rigide trasparenti con una resina speciale e le ha applicate a una coccinella sotto anestesia. In questo modo è stato possibile osservare i processi di dispiegamento e ripiegamento delle ali anche quando queste erano sotto le eritre. Quando la coccinella decolla le ali si dispiegano in modo elastico, fornendo una spinta aggiuntiva per il volo. Subito dopo l’atterraggio, poi, la coccinella abbassa le elitre e le chiude, mentre le ali sono ancora spiegate. In seguito ripiega le ali iniziando dalla parte dell’attaccatura per fare spazio al resto, che rimane all’esterno del “guscio”. Questo movimento porta le ali a piegarsi a Z, fino a quando sono del tutto raccolte sotto le elitre.
Kazuya Saito ha pubblicato il video che mostra a rallentatore il complesso sistema con cui le coccinelle realizzano sorprendenti origami con le proprie ali.