Categoria: Noi e il clima

Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai
Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai

Nell’estate del 2018 studiosi dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, hanno realizzato dei campionamenti sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio: per la prima volta su un ghiacciaio italiano è stata scovata della plastica. In ogni chilo di sedimento sono state ritrovate 75 particelle di microplastica. Non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna. Questo tipo di inquinamento è tra i più impattanti sull’attività umana perché la plastica ha una forte persistenza nell’ambiente, una notevole influenza sugli ecosistemi e può entrare nella catena alimentare. Per evitare la contaminazione di particelle di plastica che costituiscono la quasi totalità dei materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna, i ricercatori hanno indossato tessuti di cotone al 100% e usato zoccoli di legno per le calzature.

“Sebbene non sia affatto sorprendente aver riscontrato microplastiche nel sedimento sopraglaciale, estrapolando questi dati, pur con le dovute cautele, abbiamo stimato che la lingua del Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica. L’origine di queste particelle potrebbe essere sia locale, data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura degli alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio, sia diffusa, con particelle trasportate da masse d’aria, in questo caso di difficile localizzazione” hanno affermato i ricercatori della Statale.”Grazie a questa ricerca abbiamo ora la conferma della presenza delle microplastiche sui ghiacciai. Futuri studi investigheranno gli aspetti biologici legati alla loro presenza sui ghiacciai. Verranno infatti indagati i processi microbiologici di degradazione della plastica e il potenziale bioaccumulo delle particelle nella catena trofica. Verrà inoltre studiato l’assorbimento di altri contaminanti. È ormai noto che i ghiacciai non sono ambienti incontaminati, ma immagazzinano diversi inquinanti di origine antropica rilasciati nell’atmosfera, e le microplastiche potrebbero fornire un substrato dove queste sostanze possono accumularsi” spiega il professor Andrea Franzetti dell’Università di Milano-Bicocca.

Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici
Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici

Abbiamo trattato spesso storie di Meteo Eroi che lottano per il clima in giro per il mondo; oggi vogliamo raccontare la storia e il progetto di un ragazzo italiano, Francesco Magistrali che si può definire Meteo Viaggiatore, Meteo Eroe e Meteo Esploratore. Nato nella provincia di Piacenza classe 1977, laureato in Scienze Motorie, aveva già fatto parlare di sé tra il 2014 e il 2015 con la missione “Esmeralda Expedition” durata un anno e mezzo che lo aveva visto attraversare in solitaria e senza mezzi motorizzati (si era mosso a piedi, in mountain bike, in canoa/kayak) il Sud America, dalla Terra del Fuoco al Brasile, per conoscere usi e costumi, pensiero e cibi, ma anche vizi e virtù del popolo sudamericano. Francesco è di nuovo pronto per ripartire in settembre con una nuova esperienza a piedi “Walking South America” dal Pacifico all’Atlantico attraverso Cile, Argentina e Uruguay con l’obiettivo di riuscire a parlare a un vasto pubblico di tematiche come i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la plastica, la deforestazione e tutto quello che si può venire a sapere stando a contatto con le popolazioni locali.

Francesco verrà seguito da svariati sponsor e media e sta mettendo in piedi una collaborazione come partner scientifico con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Con l’obiettivo di formare, educare, ispirare giovani, adulti e l’interazione con partner come Focus e l’Università Cattolica-Facoltà di Agraria, l’esploratore svilupperà anche una ricerca sulle micro plastiche che purtroppo si trovano anche nei luoghi più incontaminati al mondo. Meteo Expert supporterà Francesco ed il suo team di comunicazione seguendo i suoi resoconti sui cambiamenti climatici che avverranno attraverso le testimonianze dirette degli “osservatori capillari” disseminati sul territorio: agricoltori, pescatori, cacciatori, abitanti delle zone rurali e remote, attenti per natura e formazione alle variazioni nelle delicate dinamiche che coinvolgono clima, ambiente, fauna di ogni area.

Francesco Magistrali racconterà il suo progetto domenica 2 giugno durante l’evento Focus Live che si terrà a Genova. Focus Live è il festival dedicato alla scienza, alla tecnologia e alle innovazioni, organizzato dal mensile Focus con incontri, spettacoli, installazioni interattive, laboratori, dibattiti, attività per i più piccoli. La tappa ligure si terrà al Porto Antico di Genova dalle 10:00 di sabato 1 giugno alle 20:30 di domenica 2 giugno.

Abbiamo incontrato Francesco per saperne di più del suo ambizioso progetto.

La data della partenza si avvicina sempre di più; come ci si sente ad avere tra le mani un biglietto aereo di sola andata?

Beh, in realtà – pur essendoci per ora un biglietto di sola andata per il semplice motivo che è difficile calcolare fin da ora la data precisa del ritorno in Italia – lo scopo principale delle mie avventure è sempre quello di tornare. In primis per fare ritorno, dalla famiglia in poi, tra le persone che fanno parte della mia vita. E poi lo scopo dei miei viaggi è condividere, e questo comporta tutto il lavoro di divulgazione (che con questo viaggio desidero rendere grande) che avviene proprio dal ritorno a casa in poi.

Perché hai scelto proprio il Sud America per questa esperienza?

C’è da tempo da parte mia un forte legame con il Sud America. Non nascondo che sicuramente però i prossimi progetti si terranno altrove, per espandere la mia conoscenza del mondo. Per questa prossima avventura ho comunque scelto un’itinerario che (a parte un frammento del deserto di Atacama) ancora non conosco. Il continente è grande! Ho scelto un tragitto che mi permetta di intersecare climi, ambienti e popolazioni che possano (incontrandoli) generare nel mio diario di bordo informazioni, dati, conoscenza che appunto siano di interesse comunitario nel momento (durante e dopo il viaggio) della loro diffusione.

Il contatto con la gente del posto sarà importante per ottenere informazioni relative alla percezione che hanno le persone del posto riguardo ai cambiamenti climatici; in che modo cercherai di interagire con loro?

Una delle tante ramificazioni del progetto è proprio quella legata ai cambiamenti climatici. Non sono un tecnico del settore e non mi spaccio per tale. Ma da divulgatore e “ricercatore free lance” l’idea è di intervistare il maggiore numero di persone possibile chiedendo loro di raccontare come vivono i cambiamenti climatici degli ultimi 20 anni. Queste interviste le sottoporrò soprattutto (muovendomi io in zone in certi casi remote) agli osservatori capillari, che vivono DENTRO alla natura e la vivono quotidianamente: agricoltori, pescatori, pastori, cacciatori. Queste persone non sono scienziati ma (a volte inconsapevoli) preziosi ed attenti testimoni dell’ambiente in cui vivono.

Da un punto di vista ambientale mi interessa molto l’idea che la spedizione miri a raccogliere dati sulle micro-plastiche che purtroppo hanno invaso anche i luoghi più incontaminati del nostro Pianeta; come penserai di raccogliere queste informazioni?

Mi muoverò a piedi, sostanzialmente, ma anche (se sarà possibile) seguendo con un qualche tipo di imbarcazione di fortuna un fiume in Gran Chaco. La modalità di viaggio stessa, lenta e a diretto contatto con l’ambiente circostante, aguzza la vista, rende più attenti, impone la crescita dello spirito di osservazione. In questo senso individuare visivamente la presenza di macro plastiche nel territorio (e creare una “mappa” di esse con coordinate geografiche, immagini, info) non sarà un problema. Trovare micro plastiche significherà utilizzare due sistemi: sto ottenendo consulenza su come eseguire dei test che individuano la presenza di micro plastiche nell’acqua e mi sto attrezzando per riuscire a fotografare le micro plastiche con la mia reflex e forse addirittura il cellulare.

Si parla anche di educazione anti-inquinamento da rivolgere alle persone locali, come credi si porranno nei tuoi confronti? Non temi di infastidirli o di non essere capito?

Grazie a tanti viaggi ho acquisito un certo grado di abilità nel pormi nei confronti di sconosciuti, soprattutto in contesti “speciali”, in aree remote come l’Amazzonia brasiliana che conosco. Viaggiare a piedi significa anche questo: entrare nel cuore e nelle case delle persone con discrezione. Le comunità solitamente percepiscono questo approccio, e si aprono. Ovviamente la pazienza non deve mancare. Questo comporta che quindi chiedere se c’è l’apertura a sapere qualcosa in più sulle cosiddette “buone pratiche” risulterà più facile ed accettato. Ancora meglio se grazie a “filtri”: in Gran Chaco incontrerò per esempio gli amici italiani che si prendono cura, attraverso un’associazione, della popolazione Qom.

Cosa porterai con te in partenza?

Viaggiare a piedi è per definizione un atto di minimalismo. Sono un minimalista, sempre di più, sia in viaggio che a casa. La filosofia è di portare con me lo stretto necessario. In ogni modo, certi ambienti come l’aridissimo Deserto di Atacama impongono di portare (trainerò uno speciale carretto a due ruote) scorte di acqua e cibo. Poi: materiale per foto e video e la comunicazione satellitare. E il minimo che serve per la sopravvivenza, dal coltello al sacco a pelo…

So che vorrai testare anche nuovi materiali per capirne la resistenza a polvere, calore, freddo, umidità, esposizione al sole, shock termico. Tu come farai a tenere duro in queste situazioni?

In questi ultimi mesi, fino… all’ultimo minuto prima di partire (anzi: il mio team a casa continuerà l’operazione anche mentre sarò in viaggio) non si fermerà la ricerca di sponsor e tra questi includo anche aziende interessate a testare in condizioni particolari materiali innovativi che debbano garantire la loro “tenuta” sottoposti a stress come polvere, sole, clima secco, schock termici, ecc. L’uomo si adatta meglio, sicuramente, a ciò che si trova davanti in natura, meglio di qualsiasi materiale hi-tech. La strategia migliore non è però quella di circondarsi di oggetti e gadget che ci proteggano oltremodo: abiti, strumenti, tecnologia possono rompersi, le batterie possono esaurirsi… Tornando al minimalismo e arrivando al dunque: ciò che nessuno ci può rubare e che non pesa nulla e che ci possiamo portare sempre con noi sono esperienza e conoscenza. Entrambi ci aiutano a resistere in condizioni normalmente ritenute difficili o severe.

Come si può sopravvivere così tanti giorni lontani da casa? So che nello scorso viaggio sei stato via 16 mesi… chi ti aspettava al ritorno? Non hai mai sofferto di nostalgia della tua casa, della tua famiglia?

“Esmeralda Expedition” durò 16 mesi. Un po’ prima della metà di questa lunga traversata senza mezzi a motore del Sud America incontrai a Santiago del Cile mia moglie, suo figlio e miei genitori. Questo spezzò non poco la distanza fisica ed emotiva. Questa volta, su ‘soli’ sei mesi non so se riusciremo a organizzare un analogo rendez-vous. Ma questi viaggi non sono ovviamente vacanze ne momenti sabbatici. Non c’è nessuna fuga o approccio del tipo ‘mollo tutto’. Esattamente il contrario. Sono progetti a loro modo imprenditoriali che hanno una mission a lungo termine e che coinvolgono da vicino la famiglia. Quindi la distanza fisica, nel tempo, non annulla la consapevolezza che pur dall’altra parte del mondo sto costruendo, quando sono in spedizione, un progetto collettivo, che mi tiene vicino ai miei cari ogni giorno, anche quando mi trovo on the road nel cuore del nulla.

Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020
Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020

Il varano di Komodo, chiamato anche drago di Komodo, è una grossa specie di lucertola diffusa nell’isola indonesiana di Komodo che si trova nel Mar di Flores e fa parte delle Piccole Isole della Sonda. Si tratta della più grossa specie esistente di lucertola: può raggiungere 3 metri di lunghezza e 70 kg circa di peso. Le dimensioni eccezionali si spiegano con un fenomeno noto come gigantismo insulare che favorisce forme evolutive più grosse del normale dal momento che non vi sono specie di carnivori in grado di predarle. Si stima che sull’isola ne esistano 5700 esemplari. Sono una specie vulnerabile e lenta nella riproduzione; la maturità viene raggiunta intorno agli 8-9 anni, su una vita lunga circa 30 anni. Un’altra particolarità di questo animale sta nel come uccide le proprie vittime; degli studi hanno scoperto che la saliva ospita numerosi agenti patogeni, soprattutto batteri. La vittima infatti dopo essere stata morsa è destinata a morire di infezione dopo qualche giorno: il varano cura la preda da lontano e poi se la mangia. Per evitare il contrabbando illegale dei varani, una delle principali attrattive turistiche, da gennaio 2020 i turisti non potranno più visitare l’isola indonesiana per decisione delle autorità del posto. Il divieto sarà temporaneo e servirà anche a piantare nuove piante e ripopolare la specie. Non è ancora chiaro quando l’isola sarà riaperta ma potrebbe passare anche un anno.

La decisione è stata presa dopo che a marzo la polizia indonesiana ha arrestato a Giava 5 persone accusate di contrabbando di varani e di altre specie protette. È stato riportato che la banda si serviva di Facebook per rivenderli: al momento dell’arresto ne avevano venduti 41, a 31000 dollari l’uno. L’isola viene visitata da circa 10.000 persone al mese, un volume tale da esercitare una certa pressione su un ecosistema unico e delimitato. La riserva è anche stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il portavoce dell’amministrazione Marius Jelanu ha spiegato che la chiusura provvisoria che riguarderà solo l’isola di Komodo ma non altre aree del Parco nazionale che rimarranno aperte al turismo, sarà utilizzata per programmi di conservazione, come la piantumazione di specie vegetali endemiche e altre iniziative per accrescere la popolazione dei varani e preservare il loro habitat.

La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch
La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch

Quando si fa riferimento ad eroi del clima non si può non prendere in considerazione Martin Hutchinson e il suo cane Starsky: hanno viaggiato per 34000 km in America Latina e oltre 17000 km in Europa con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a prendersi cura dell’ambiente. Tutto è iniziato nel 2006 quando Martin, nativo di Manchester (Inghilterra) ed ex vigile del fuoco in pensione, è partito dal Messico in compagnia del suo cane a bordo di una Recumbent Trcycle, una speciale bicicletta a 3 ruote, per documentare l’emergenza rifiuti e le conseguenze catastrofiche che ha sull’uomo e sull’ambiente. I due si spostano con tanto di bandiera del Regno Unito e la scritta Starsky & Hutch. Sono inseparabili; il cane Starsky è stato trovato da lui quando era un cucciolo, abbandonato in un canale in Portogallo.

Ad ogni fermata Martin porta avanti l’obiettivo di mostrare agli studenti delle scuole i rifiuti che l’essere umano getta sul Pianeta. “In questi anni ho visitato più di 600 tra scuole e università per parlare di ambiente e provare a fare capire, anche a seguito della mia esperienza e della mia osservazione, i danni che gli arrechiamo ogni giorno. Cercando di mettere a contatto i ragazzi con la realtà, mostrando loro i rifiuti che ho raccolto, in poche ore, nelle loro città. Provando a fare loro capire come, invece, possiamo entrare in contatto con il Pianeta”.

Finora ha avuto bisogno di 38 paia di scarpe per realizzare il suo percorso che gli ha permesso di conoscere 21 paesi. Ha creato anche un canale Youtube in cui carica tutti i video che gira. “In un solo un chilometro di spiaggia in Portogallo ho raccolto 431 bottiglie di plastica e 70 yogurt. Nessuno può immaginare quanti bastoncini per le orecchie ci siano nella sabbia. Spero di continuare a pedalare fino al 2030, il mio obiettivo è arrivare in Australia”.

La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta
La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta

La mobilitazione di venerdì 15 marzo 2019 passerà alla storia della lotta per il clima: lo sciopero salva-pianeta è stato un evento record. In Italia si sono mosse un milione di persone. Milano, con 100000 partecipanti è stata la città italiana che ha fatto registrare la partecipazione più alta tanto che il percorso è stato deviato per arrivare in piazza Duomo e non più in piazza della Scala, troppo piccola per accogliere tutti. Napoli ne ha contati 50000, 30000 Roma, 20000 Torino, 10000 Firenze e Genova, 3000 Bologna e Bergamo. La protesta ha toccato tutti i continenti, coinvolto 100 nazioni e animato di persone, colori e slogan 1700 città con cortei, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina.

Le centinaia di migliaia di ragazzi che in tutto mondo hanno marciato per chiedere ai potenti del Pianeta di agire ora per contrastare i cambiamenti climatici hanno seguito l’esempio di Greta Thunberg, la ragazza che, con la sua lotta solitaria ha dato vita al movimento Fridays For Future. Nominata “donna dell’anno” in Svezia in base a un sondaggio condotto su un campione di 1000 persone dall’istituto Inzio per il quotidiano Aftonbladet, è un’attivista di soli 16 anni che si è fatta conoscere grazie ai suoi scioperi: ogni venerdì salta la scuola per manifestare davanti al Parlamento di Stoccolma affinché i potenti della Terra si decidano a lottare per salvare il Pianeta dalle devastazioni dei cambiamenti climatici. Aftonbladet (il foglio della sera) è un quotidiano serale svedese, pubblicato in formato tabloid con sede a Stoccolma. Anche un altro giornale svedese, Expressen, l’ha dichiarata donna dell’anno per decisione di una giuria in occasione della festa della donna.

Nella top ten di Aftonbladet, la ragazzina di Stoccolma ha battuto personalità come l’ex presidente dell’Accademia di Svezia, Sara Danius, o come la principessa Victoria. “Wow, è incredibile. È una cosa che mi sconvolge, ed è difficile da credere ma è anche la dimostrazione che quello che sto cercando di fare in qualche modo fa la differenza. E il fatto che io sia così giovane è anche buffo. Praticamente sono una bambina” queste le sue parole. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha citata come esempio positivo per la sua lotta ai cambiamenti climatici e viene seguita in tutto il mondo: stanno nascendo migliaia di sezioni locali del movimento Fridays For Future (“venerdì per il futuro”). “Il tempo di agire è proprio adesso, vi aspettiamo ogni venerdì nelle piazze per provare a salvare il Pianeta. Comunque la si pensi questa volta ne vale davvero la pena” queste le parole degli attivisti di Friday For Future.

Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra
Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra

Lunedì 8 aprile alle 23:00 è stata inaugurata nel cortile della sede dell’Università degli Studi di Milano un’installazione luminosa creata da Maria Cristina Finucci. “HELP” è il grido d’allarme dei nostri mari che stanno soffocando a causa della plastica. In collaborazione con la One Ocean Foundation, Ariston Thermo Group e il magazine di design Interni, l’installazione “HELP” è stata esposta nell’ambito del Fuorisalone della Design Week. Maria Cristina Finucci è artista, architetto e designer; nata a Lucca, laureata all’Università degli Studi di Firenze, ha vissuto e lavorato a Mosca, New York, Parigi, Bruxelles e Madrid ed attualmente risiede a Roma. Nel 2012 ha dato il via ad una monumentale opera di arte contemporanea chiamata Wasteland, un progetto artistico ideato per sensibilizzare le persone sul problema delle immense chiazze di rifiuti plastici dispersi negli oceani. L’idea fondante è stata quella di comprendere questi “territori” in uno stato federale inventato, chiamato Garbage Patch State Project, una nazione che rappresenti i devastanti effetti dell’inquinamento marino che comprende 5 isole per una superficie complessiva di circa 16 milioni di metri quadrati. Un arcipelago di bottiglie di plastica, tappi, buste, scarpe, piatti e bicchieri.

Le 4 lettere di “HELP” sono state interamente realizzate con tappi di plastica proprio per spronare un consumo sostenibile e in vista dell’estate, ricordarsi dell’inquinamento che attanaglia i nostri oceani con l’urgenza di prendere una posizione concreta per salvare la natura che ci circonda, a partire dal cambiamento delle nostre abitudini quotidiane.

“Essere parte di questa iniziativa ci riempie di orgoglio. Il nostro gruppo crede fermamente nella sostenibilità, nella necessità di una crescita responsabile, che tuteli la salvaguardia del nostro Pianeta. “HELP”, l’installazione di Maria Cristina Finucci, oltre a essere perfettamente in linea con i nostri valori, è un messaggio importante alle generazioni presenti e future. Una richiesta a cui tutti dovremmo prestare attenzione, per il bene del nostro Pianeta e di chiunque lo popoli” ha commentato Mario Salari, Italy Country Manager di Ariston Thermo Group.

 

Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga
Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga

Gli ambientalisti a fine 2018 avevano lanciato l’allarme sulla prigione di balene di Nakhodka, nella Russia orientale vicino a Vladivostok: grazie a una petizione di change.org firmata anche da star come Leonardo di Caprio si è riusciti a fare qualcosa di concreto. Più di 100 balene catturate nei mari russi erano rinchiuse in piccoli recinti affollati dove avrebbero atteso di essere vendute nei parchi a tema cinesi. Foto e immagini, riprese anche con l’ausilio di droni mentre sorvolano l’area, hanno fatto il giro del mondo. Il 27 febbraio DiCaprio ha condiviso sui suoi profili social la petizione chiedendo ai follower di firmarla e condividerla; oltre 900.000 persone da tutto il mondo si sono unite alla campagna; tra queste anche Pamela Anderson che ha sollecitato il presidente russo Putin ad attivarsi per liberare questi animali.

La Russia è uno dei Paesi nei quali la caccia alle balene è consentita per scopi scientifici, una regola che però consente spesso uccisioni e catture illegali. Le autorità russe hanno fatto sapere di aver denunciato i responsabili delle compagnie per aver violato le regole della pesca. Dmitry Kobylkin, ministro dell’Ambiente russo, ha dichiarato: “Non ci sono dubbi che le balene saranno liberate, ma la cosa importante è farlo nel modo giusto”.

La preoccupazione, infatti, è che il freddo potrebbe creare problemi soprattutto ai piccoli. Ci sono però anche problemi di carattere burocratico e formale, poiché, appunto, la cattura dei cetacei per scopi scientifici e didattici in Russia non è illegale e quindi se i responsabili dimostrassero che gli acquirenti le avrebbero usate a scopi educativi potrebbero farla franca.

L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici
L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici

In base all’European Aviation Environmental Report 2019 (rapporto che fornisce alla Commissione Europea una valutazione aggiornata delle prestazioni ambientali dell’aviazione in Europa) realizzato dalla European Union Aviation Safety Agency (un’agenzia dell’Unione Europea responsabile della sicurezza dell’aviazione civile ) in collaborazione con l’European Environment Agency (organismo della UE che si dedica alla fondazione di una rete di monitoraggio per controllare le condizioni ambientali europee) ed Eurocontrol (organizzazione intergovernativa civile e militare il cui scopo principale è di sviluppare e mantenere un efficiente sistema di controllo del traffico aereo a livello europeo) il settore dell’aviazione è responsabile dei cambiamenti climatici andando ad impattare sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Il rapporto afferma che mentre l’aviazione ha prodotto benefici economici, stimolato l’innovazione e migliorato la connettività in Europa, la crescita del settore ha anche aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

È stato stimato che tra il 2014 e il 2017 il numero di voli è aumentato dell’8% e si prevede che entro il 2040 cresca del 42%. I miglioramenti tecnologici, il rinnovo della flotta e l’aumento dell’efficienza operativa sono stati in grado di controbilanciare parzialmente l’impatto della recente crescita, ma dal 2014 si è registrato un aumento del rumore e delle emissioni complessive. Nel 2016 l’aviazione nazionale e quella internazionale erano responsabili per il 3,6% delle emissioni totali di gas serra dell’UE e per il 13,4% delle emissioni prodotte dai trasporti. L’efficienza ambientale dell’aviazione continua a migliorare ed entro il 2040 sono previsti ulteriori passi in avanti in termini di consumo medio di carburante per passeggero chilometro volato (-12%) e di energia acustica per volo (-24%). Sempre entro il 2040 si stima però che le emissioni di CO2 e di NOx (ossido di azoto) prodotte, dovrebbero aumentare rispettivamente di almeno il 21% e il 16%.

La Commissione Europea avverte che il contributo del settore alla lotta contro i cambiamenti climatici richiederà il suo pieno impegno a investire in soluzioni per la decarbonizzazione del trasporto aereo, lavorando alla visione della decarbonizzazione dell’UE nel 2050. Per affrontare i cambiamenti climatici e contribuire debitamente agli obiettivi di temperatura concordati nell’ambito dell’accordo di Parigi il rapporto sottolinea anche la necessità di concordare un approccio efficace e solide misure globali volte a trovare soluzioni a queste sfide per fornire un sistema aereo sostenibile a lungo termine.

Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.

Emergenza Everest: sta diventando una discarica
Emergenza Everest: sta diventando una discarica

Lo zampino negativo dell’uomo arriva ovunque, anche nei posti più impensati: sul monte Everest ad esempio si è accumulata negli anni sempre più spazzatura. Secondo quanto denunciato dal capo dell’associazione degli scalatori nepalesi Ang Tshering, una grande quantità di rifiuti organici e non, verrebbe lasciata dai migliaia di scalatori che ogni anno si avventurano sulle creste, fermandosi anche per 2 mesi. I rifiuti non correttamente smaltiti, rischiano di compromettere gli equilibri ambientali del luogo. Il monte Everest è la vetta più alta del continente asiatico e della Terra con i suoi 8.848 metri di altitudine, situato nella catena dell’Himalaya: proprio a causa dell’inquinamento è stato spesso definito “la discarica più alta del mondo”.

Le spedizioni che ne tentano l’ascesa, lasciano sulla propria strada un po’ di tutto: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci; così tonnellate di immondizia si stanno accumulando su uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Le autorità cinesi hanno deciso di mettere fine a questa allarmante situazione: fino a nuovo ordine, l’accesso al campo base dal lato di tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri, sarà limitato solo a chi ha ottenuto un permesso di scalata. Tutti gli altri visitatori si dovranno fermare al monastero di Rongbuk, più in basso. Questo monastero si trova a 5100 metri e ha la fama di essere il più alto santuario buddhista al mondo: oltre ad essere un’importante meta spirituale di pellegrinaggio, offre alcune delle vedute più meravigliose ed eccezionali del Tibet. I permessi per salire oltre il monastero saranno pochi, appena 300 l’anno e una squadra speciale composta da 200 persone avrà il compito di ripulire la vetta dai rifiuti e provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Sia le autorità cinesi che quelle nepalesi stanno cercando in vari modi di contenere l’inquinamento. Per tutti i visitatori è stato introdotto l’obbligo di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa, un gruppo etnico che vive sulle montagne del Nepal, ma anche alle guide ed ai portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni, verrà dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura raccolto sulla montagna mentre un deposito di 4000 dollari verrà trattenuto su ogni spedizione e reso al ritorno solo a chi dimostrerà di non aver lasciato immondizia per strada.

Himalaya a rischio
Himalaya a rischio

Notizie allarmanti che riguardano la grande catena montuosa dell’Himalaya giungono dall’International Centre for Integrated Moutain Development (ICIMOD), un’organizzazione scientifica intergovernativa basata in Nepal. Secondo uno studio i due terzi dei ghiacciai di quello che viene considerato il “terzo polo” del mondo, dopo Artico e Antartide, potrebbero sciogliersi entro il 2100 a causa dei cambiamenti climatici. L’Himalaya, sistema montuoso dell’Asia centrale il cui nome significa “dimora delle nevi”, è la catena montuosa che ospita le montagne più alte della Terra: per questo viene anche chiamato “tetto del mondo”. I suoi ghiacciai sono una fonte d’acqua per circa 250 milioni di persone che abitano le montagne e anche per 1,65 miliardi di persone che vivono nelle valli fluviali sottostanti e alimentano 10 dei più importanti sistemi fluviali del mondo, tra cui il Gange, l’Indo, il Fiume Giallo, il Mekong e l’Irrawaddy.

Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare un peggioramento dell’inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche estreme, monsoni sempre più irregolari, mettendo in crisi la produzione agricola ed energetica e la stessa sopravvivenza. La ricerca ha richiesto 5 anni di lavoro, coinvolgendo oltre 350 ricercatori ed esperti di politiche, 185 organizzazioni, 210 autori, 20 revisori di riviste e 125 revisori esterni. Secondo lo studio se il riscaldamento terrestre fosse limitato a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale, entro il 2100 la regione himalayana perderebbe il 36% dei suoi ghiacciai; se l’aumento fosse di 2 gradi, lo scioglimento raggiungerebbe i due terzi dell’attuale estensione. “È la crisi climatica di cui non avete mai sentito parlare” queste le parole di Philippus Wester, portavoce dell’ICIMOD.

Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento
Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento

Haaziq Kazi a soli 12 anni può già definirsi un eroe del clima; nato l’8 aprile 2006 è uno studente delle scuole superiori di Pune, una grande città del Maharashtra, uno stato dell’India occidentale. Questo bambino è diventato famoso per il suo progetto “Ervis” volto a ripulire gli oceani dall’immondizia, principalmente dalla plastica. Haaziq racconta che l’idea gli è venuta 3 anni fa quando seduto davanti alla tv stava guardando un documentario di National Geographic sull’inquinamento da plastica e rimase spiacevolmente colpito nell’apprendere che ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate. Da allora ha deciso di combattere per cambiare le cose: “I detriti di plastica uccidono milioni di animali, dai pesci agli uccelli. Dobbiamo intervenire, fare qualcosa” è la frase che il piccolo indiano non si stanca mai di ripetere durante le interviste.

Ha così ideato una nave, chiamata Ervis, che servirà a raccogliere la plastica che intasa tutti gli oceani del mondo: si tratta di una barca enorme, capace grazie a un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri, di risucchiare tutta la plastica dall’acqua. Il suo progetto è ricco di dettagli: dai filtri posizionati intorno allo scafo fino alle stanze per raccogliere e separare i rifiuti. Ne sono rimasti impressionati anche progettisti esperti che stanno valutando la fattibilità della nave. Il suo disegno è sorprendente se si pensa che il piccolo studente ha iniziato a realizzarlo quando aveva appena 9 anni.

La sua idea e il suo impegno sono diventati una fonte di ispirazione tale che il giovane Haaziq viene spesso invitato a parlare durante convegni, incontri, oppure negli studi televisivi dove spiega passo dopo passo come vorrebbe ripulire gli oceani dalla plastica. Ad ogni intervista o domanda Haaziq fornisce puntualmente risposte piene di dati scientifici ricordando come sia necessario agire al più presto. Il suo sogno è che qualcuno intenda realmente investire nel suo progetto per trasformare la sua visione in realtà e lo aiuti a costruire la sua barca.

Isola d’Elba invasa dalle meduse
Isola d’Elba invasa dalle meduse

Le meduse sono tra i più antichi animali che abitano il nostro Pianeta; mezzo miliardo di anni di selezione naturale non le ha spinte a cambiare e ultimamente sono tornate all’attacco. In tutto il mondo spesso capita che i pescatori invece di catturare pesci, peschino meduse e sempre più sovente i bagnanti, al posto di trovare sollievo alla calura nelle acque marine, lamentano dolorose punture. Essere sfiorati al largo o punti da uno di questi animali è doloroso tanto che d’estate sono uno degli incubi dei bagnanti che affollano le spiagge d’Italia. Secondo quanto denuncia Legambiente la loro permanenza in mare si starebbe prolungando sempre di più. A Legambiente Arcipelago Toscano sono arrivate diverse segnalazioni di numerose meduse nel porto o spiaggiate lungo la costa di San Giovanni a Portoferraio (Livorno); già da diverso tempo all’Isola d’Elba in pieno inverno è sempre più frequente avvistare gruppi di meduse al largo della costa o a pochi metri dalla battigia. Inoltre un fenomeno simile che è più comune in primavera o in autunno, viene segnalato dal WWF ad Alghero, nella costa nord-occidentale della Sardegna. Questa situazione potrebbe essere stata determinata dalla “tropicalizzazione” del Mediterraneo, il cui riscaldamento delle acque allungherebbe il periodo di permanenza di questi celenterati.

Nelle segnalazioni si parla di avvistamenti di “meduse luminose” chiamate anche “pelagia noctiluca”: ben visibili anche di notte grazie alla loro bioluminescenza. È una specie che quando viene portata vicino alle coste da correnti e onde rappresenta la maggiore causa di irritazioni cutanee ai bagnanti che vengono a contatto con i loro tentacoli urticanti. “Il riscaldamento globale e quello ancora più accelerato del Mediterraneo rischiano di trasformare da stagionale ad annuale la presenza delle meduse lungo le coste, con conseguenze per la vita marina e per le attività umane legate alla blue economy e al turismo, che sono ancora tutte da valutare ma che non sembrano proprio positive” avverte Legambiente.

Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica
Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica

Italia in pole position nella lotta contro l’inquinamento causato dalla plastica: siamo il primo Paese dell’Unione europea ad avere bandito i bastoncini per la pulizia delle orecchie. Il divieto è scattato in vigore il primo gennaio 2019: non si possono quindi più produrre o vendere a patto che non siano biodegradabili e compostabili. Lo prevede un emendamento alla manovra riformulato e approvato dalla commissione Bilancio della Camera. Sono stati stanziati anche 250000 euro per favorire la promozione, la produzione e la commercializzazione dei cotton fioc bio. È stato previsto anche l’obbligo di indicare sulle confezioni informazioni chiare sul corretto smaltimento e il divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi. I trasgressori rischieranno multe tra i 2.500 e i 100000 euro e la sospensione della licenza. L’Unione Europea ha deciso di vietare una serie di oggetti di plastica usa e getta, fra i quali anche i cotton fioc ma solo dal 2021. L’Italia si dimostra all’avanguardia nella lotta all’inquinamento da plastiche, dopo aver bandito nel 2011 i sacchetti per la spesa non biodegradabili e nel 2018 i sacchetti per l’ortofrutta. Secondo i dati che arrivano dalle campagne di monitoraggio e pulizia di Legambiente il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene dagli scarichi dei nostri bagni e il 9% di questi rifiuti è costituito da cotton fioc: nelle sole 46 spiagge monitorate tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter, ne sono stati trovati quasi 7000, 2 ad ogni passo e in totale sulla sabbia ce ne sarebbero più di 100 milioni. Senza contare gli animali marini che muoiono per aver ingerito queste plastiche e di cui non si riesce a fare un conteggio.

Dal primo gennaio 2020 il divieto verrà esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche, quei minuscoli granelli di plastica che finiscono nei fiumi e nei mari, vengono mangiati dai pesci e attraverso la catena alimentare finiscono sulle nostre tavole. Sono in arrivo altri divieti ben più pesanti: l’Unione Europea il 19 dicembre 2018 ha deciso che dal 2021 saranno banditi parecchi oggetti in plastica usa e getta non biodegradabile: posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole degli hamburger del fast food), bastoncini per palloncini e prodotti in plastica oxo-degradabile (per esempio le buste di plastica che si frammentano se esposte all’aria). In Italia la scadenza potrebbe essere anticipata al 2020.

Piccoli eroi del clima
Piccoli eroi del clima

In queste righe vogliamo raccontarvi le storie di alcuni adolescenti che hanno deciso di portare avanti una lotta personale per proteggere l’ambiente. Si tratta di ragazzi giovanissimi, alcuni ancora bambini, ma che hanno le idee molto chiare. Iniziamo con Felix Finkbeiner, tedesco, classe 1997, che quando aveva appena 9 anni rimase così affascinato dalla descrizione degli alberi e della fotosintesi che decise di piantarne uno nel giardino della scuola e da quel giorno non si è più fermato. Ha creato il progetto Plant for de Planet, finalizzato alla promozione di iniziative volte a fermare il cambiamento climatico globale piantando più alberi possibile per contrastare gli effetti dannosi dovuti all’anidride carbonica. Ha quindi incoraggiato i cittadini del mondo a coltivare alberi in tutta la Terra. «Adesso puntiamo a piantarne 1000 miliardi. Sono convinto che entro il 2020 possiamo riuscirci. Se ognuno di noi ne piantasse uno al giorno grazie all’assorbimento di CO2 si aiuterebbe il Pianeta contro il global warming. Lo stiamo chiedendo ai cittadini, alle multinazionali, ma soprattutto lo insegniamo ai bambini: è da lì che parte la rivoluzione».

Passiamo poi a Nadia Sparkes, 13 anni, inglese della zona di Norfolk, ambasciatrice del WWF. Sui social network si presenta come “trash girl” (ragazza spazzatura). Tutte le mattine esce di casa un’ora prima che suoni la campanella della scuola e sulla sua bici pedala lenta raccogliendo nel cestino ogni rifiuto incontrato per terra. Cerca di recuperare soprattutto la plastica, gli usa e getta, i palloncini, che come scrive sui social «poi finiscono in mare e contribuiscono alla morte degli animali». Ha creato una comunità di 4000 ambientalisti che la affiancano.

Raccontiamo poi di José Adolfo Quisocala, anche lui 13enne. A soli 10 anni ha fondato il Banco dell’Estudiante, una banca che ha come moneta corrente i rifiuti riciclabili. Ai ragazzi fra i 10 e i 18 anni che consegnano bottiglie di plastica e altro materiale vengono versati soldi sul conto corrente da usare per l’istruzione futura. «Noi bambini possiamo realizzare il grande cambiamento di cui l’ambiente necessita» ha detto Josè quando ha vinto il Children’s Climate Prize 2018.

Poi c’è Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger che continua la sua azione di sciopero della scuola ogni venerdì, per chiedere al suo governo e agli altri Stati di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop 24 in Polonia, ha sottolineato come non fossero state prese decisioni adeguate alla gravità della situazione e ha invitato i ragazzi ad unirsi nello sciopero internazionale della scuola venerdì 14 dicembre, con adesioni da parte di studenti di tutto il mondo. Il suo discorso oggi è virale, condiviso da milioni di persone e le sue parole, di una teenager che si rivolge agli adulti, sono il perfetto simbolo di tutti i piccoli eco guerrieri. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire… Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo».

Finiamo questa carrellata di paladini dell’ambiente con Carter e Olivia Ries, americani, che cercano di piantare il seme della speranza. Oggi sono quasi maggiorenni e quando avevano 8 anni, nel 2009, hanno fondato One More Generation un’organizzazione no-profit dedicata alla conservazione di specie in via di estinzione, con l’obiettivo di garantire che sopravvivano e per sensibilizzare ragazzi e adulti a proteggerle. Ora la nuova attenzione è per i mari ostruiti dalla plastica e con “One Less Straw” cercano di convincere gli americani a trovare alternative ai 500 milioni di cannucce di plastica consumate ogni giorno negli States. In Italia sono i testimonial della campagna anti plastica dell’Area marina protetta di Gaiola, nel napoletano.