Categoria: Edu

L’avanzata del Deserto del Sahara
L’avanzata del Deserto del Sahara

Il cambiamento del clima a livello globale sta facendo avanzare il deserto del Sahara. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Climate dai ricercatori dell’Università americana del Maryland la più vasta distesa di sabbia della Terra si è estesa del 10% in un secolo. Ma non è tutto. A causa dei cambiamenti climatici potrebbero aumentare anche gli altri deserti del mondo.

I ricercatori hanno calcolato l’espansione del deserto del Sahara tenendo anche in conto i dati sulle piogge cadute in Africa dal 1920 al 2013 e hanno scoperto che il deserto, che occupa gran parte della parte settentrionale del continente, è cresciuto del 10% durante questo periodo. Il deserto del Sahara non è mai fermo, ma si “muove”, si allarga e si restringe. Secondo il responsabile di questa ricerca, Sumant Nigam, “i deserti si formano generalmente nelle regioni subtropicali a causa di un fenomeno chiamato circolazione di Hadley, nel quale l’aria calda sale di quota all’equatore e scende nelle regioni subtropicali.”

Di che cosa si tratta? La cella o circolazione di Hadley è un tipo di circolazione dell’atmosfera a grande scala che occupa la fascia intertropicale, ossia la fascia tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno. L’aria fortemente riscaldata a contatto del suolo lungo l’equatore si alza fino ai 16 km di altezza per poi piegare verso i poli e deviare per effetto della forza di Coriolis fino a raggiungere i 30 gradi di latitudine. Qui ridiscende al suolo e ri-affluisce verso l’equatore con venti prendono il nome di Alisei.

“È probabile – ha aggiunto – che il cambiamento climatico faccia estendere la circolazione di Hadley, causando l’espansione verso nord dei deserti subtropicali”. Tuttavia, secondo l’esperto, l’avanzata anche verso sud del Sahara suggerisce che siano in atto anche meccanismi aggiuntivi, compresi i cicli climatici naturali, come l’oscillazione multi decennale atlantica, un cambiamento di temperatura periodica nel tratto di oceano compreso tra Equatore e Groenlandia.”

 

La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione
La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione

La tartaruga “punk, una specie di fiume del Queensland in Australia, è stata inserita nella lista dei rettili da salvare. É stata scelta come simbolo nella lotta per la conservazione perché é straordinaria dal punto di vista biologico, infatti riesce a restare sott’acqua per tre giorni respirando solo attraverso la cloaca, cavità vicino alla coda che viene usata sia per la riproduzione che per la defecazione. Ma è una delle creature più sorprendenti del pianeta anche per il suo ciuffo di ”capelli verdi”. Ora però rischia l’estinzione.

La tartaruga con la cresta verde (Elusor macrurus) è una delle ultime specie inserite in una lunga lista di magnifici e unici rettili che stiamo perdendo per sempre. Gli esemplari adulti sono lunghi circa 40 centimetri e si trovano solo lungo il fiume Mary in Australia, dove riescono a sommergersi per 3 giorni consecutivi senza mai salire in superficie. La particolarità di questa specie risiede anche nel loro aspetto: il loro corpo e la loro testa vengono coperti da alghe. Strano, no?

Questa meravigliosa tartaruga punk però è a rischio: negli anni ’70 è stata catturata e venduta come animale domestico e oggi fa fatica a riprodursi perché disturbata nel suo habitat, il fiume Mary.
Secondo la nuova lista diffusa dalla Zoological Society of London (ZSL) aumentano i rettili più particolari ed evolutivamente distinti fra le specie a rischio estinzione. La “Edge Reptiles List” è una speciale classifica che cerca di stilare – attraverso indici che vanno dal rischio di estinzione alla perdita degli habitat, dall’isolamento sino ai possibili pericoli futuri – una lista degli animali che potrebbero scomparire per sempre.

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola

Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto
Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto

Secondo uno studio pubblicato su Nature Geoscience il ghiaccio in Antartide potrebbe essersi fuso ancora di più di quanto si pensasse. Il ghiaccio nascosto sotto il livello del mare, lungo la costa dell’Antartide, si sta fondendo ad un ritmo impressionante e potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello dei mari nel mondo, superando la Groenlandia. Non sono buone notizie: l’estensione dei ghiacci sta diminuendo a vista d’occhio ma adesso si scopre che anche lo spessore dei ghiacci marini è in netto calo.

Osservati e studiati dall’alto, i ghiacci che ricoprono il Polo Sud sembravano più stabili della calotta al Polo Nord. Questa nuova scoperta però cambia tutto. Le più tiepide acque che circondano il continente di ghiaccio avrebbero fuso il ghiaccio marino talmente tanto da ridurre la superficie dei ghiacci antartici di ben 1.463 chilometri quadrati tra il 2010 e il 2016.

Anche il più lieve aumento della temperatura dell’acqua è stato sufficiente per provocare ogni anno la fusione di 5 metri di ghiaccio, assottigliando la base del ghiaccio marino, immerso nell’acqua anche per 2 chilometri, lungo tutta la linea costiera dell’Antartide, lunga ben 16.000 chilometri. Questo processo, invisibile agli occhi dei satelliti che da anni tengono d’occhio i ghiacci dei Poli, potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello di oceani e mari del mondo.

L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia
L’isola di Plastica è grande 3 volte la Francia

Più di 80 mila tonnellate di plastica raccolte dalle correnti in un’unica grande Isola di Plastica, quella che in inglese chiamano “Great Pacific Garbage Patch“.
L’isola di plastica che galleggia nel cuore delle acque del Pacifico settentrionale è ancora più grande di quanto si pensava: ben 16 volte più grande della stima iniziale. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports la grande isola di rifiuti che si è formata a largo, nell’oceano che separa California e Hawaii, sarebbe grande 1,6 milioni di chilometri quadrati, praticamente 3 volte la Francia!

Qui, sul cuore dell’oceano Pacifico settentrionale galleggiano 80 mila tonnellate di rifiuti sono composti al 99% da plastica e quasi la metà degli oggetti rinvenuti dalle analisi sono reti da pesca. Ad oggi la maggior parte (53%) di quest’isola è formata da oggetti di plastica di grandi dimensioni (più di 50 cm). Le macro-plastiche (oggetti grandi tra 5 e 50 cm) compongono il 26%, le meso-plastiche (oggetti tra 0,5 e 5 cm) compongono il 13% e le micro-plastiche (briciole di plastica grandi meno di 0,5 cm) l’8%. La paura è che, con il passare degli anni, i pezzi più grandi si trasformino in microplastiche, ancora più difficili da rimuovere nell’oceano e ancora più pericolose perché facilmente ingeribili da pesci, mammiferi o crostacei.

Raccogliere tutto con le reti è però quasi impossibile. L’Isola di Plastica è composta da ben 1,8 trilioni di pezzi di plastica: si tratta di una quantità impressionante che equivale a 250 pezzi per ogni persona del pianeta.  L’Ocean CleanUp Foundation ha sviluppato un sistema meccanico che concentra la plastica in zone più dense, in modo da rendere più facile la raccolta.
Se non riuscissimo a raccogliere tutto, tra qualche anno potrebbero formarsi 50 trilioni microplastiche: un pericolo che dobbiamo evitare.

Brutte notizie dall’Artico
Brutte notizie dall’Artico

Artico: la massima estensione dei ghiacci è la seconda più bassa della storia.

Con la fine dell’inverno è possibile farci un’idea dello stato di salute dei ghiacci marini dell’Artico (quelli, per intenderci, che si formano sopra la superficie del mare del Polo Nord), che nei mesi invernali raggiungono la loro estensione massima.
I ghiacci dell’artico hanno raggiunto la massima estensione in particolare il 17 marzo 2018, quando i satelliti hanno misurato un’estensione di circa 14,48 milioni di chilometri quadrati.

Quello di quest’anno è il secondo valore più basso da quando si effettuano le rilevazioni satellitari, cioè da 39 anni. Al primo posto troviamo il valore registrato nel 2017.
Secondo le elaborazioni rese note dal NSIDC, National Snow and Ice Data Center, l’estensione dei ghiacci artici registrata quest’anno è di circa 1,16 milioni di chilometri al di sotto della media del periodo 1981-2010: si tratta di una superficie enorme, grande quanto Italia, Spagna e Germania messe insieme!

 

 

Particolarmente preoccupante il fatto che gli ultimi quattro record negativi siano stati registrati negli ultimi 4 anni: questo evidenzia un’inquietante tendenza negativa che incide in modo significativo sul clima di tutto il Pianeta Terra.

Nel weekend il cambio dell’ora: lancette in avanti!
Nel weekend il cambio dell’ora: lancette in avanti!

Nel fine settimana tornerà l’ora legale. Pronti al cambio dell’ora?

Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 marzo, infatti, tornerà l’ora legale. Il cambio avverrà alle 2.00 di notte, quando le lancette andranno avanti di un’ora e salteremo direttamente alle 3.00!

La buona notizia è che le giornate si allungheranno, quella meno buona è che avremo un’ora di sonno in meno. Il cambio dell’ora, però, avverrà nella notte tra sabato e domenica. Questo darà la possibilità alla maggior parte delle persone di recuperare con un giorno di riposo.

 

Perché si cambia l’ora?

In primavera si passa all’ora legale per ottimizzare l’uso della luce solare e consumare meno energia elettrica. Quando le giornate torneranno ad accorciarsi, in autunno inoltrato, ritorneremo allora solare. Nel 1916 una legge ha introdotto in Italia l’ora legale per la prima volta e nel secolo scorso la sua durata è stata ripetutamente modificata, finché nel 1996 è stata fissata a 7 mesi.
In passato venivano fissati ogni anno dei giorni diversi per il cambio dell’ora, ma oggi il processo è più semplice e le date sono sempre le stesse. Si passa all’ora legale nella notte dell’ultima domenica di marzo e si ritorna all’ora solare l’ultima domenica di ottobre.
Proprio per arrecare il minor disturbo possibile, il cambio avviene sempre tra le 2.00 e le 3.00 della notte tra sabato e domenica.

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Gli effetti del Jet Lag
Il cambiamento ha effetti molto positivi sull’ambiente. Le giornate si allungano, consumiamo meno energia elettrica e riduciamo l’emissione di anidride carbonica. Tuttavia, può avere conseguenze fastidiose per il nostro organismo, che nei primi giorni può faticare molto ad abituarsi ai nuovi ritmi. I disturbi più comuni sono un aumento dello stress, della fatica e del malumore. Secondo alcune ricerche, a risentire maggiormente del cambiamento sarebbero i bambini e gli anziani.

 

È la Giornata Mondiale dell’Acqua
È la Giornata Mondiale dell’Acqua

Il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. Si tratta di una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’acqua per la vita umana. Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2018 è “Natura per l’Acqua”, un’occasione per analizzare le soluzioni naturali per affrontare le sfide legate all’acqua del XI secolo. Gli ecosistemi sono stati danneggiati e, per questo motivo, la quantità e qualità dell’acqua a nostra disposizione è diminuita: ad oggi 2.1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile nelle proprie abitazioni con problemi che ricadono sulla salute, sull’educazione e sui mezzi di sostentamento.

 

La soluzione è da cercare nella natura

Tante le proposte dell’UNESCO che potrebbero migliorare la situazione nel lungo periodo con un notevole vantaggio anche in termini di risparmio: riforestare, ristorare distese erbose e paludi naturali, piantare alberi e arbusti lungo i corsi d’acqua, riconnettere i fiumi alle piane alluvionali. Queste soluzioni permetterebbero anche di mitigare gli effetti legati agli eventi meteo estremi, ormai sempre più frequenti, come ad esempio in caso di allagamenti dovuti a piogge intense. Le infrastrutture “verdi” dovrebbero sostituire quelle “grigie” quali dighe, argini, impianti di trattamento, sistemi di consolidamento dei versanti a rischio erosione, barriere frangiflutti e così via.

Cosa possiamo fare noi?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un essere umano ha bisogno di 40 litri di acqua al giorno per soddisfare i propri bisogni vitali. Ogni giorno, noi ne utilizziamo in media 200! Il bilancio sale addirittura a 300-400 al giorno in America, mentre si stima che in Madagascar il consumo giornaliero di acqua sia di appena 10 litri: un quarto della quantità minima necessaria.

Ogni giorno, prestare attenzione al’acqua che utilizziamo può davvero fare la differenza!
Per esempio, ti ricordi di chiudere sempre il rubinetto mentre lavi i denti? E mentre fai lo shampoo?
Questa semplice azione potrebbe farci risparmiare 6 litri d’acqua al minuto. Inoltre, se ancora non lo avete, correte a installare lo sciacquone a quantità differenziata del water: il doppio pulsante permette di non sprecare troppa acqua con un consumo di 3-12 litri per utilizzo. Sicuramente anche il rompigetto è un’ottima soluzione: il rompigetto arricchisce l’acqua con aria facendo risparmiare tantissimo, circa 6.000 litri all’anno!
In cucina, dopo aver lavato frutta e verdura, potremmo utilizzare l’acqua per bagnare le piante dentro e fuori casa, oppure anche per lavare l’auto. A questo proposito è comunque ottimo portare la propria auto negli autolavaggi autorizzati dotati di un sistema di raccolta e depurazione dell’acqua usata. Lavastoviglie e lavatrici dovrebbero essere utilizzate solo a pieno carico e in modalità ECO.
Infine l’eterno dibattito: bagno o doccia? La risposta corretta è doccia. Riempire un’intera vasca da bagno richiede dai 100 ai 180 litri di acqua! Fare una doccia – breve, mi raccomando – richiede un quinto di questa quantità, facendoci risparmiare 1.200 litri d’acqua ogni anno! Sì, perché 5 minuti di doccia con frangigetto sono 25-40 litri d’acqua.

 

 

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

Tigri e leoni in pericolo
Tigri e leoni in pericolo

Tigri e leoni stanno passando periodi difficili. Secondo i ricercatori purtroppo il leone è scomparso dal 90% dei territori del suo habitat naturale e al giorno d’oggi si trova praticamente soltanto in Africa e in alcune foreste dell’India. Stesse notizie per la tigre, considerata un “dio” in certe zone dell’Asia: un tempo in Oriente si contavano 100000 tigri selvatiche, oggi in natura ne restano 3.900 esemplari. Non se la passano bene nemmeno giaguari, leopardi delle nevi e linci.

Poco più di un secolo fa si contavano circa 200.000 esemplari di leoni che oggi sono estinti in 26 Paesi africani e solo negli ultimi due decenni le popolazioni di questi felini sono diminuite del 43% e ne rimangono meno di 20.000. Queste perdite stanno mutando gli ecosistemi andando a intaccare le leggi della natura negli habitat di tutti i continenti: con l’inquinamento, il bracconaggio, il riscaldamento globale e lo sfruttamento dei terreni l’uomo sta privando i grandi felini di prede, spazi, della loro stessa vita, spesso per alimentare mercati illegali fatti di pelli e cimeli da collezione, oltre che presunte medicine.

I grandi felini sono stati scelti come simbolo per celebrare in tutto il mondo il World Wildlife Day, la giornata dedicata all’importanza degli animali selvaggi che si è svolta il 3 marzo. L’ONU in collaborazione con il WWF in questa giornata dedicata ai grandi predatori ha cercato di sensibilizzare le persone verso un impegno legato alla conservazione delle aree, alle buone pratiche nel rapporto uomini-animali, alle denunce, al rendersi conto che proteggendo questi animali proteggiamo noi stessi.

Per un reale cambiamento nella conservazione di tutti i felini l’ONU e il WWF mirano alla promozione di politiche di sostegno alle comunità locali, alla creazione di aree e riserve, a rimborsi per allevatori e a una coscienza generale che richieda zero tolleranza verso bracconieri e commercianti. Con un approccio positivo possono avvenire piccoli ma fondamentali miracoli: nel 2016, per la prima volta anche se di poco, il numero delle tigri è infatti aumentato.

Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo
Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo

Torna l’appuntamento con l’Ora della Terra, l’Earth Hour: si tratta della grande mobilitazione globale del WWF che tornerà sabato 24 marzo, puntuale come ogni anno, tra le 20.30 e le 21.30.
L’appuntamento è ormai giunto all’undicesima edizione e quest’anno il tema sarà “Connect2Earth“, scelto dal WWF per sottolineare il legame tra il nostro benessere e l’equilibrio dei boschi, la purezza delle acque, la bellezza e ricchezza di vita e di specie. Anche quest’anno verrà riproposto il gesto di “spegnere” i monumenti del Pianeta e le luci di abitazioni private, uffici e sedi istituzionali in tutto il mondo. Per condividere globalmente questo evento e per diffonderne il significato è nata la piattaforma connect2earth.org, ideata in partnership con il Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite, utile strumento per conoscere ed approfondire temi come la salute degli oceani, le economie sostenibili e idee per azioni concrete sul clima.

In Italia saranno davvero tanti gli eventi in programma, dalle cene a lume di candela in piazza, alle pedalate in bicicletta a Roma, Bologna, Napoli, Lecce e Catania : potete consultare la mappa interattiva, con tutti gli appuntamenti previsti, disponibile qui.
Il successo dell’Earth Hour del 2017 fu enorme: l’effetto domino ha coinvolto 7.000 città e oltre 184 paesi e regioni del mondo, centinaia di milioni di persone e l’hashtag #EarthHour ha generato oltre 3 miliardi di azioni social.

 

 

Equinozio di Primavera: addio alla tradizione del 21 marzo!
Equinozio di Primavera: addio alla tradizione del 21 marzo!

L’equinozio avviene due volte all’anno: in marzo e in settembre. Dal 2018 l’equinozio di primavera sarà sempre il 20 marzo, in alcuni casi il 19.

Come la maggior parte di noi sanno, è tradizione affermare che “la primavera inizia il 21 marzo”. Ciò significa che, nell’immaginario comune, l’equinozio di marzo, finora, è caduto per lo più il 21 del mese. Da quest’anno, però, la tradizione sarà costretta a cambiare. Il meteorologo del Centro Epson Meteo Simone Abelli ci ha spiegato il motivo.

Nel 2018 l’equinozio di primavera sarà il 20 marzo alle 17:15 ora locale.
Occorre abituarsi al giorno 20 marzo, poiché in questo secolo l’equinozio primaverile non avverrà mai più il giorno 21 marzo, con buona pace di chi è tradizionalmente affezionato a tale data. Lo scostamento rispetto alla “tradizione” è originato dalle correzioni che vengono attuate sul calendario gregoriano (in vigore dal 1582) per far tornare i conti fra il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole e il ciclo delle stagioni.

primavera

In pratica, sulla base del precedente calendario giuliano che, come sappiamo, prevede l’aggiunta di un giorno (il 29 febbraio) ogni 4 anni nei cosiddetti anni bisestili, è stata introdotta l’ulteriore correzione che consiste nel non ritenere bisestili gli anni secolari non divisibili per 400 (come il 1700, il 1800, il 1900, il 2100 e così via). L’effetto dell’anno bisestile è quello di spostare indietro di circa 18 ore nel calendario la data dell’equinozio, dopo i graduali spostamenti in avanti di circa 6 ore negli anni normali. A conti fatti, a lungo andare questi spostamenti indietro generati dagli anni bisestili risulterebbero eccessivi. Per questo, una volta al secolo, per tre secoli su quattro, viene saltato un bisestile proprio per compensare questo eccesso. E qui veniamo al punto.
Dato che l’anno secolare 2000, essendo divisibile per 400, è stato bisestile di fatto sta proseguendo senza compensazioni secolari lo spostamento indietro della data dell’equinozio, spostamento che, come già accennato, ha portato all’abbandono del 21 marzo come riferimento che resterà nei ricordi del passato fino a quando, nel 2100, il salto dell’anno bisestile non ripristinerà il calendario come una volta.

L’equinozio di Primavera
L’equinozio di Primavera

Dopo la primavera meteorologica, che è già iniziata il 1 marzo, la primavera astronomica arriverà ufficialmente il 20 marzo 2018 con l’Equinozio.

Stagioni meteorologiche e astronomiche

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

primavera

L’equinozio

Le stagioni che seguono il calendario astronomico, invece, non sono legate ai fattori climatici ma all’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole. A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole. Equinozi e solstizi danno il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.

primavera

Il termine “equinozio” deriva dal latino aequinoctium. Questo termine, a sua volta, trae origine dalla parola aequa-nox, ossia “notte uguale” in riferimento alla durata del periodo notturno che è uguale a quello diurno, cioè alle ore di luce. L’equinozio, infatti, indica il momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui il Sole si trova allo zenit dell’equatore. Abbiamo l’equinozio due volte all’anno: in quei due giorni, le ore di luce sono uguali a quelle di buio in tutto il Pianeta. Ogni equinozio, indicativamente, arriva sei mesi dopo il precedente. In particolare, l’equinozio cade nei mesi di marzo e di settembre.

 

Tornado: cos’è?
Tornado: cos’è?

Avete mai sentito parlare di tornado o trombe d’aria? Si tratta di uno dei fenomeni meteo più impressionanti e pericolosi: è la più intensa manifestazione atmosferica associata ai temporali. Ma come si chiama: tromba d’aria oppure tornado? I termini sono assolutamente sinonimi e possono essere usati entrambi per identificare quei maestosi coni di nuvole che toccano il suolo.

Ma cos’è un tornado? Il tornado è un turbine d’aria con diametro che può arrivare anche a diverse centinaia di metri. Il vortice ruota in senso “ciclonico”, ossia antiorario, e spunta sotto la nube di un “cumulonembo“, la nube responsabile dei temporali. Questa nuvola è molto grande e molto alta: pensate che può raggiungere i 12 chilometri di altezza! Come riconoscerla? Sulla sua sommità possiamo spesso vedere una forma a “cavolfiore”, caratteristica indice della sua potenza. Questo tipo di temporale si scatena all’interno di masse d’aria umide e instabili, in cui si possono generare forti correnti ascendenti che, raffreddandosi, condensano il vapore acqueo formando goccioline d’acqua nella parte bassa o cristalli di ghiaccio in alto.

Ma torniamo ai tornado. La colonna nuvolosa a forma di proboscide presenta una differenza di pressione tra il suo centro e la parte più esterna: per questo motivo risucchia l’aria verso l’interno ad alta velocità. Il vento è molto forte e può superare i 100 km/h ma talvolta possono anche superare i 300 km/h!

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Come si può misurare l’intensità di un tornado? 
Misurare la velocità del vento di un tornado è molto complesso. Per essere precisi bisognerebbe infatti lanciare all’interno di esso un anemometro, lo strumento che misura la velocità del vento. Dato che si tratta di una operazione molto difficile e rischiosa, nel 1971, il Prof. Fujita ha ideato una scala in base alla quale ad ogni tipologia di danno causato dal tornado veniva associata una velocità del vento: questa è la Scala Fujita. Studi successivi l’hanno poi migliorata e aggiornata finché nel 2007 si è passati alla Scala Enhanced Fujita (EF). Più complessa e precisa della precedente tiene conto di molte più tipologie di danni. I gradi di questa nuova scala vanno da EF0 a EF5 e ad ogni categoria viene associato una stima del vento scatenato dal tornado: l’EF0 può scatenare venti tra i 104 ed i 137 km/h, l’EF1 tra i 138 ed i 177 km/h, l’EF2 tra i 178 e i 217 km/h, l’Ef3 tra 218 e 266 km/h, l’EF4 tra 267 2 322 km/h e infine l’EF5, il più potente e distruttivo, con vento ad oltre 322 km/h.