Categoria: Edu

Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità
Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità

Il Parco Nazionale della Sila, in Calabria, si estende su una superficie vasta oltre 73 mila ettari, a cavallo delle province calabresi di Cosenza, Crotone e Catanzaro. Si tratta di un’istituzione davvero importante per quanto riguarda la biodiversità italiana: il Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma Man and the Biosphere Programme, nel corso della sua 26ª sessione, ha approvato l’iscrizione della Sila come 10° Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO. I visitatori del Parco della Sila possono scegliere fra tantissime attività sportive, come escursioni a cavallo, camminate, e perfino vela e sci.
Il simbolo del Parco è il lupo, una specie che per secoli fu oggetto di caccia indiscriminata e che a stento sopravvisse fino agli anni Settanta del Novecento, quando una legge favorì la sua salvaguardia. La presenza degli animali selvatici è stata condizionata dall’uomo, che nei secoli ha influito sull’habitat e sulla stessa sopravvivenza di alcune specie, come il cervo, che qui arrivò all’estinzione all’inizio del Novecento ed è stato recentemente reintrodotto all’interno del Parco. Oltre a cervi e lupi, oggi il Parco della Sila ospita numerosi altri animali, come caprioli, daini, lontre, tassi, donnole, cinghiali, e persino alcuni esemplari del raro gatto selvatico. Numerosi anche i rapaci, come il nibbio reale, l’astore, il biancone e il falco pellegrino. La superficie del parco ricoperta di boschi rappresenta l’80% del totale: quello della Sila è uno dei Parchi con la maggior percentuale di superficie boschiva in tutta Italia. Lungo le dorsali del Parco si estendono anche ampie vallate, dove ancora oggi vengono praticate la pastorizia e l’agricoltura.

Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso
Alla scoperta del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il primo Parco Nazionale in Italia fu istituito nel 1922: era il Parco Nazionale del Gran Paradiso, che ancora oggi si estende su una superficie di oltre 71 mila ettari a cavallo delle regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La sua storia è strettamente legata a quella dello stambecco, che oggi rappresenta il simbolo del parco. Lo stambecco, un tempo estremamente diffuso a quote elevate, è stato per secoli una preda molto ambita dai cacciatori. Oggetto di caccia indiscriminata, all’inizio dell’Ottocento si arrivò a pensare che fosse estinto in tutta Europa, finché un ispettore valdostano scoprì che negli valloni che discendono dal massiccio del Gran Paradiso era sopravvissuta una colonia di circa cento stambecchi. Nel 1856 nacque ufficialmente la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, istituita dal re Vittorio Emanuele II, che istituì anche un corpo di vigilanza. Nel 1919 Vittorio Emanuele III decise di cedere allo Stato Italiano i territori del Gran Paradiso che erano di sua proprietà, con la condizione che fosse presa in considerazione l’idea di istituire un parco nazionale per proteggere la flora e la fauna alpina.

Gran Paradiso
Il numero degli stambecchi è cresciuto notevolmente, e oggi i visitatori del Parco possono facilmente osservare, anche da vicino, esemplari di questa specie. All’interno del Parco del Gran Paradiso è possibile avvistare anche camosci, marmotte, lepri bianche, gipeti e perfino qualche aquila reale. È possibile visitare il parco e soggiornare in numerose strutture al suo interno, come rifugi, bivacchi e agriturismo. Attenzione, però, per quanto riguarda l’introduzione dei cani: è possibile portarli con noi, tenendoli al guinzaglio, solo in alcune aree del Parco e a fondovalle.

Gran Paradiso

Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?
Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?

L’Oceano Artico sta diventando sempre più caldo, ma anche sempre più acido: lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Nature, a cui hanno collaborato istituti di ricerca di Cina, Svezia e Stati Uniti. Quali sono le cause di questo fenomeno, e quali le conseguenze?

La ricerca ha analizzato quanto le acque acidificate si siano estese tra la metà degli anni Novanta e il 2010: nel giro di circa 15 anni si sono allargate per circa 300 miglia nautiche (sono quasi 556 km) dal Nord-Ovest dell’Alaska all’area a meridione del Polo Nord. L’acidificazione non ha riguardato solo la superficie: da circa 100 metri, ha raggiunto i 250 metri di profondità.

oceano

Perché le acque diventano più acide?

Quello dell’acidificazione delle acque è un fenomeno in crescita, dovuto ai cambiamenti climatici. A causa dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera decresce il pH degli oceani: circa un quarto della CO2 che si trova nell’atmosfera finisce negli oceani, e qui si trasforma in acido carbonico. Il processo di acidificazione dell’acqua è particolarmente rapido nell’Oceano Artico, dove è stato osservato un aumento dell’acidità delle acque due volte più veloce rispetto a quello che sta colpendo l’Oceano Pacifico e l’Atlantico.

Le conseguenze sono drammatiche:

Il fenomeno rappresenta un serio pericolo per tutto l’ecosistema marino, perché ha effetti disastrosi sulla catena alimentare. L’acidificazione delle acque provoca lo scioglimento dei gusci calcarei di vongole, cozze, lumache di mare e plancton calcareo, specie da cui dipende, più o meno direttamente, l’alimentazione di moltissimi altri animali.

oceano artico

Ci sono sempre più meduse
Ci sono sempre più meduse

Continua ad aumentare il numero di meduse nel Mar Mediterraneo: gli avvistamenti sulle coste dell’Italia sono aumentati di 10 volte nel giro di sei anni. Questi i risultati di Occhio alla Medusa, progetto di ricerca nato dalla collaborazione dell’Università del Salento e Marevivo, che ha raccolto le segnalazioni dei cittadini.

Perché aumentano le meduse?

Tra i motivi di questa crescita esponenziale c’è il clima: a causa del riscaldamento globale il Mediterraneo sta diventando sempre più caldo e più adatto a ospitare specie tropicali.
Tra le cause c’è anche l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche da parte dell’uomo: la pesca di troppi pesci modifica gravemente l’equilibrio degli ecosistemi e della catena alimentare.

Quali meduse possiamo incontrare? Sono tutte urticanti?

Non tutte le meduse che si trovano lungo le coste italiane sono urticanti. Lo è, però, una delle specie più diffuse: la Pelagia noctiluca, comune soprattutto nel Mar Ligure e nel Tirreno meridionale e centrale. È facile da riconoscere per il tipico colore rosa rossastro e i lunghi tentacoli sul margine dell’ombrello. Altre meduse urticanti sono: Chrysaora hysoscella, simile alla Pelagia; Olindias phosphorica, riconoscibile per quattro linee gialle e rosse che la attraversano dal centro al bordo dell’ombrello e puntini rossi che ne tracciano il contorno; Carybdea marsupialis, caratterizzata da un ombrello cubico e difficile da vedere, sta diventando sempre più diffusa nei nostri mari e l’effetto della sua “puntura” è piuttosto doloroso.
La medusa più grande del Mediterraneo, invece, è quasi innocua: il suo nome è Rhizostoma pulmo e può superare il mezzo metro di diametro. Nella maggior parte dei casi è bianca con il bordo blu, ma a volte si possono incontrare esemplari completamente blu. Quasi del tutto innocua anche Cotylorhiza tuberculata, una medusa molto bella e solo leggermente urticante, con un colore giallognolo e tentacoli corti e colorati che spesso sono circondati da piccoli pesci che trovano riparo sotto il suo ombrello. È innocua, infine, Aurelia aurita, una medusa quasi trasparente ma con quattro cerchi nel suo ombrello.

Pelagia noctiluca

Pelagia noctiluca

Rhizostoma pulmo

Rhizostoma pulmo

Cotylorhiza tuberculata

Cotylorhiza tuberculata

Aurelia aurita

Aurelia aurita

Storia, cultura e mare: scopriamo la città Termoli, in Molise
Storia, cultura e mare: scopriamo la città Termoli, in Molise

Termoli, in provincia di Campobasso, è il secondo comune del Molise per popolazione e si affaccia sull’Adriatico. Il caratteristico Borgo Vecchio di Termoli sorge su un promontorio a picco sul mare Adriatico, e oggi è diviso dal resto della città dalle mura e dal famoso Castello Svevo.

Molise

Il Borgo Vecchio e il Castello Svevo

Il Castello di Termoli, costruito interamente in pietra calcarea e arenaria, fu realizzato probabilmente in epoca normanna, nell’XI secolo, in un’area che in precedenza ospitava una torre di origine longobarda. La sua funzione era prettamente difensiva: estremamente semplice e privo di qualsiasi ornamento, fu il cuore di un ampio sistema di difesa costituito da un muro che proteggeva la città, facilmente riconoscibile ancora oggi, e da diverse torrette merlate. Una delle torrette si è conservata intatta e oggi è visibile all’ingresso del borgo antico. La definizione di Castello Svevo è dovuta alla ristrutturazione e alla fortificazione che, nel 1240, fu voluta da Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero. Oggi, il castello è uno dei più noti simboli della città. Gli abitanti di Termoli vissero per secoli all’interno delle mura del borgo antico: il terreno all’esterno fu destinato esclusivamente alla coltivazione di viti, ulivi e grano fino al 1847, quando Ferdinando II autorizzò la costruzione di edifici anche fuori dalle mura.

Molise

Termoli oggi

Con l’espansione della città al di fuori delle antiche mura, andò a diminuire l’importanza dell’agricoltura, a cui prima era strettamente legata l’economia del luogo, a vantaggio dello sfruttamento del mare. Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento la pesca conobbe un grande sviluppo. In questo periodo vennero realizzati i cosiddetti trabucchi – o trabocchi – macchine da pesca posizionate lungo la costa di Termoli. Il trabocco è formato da una piattaforma di legno che, ancorata alla roccia della costa, si protende sul mare. Dalla piattaforma si sviluppano le cosiddette antenne, lunghi bracci di legno sospesi sul mare che sostengono una grande rete chiamata trabocchetto. Oggi, la città di Termoli rappresenta un’importante attrazione turistica per la sua storia, la sua cultura e, naturalmente il mare: ogni estate, le spiagge di Termoli attirano un grande numero di turisti italiani e stranieri.

SOS tartaruga: il vademecum del WWF
SOS tartaruga: il vademecum del WWF

Quest’estate potresti avere la grandissima fortuna di vedere una tartaruga marina!
Ma sapresti cosa fare, nel caso in cui la tartaruga fosse in difficoltà?
Il WWF ha diffuso un vademecum per non farci cogliere impreparati!

  • Se la tartaruga è al largo

Non inseguirla e non tagliarle la strada con la barca: osservala mantenendo una distanza di sicurezza.
Fai attenzione ad alcuni dettagli per capire se la tartaruga si trova in difficoltà: bisogna intervenire se non si immerge per molto tempo, resta ferma, sanguina, o se attorno al suo corpo ci sono pezzi di rete o lenze. Per recuperarla, è importante avvicinarsi lentamente e recuperare la tartaruga con delicatezza, senza usare strumenti affilati. Contatta immediatamente la Capitaneria di Porto: il numero è 1530.

tartaruga

  • Se la tartaruga è in spiaggia

Normalmente, le tartarughe si recano sulla spiaggia per deporre le uova: in questo caso, non bisogna assolutamente disturbarle. Niente flash e fotocamere: le tartarughe sono estremamente sensibili alle luci artificiali, e potrebbero anche perdere l’orientamento. Se dovessi vedere una tartaruga che depone le uova, avvisa immediatamente un Centro di Recupero Tartarughe Marine e attendi che l’animale, terminata la deposizione, torni in mare. A questo punto sarà necessario contrassegnare sulla spiaggia l’area in cui sono state deposte le uova per difenderle da eventuali predatori ed evitare che ci passino le persone.

tartaruga

Quali sono le problematiche più comuni che affliggono le tartarughe in difficoltà?

Lo scopriamo in questo video realizzato dal WWF:

L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva
L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva

Come previsto uno dei più grandi iceberg del pianeta si è staccato tra il 10 e il 12 luglio. La frattura sulla piattaforma Larsen C, sulla costa orientale della Penisola Antartica, si è definitivamente completata, con il distacco di una porzione estesa quasi 6 mila chilometri, grande più della Liguria. Questo iceberg è spesso tra i 200 e i 600 metri e pesa un miliardo di tonnellate. Il distacco, che sembrava imminente già da diverse settimane, è stato annunciato dai ricercatori del progetto MIDAS. A breve dovrebbero arrivare le conferme anche da parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che da tempo tiene monitorata l’intera area con i satelliti.

larsenc

L’evento si è verificato, secondo le ultime notizie, tra il 10 e il 12 luglio e sarebbe confermato dalle osservazioni del satellite Aqua della Nasa, che utilizzando un sensore a infrarossi riesce a vedere anche nel buio della lunga notte antartica. Gli esperti del progetto MIDAS nelle scorse settimane avevano notato, inoltre, che la piattaforma di ghiaccio Larsen C si stava spostando ad una velocità mai vista prima d’ora: ogni giorno la parte più esterna si muoveva di 10 metri rendendo Larsen C ancora più instabile. Il collasso era dunque solo questione di giorni.

La piattaforma di ghiaccio di Larsen, situata nel Mare di Weddell, si estende lungo la costa orientale della Penisola Antartica, ed è formata da tre segmenti, due dei quali si sono distaccati. La piattaforma Larsen B si disintegrò nel febbraio del 2002. Lo stesso destino era toccato nel gennaio del 1995 alla piattaforma Larsen A che conteneva 3250 km² di ghiaccio dello spessore di 220 metri.

Le diverse età della superficie terrestre
Le diverse età della superficie terrestre

La crosta della Terra è formata da un mosaico di placche tettoniche in lento ma costante movimento. Esistono 6 grandi placche e molte più piccole, e possono interagire in modi diversi. Esistono infatti 3 tipi di confine tra le placche: i margini possono essere a scorrimento laterale, divergenti o convergenti. Ma capiamo bene come funziona e quali sono le differenze: i margini convergenti corrispondono al punto in cui due placche diverse si scontrano; lungo i margini a scorrimento laterale le placche si muovono una di fianco all’altra senza creare o distruggere crosta terrestre; lungo i margini divergenti, infine, le placche si allontanano l’una dall’altra generando così nuova crosta terrestre grazie alla lava presente sotto la superficie.

Ed è così che la superficie terrestre, a seconda delle caratteristiche e del movimento della placca, può essere più o meno giovane. Nella mappa qui sotto, elaborata dal National Geophysical Data Center della NOAA, in rosso vengono evidenziate le zone in cui la crosta terrestre è giovane, mentre nelle zone evidenziate in viola le zone più vecchie. Pensate che sono davvero poche le zone in cui il fondo marino è più vecchio di 150 milioni di anni ed il Mediterraneo è uno di queste: qui il fondo marino arriva anche fino a 280 milioni di anni.

 

I 10 parchi più belli d’Italia
I 10 parchi più belli d’Italia

L’Italia è ricca di parchi e giardini meravigliosi. Per selezionare il più bello di tutti, il network ilparcopiubello.it ha chiamato a raccolta sei esperti del settore. Il comitato scientifico ha valutato oltre 1000 parchi e giardini in Italia, tenendo conto di numerosi fattori, come l’interesse botanico, storico e artistico, l’accessibilità e i servizi. Scorri la gallery per scoprire quali sono i 10 parchi più belli d’Italia e dove si trovano:

 

 

 

Artico: ghiaccio sempre più sottile
Artico: ghiaccio sempre più sottile
La situazione nella regione artica si fa sempre più difficile. L’estensione della calotta artica secondo i dati raccolti dal National Snow and Ice Data Center è stata la sesta più bassa di sempre nel mese di giugno, 900.000 chilometri quadrati sotto la media calcolata tra il 1981 ed il 2010. In data 2 luglio l’estensione dei ghiacci era molto vicina a quella raggiunta nello stesso periodo nel 2012, anno che detiene ancora il record di estensione minima.
Nonostante l’estensione non sia la più bassa di sempre, bisogna tenere in considerazione anche il volume totale del ghiaccio presente nell’Artico che oggi ha raggiunto un nuovo record, minimo ovviamente. Dai dati raccolti dal programma PIOMAS dell’Università di Washington il volume del ghiaccio ha raggiunto il valore minimo mai registrato. Questa preoccupante condizione è dovuta all’aumento delle temperature che quest’anno si sta facendo sentire in questa regione con un numero di giorni con temperature sottozero inferiore al 2012, indice indicativo per capire quanto “caldo” ha fatto negli ultimi mesi.
Questa mancanza di “freddo invernale” si sta facendo vedere: lo spessore del ghiaccio si è ridotto quasi dappertutto. L’aria più mite e l’oceano più caldo stanno “mangiando” il ghiaccio più antico, quello più consolidato e duraturo. Al suo posto è comparso del ghiaccio più giovane, più sottile e più incline alla fusione annuale. Lo spessore medio durante lo scorso mese, secondo i dati raccolti da PIOMAS, è stato di 10 cm più sottile rispetto agli ultimi anni. Nel 1980 il ghiaccio era mediamente 120 cm più spesso rispetto ad ora. La situazione è critica. Il ghiaccio è più sottile della media in gran parte della calotta artica; l’unica zona esclusa è la zona a nord delle Svalbard.
Gli esperti sono d’accordo nell’affermare che anche se riuscissimo a fermare il riscaldamento globale sotto i 2°C l’Artico, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe comunque perdere quasi tutto il ghiaccio durante le estati.
Qual è la grotta più grande del mondo?
Qual è la grotta più grande del mondo?

Hang Son Ðoòng è la grotta più grande del mondo e si trova nella provincia di Quang Binh, in Vietnam. La caverna è in mezzo alla giungla, all’interno del parco nazionale di Phong Nha-Ke Bang, vicino al confine con il Laos. Scavata per secoli da un fiume sotterraneo – il suo nome, infatti, significa “grotta del fiume di montagna” – la grotta ebbe origine fra i due e i cinque milioni di anni. Tuttavia fu scoperta solo nel 1991 da un uomo del posto di nome Ho Khanh, che la trovò per caso ma non ebbe la possibilità di esplorare il suo interno perché privo di attrezzatura. La prima esplorazione della grotta risale al 2009: fu realizzata da un team di speleologi della British Cave Research Association, guidati dal britannico Howard Limbert.

grotta
Grazie a questa spedizione e a quelle che la seguirono oggi sappiamo che la galleria calcarea si sviluppa per una lunghezza di circa 4,5 chilometri, ma è molto probabile che nasconda ulteriori passaggi che superano tale lunghezza. In alcuni punti la grotta è alta più di 180 metri: può ospitare un isolato di grattacieli alti 40 piani!
La grotta è così grande che ha sviluppato un proprio clima, grazie anche alle numerose doline, aperture simili a finestre che, nella parte alta delle pareti, permettono alla luce di filtrare. All’interno della grotta si formano nuvole, piogge e banchi di nebbia. Ha così potuto svilupparsi una ricchissima vegetazione, da alcuni descritta come una vera e propria giungla, tra cui spiccano alcune piante autoctone che secondo i ricercatori crescono solo all’interno di questa grotta. La giungla ospita anche diversi animali, come scimmie e pipistrelli.

Questo video ci porta alla scoperta dell’interno della grotta più grande del mondo!

Una “tempesta perfetta” alla base del maxi sbiancamento della Grande barriera corallina
Una “tempesta perfetta” alla base del maxi sbiancamento della Grande barriera corallina

“Una tempesta perfetta” prodotta da “condizioni climatiche senza precedenti”. Così un gruppo di ricercatori australiani e belgi ha definito la causa dell’imponente sbiancamento che ha colpito la Grande barriera corallina. Lo studio, pubblicato sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science, è stato portato avanti dalle università James Cook e Louvain. Già lo si sapeva: tra i principali accusati, fino a poco tempo fa, vi erano l’El Niño particolarmente intenso e le temperature sopra le medie. A questo, il team di ricercatori ha aggiunto un periodo di permanenza “eccezionalmente lungo” di acqua mediamente più calda all’interno del reef.

Coral bleaching on the Great Barrier Reef from GBRMPA on Vimeo.

Protagonista dello studio è stato Eric Wolanski, professore dell’università australiana, che ha sottolineato come il riscaldamento delle acque prodotto da El Nino nel 2016 abbia avuto inizio nel Golfo di Carpentaria: basti pensare che, in quel luogo, le acque avevano raggiunto una temperatura eccezionale: ben 34 gradi. Da lì si è generata una corrente particolarmente calda che, muovendosi verso i reef dello Stretto di Torres, si è diretta verso il tratto settentrionale della Grande barriera corallina. Proprio qui si sarebbe fermata l’acqua riscaldata: poi, stazionando per un periodo “eccezionalmente lungo, avrebbe aumentato lo stress termico sui coralli”. Tutto questo ha inoltre favorito il riscaldamento locale prodotto dai raggi solari. Se, in condizioni normali, la corrente costiera settentrionale al largo del Queensland, nel Mar dei Coralli, avrebbe prodotto un raffreddamento della barriera, nella situazione in esame si è verificato l’opposto: la corrente “ invertito il corso- spiega Wolanski- e ha portato acqua molto calda”. Ecco come si è generata la “tempesta perfetta”. Ed ecco come la Grande barriera corallina ha subito un maxi sbiancamento. Drammatico il bilancio: ben il 70% dei coralli della zona a nord di Port Douglas è morto. Complessivamente, considerando le acque poco profonde, la percentuale di coralli perduta è stata del 29%.

Il Sole verso il minimo del suo ciclo di attività, il minimo solare
Il Sole verso il minimo del suo ciclo di attività, il minimo solare

Nessuna macchia, il disco solare appare immacolato. Così lo ha fotografato oggi il Solar Dynamics Observatory della NASA. Secondo diversi studi il Sole starebbe per entrare nel periodo di attività minima. Tutto normale o quasi: l’attività del Sole segue un andamento ciclico, tra periodi di massima e periodi di minima attività che ricorrono ogni 11 anni circa. Il Sole però sembra stia entrando in una fase di attività particolarmente debole: negli ultimi anni il suo campo magnetico si è assottigliato ed è rallentata la velocità di rotazione degli strati piu’ esterni ad alcune latitudini.
Per capire l’intensità dell’attività solare gli esperti misurano il campo magnetico e osservano gli strati più superficiali della superficie della Stella. Durante il periodo di attività minima, ad esempio, il Sole ha meno macchie solari rispetto ai periodi di massima attività. La Royal Astronomical Society ha studiato l’attività del sole dell’ultimo periodo attraverso la sua “musica”. La professoressa Yvonne Elsworth della School of Physics and Astronomy dell’Università di Birmingham afferma che “il Sole è molto simile ad uno strumento musicale e produce note dalle basse frequenze. Attraverso lo studio di queste onde sonore (eliosismologia) si può comprendere cosa sta succedendo nelle parti più interne della Stella. Non siamo ancora sicuri di quali saranno le conseguenze di questa fase di attività particolarmente debole, ma è evidente che ci troviamo in periodo insolito. In ogni caso, possiamo affermare che arriveremo al minimo di attività solare tra circa due anni“.

sole

 

Il disco solare fotografato il 6 luglio 2017 dal SDO della NASA

Attività solare e conseguenze sulla Terra

Secondo gli esperti il prossimo minimo solare dovrebbe arrivare tra il 2019 ed il 2020. Diminuiscono le macchie solari e i brillamenti ma non significa che il Sole si più debole. “Si tratta solamente di una variazione dell’attività solare” spiega la NASA. Ad esempio durante il periodo di minimo solare i buchi coronali, quelle vaste zone “buie” e più “fredde” della corona del Sole, si sviluppano e resistono per molto più tempo (anche più di sei mesi). Da queste regioni dell’atmosfera del Sole il campo magnetico si espande e permette la fuoriuscita di particelle sottoforma di vento solare. Questo può talvolta provocare effetti anche sulla Terra: il vento solare interagisce con il campo magnetico della Terra provocando un disturbo nella magnetosfera, quello che chiamiamo tempeste geomagnetiche, aurore boreali e disturbi nei sistemi di comunicazione e navigazione.

Lazio: alla scoperta della Villa Adriana di Tivoli, patrimonio dell’umanità
Lazio: alla scoperta della Villa Adriana di Tivoli, patrimonio dell’umanità

Nel Lazio, come in tutto il nostro Bel Paese, ci sono tantissime cose da vedere!
Una di queste è Villa Adriana, un grandissimo complesso che fu costruito tra il 118 e il 138 d.C. per volontà dell’imperatore Adriano. Si trova a Tivoli, che oggi fa parte della Città Metropolitana Roma Capitale. Nel 1999, l’Unesco la riconobbe come parte del Patrimonio dell’Umanità. La scelta dell’Unesco non è dovuta solo all’importanza della storia di questo luogo, ma anche alla sua eccezionale architettura. La motivazione con cui Villa Adriana fu dichiarata Patrimonio dell’Umanità, infatti, recita: “Villa Adriana è un capolavoro che riunisce in maniera unica le forme più alte di espressione delle culture materiali dell’antico mondo mediterraneo. Lo studio dei monumenti che compongono la Villa Adriana ha svolto un ruolo decisivo nella scoperta degli elementi dell’architettura classica da parte degli architetti del Rinascimento e del Barocco. Essa ha, inoltre, profondamente influenzato un gran numero di architetti e disegnatori del XIX e del XX secolo.” La villa fu edificata in diverse fasi, che si conclusero con la realizzazione di una vera e propria cittadina: la residenza extraurbana dell’imperatore si estendeva su un’area di almeno 120 ettari!

Lazio: Villa Adriana
La sua struttura è molto complessa e comprende edifici residenziali, terme, giardini, padiglioni e piazze. I vari edifici erano collegati fra loro da elaborati percorsi di superficie, ma anche da una rete sotterranea. Una struttura così elaborata doveva rispondere a diverse funzioni e al terreno frastagliato che la ospita. Tale complessità, però, deriva anche dalla volontà e dalle idee innovative dell’imperatore. Si dice che Adriano volesse riprodurre nella sua villa i luoghi e i monumenti che più lo avevano colpito durante i suoi viaggi nelle province dell’Impero Romano. In realtà, gli edifici della villa presentano tutti i caratteri più innovativi dell’architettura romana del tempo: le riproduzioni di monumenti egiziani e greci sono da intendere come suggestioni, più che come vere e proprie ricostruzioni.

Visitare Villa Adriana:

Oggi, l’area visitabile occupa almeno 40 ettari. Villa Adriana è aperta al pubblico tutti i giorni, esclusi il 1° gennaio e il 25 dicembre, in orari d’apertura che variano in base al periodo dell’anno. Il biglietto intero per visitare la residenza ha un prezzo di 8€, ma sono previste riduzioni per alcune categorie di visitatori. È possibile raggiungere Villa Adriana in auto, ma anche con i mezzi pubblici: la fermata del bus numero 4 della linea CAT dista circa 300 metri.

Lazio: Villa Adriana

Il primo motore attivato dalla luce
Il primo motore attivato dalla luce

Fantascienza e realtà. Il divario non è più così ampio. Due studi stanno infatti colmando la distanza che ci separa da quelle tecnologie solo ipotizzate da film e libri fantascientifici. Due motori unici nel loro genere, progettati dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) e, in Olanda e Gran Bretagna, dalla Eindhoven University of Technology e Kent State University, sarebbero in grado di attivarsi se colpiti da un fascio di luce. I ricercatori del MIT hanno progettato una particella asimmetrica, spessa meno di un capello e rivestita su un solo lato di uno strato di oro. Quando vengono colpite dalla luce queste particelle iniziano a roteare ad una velocità che dipende dalla luce: basta infatti cambiare il colore della luce per cambiare velocità.

I ricercatori britannici e olandesi invece hanno sviluppato un materiale che si contrae ed espande in risposta alla luce. Questo materiale, il primo a convertire la luce in movimento, è costituito da cristalli liquidi e si muove, quando sfiorato dai raggi luminosi , contraendosi ed espandendosi proprio come un bruco.