Categoria: Riscaldamento globale

L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva
L’iceberg gigante Larsen C è alla deriva

Come previsto uno dei più grandi iceberg del pianeta si è staccato tra il 10 e il 12 luglio. La frattura sulla piattaforma Larsen C, sulla costa orientale della Penisola Antartica, si è definitivamente completata, con il distacco di una porzione estesa quasi 6 mila chilometri, grande più della Liguria. Questo iceberg è spesso tra i 200 e i 600 metri e pesa un miliardo di tonnellate. Il distacco, che sembrava imminente già da diverse settimane, è stato annunciato dai ricercatori del progetto MIDAS. A breve dovrebbero arrivare le conferme anche da parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che da tempo tiene monitorata l’intera area con i satelliti.

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L’evento si è verificato, secondo le ultime notizie, tra il 10 e il 12 luglio e sarebbe confermato dalle osservazioni del satellite Aqua della Nasa, che utilizzando un sensore a infrarossi riesce a vedere anche nel buio della lunga notte antartica. Gli esperti del progetto MIDAS nelle scorse settimane avevano notato, inoltre, che la piattaforma di ghiaccio Larsen C si stava spostando ad una velocità mai vista prima d’ora: ogni giorno la parte più esterna si muoveva di 10 metri rendendo Larsen C ancora più instabile. Il collasso era dunque solo questione di giorni.

La piattaforma di ghiaccio di Larsen, situata nel Mare di Weddell, si estende lungo la costa orientale della Penisola Antartica, ed è formata da tre segmenti, due dei quali si sono distaccati. La piattaforma Larsen B si disintegrò nel febbraio del 2002. Lo stesso destino era toccato nel gennaio del 1995 alla piattaforma Larsen A che conteneva 3250 km² di ghiaccio dello spessore di 220 metri.

Artico: ghiaccio sempre più sottile
Artico: ghiaccio sempre più sottile
La situazione nella regione artica si fa sempre più difficile. L’estensione della calotta artica secondo i dati raccolti dal National Snow and Ice Data Center è stata la sesta più bassa di sempre nel mese di giugno, 900.000 chilometri quadrati sotto la media calcolata tra il 1981 ed il 2010. In data 2 luglio l’estensione dei ghiacci era molto vicina a quella raggiunta nello stesso periodo nel 2012, anno che detiene ancora il record di estensione minima.
Nonostante l’estensione non sia la più bassa di sempre, bisogna tenere in considerazione anche il volume totale del ghiaccio presente nell’Artico che oggi ha raggiunto un nuovo record, minimo ovviamente. Dai dati raccolti dal programma PIOMAS dell’Università di Washington il volume del ghiaccio ha raggiunto il valore minimo mai registrato. Questa preoccupante condizione è dovuta all’aumento delle temperature che quest’anno si sta facendo sentire in questa regione con un numero di giorni con temperature sottozero inferiore al 2012, indice indicativo per capire quanto “caldo” ha fatto negli ultimi mesi.
Questa mancanza di “freddo invernale” si sta facendo vedere: lo spessore del ghiaccio si è ridotto quasi dappertutto. L’aria più mite e l’oceano più caldo stanno “mangiando” il ghiaccio più antico, quello più consolidato e duraturo. Al suo posto è comparso del ghiaccio più giovane, più sottile e più incline alla fusione annuale. Lo spessore medio durante lo scorso mese, secondo i dati raccolti da PIOMAS, è stato di 10 cm più sottile rispetto agli ultimi anni. Nel 1980 il ghiaccio era mediamente 120 cm più spesso rispetto ad ora. La situazione è critica. Il ghiaccio è più sottile della media in gran parte della calotta artica; l’unica zona esclusa è la zona a nord delle Svalbard.
Gli esperti sono d’accordo nell’affermare che anche se riuscissimo a fermare il riscaldamento globale sotto i 2°C l’Artico, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe comunque perdere quasi tutto il ghiaccio durante le estati.
Una “tempesta perfetta” alla base del maxi sbiancamento della Grande barriera corallina
Una “tempesta perfetta” alla base del maxi sbiancamento della Grande barriera corallina

“Una tempesta perfetta” prodotta da “condizioni climatiche senza precedenti”. Così un gruppo di ricercatori australiani e belgi ha definito la causa dell’imponente sbiancamento che ha colpito la Grande barriera corallina. Lo studio, pubblicato sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science, è stato portato avanti dalle università James Cook e Louvain. Già lo si sapeva: tra i principali accusati, fino a poco tempo fa, vi erano l’El Niño particolarmente intenso e le temperature sopra le medie. A questo, il team di ricercatori ha aggiunto un periodo di permanenza “eccezionalmente lungo” di acqua mediamente più calda all’interno del reef.

Coral bleaching on the Great Barrier Reef from GBRMPA on Vimeo.

Protagonista dello studio è stato Eric Wolanski, professore dell’università australiana, che ha sottolineato come il riscaldamento delle acque prodotto da El Nino nel 2016 abbia avuto inizio nel Golfo di Carpentaria: basti pensare che, in quel luogo, le acque avevano raggiunto una temperatura eccezionale: ben 34 gradi. Da lì si è generata una corrente particolarmente calda che, muovendosi verso i reef dello Stretto di Torres, si è diretta verso il tratto settentrionale della Grande barriera corallina. Proprio qui si sarebbe fermata l’acqua riscaldata: poi, stazionando per un periodo “eccezionalmente lungo, avrebbe aumentato lo stress termico sui coralli”. Tutto questo ha inoltre favorito il riscaldamento locale prodotto dai raggi solari. Se, in condizioni normali, la corrente costiera settentrionale al largo del Queensland, nel Mar dei Coralli, avrebbe prodotto un raffreddamento della barriera, nella situazione in esame si è verificato l’opposto: la corrente “ invertito il corso- spiega Wolanski- e ha portato acqua molto calda”. Ecco come si è generata la “tempesta perfetta”. Ed ecco come la Grande barriera corallina ha subito un maxi sbiancamento. Drammatico il bilancio: ben il 70% dei coralli della zona a nord di Port Douglas è morto. Complessivamente, considerando le acque poco profonde, la percentuale di coralli perduta è stata del 29%.

Riscaldamento globale: maggio 2017 è stato il secondo più caldo di sempre
Riscaldamento globale: maggio 2017 è stato il secondo più caldo di sempre

Lo scorso mese di maggio è stato il secondo più caldo della storia dopo il maggio del 2016. Il Pianeta è stato di +0,88°C più caldo del normale. Da un Polo all’altro, il caldo anomalo non ha risparmiato quasi neanche un angolo della Terra. I picchi più significativi tra Europa occidentale e Nordafrica (anomalia compresa tra +2 e +4 gradi con picchi nelle zone interne dell’Africa nord-occidentale), tra Alaska e Canada, tra medio oriente ed i settori centrali dell’Asia e in Antartide dove l’anomalia è schizzata fino a +7.1°C.

Se l’anno scorso eravamo alle prese con gli effetti del Nino, che spiegava tali temperature, quest’anno vista la sua assenza l’anomalia registrata è ancora più eclatante. L’ultima stagione, primavera per l’emisfero settentrionale e autunno per l’emisfero meridionale, è stata la seconda più calda di sempre dopo il 2016 e secondo la NASA con tutta probabilità quest’anno seguirà la stessa sorte, finendo per essere al secondo gradino del podio degli anni più caldi.

I livelli di anidride carbonica nel mese di maggio hanno raggiunto livelli eccezionalmente alti, valori record di 409,65 parti per milione registrati dal Mauna Loa Observatory. Un dato che non può non essere considerato perché si tratta di una ulteriore conferma di quanto stiamo vivendo. Il cambiamento climatico stia viaggiando ad un ritmo impressionante e, ogni mese, purtroppo ne abbiamo la conferma.

Riscaldamento globale: il ruolo degli oceani è fondamentale
Riscaldamento globale: il ruolo degli oceani è fondamentale

Gli oceani sono importanti per la salute del nostro Pianeta perché sono in grado di frenare gli effetti del riscaldamento globale. Negli ultimi 6 anni un quarto delle emissioni di CO2 provocato da attività umana e il 90% del surriscaldamento dovuto all’effetto dei gas serra sono stati assorbiti dagli oceani, una gigantesca spugna che trattiene calore, anidride carbonica e altri gas per decenni o addirittura secoli. Attraverso due modelli di simulazione gli scienziati della NASA e del MIT hanno studiato le capacità di assorbimento di gas e di calore degli oceani. I risultati dimostrano come gli oceani siano in grado di assorbire più facilmente i gas atmosferici, piuttosto che il calore. Inoltre in alcuni scenari in cui le correnti oceaniche subivano un rallentamento a causa di temperature più alte, la capacità di immagazzinare calore e gas serra si riduceva nettamente. In ogni caso, anche in questo scenario, sembra prevalere la capacità degli oceani di trattenere i gas piuttosto che il calore dell’atmosfera.

Gli studiosi del Massachusetts Institute of Technology e del GISS Ocean Model della NASA hanno simulato il comportamento di una delle correnti più importanti dell’Oceano Atlantico, la Corrente del Golfo che porta l’acqua più calda dalla Florida fino alla Groenlandia, dove si raffredda e sprofonda di 1000 metri, scivolando nuovamente verso i tropici. In questo movimento, l’acqua calda diretta verso nord raccoglie i gas atmosferici e, una volta raggiunta la Groenlandia, li trattiene e li porta in profondità dove vengono immagazzinati per diversi anni. Grazie a questo meccanismo l’impatto dei gas sul riscaldamento dell’atmosfera è stato ridotto sensibilmente.

Cambiamenti climatici e oceani: cosa aspettarsi dal futuro?

Secondo gli esperti però potrebbe esserci un rovescio della medaglia: ad un certo punto gli oceani potrebbero restituire all’atmosfera il caldo ed i gas serra imprigionati negli abissi per anni e anni. Questo provocherebbe, con livelli di CO2 anche inferiori a quelli attuali, un nuovo aumento delle temperature dell’atmosfera. Si tratta di quello che gli esperti d’oltreoceano chiamano “warming in the pipeline” o “climate commitment“: anche se riuscissimo a ridurre le emissioni di gas serra, parte dell’aumento delle temperature globali è già nel sistema e prima o poi l’uomo dovrà farci i conti.

In Antartide si perdono ogni anno 125 giga tonnellate di ghiaccio
In Antartide si perdono ogni anno 125 giga tonnellate di ghiaccio

Ancora cattive notizie dal Polo Sud: la perdita di ghiaccio è impressionante ed è ormai prossimo il distacco della piattaforma Larsen C. Sulla piattaforma di ghiaccio Larsen C la frattura aumenta: negli ultimi giorni di maggio la crepa si è allungata di ben 17 chilometri. Manca poco, solo 13 chilometri, e il gigantesco iceberg si staccherà definitivamente dal continente di ghiaccio. Sarà l’iceberg più grande del mondo e il suo distacco cambierà l’aspetto della Penisola Antartica. Questo non è che l’ultimo effetto del cambiamento climatico che ai Poli viaggia due volte più veloce che altrove. Solo qualche giorno fa, a causa dell’aumento della temperatura, sono state fotografate, sempre in Antartide, zone in cui il ghiaccio ha lasciato posto alla crescita del muschio. E in effetti negli ultimi anni è andata perduta una grande quantità di ghiaccio, documentata in un video pubblicato recentemente dalla NASA. Secondo la ricerca basata sulle osservazioni satellitari del progetto GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment satellites) tra il 2002 ed il 2016 sono state perse ogni anno 125 giga tonnellate di ghiaccio, provocando un aumento annuo del livello globale degli oceani di 0,35 millimetri. Soprattutto le zone più occidentali del continente hanno subito negli ultimi 14 anni una perdita ingente di ghiaccio.

Crociera estiva al Polo Nord
Crociera estiva al Polo Nord

Tra qualche decennio al Polo Nord potrebbe non esserci più la calotta di ghiaccio e le rotte navali che collegano Europa, America e Asia potrebbero attraversare liberamente le acque del Mar Glaciale Artico.

Tutti gli studi da tempo ormai confermano quello che sarà un triste epilogo: intorno al 2040 in estate al Polo Nord potrebbe non esserci più la calotta di ghiaccio. In effetti la superficie della Calotta Artica dal 1980 ai giorni nostri si è ridotta di circa il 40% e ancor più rapidamente è diminuito lo spessore della banchisa. Così se nel 1979 la banchisa artica occupava un volume di 16.855 km3, negli ultimi anni è invece regolarmente scesa al di sotto dei 4.000 km3, con una riduzione quindi di oltre il 75%. A causa del Global Warming è perciò molto probabile che entro metà secolo in estate divenga possibile attraversare in nave l’Artico.

Navigazione transpolare: quanto tempo si risparmia?

Le rotte potrebbero essere più convenienti in termini di tempo e quindi anche di costo: attraversare l’artico è sicuramente più veloce per collegare Asia, Nord America ed Europa. Sicuramente le rotte transpolari comportano anche rischi connessi al clima e all’ambiente, qui naturalmente ostile: la calotta di ghiaccio potrebbe infatti fluttuare e spostarsi e in questo modo ostacolare il passaggio delle navi.

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Entro il 2030, in ogni caso, potrebbero diventare ordinarie alcune rotte cargo, ad esempio quelle che costeggiano il nord America e il nord Europa passando poi per il mare di Barents e il mare della Siberia orientale, mentre altre, specie quelle più prossime al polo, necessiterebbero delle rompighiaccio. Tra il 2045 ed il 2060 invece, spiega una ricerca dell’Università di Reading pubblicata dalla American Geophysical Union, lo spessore di ghiaccio della calotta rimanente sarà talmente sottile (compreso tra 1 metro e 50 centimetri) da permettere di attraversare più agevolmente il Mar Glaciale Artico.
Dall’Europa all’Asia più orientale attualmente ci vogliono 30 giorni di navigazione senza sosta passando dal Canale di Suez, mentre dal Nord America 25 giorni, approfittando del Canale di Panama. Nei prossimi decenni questo potrebbe cambiare: secondo le stime da Rotterdam a Yokohama potrebbero volerci 18 giorni mentre da New York a Yokohama 21.

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L’Antartide sta diventando verde
L’Antartide sta diventando verde

Arrivano notizie allarmanti dal Polo Sud: l’Antartide sta diventando sempre più verde. Succede perché i ghiacci continuano a ritirarsi e fa sempre più caldo: pensate che a marzo è stata registrata la temperatura record di 17,5°C, tipica di una giornata primaverile italiana. Questi cambiamenti favoriscono la crescita del muschio: i ricercatori hanno scoperto che, a causa dei cambiamenti climatici, il ghiaccio si sta fondendo e le formazioni di muschio sono cresciute rapidamente sulla penisola settentrionale dell’Antartide.

Lo studio è stato condotto dalle Università di Exeter e Cambridge e dalla British Antarctic Survey: ha portato alla luce importanti cambiamenti biologici che negli ultimi anni si sono verificati lungo la Penisola Antartica. Matt Amesbury, ricercatore dell’Università di Exeter, ha affermato che, di questo passo, «con una maggiore quantità di terra libera per via del ritiro dei ghiacci la Penisola Antartica diventerà in futuro un posto molto più verde». Il modo in cui il riscaldamento globale sta cambiando l’Antartide è un chiaro sintomo di come gli effetti dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo colpiscano anche gli ecosistemi più remoti, che si immaginano incontaminati dal genere umano.

Riscaldamento globale: è stato il secondo Aprile più caldo di sempre
Riscaldamento globale: è stato il secondo Aprile più caldo di sempre

La conferma dai dati della NOAA: è stato globalmente il secondo Aprile più caldo di sempre. Ad oggi sono 388 mesi consecutivi di caldo anomalo.

La temperatura media globale continua ad aumentare

Nel mese di Aprile l’anomalia termica è stata di 0,90°C superiore rispetto alla media del XX secolo. Si tratta del secondo Aprile più caldo dal 1880, superato solo dall’Aprile del 2016 (+1.07°C). Ma quello che fa riflettere è il fatto che il riscaldamento globale sembra procedere senza sosta. Basti pensare che è da 388 mesi consecutivi che le temperature medie globali restano sempre superiori alla media del ventesimo secolo. Un’eternità. Praticamente è dal dicembre del 1984, ultimo mese in cui la temperatura globale è stata inferiore alla media, che la Terra continua inesorabilmente a surriscaldarsi. Ed Aprile è solo l’ultimo della serie.

Le temperature medie sono rimaste oltre la norma in gran parte del Mondo (zone evidenziate in rosso nelle mappa), con i picchi più alti raggiunti nelle zone più a nord dell’emisfero settentrionale come il nord-est dell’Asia e l’Alaska dove l’anomalia è stata di +3 o, addirittura, +4 gradi. L’anomalia è più marcata se si considerano solo le terre emerse (+1,37°C) mentre considerando solo gli oceani l’anomalia scende a +0.73°C, una anomalia che comunque piazza questo mese al secondo posto tra i mesi di Aprile più caldi dal 1880.

Anomalia temperature Aprile 2017 Anomalia temperature Aprile 2017

Nonostante ciò in alcune zone l’anomalia è stata negativa (zone colorate in blu nella mappa). Ciò significa che in alcune parti del Canada, del Sud America, della Scandinavia e dell’Europa centro-orientale, così come nella Russia e Australia più occidentale le temperature sono state mediamente più basse del normale. Nell’Europa centro-orientale, secondo l’analisi regionale della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), questo mese è stato il più fresco dall’Aprile del 2003.

Ma in Italia? Nel nostro Paese il mese di aprile, diviso tra una fase di caldo eccezionale e ondate di gelo, è rimasto in linea con i mesi precedenti, quindi ancora una volta più caldo e secco del normale.

L’estate 2016 si è divertita a fare su e giù!
L’estate 2016 si è divertita a fare su e giù!

L’estate 2016 si è divertita a fare su e giù con le temperature.

Nella stagione che si è appena conclusa ci sono stati tre brevi ma intensi “affondi di freddo”, ogni volta seguiti poi da un deciso ritorno della stagione estiva, con vere e proprie ondate di calore. Chi vive nelle regioni settentrionali, si sarà certamente accorto del gran caldo che da fine agosto è proseguito anche durante la prima parte di settembre.

In Italia, nel corso dell’estate sono passate ben 17 perturbazioni, ovvero aree caratterizzate dalla presenza di nuvole, precipitazioni (come possono essere la pioggia, la neve e la grandine…) e vento. Alcune di queste perturbazioni hanno dato vita a momenti di forte maltempo, come i nubifragi romagnoli del 15 luglio con il quantitativo record di 160 mm di pioggia in appena 6 ore.

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Ma anche se abbiamo avuto l’impressione che il maltempo a volte ci perseguitasse, in definitiva, fra alti e bassi, la temperatura è stata maggiore rispetto alla media di stagione: abbiamo infatti appena vissuto un’estate leggermente più calda del solito (+0.4°C).

Tuttavia, non si tratta dell’estate più calda in assoluto. Da quando vengono rilevate le temperature, cioè dal 1880, ecco le stagioni estive più bollenti: quelle degli anni dopo il 2000 la vincono su tutte!

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Cinque domande sul riscaldamento globale
Cinque domande sul riscaldamento globale

Che cos’è il cambiamento globale del clima?
La Terra si sta riscaldando sempre di più, e velocemente.
Il clima globale è il clima medio di tutto il pianeta. La ragione per cui scienziati e persone come te sono preoccupati è che il clima della Terra sta cambiando. Il pianeta si sta riscaldando, più velocemente di qualsiasi periodo conosciuto dagli scienziati nei loro studi dell’intera storia della Terra.

Che cos’è il clima?
Il Clima descrive condizioni di tempo nei lunghi periodi e su intere regioni.
Il clima è il quadro generale di temperature, precipitazioni e altre condizioni su una regione vasta e per più tempo rispetto al tempo meteorologico. Per esempio il tempo è stato piovoso a Phoenix, Arizona la settimana scorsa. Questa città però ha una media di precipitazioni di 20 centimetri l’anno. Così il clima di Phoenix è asciutto.  Anche la maggior parte della California meridionale ed il nord Africa hanno un clima caldo e desertico. Il Brasile e le regioni del sud est asiatico hanno invece un clima tropicale perché lì piove molto e fa caldo.

Che cos’è il tempo?
A differenza del clima il tempo è locale e temporaneo.
Sulla Terra non possiamo controllare il tempo con un termostato per alzare o abbassare la temperatura. Quello che possiamo fare invece è prevedere il tempo. Gli studiosi del tempo, i meteorologi, cercano di prevedere quello che avverrà.
Quella grossa nuvola nera si scaricherà su Londra o reggerà fino a quando arriva a Dover? Quella tempesta che si sta formando sull’Atlantico si trasformerà in uragano? Ci sono le condizioni giuste per un tornado, ma si formeranno? E dove potranno toccare terra e causare danni?
Il tempo si verifica in un luogo e momento particolare.
Pioggia, neve, vento, uragani, trombe d’aria – queste sono tutte manifestazioni del tempo meteorologico.

Ci importa se la Terra si riscalda?
Certo che sì, dopo tutto la Terra è la nostra navicella spaziale!
Ci porta a viaggiare in crociera per 938 milioni di km intorno al sole. Ha anche un proprio “campo di forze”: la Terra ha un campo magnetico che ci protegge da radiazioni “killer” e il tremendo vento solare. Ha tutto ciò che ci serve per vivere: aria, acqua e cibo.
Proprio come astronauti, imbarcati per un lungo viaggio spaziale, dobbiamo monitorare le funzioni vitali della nostra navicella e tenerla in ottimo stato.

Quello che ognuno di noi fa è importante?
Sì, ogni cosa che succede qui ha effetti in un altro luogo.
La Terra ha un suo sistema di controllo. Gli oceani, la terra, l’aria, le piante e gli animali e l’energia del Sole hanno effetti gli uni sugli altri per fare funzionare il tutto in armonia. I cambiamenti in una parte cambiano sempre qualcosa da un’altra parte. L’effetto complessivo ci dà il nostro clima globale.