Categoria: Terra

L’Estate cede il passo all’Autunno con l’equinozio
L’Estate cede il passo all’Autunno con l’equinozio

Nel corso dell’equinozio, trovandosi l’asse di rotazione terrestre perpendicolare alla direzione dei raggi solari, in tutto il Pianeta il giorno e la notte hanno uguale durata. Ci siamo. Il momento da molti paventato, da altri desiderato, sta arrivando. L’estate volge al termine. I giorni si accorciano, iniziano a cadere le foglie, le belle e calde giornate di sole pian piano si allontano. L’autunno è alle porte. Quest’anno l’appuntamento è per domenica 23 settembre. Alle ore 1.54 UTC di quel giorno cadrà l’equinozio d’autunno, momento che sancisce ufficialmente l’inizio dell’autunno astronomico. Ecco quindi che il ciclo produttivo e riproduttivo pian piano terminerà, e la natura gradualmente si preparerà al più rigido clima invernale e a un riposo della durata di vari mesi. Il termine “equinozio” trae origine dal latino aequinoctium, a sua volta derivato da aequa-nox, ossia “notte uguale”: nel corso dell’equinozio, infatti, giorno e notte hanno uguale durata, cadendo i raggi solari in modo esattamente perpendicolare all’asse di rotazione terrestre. L’asse di rotazione terrestre, rispetto al piano di rivoluzione orbitale intorno al Sole, risulta inclinato in media di 23°27′. Questo significa che i raggi solari, in ogni istante, non giungono mai sulla Terra con la stessa angolazione. Nel corso degli equinozi, invece, l’asse di rotazione terrestre risulta perpendicolare alla direzione dei raggi solari: in ogni punto del pianeta, dove il Sole supera l’orizzonte, la durata del giorno è dunque uguale alla durata della notte.

Ogni anno i due equinozi (primavera e autunno), esattamente come avviene per i due solstizi (estate e inverno), cadono a sei mesi di distanza l’uno dall’altro. Equinozi e solstizi segnano convenzionalmente l’avvicendamento delle stagioni astronomiche della Terra. Nell’emisfero boreale l’equinozio di marzo segna la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; l’equinozio di settembre, invece, segna la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Viceversa accade nell’emisfero australe, dove l’autunno comincia con l’equinozio di marzo e la primavera con quello di settembre.

Abbiamo parlato dell’autunno “astronomico”. Dal punto di vista meteorologico, invece, l’autunno ha inizio il 1° settembre, per concludersi il 30 novembre. La spiegazione sta nel dato climatico e meteorologico. Verso la fine di agosto, infatti, mediamente le temperature iniziano a far registrare i primi cali rispetto alla calura estiva e le piogge si fanno più frequenti. Il cambio di stagione, oltre che dal punto di vista astronomico e da quello meteorologico, può essere però definito anche in base a un altro parametro, quello legato alla fenologia. Parliamo di quel ramo della biologia che si occupa dei rapporti tra fattori climatici (temperatura, umidità, fotoperiodo) e la manifestazione stagionale di alcuni fenomeni della vita vegetale, quali la germogliazione delle gemme, la fioritura, la maturazione dei frutti, la caduta delle foglie, etc., oltre che dei rapporti tra fattori climatici e la manifestazione stagionale dei fenomeni relativi alla fauna. Secondo la fenologia, l’inizio delle stagioni non può coincidere con un giorno preciso: si tratterebbe, invece, di un periodo caratterizzato da cambiamenti graduali sia nel mondo vegetale che in quello animale. Modi diversi, dunque, di vedere il mutamento che, ad ogni cambio stagionale, si genera attorno a noi, nel perenne e sempre stupefacente ciclo della vita.

Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli
Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli

Quello che viene abbandonato dall’uomo in natura può durare poche settimane ma anche secoli: le cose che usiamo quotidianamente se gettate senza accortezza possono avere un impatto sull’ambiente più grande di quanto immaginiamo.
Dal punto di vista numerico, i mozziconi di sigaretta sono il rifiuto singolo più abbondante sulla Terra: un mozzicone senza filtro impiega 6-12 mesi per dissolversi, perché è fatto di cellulosa e fibre vegetali di tabacco ed è quindi biodegradabile. Il filtro invece è composto di un materiale chimico sintetico molto resistente e in condizioni normali, sono necessari dai 5 ai 12 anni di tempo per distruggerlo. Si stima che su scala globale, ogni giorno, ne vengano dispersi nell’ambiente più di 10 miliardi.
Resti di frutta e verdura hanno il ciclo di decomposizione più corto: un torsolo di mela impiega circa 15 giorni per decomporsi ma dipende molto dal luogo in cui è stato gettato, dal clima, dalle temperature. Per una buccia di banana occorre almeno un mese, tempo che può anche raddoppiare se viene gettata in mare.

Per la decomposizione di una t-shirt occorrono almeno 6 mesi; il cotone è il tessuto maggiormente biodegradabile ma ad esempio per la lana ci vuole circa un anno.
La degradazione delle gomme da masticare avviene in circa 5 anni: la gomma nonostante sia di origine vegetale, è un materiale difficilmente attaccabile dai microrganismi che riescono quindi a distruggerlo soltanto lentamente.
Decisamente peggio va con i sacchetti di plastica: secondo studi condotti in laboratorio occorrono minimo 20 anni per essere frammentati in micro “porzioni” non visibili. Ogni singolo pezzetto è poi però soggetto all’attacco di microrganismi e alla naturale ossidazione, che portano alla demolizione delle singole molecole. Questa decomposizione può impiegare centinaia di anni, senza contare il fatto che i sacchetti di plastica sono estremamente pericolosi in mare perché possono intrappolare o essere ingeriti da pesci e altri animali provocandone la morte.

I sacchetti per le patatine sono un materiale altamente inquinante: ci vogliono almeno 80 anni prima che scompaiano dall’ambiente. Sono stati trovati dei sacchetti risalenti a più di 30 anni fa.
La degradazione della plastica è molto difficile; ad esempio per la decomposizione di una bottiglia di plastica occorrono 1000 anni perché fa parte degli imballaggi più resistenti, al riparo dalla luce può durare secoli mentre per le posate di plastica o per gli accendini “usa e getta” si stima un periodo che va da 100 a 1000 anni.
Le bottiglie di vetro vengono degradate in tempi molto lunghi, circa 1 milione di anni perché il vetro è un materiale quasi eterno.
Le pile sono le più inquinanti: anche se l’involucro esterno si disintegra abbastanza facilmente, il problema per questo tipo di rifiuto viene dalle sostanze tossiche che contiene, come il piombo, il cromo, il cadmio, il rame, lo zinco e soprattutto il mercurio. Una pila contiene circa un grammo di mercurio, quantità più che sufficiente per inquinare 1.000 litri di acqua. Per questo non devono mai essere gettate nell’ambiente né con i normali rifiuti ma sempre gettate negli appositi contenitori.

San Lorenzo: nasi all’insù per le stelle cadenti!
San Lorenzo: nasi all’insù per le stelle cadenti!

Il 10 agosto è San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti. Come osservarle, dove e quando?

Il 10 agosto è San Lorenzo, che tutti conosciamo come la notte delle stelle cadenti. Quella delle Perseidi è la pioggia di meteore più famosa dell’anno e in realtà sarà visibile in cielo per molti giorni, all’incirca un mese tra la seconda metà di luglio e quella di agosto, e non solo nella notte di San Lorenzo. Il picco di massima visibilità è previsto per il 13 agosto!

Per godersi appieno lo straordinario spettacolo delle stelle cadenti è fondamentale scegliere con cura il luogo da cui osservarle: è importante che sia il più possibile buio e che offra una visuale ampia. Sii paziente: ci vorrà un po’ perché i tuoi occhi si adattino completamente al buio, vedendo al meglio le stelle e le meteore.
Scegli una postazione che ti permetta di guardare verso Nord-Est: il radiante della pioggia di meteore delle Perseidi, cioè la zona da cui apparentemente provengono, è la costellazione di Perseo, che attorno alla mezzanotte si trova in questa direzione. Non sarà difficile da individuare: la costellazione di Perseo si trova sotto quella di Cassiopea, facilissima da riconoscere per la sua tipica forma a W.

Stelle Cadenti

Cosa sono le stelle cadenti?

In realtà, non sono stelle: si tratta di meteoriti che vengono attratti dalla forza di gravità del nostro pianeta. Una volta entrati nell’atmosfera cadono verso la Terra a grandissima velocità: possono arrivare a 210.000 km orari!
A una tale velocità, il calore prodotto dall’attrito con l’atmosfera fa sì che i meteoriti si infiammino: ecco perché vediamo quella scia luminosa. L’atmosfera terrestre protegge il pianeta dai meteoriti, che si sfaldano e bruciano prima di raggiungere la Terra.

meteorite

Grazie a Space Nation puoi volare nello spazio anche tu
Grazie a Space Nation puoi volare nello spazio anche tu

Nel corso del tempo i viaggi spaziali sono passati dall’essere una rarità ad una routine. C’è quindi bisogno di nuove reclute che nel futuro potranno diventare astronauti.  Se il tuo sogno è sempre stato quello di viaggiare nello spazio, è arrivata l’app che fa per te. Grazie a Space Nation, ora lo spazio è a portata di tutti. Dal 12 aprile infatti, anniversario del primo volo spaziale della storia, è possibile scaricare sui vostri telefoni  Space Nation Navigator.

L’azienda finlandese ha sviluppato l’app, con l’aiuto di addestratori di astronauti della NASA, tramite l’accordo Space Act, per dare l’occasione a tutti di affrontare un addestramento come quello di un vero astronauta. L’obbiettivo è quello di creare un programma per la formazione dei futuri astronauti, a portata di tutti. Tramite l’app sarà possibile aumentare le conoscenze in ambito dello spazio, attraverso lezioni da leggere e podcast da poter ascoltare. Il programma prevede inoltre che ogni anno un utente venga selezionato per andare nello spazio, in veste di astronauta.

Un’altra sezione interessante dell’app è senza dubbio quella delle missioni. Qui si possono testare le conoscenze acquisite tramite quiz e giochi di diversi livelli di esperienza. Per di più, i giochi sono repliche di situazioni e sfide che potrebbero ripetersi, o che sono già accadute, nello spazio. Superate le sfide è possibile ricevere badge e ricompense. Una di queste è l’occasione di poter andare in Islanda, che grazie ai suoi territori inesplorati, assomiglia molto alla luna.

Il sole e i raggi UV
Il sole e i raggi UV

Cos’è l’Indice UV? Come funziona la radiazione ultravioletta? D’estate ne sentiamo spesso parlare, ma di che cosa si tratta? Per capirlo bisogna entrare nel tecnico. Dal sole parte una radiazione – tranquilli, non c’è da preoccuparsi –  costituita da un lato da un flusso di particelle altamente energetiche, quindi da protoni, elettroni e nuclei di elio (la cosiddetta “radiazione cosmica” o “vento solare”) e dall’altro da onde elettromagnetiche. La quasi totalità (circa il 99%) della radiazione elettromagnetica proveniente dal Sole è composta in larga misura da raggi visibili (la luce), da un’apprezzabile quantità di radiazioni nell’infrarosso (quelli che danno la sensazione di calore) e da una piccolissima frazione di raggi UltraVioletti (UV).

I raggi UV sono la parte più piccola dell’energia in arrivo dal Sole ma è la componente solare più dannosa per gli esseri viventi. Riescono infatti a penetrare in profondità nei tessuti, fino a interferire con il codice genetico contenuto nel DNA delle nostre cellule, con il conseguente sviluppo di forme tumorali, specie della pelle come il melanoma. Ma attenzione perché anche gli occhi sono altrettanto a rischio, quindi occhiali da sole sempre sul naso! 

In piccole dosi i raggi UV hanno però anche effetti benefici sull’uomo: produzione di vitamina D (bastano pochi minuti al giorno per stimolare la produzione di una quantità sufficiente di vitamina D in grado di prevenire l’osteoporosi, il diabete di tipo 1 e diversi tipi di tumori), produzione di serotonina (previene la depressione), effetto disinfettante in quanto viene limitata la proliferazione di batteri, cura di alcune patologie dermatologiche (psoriasi, vitiligine, dermatite atopica).

Analizziamo ora più da vicino le caratteristiche della radiazione ultravioletta. I raggi UV cadono in una banda dello spettro elettromagnetico con lunghezza d’onda. I più penetranti, e quindi i più pericolosi per gli esseri viventi, sono quelli con lunghezza d’onda più corta, ossia gli UVAUVB e UVC . Grazie all’atmosfera ma soprattutto per merito dell’ozono gran parte dei raggi UV provenienti dal sole vengono assorbiti e retro-diffusi verso la spazio. I raggi UVC sono completamente assorbiti nell’alta atmosfera dall’ozono e dall’ossigeno; la quasi totalità dei raggi UVB (circa l’80-90%) viene assorbita dall’ozono presente in stratosfera mentre la maggior parte dei raggi UVA riesce a passare indenne attraverso l’atmosfera. In sostanza, la radiazione ultravioletta che raggiunge la superficie terrestre è costituita in larga quantità da UVA e solo in piccola parte da UVB.

I raggi UVA rappresentano il 95% degli ultravioletti che colpiscono la pelle, sono presenti tutto l’anno, a tutte le latitudini ed attraversano sia le nuvole che il vetro. Arrivano a penetrare l’epidermide in profondità. Sono i principali responsabili dell’invecchiamento prematuro della pelle: rughe, macchie solari, perdita di elasticità, secchezza. Sono inoltre responsabili di forme cancerogene come il melanoma e il carcinoma cutaneo a cellule basali. Di fatto non provocano eritemi e scottature ma sono in grado di causare danni a lungo termine. Stimolano la riattivazione della melanina preesistente riattivando la reazione dell’abbronzatura. I raggi UVB costituiscono il 5% della radiazione ultravioletta in arrivo sulla Terra, sono più energetici rispetto agli UVA e sono concentrati soprattutto nel periodo estivo, in particolare nelle ore centrali della giornata. Sono loro i responsabili degli eritemi e delle scottature ma causano danni anche a lungo termine aumentando il rischio di tumori della pelle.

Ovviamente la frazione di raggi UV che raggiunge la superficie terrestre subisce una notevole variazione sia nel tempo e nello spazio, anche e soprattutto a seconda delle condizioni meteorologiche. Ecco, al riguardo, un elenco dei fattori dai quali dipende la dose di raggi ultravioletti in arrivo al suolo:

• ora del giorno: il 20-30% circa degli UV arriva tra le 11 e le 13 locali mentre il 75% del totale è concentrato tra le 9.00 e le 15.00. Quando il Sole è alto sull’orizzonte i raggi compiono infatti un percorso più breve dentro l’atmosfera, minimizzando in tal modo l’assorbimento da parte dell’aria;
• stagione: nelle regioni temperate gli UV raggiungono la massima intensità in estate e la minima in inverno; quando il sole è più alto nel cielo il tasso di raggi UV è maggiore mentre è decimante trascurabile quando il sole è basso all’orizzonte;
• latitudine: il flusso annuale di raggi UV è massimo all’Equatore e minimo ai poli;
• nuvole: in generale le nubi diminuiscono la quantità di energia solare in arrivo. Un cielo con nuvole sparse o velato da nubi alte e sottili, attenua appena del 10% l’intensità dei raggi UV. La frazione in arrivo al suolo si riduce del 25 % circa con cielo molto nuvoloso ma con cielo coperto l’attenuazione raggiunge il 70 % circa;
• altitudine: con la quota la radiazione ultravioletta aumenta notevolmente di intensità. Ad esempio, in estate a 2000 metri la radiazione UV “scotta” quasi il triplo rispetto alle aree di pianura, mentre in una settimana trascorsa sempre a 2000 metri in luglio si riceve la stessa dose di UV assorbita in tre mesi al mare. In inverno gli UV si riducono, rispetto all’estate, di otto volte circa in montagna e di sedici volte in pianura;
• riflessione: la parte riflessa dalla superficie terrestre e dai mari è generalmente bassa (inferiore al 7%), tuttavia il tipo di superficie può fare davvero la differenza: manti erbosi e specchi d’acqua riflettono meno del 10% della radiazione in arrivo, la sabbia riflette circa il 25% dei raggi UVB incidenti, mentre la neve fresca arriva a riflettere circa il 80%.

Ecco perché in montagna i raggi ultravioletti sono particolarmente insidiosi: all’effetto riflessione da parte della neve si aggiunge infatti anche l’effetto altitudine.

 

Perché il tramonto è rosso?
Perché il tramonto è rosso?

In questo periodo non mancano le belle giornate estive proprio nel momento di massima durata delle ore di luce. Per i fortunati che si trovano in riva al mare e per chi è rimasto in città è possibile osservare la bellezza del calar del sole sull’orizzonte che tinge ogni sera il cielo di colori rosso fuoco. Ma da cosa dipendono i colori che scaldano il cielo al tramonto?
Partiamo da qualche nozione: le radiazioni sono energia. Le radiazioni elettromagnetiche sono un insieme di energie che si muovo nello spazio sotto forma di onde, dalle onde Radio alle onde UV fino ai Raggi-X.


La luce è una radiazione elettromagnetica, che quindi si muove sotto forma di onde. La luce a noi visibile è però solo una parte ridotta dello spettro elettromagnetico e forma i colori dell’arcobaleno: dal rosso al giallo, al blu fino al viola. Ogni colore a noi visibile ha una differente lunghezza d’onda: il rosso ha un’onda più ampia mentre il viola più corta. La magia dei tramonti dunque è dovuta alla diffusione della luce proveniente dal sole nell’atmosfera. Per “diffusione ottica” si intende il cambio di traiettoria delle onde a causa della collisione con altre particelle. La luce che attraversa la nostra atmosfera viene infatti deviata una infinità di volte prima di raggiungere il nostro occhio, dando un colore diverso a seconda della quantità di particelle su cui “rimbalza”.
Quando il sole è alto nel cielo, dunque, la luce blu (onda più corta) prevale dopo aver attraversato l’atmosfera composta dalle molecole di ossigeno e azoto. Al tramonto, invece, la luce deve attraversare una quantità maggiore di atmosfera, e dunque solo le onde più lunghe (rosse e arancio) riescono a raggiungere i nostri occhi regalandoci panorami unici.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Hai attivato il tuo Plastic Radar?
Hai attivato il tuo Plastic Radar?

Grazie al nuovo progetto di Greenpeace oggi possiamo segnalare i rifiuti di plastica che troviamo al mare!
L’associazione ambientalista ha infatti lanciato Plastic Radar, un nuovo servizio che permette di segnalare rifiuti di plastica che troviamo in spiaggia, che vediamo galleggiare tra le onde o che osserviamo perfino sui fondali durante una nuotata o un’immersione.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Come funziona?

Per partecipare, e attivare il tuo Plastic Radar, ti basterà scattare una o più foto del rifiuto di plastica che vuoi segnalare: Greenpeace specifica che, se possibile, è meglio fare in modo che sia riconoscibile anche il marchio (per esempio, quello di una bottiglietta d’acqua) e il tipo di plastica con cui è stato realizzato il rifiuto. Quindi, invia la tua segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267, condividendo i tuoi scatti e la posizione in cui hai trovato il rifiuto di plastica.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Se dovessi trovare rifiuti di plastica non più interi, ma frammentati, potrai segnalarli comunque con le stesse modalità.

Ultimo passaggio? Naturalmente, dopo averli fotografati ricordati di raccogliere i rifiuti che trovi e di gettarli in contenitori dedicati alla raccolta della plastica!

Sul sito plasticradar.greenpeace.it è possibile trovare tutte le informazioni su come partecipare e anche i dati che sono stati raccolti finora. Per esempio, una mappa mostra quante segnalazioni sono arrivate da diverse aree dei nostri mari e un semplice grafico mostra quali sono le principali categorie merceologiche che stanno inquinando i nostri mari.

 

 

Europa: è guerra contro la plastica usa e getta
Europa: è guerra contro la plastica usa e getta

In Europa vengono prodotti, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 30% viene raccolto per essere riciclato e il resto, nella maggior parte dei casi, finisce nel mare: un vero disastro.

La Commissione Europea ha proposto la messa al bando di numerosi prodotti usa e getta realizzati con la plastica. Nel mirino, in particolare, quei prodotti che vengono trovati più spesso sulle spiagge dei paesi europei, nei nostri mari, ma anche nelle acque dolci di superficie. È il caso, ad esempio, di posate, piatti, bicchieri e cannucce di plastica, contenitori per alimenti, cotton fioc, ma anche i bastoncini di plastica utilizzati per tenere i palloncini. Tutti questi oggetti dovranno essere sostituiti da alternative sostenibili. Dovrà essere ridotto l’utilizzo di quei prodotti per cui, invece, non abbiamo alternative più ecologiche e meno inquinanti.

Gli stati membri dell’Unione Europea dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025 e dovranno incentivare una riduzione dell’utilizzo di contenitori per alimenti e bevande di plastica.

europa contro la plastica usa e getta

 

Le norme proposte riguardano anche i produttori, le aziende, che danno origine questo genere di rifiuti:

I produttori dovranno contribuire alle spese per la gestione e la bonifica dei rifiuti. Inoltre, dovranno farsi carico dei costi per sensibilizzare i clienti sull’impatto ambientale di molti prodotti monouso che inquinano il nostro ambiente, come involucri e confezioni di plastica, salviette umidificate, sigarette con filtro, assorbenti eccetera.
Dovranno informare i clienti sugli effetti della plastica (come succede oggi con i pacchetti di sigarette), sull’importanza di non disperdere i prodotti nell’ambiente e su come debbano essere smaltiti. Nel caso di contenitori per bevande di plastica usa e getta sarà necessario che il tappo resti attaccato al contenitore, in modo da evitare che venga disperso nell’ambiente.
Le nuove regole riguardano anche i produttori che operano nel settore della pesca: il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee, infatti, viene proprio da questo ambito. Chi produce attrezzi da pesca sarà responsabile delle spese per la loro raccolta quando non serviranno più ai clienti, oltre che dei costi di trasporto e di smaltimento.

europa contro la plastica usa e getta

Cosa succede adesso?

Queste regole e iniziative fanno parte di una proposta portata avanti dalla Commissione Europea. La proposta dovrà essere valutata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea e in queste fasi potrebbe subire delle modifiche. La speranza della Commissione Europea è quella di ottenere i primi risultati entro la Primavera 2019.
Quando saranno emanate delle normative in questa materia, i governi dei singoli stati, come l’Italia, dovranno metterle in atto con norme e leggi che potranno cambiare a seconda dei diversi Paesi.

La Giornata dell’Ambiente quest’anno dedicata al problema della plastica
La Giornata dell’Ambiente quest’anno dedicata al problema della plastica

La Giornata dell’Ambiente del 2018, in programma il 5 giugno, è stata dedicata all’inquinamento provocato dalla plastica, problema che tocca da vicino tutti noi, tutti i Paesi del Mondo. Ogni anno vengono usati 500 miliardi di sacchetti di plastica. Negli oceani finiscono 13 milioni di tonnellate di plastica tant’è che nel Pacifico si è formata una gigantesca isola formata al 99% da rifiuti di plastica e un sacchetto è stato ritrovato persino nella fossa più profonda degli abissi, la fossa delle MarianneGli animali sono i primi a soffrire dell’inquinamento da plastica: ogni anno, per questo motivo, muoiono 100.000 esemplari.

Ogni minuto vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica e il 50% della plastica prodotta viene utilizzato solo una volta, aumentando incredibilmente la quantità di rifiuti prodotti dall’uomo.

É sbagliato pensare che siano inquinati solo gli oceani e i mari lontani da noi. Il problema ci tocca da vicino! Anche il Mediterraneo, infatti, sta soffocando: durante il tour “Meno Plastica più Mediterraneo” di Greenpeace, si è riscontrata un’enorme e diffusa presenza di microplastiche (pezzettini di plastica molto fini)  comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico. La situazione è preoccupante anche per il fatto che il Mediterraneo è un bacino semi-chiuso che viene sfruttato molto dall’uomo.

La giornata dell’ambiente 2018 è quindi un’occasione per riflettere sull’emergenza plastica ma soprattutto serve per promuovere azioni concrete volte alla risoluzione di uno dei problemi più grandi del nostro tempo.

Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando
Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando

Durante una conferenza a Manhattan un membro del consiglio comunale di New York, Rafael Espinal, ha annunciato una proposta di legge volta a mettere al bando le cannucce di plastica in tutti i locali della Grande Mela.
Secondo il National Park Service, solo negli Stati Uniti si consumano oltre 500 milioni di cannucce al giorno! Numerosi ristoranti di New York hanno già aderito alla campagna Give a sip (“dai un sorso”), promossa dall’associazione Wildlife Conservation Society, impegnandosi a utilizzare cannucce realizzate con materiali alternativi alla plastica, come il bambù o la carta.
New York, forse, metterà al bando le cannucce di plastica

Come riferisce il Guardian, la proposta prevede multe da 100 a 400 dollari per i locali sorpresi a distribuire cannucce di plastica, ma si ammetteranno eccezioni per disabili o malati che, per bere, hanno bisogno di una cannuccia.

Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?
Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?

Dal 24 maggio fino alla fine del 2018, l’Italia è in debito con l’ambiente. L’Overshoot Day quest’anno per l’Italia cade il 24 maggio, giorno in cui finiamo di consumare le risorse naturali rinnovabili del nostro Paese. L’Overshoot Day è una data simbolica, lanciata dal Global Footprint Network, che misura l’impronta ecologica dei Paesi del Mondo rispetto alla capacità di generare risorse naturali. Cosa significa “impronta ecologica”? Questo termine viene usato per misurare la porzione di ambiente (mare e terra) necessaria per rigenerare le risorse consumate da una o più persone. Basta confrontare l’impronta ecologica di un individuo, di una regione, o di uno stato, con la quantità di terra disponibile per ognuno di noi. Così si può capire se il nostro stile di vita è sostenibile dal punto di vista dell’ambiente o meno.

Se la popolazione del mondo intero vivesse come viviamo noi, in Italia, avremmo bisogno di 2.6 mondi come la Terra per sostenere tale l’impronta ecologica.

Ogni anno, la data, a livello mondiale ma anche di ogni singolo Paese, cade sempre qualche giorno prima, a testimonianza del fatto che le risorse naturali che abbiamo a disposizione non sono sufficienti per seguire il nostro stile di vita. L’Overshoot Day del Mondo intero del 2017 è caduto in data 2 agosto, ma quest’anno potrebbe cadere qualche giorno prima. Se consideriamo l’impronta ecologica del Mondo intero avremmo bisogno di 1.7 Mondi come la Terra per non gravare più sull’ambiente. Nella Top 5 dei Paesi in cui lo stile di vita pesa di più sono Australia, USA, Corea del Sud, Russia e Germania.

Facciamo una prova. Sul sito ufficiale è possibile calcolare la nostra impronta ecologica misurata considerando le nostre abitudini alimentari, le caratteristiche della nostra abitazione, il consumo di energia, la distanza percorsa in auto ogni giorno, il numero di voli aerei e così via.

Il Mondo come non lo avete mai visto
Il Mondo come non lo avete mai visto

Avete mai visto una mappa della Terra nel periodo Ediacarano? Oggi, grazie a una mappa interattiva, è possibile tornare indietro nel tempo fino a 600 milioni di anni fa. La mappa del globo si chiama Ancient Earth Globe ed è stata prodotta da Ian Webster, un ingegnere di Google. Grazie a questa mappa è possibile scoprire com’era la Terra prima dell’uomo e prima anche dei dinosauri. Sì perché il viaggio comincia dal periodo Ediacarano (fra i 635 e i 542 milioni di anni fa) poi si va al periodo Cambriano (540 milioni di anni fa) quando la Terra, dopo un’estinzione di massa, ha sperimentato il boom della vita marina.

Ancient Earth – What the globe used to look like

Earth looked very different 600 million years ago

La storia geologica del nostro pianeta prosegue poi con la Panegea (circa 280 milioni di anni fa), momento in cui le terre emerse erano un tutt’uno e non separate come oggi, e poi prosegue fino ai giorni nostri. Più si va avanti nel tempo più è facile riconoscere i continenti: l’Africa, l’Asia, l’Oceania ma anche l’Antartide. Già 150 milioni di anni fa sono riconoscibili Nord e Sud America ma anche la Groenlandia. Nel menù a tendina è possibile anche andare a vedere com’era il mondo quando si sono estinti i dinosauri (65 milioni di anni fa), o quando sono comparsi i primi ominidi (20 milioni di anni fa)!

 

Ad Aprile la calotta artica ha sfiorato il record del 2016
Ad Aprile la calotta artica ha sfiorato il record del 2016

Ancora pessime notizie dal Polo Nord. Sì perché lì, la calotta di ghiaccio che ricopre l’Artide è molto più piccola rispetto al passato. La calotta di ghiaccio ogni anno si estende e restringe seguendo le stagioni: in estate raggiunge l’estensione più piccola, in inverno quella più ampia.

Ad Aprile il ghiaccio inizia a fondersi per via dell’aumento delle temperature, ma di solito non arriva a tanto: ad Aprile 2018 la calotta artica ha coperto 13 milioni di chilometri quadrati, ben 980 mila chilometri quadrati in meno rispetto al solito. Per capirci, si tratta di una superficie pari a 3 volte l’Italia! Un’estensione così bassa (per il mese di aprile) che ha quasi battuto il record del 2016: due anni fa, infatti, mancavano altri 20 mila chilometri quadrati di ghiaccio.  Per il National Snow and Ice Data Center, che da anni monitora lo stato di salute dei ghiacci dell’Artico, si tratta quasi di un pari merito che non promette nulla di buono per la stagione estiva. 

Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!
Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!

Servono miliardi di litri di petrolio per costruire le strade del mondo, e i nostri oceani sono invasi da pezzi di plastica. Oggi possiamo costruire le strade proprio utilizzando la plastica riciclata!

Possiamo farlo grazie all’ingegnere scozzese Toby McCartney che ha fondato MacRebur, un’azienda che utilizza materiali di scarto per sostituire parte del bitume nella miscela di asfalto. Con un’invenzione semplice e rivoluzionaria, MacRebur intende affrontare 3 sfide di rilevanza mondiale:

  • utilizzare la plastica che troviamo a tonnellate nelle discariche e negli oceani;
  • ridurre le spese che i Paesi devono sostenere per la costruzione di strade nuove e per la manutenzione di quelle esistenti;
  • rendere le strade più forti e più durature.

 

 

Utilizzando la plastica riciclata per asfaltare le strade è possibile risolvere (o almeno attenuare) il drammatico problema dei rifiuti plastici che stanno invadendo il nostro Pianeta, ridurre le emissioni e rendere più forti e durature le nostre strade.

Secondo i dati resi noti proprio da MacRebur, la strada realizzata con plastica riciclata è più resistente del 60% rispetto a una normale strada asfaltata e può durare fino a 10 volte più a lungo.