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Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?
Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?

Dal 24 maggio fino alla fine del 2018, l’Italia è in debito con l’ambiente. L’Overshoot Day quest’anno per l’Italia cade il 24 maggio, giorno in cui finiamo di consumare le risorse naturali rinnovabili del nostro Paese. L’Overshoot Day è una data simbolica, lanciata dal Global Footprint Network, che misura l’impronta ecologica dei Paesi del Mondo rispetto alla capacità di generare risorse naturali. Cosa significa “impronta ecologica”? Questo termine viene usato per misurare la porzione di ambiente (mare e terra) necessaria per rigenerare le risorse consumate da una o più persone. Basta confrontare l’impronta ecologica di un individuo, di una regione, o di uno stato, con la quantità di terra disponibile per ognuno di noi. Così si può capire se il nostro stile di vita è sostenibile dal punto di vista dell’ambiente o meno.

Se la popolazione del mondo intero vivesse come viviamo noi, in Italia, avremmo bisogno di 2.6 mondi come la Terra per sostenere tale l’impronta ecologica.

Ogni anno, la data, a livello mondiale ma anche di ogni singolo Paese, cade sempre qualche giorno prima, a testimonianza del fatto che le risorse naturali che abbiamo a disposizione non sono sufficienti per seguire il nostro stile di vita. L’Overshoot Day del Mondo intero del 2017 è caduto in data 2 agosto, ma quest’anno potrebbe cadere qualche giorno prima. Se consideriamo l’impronta ecologica del Mondo intero avremmo bisogno di 1.7 Mondi come la Terra per non gravare più sull’ambiente. Nella Top 5 dei Paesi in cui lo stile di vita pesa di più sono Australia, USA, Corea del Sud, Russia e Germania.

Facciamo una prova. Sul sito ufficiale è possibile calcolare la nostra impronta ecologica misurata considerando le nostre abitudini alimentari, le caratteristiche della nostra abitazione, il consumo di energia, la distanza percorsa in auto ogni giorno, il numero di voli aerei e così via.

Estate meteorologica in arrivo!
Estate meteorologica in arrivo!

L’estate meteorologica inizia l’1 giugno: manca pochissimo!

Ma allora, perché si dice che l’estate inizia il 21 giugno?

Perché di solito si fa riferimento alle stagioni astronomiche, non a quelle meteorologiche. Vediamo quali sono le differenze.

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

Invece, le stagioni che seguono il calendario astronomico non sono legate ai fattori climatici. Dipendono, infatti, dall’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole. A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole. Siccome l’inclinazione dell’asse terrestre non è costante ma varia ciclicamente tra circa 22,5° e 24,5° con un periodo di 41 000 anni (attualmente è di 23°27′ ed è in diminuzione), le date di inizio delle stagioni variano di anno in anno. E così, ad esempio, la primavera può avere inizio il 19, 20 o 21 marzo e l’estate il 19, 20 o 21 giugno.

Equinozi e solstizi danno il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.

 

Arriva l’alternativa alla Plastica
Arriva l’alternativa alla Plastica

E’ stato inventato un materiale camaleontico: cambia aspetto senza perdere la sua forma originaria. Di che cosa stiamo parlando? Nessuna specie rara, stiamo parlando di un materiale innovativo chiamato “Infinitely” che un giorno potrebbe sostituire la plastica.

La plastica che usiamo oggi è facile, conveniente, economica e di lunga durata ma non siamo molto bravi nel riciclarla come si deve. Si stima che solo il 9% della plastica prodotta venga effettivamente riciclata. Il resto finisce nelle discariche, o, ancora peggio, finisce disperso nell’ambiente, in mezzo agli oceani e perfino nella Fossa delle Marianne.

Ma forse le cose potrebbero migliorare. Questo nuovo materiale è fatto da una lunga catena di molecole (polimero) e per questo assomiglia molto alla plastica, ma ha delle caratteristiche uniche che lo rendono un sostituto perfetto. É robusto e resistente come la plastica ma, a differenza sua, può essere trasformato un’infinità di volte senza troppa fatica. La plastica che usiamo oggi, infatti, è sì riciclabile, ma per farlo bisogna usare sostanze tossiche e procedure complesse e più costose. Questo materiale, invece, ritrova la sua forma originaria molto più facilmente. Per questo motivo viene definito un materiale dal “ciclo vitale circolare“, perché è plasmabile all’infinito.

Sicuramente si tratta di una soluzione interessante per il futuro.

Ecco a voi la lumaca-foglia!
Ecco a voi la lumaca-foglia!

Questo animaletto è davvero unico al mondo! Sì perché, forse geloso, ha copiato dalle piante e adesso per saziarsi gli basta la luce del sole. Questa lumachina infatti si nutre solamente di luce. Incredibile vero? Lo hanno scoperto i ricercatori della Rutgers University di New Brunswick che hanno studiato approfonditamente la lumaca e hanno capito che questa lumaca può appropriarsi della materia prima dalle alghe per mantenere il suo stile di vita “ad energia solare”.

Conosciamola meglio! Questa lumaca si chiama Elysia chlorotica e vive nel mare tra la Nuova Scozia, il Canada e l’isola di Martha’s Vineyard, ma anche in Florida. Può crescere fino a 5 cm di lunghezza e per sopravvivere ha imparato a sottrarre i plastidi verdi alle alghe. Cosa sono? Ecco, i plastidi sono minuscoli organi che funzionano come veri e propri pannelli solari. La cosa bella è che non vengono digeriti ma immagazzinati nel rivestimento dell’intestino della lumaca.

Grazie a questo stratagemma la nostra lumaca-foglia dopo aver rubato i plastidi, smettere di nutrirsi e sopravvive grazie alla fotosintesi per i successivi 6-8 mesi. Non è fantastico?

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Il Mondo come non lo avete mai visto
Il Mondo come non lo avete mai visto

Avete mai visto una mappa della Terra nel periodo Ediacarano? Oggi, grazie a una mappa interattiva, è possibile tornare indietro nel tempo fino a 600 milioni di anni fa. La mappa del globo si chiama Ancient Earth Globe ed è stata prodotta da Ian Webster, un ingegnere di Google. Grazie a questa mappa è possibile scoprire com’era la Terra prima dell’uomo e prima anche dei dinosauri. Sì perché il viaggio comincia dal periodo Ediacarano (fra i 635 e i 542 milioni di anni fa) poi si va al periodo Cambriano (540 milioni di anni fa) quando la Terra, dopo un’estinzione di massa, ha sperimentato il boom della vita marina.

Ancient Earth – What the globe used to look like

Earth looked very different 600 million years ago

La storia geologica del nostro pianeta prosegue poi con la Panegea (circa 280 milioni di anni fa), momento in cui le terre emerse erano un tutt’uno e non separate come oggi, e poi prosegue fino ai giorni nostri. Più si va avanti nel tempo più è facile riconoscere i continenti: l’Africa, l’Asia, l’Oceania ma anche l’Antartide. Già 150 milioni di anni fa sono riconoscibili Nord e Sud America ma anche la Groenlandia. Nel menù a tendina è possibile anche andare a vedere com’era il mondo quando si sono estinti i dinosauri (65 milioni di anni fa), o quando sono comparsi i primi ominidi (20 milioni di anni fa)!

 

Ad Aprile la calotta artica ha sfiorato il record del 2016
Ad Aprile la calotta artica ha sfiorato il record del 2016

Ancora pessime notizie dal Polo Nord. Sì perché lì, la calotta di ghiaccio che ricopre l’Artide è molto più piccola rispetto al passato. La calotta di ghiaccio ogni anno si estende e restringe seguendo le stagioni: in estate raggiunge l’estensione più piccola, in inverno quella più ampia.

Ad Aprile il ghiaccio inizia a fondersi per via dell’aumento delle temperature, ma di solito non arriva a tanto: ad Aprile 2018 la calotta artica ha coperto 13 milioni di chilometri quadrati, ben 980 mila chilometri quadrati in meno rispetto al solito. Per capirci, si tratta di una superficie pari a 3 volte l’Italia! Un’estensione così bassa (per il mese di aprile) che ha quasi battuto il record del 2016: due anni fa, infatti, mancavano altri 20 mila chilometri quadrati di ghiaccio.  Per il National Snow and Ice Data Center, che da anni monitora lo stato di salute dei ghiacci dell’Artico, si tratta quasi di un pari merito che non promette nulla di buono per la stagione estiva. 

Alcuni tipi di crema solare sono stati banditi dalle Hawaii
Alcuni tipi di crema solare sono stati banditi dalle Hawaii

Il governo delle Hawaii ha approvato una legge che mette al bando le creme solari che contengono due sostanze chiamate ossibenzone e octinoxate: si tratta del primo provvedimento negli Stati Uniti e nel mondo di questo tipo. Il divieto che entrerà in vigore a gennaio 2021, s i focalizza su questi due agenti chimici utilizzati in molti filtri solari. Secondo quanto riportato nel testo di legge, questi elementi hanno un significativo e dannoso impatto sull’ambiente marino delle Hawaii e sugli ecosistemi circostanti.

Alte concentrazioni di queste sostanze sono state ritrovate nelle principali e più popolari spiagge delle Hawaii e a ridosso dell’area delle barriere, come Waimea Bay, Hanauma Bay, Waikiki Beach, Honolua Bay e perfino nella riserva naturale di Maui. Ogni anno si stima che circa 14.000 tonnellate di crema solare vadano ad impattare sulla barriera corallina. Secondo alcuni studi, le creme protettive non inquinano solamente con il contatto diretto con le acque marine, ma anche attraverso gli scarichi che finiscono nel mare.

barriera corallina
“Le persone devono rendersi conto che quando si va a casa per farsi la doccia, l’acqua viene trattata e poi finisce nell’oceano. Non importa quindi se si usa la protezione in spiaggia o a casa, è allo stesso modo molto dannosa per il nostro corallo”. Queste le parole della senatrice delle Hawaii Laura Thielen. La legge si appoggia a uno studio del 2015 che dimostrò come determinati agenti chimici fossero in grado di danneggiare i coralli, sbiancandoli e modificandoli geneticamente. Furono riscontrate anche mutazioni sessuali nei pesci maschi, variazioni dei comportamenti neurologici e maggiori difficoltà riproduttive nei pesci scaridi, nelle foche monache e nelle tartarughe.

Lo studio dimostrò che l’ossibenzone ha un effetto tossico ad una concentrazione di 62 parti su un trillione, pari a una goccia in 6 piscine olimpioniche e mezzo. Craig Downs, il primo scienziato che revisionò lo studio sugli effetti dell’ossibenzone, ha riferito al Guardian che parecchie cose uccidono i coralli ma l’ossicobenzone ne impedisce la rinascita: questa sarebbe la prima vera occasione per i reef locali di guarire.

La legge ha attirato numerose critiche da parte di chi l’ha definita una misura per mettere a posto le coscienze, eliminando dal tavolo della discussione altre minacce ambientali come il riscaldamento globale e lo sviluppo costiero. Inoltre, l’American Chemistry Council si è opposto al provvedimento, sostenendo che anche l’esposizione solare umana senza protezioni è un pericolo. Intanto l’industria cosmetica è già al lavoro su prodotti privi degli agenti chimici incriminati. Edgewell Personal Care ha già annunciato una nuova linea di prodotti solari adeguati ai nuovi divieti di legge e alcuni campioncini dei nuovi solari saranno distribuiti a bordo dell’Hawaiian Arlines.

barriera corallina
Stefania Andriola

Stoviglie di plastica, addio!
Stoviglie di plastica, addio!

Da oggi sulle Isole Tremiti è vietato l’uso di stoviglie di plastica. Lo ha deciso il sindaco Antonio Fentini con l’obiettivo di salvaguardare il bellissimo mare delle Tremiti, isole del Parco nazionale del Gargano. Sulle tre isole vivono 500 abitanti che, dal 1 maggio di quest’anno, dovranno usare, al posto di piatti e posate di plastica, stoviglie biodegradabili. Questa decisione è stata presa dopo la pubblicazione da parte dell’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, della ricerca dell’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti delle acque realizzati durante il tour ‘Meno plastica più Mediterraneo’ della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior.

Quello che è emerso da questa ricerca è l’altissima concentrazione di microplastiche all’interno del Mar Mediterraneo su livelli non molto lontani da quell’isola di Plastica che si è formata nel Pacifico. Le concentrazioni di microplastiche raggiungono il picco nelle acque dei Portici (Napoli) e anche in aree marine protette, come quella delle Tremiti. “Per avere un’idea di cosa significhino tali valori – spiegano gli esperti del CNR – immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica.”

Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici.

Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!
Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!

Servono miliardi di litri di petrolio per costruire le strade del mondo, e i nostri oceani sono invasi da pezzi di plastica. Oggi possiamo costruire le strade proprio utilizzando la plastica riciclata!

Possiamo farlo grazie all’ingegnere scozzese Toby McCartney che ha fondato MacRebur, un’azienda che utilizza materiali di scarto per sostituire parte del bitume nella miscela di asfalto. Con un’invenzione semplice e rivoluzionaria, MacRebur intende affrontare 3 sfide di rilevanza mondiale:

  • utilizzare la plastica che troviamo a tonnellate nelle discariche e negli oceani;
  • ridurre le spese che i Paesi devono sostenere per la costruzione di strade nuove e per la manutenzione di quelle esistenti;
  • rendere le strade più forti e più durature.

 

 

Utilizzando la plastica riciclata per asfaltare le strade è possibile risolvere (o almeno attenuare) il drammatico problema dei rifiuti plastici che stanno invadendo il nostro Pianeta, ridurre le emissioni e rendere più forti e durature le nostre strade.

Secondo i dati resi noti proprio da MacRebur, la strada realizzata con plastica riciclata è più resistente del 60% rispetto a una normale strada asfaltata e può durare fino a 10 volte più a lungo.

L’avanzata del Deserto del Sahara
L’avanzata del Deserto del Sahara

Il cambiamento del clima a livello globale sta facendo avanzare il deserto del Sahara. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Climate dai ricercatori dell’Università americana del Maryland la più vasta distesa di sabbia della Terra si è estesa del 10% in un secolo. Ma non è tutto. A causa dei cambiamenti climatici potrebbero aumentare anche gli altri deserti del mondo.

I ricercatori hanno calcolato l’espansione del deserto del Sahara tenendo anche in conto i dati sulle piogge cadute in Africa dal 1920 al 2013 e hanno scoperto che il deserto, che occupa gran parte della parte settentrionale del continente, è cresciuto del 10% durante questo periodo. Il deserto del Sahara non è mai fermo, ma si “muove”, si allarga e si restringe. Secondo il responsabile di questa ricerca, Sumant Nigam, “i deserti si formano generalmente nelle regioni subtropicali a causa di un fenomeno chiamato circolazione di Hadley, nel quale l’aria calda sale di quota all’equatore e scende nelle regioni subtropicali.”

Di che cosa si tratta? La cella o circolazione di Hadley è un tipo di circolazione dell’atmosfera a grande scala che occupa la fascia intertropicale, ossia la fascia tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno. L’aria fortemente riscaldata a contatto del suolo lungo l’equatore si alza fino ai 16 km di altezza per poi piegare verso i poli e deviare per effetto della forza di Coriolis fino a raggiungere i 30 gradi di latitudine. Qui ridiscende al suolo e ri-affluisce verso l’equatore con venti prendono il nome di Alisei.

“È probabile – ha aggiunto – che il cambiamento climatico faccia estendere la circolazione di Hadley, causando l’espansione verso nord dei deserti subtropicali”. Tuttavia, secondo l’esperto, l’avanzata anche verso sud del Sahara suggerisce che siano in atto anche meccanismi aggiuntivi, compresi i cicli climatici naturali, come l’oscillazione multi decennale atlantica, un cambiamento di temperatura periodica nel tratto di oceano compreso tra Equatore e Groenlandia.”

 

La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione
La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione

La tartaruga “punk, una specie di fiume del Queensland in Australia, è stata inserita nella lista dei rettili da salvare. É stata scelta come simbolo nella lotta per la conservazione perché é straordinaria dal punto di vista biologico, infatti riesce a restare sott’acqua per tre giorni respirando solo attraverso la cloaca, cavità vicino alla coda che viene usata sia per la riproduzione che per la defecazione. Ma è una delle creature più sorprendenti del pianeta anche per il suo ciuffo di ”capelli verdi”. Ora però rischia l’estinzione.

La tartaruga con la cresta verde (Elusor macrurus) è una delle ultime specie inserite in una lunga lista di magnifici e unici rettili che stiamo perdendo per sempre. Gli esemplari adulti sono lunghi circa 40 centimetri e si trovano solo lungo il fiume Mary in Australia, dove riescono a sommergersi per 3 giorni consecutivi senza mai salire in superficie. La particolarità di questa specie risiede anche nel loro aspetto: il loro corpo e la loro testa vengono coperti da alghe. Strano, no?

Questa meravigliosa tartaruga punk però è a rischio: negli anni ’70 è stata catturata e venduta come animale domestico e oggi fa fatica a riprodursi perché disturbata nel suo habitat, il fiume Mary.
Secondo la nuova lista diffusa dalla Zoological Society of London (ZSL) aumentano i rettili più particolari ed evolutivamente distinti fra le specie a rischio estinzione. La “Edge Reptiles List” è una speciale classifica che cerca di stilare – attraverso indici che vanno dal rischio di estinzione alla perdita degli habitat, dall’isolamento sino ai possibili pericoli futuri – una lista degli animali che potrebbero scomparire per sempre.

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola

Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto
Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto

Secondo uno studio pubblicato su Nature Geoscience il ghiaccio in Antartide potrebbe essersi fuso ancora di più di quanto si pensasse. Il ghiaccio nascosto sotto il livello del mare, lungo la costa dell’Antartide, si sta fondendo ad un ritmo impressionante e potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello dei mari nel mondo, superando la Groenlandia. Non sono buone notizie: l’estensione dei ghiacci sta diminuendo a vista d’occhio ma adesso si scopre che anche lo spessore dei ghiacci marini è in netto calo.

Osservati e studiati dall’alto, i ghiacci che ricoprono il Polo Sud sembravano più stabili della calotta al Polo Nord. Questa nuova scoperta però cambia tutto. Le più tiepide acque che circondano il continente di ghiaccio avrebbero fuso il ghiaccio marino talmente tanto da ridurre la superficie dei ghiacci antartici di ben 1.463 chilometri quadrati tra il 2010 e il 2016.

Anche il più lieve aumento della temperatura dell’acqua è stato sufficiente per provocare ogni anno la fusione di 5 metri di ghiaccio, assottigliando la base del ghiaccio marino, immerso nell’acqua anche per 2 chilometri, lungo tutta la linea costiera dell’Antartide, lunga ben 16.000 chilometri. Questo processo, invisibile agli occhi dei satelliti che da anni tengono d’occhio i ghiacci dei Poli, potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello di oceani e mari del mondo.