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A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare
A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare

Villasimius, uno dei comuni più conosciuti della Sardegna meridionale, sta per diventare sede di un’innovativa pista ciclo-pedonale con i pannelli solari. La città potrebbe diventare pioniera nella realizzazione italiana di una struttura del genere. Il progetto prevede la realizzazione della pista rivestita di pannelli fotovoltaici, sormontati da una lastra di vetro antiscivolo e integrati in una struttura d’acciaio sollevata e ancorata a terra, in grado di produrre energia che andrebbe a soddisfare il fabbisogno di chi si trova in prossimità del tracciato.

Il percorso lungo circa 4 km, partirebbe dal centro del paese per finire al porto turistico. Sarà finanziato in parte con fondi comunitari, in parte con una campagna di raccolta che coinvolgerà cittadini e aziende. La produzione di energia da fonti rinnovabili contribuirà al raggiungimento degli obiettivi ambientali del comune, alla riduzione delle emissioni di CO2 e comporterà un risparmio energetico. Diventerà inoltre un elemento di attrazione per il territorio. I lavori potrebbero iniziare già a maggio.

La prima pista ciclabile con pannelli solari incorporati al mondo si chiama SolaRoad. É stata inaugurata nel 2014 ad Amsterdam: 70 metri di pista producono l’energia necessaria per 3 case. Il sindaco della cittadina sarda Gianluca Dessì ha dichiarato: “La pista ciclo-pedonale solare è il più innovativo ma non l’unico tra i progetti portati avanti in questo senso che includono, tra gli altri, l’illuminazione a led, le colonnine di ricarica, l’impianto di compostaggio, i cuscini di posidonia, i bidoni della spazzatura galleggianti “Seabin” e la riqualificazione del lungomare che sarà ultimata tra qualche mese”.

Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra
Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra

Lunedì 8 aprile alle 23:00 è stata inaugurata nel cortile della sede dell’Università degli Studi di Milano un’installazione luminosa creata da Maria Cristina Finucci. “HELP” è il grido d’allarme dei nostri mari che stanno soffocando a causa della plastica. In collaborazione con la One Ocean Foundation, Ariston Thermo Group e il magazine di design Interni, l’installazione “HELP” è stata esposta nell’ambito del Fuorisalone della Design Week. Maria Cristina Finucci è artista, architetto e designer; nata a Lucca, laureata all’Università degli Studi di Firenze, ha vissuto e lavorato a Mosca, New York, Parigi, Bruxelles e Madrid ed attualmente risiede a Roma. Nel 2012 ha dato il via ad una monumentale opera di arte contemporanea chiamata Wasteland, un progetto artistico ideato per sensibilizzare le persone sul problema delle immense chiazze di rifiuti plastici dispersi negli oceani. L’idea fondante è stata quella di comprendere questi “territori” in uno stato federale inventato, chiamato Garbage Patch State Project, una nazione che rappresenti i devastanti effetti dell’inquinamento marino che comprende 5 isole per una superficie complessiva di circa 16 milioni di metri quadrati. Un arcipelago di bottiglie di plastica, tappi, buste, scarpe, piatti e bicchieri.

Le 4 lettere di “HELP” sono state interamente realizzate con tappi di plastica proprio per spronare un consumo sostenibile e in vista dell’estate, ricordarsi dell’inquinamento che attanaglia i nostri oceani con l’urgenza di prendere una posizione concreta per salvare la natura che ci circonda, a partire dal cambiamento delle nostre abitudini quotidiane.

“Essere parte di questa iniziativa ci riempie di orgoglio. Il nostro gruppo crede fermamente nella sostenibilità, nella necessità di una crescita responsabile, che tuteli la salvaguardia del nostro Pianeta. “HELP”, l’installazione di Maria Cristina Finucci, oltre a essere perfettamente in linea con i nostri valori, è un messaggio importante alle generazioni presenti e future. Una richiesta a cui tutti dovremmo prestare attenzione, per il bene del nostro Pianeta e di chiunque lo popoli” ha commentato Mario Salari, Italy Country Manager di Ariston Thermo Group.

 

Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga
Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga

Gli ambientalisti a fine 2018 avevano lanciato l’allarme sulla prigione di balene di Nakhodka, nella Russia orientale vicino a Vladivostok: grazie a una petizione di change.org firmata anche da star come Leonardo di Caprio si è riusciti a fare qualcosa di concreto. Più di 100 balene catturate nei mari russi erano rinchiuse in piccoli recinti affollati dove avrebbero atteso di essere vendute nei parchi a tema cinesi. Foto e immagini, riprese anche con l’ausilio di droni mentre sorvolano l’area, hanno fatto il giro del mondo. Il 27 febbraio DiCaprio ha condiviso sui suoi profili social la petizione chiedendo ai follower di firmarla e condividerla; oltre 900.000 persone da tutto il mondo si sono unite alla campagna; tra queste anche Pamela Anderson che ha sollecitato il presidente russo Putin ad attivarsi per liberare questi animali.

La Russia è uno dei Paesi nei quali la caccia alle balene è consentita per scopi scientifici, una regola che però consente spesso uccisioni e catture illegali. Le autorità russe hanno fatto sapere di aver denunciato i responsabili delle compagnie per aver violato le regole della pesca. Dmitry Kobylkin, ministro dell’Ambiente russo, ha dichiarato: “Non ci sono dubbi che le balene saranno liberate, ma la cosa importante è farlo nel modo giusto”.

La preoccupazione, infatti, è che il freddo potrebbe creare problemi soprattutto ai piccoli. Ci sono però anche problemi di carattere burocratico e formale, poiché, appunto, la cattura dei cetacei per scopi scientifici e didattici in Russia non è illegale e quindi se i responsabili dimostrassero che gli acquirenti le avrebbero usate a scopi educativi potrebbero farla franca.

Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”
Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”

Le Isole Faroe sono un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca e comprende 18 isole vulcaniche rocciose situate tra l’Islanda e la Norvegia nell’Oceano Atlantico settentrionale. Contano circa 50000 abitanti e costituiscono un paradiso naturalistico straordinario con paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore che attraggono escursionisti e appassionati di birdwatching da tutto il mondo. Anche se si trovano sperdute in mezzo all’oceano, sono facilmente raggiungibili in aereo o via mare e una volta arrivati ci sono ottimi collegamenti interni: tunnel stradali, traghetti, strade rialzate e ponti. L’ecosistema naturale è molto delicato e alcune delle aree più visitate hanno cominciato a mostrare i primi segni di logorio causati dal passaggio dei turisti. Il governo ha così deciso di correre ai ripari chiudendo le frontiere per un intero weekend, in modo da rimettere tutto in ordine e preservare le bellezze delle Isole.

Così dal 26 al 28 aprile verranno chiuse le porte ai turisti: non entrerà nessuno, a parte 100 volontari che hanno deciso di aderire prontamente all’iniziativa dell’ente locale di promozione dell’ospitalità. Queste persone si sono iscritte sul sito visitfaroeislands.com dove sono stati accettati solo i primi 100 che si sono fatti avanti. Questi viaggiatori, insieme alla popolazione locale, parteciperanno a progetti di ristrutturazione o di miglioramento dei servizi turistici. Saranno impegnati a realizzare nuovi sentieri per il trekking o a ripristinare quelli nelle condizioni peggiori, costruendo gradini, alzando recinzioni di sicurezza e sistemando la segnaletica e i cartelli. Non sono state richieste capacità o qualifiche specifiche, a parte la buona volontà.

Il volo è a carico dei partecipanti che però hanno potuto approfittare di una tariffa fissa e agevolata di 280 euro, con andata e ritorno da Copenaghen. Una volta giunti a destinazione, le spese di spostamento, vitto e alloggio saranno sostenute dal governo delle Faroe. A lavori finiti, volontari e abitanti che hanno collaborato ai progetti di manutenzione saranno invitati a una grande festa di ringraziamento.

L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici
L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici

In base all’European Aviation Environmental Report 2019 (rapporto che fornisce alla Commissione Europea una valutazione aggiornata delle prestazioni ambientali dell’aviazione in Europa) realizzato dalla European Union Aviation Safety Agency (un’agenzia dell’Unione Europea responsabile della sicurezza dell’aviazione civile ) in collaborazione con l’European Environment Agency (organismo della UE che si dedica alla fondazione di una rete di monitoraggio per controllare le condizioni ambientali europee) ed Eurocontrol (organizzazione intergovernativa civile e militare il cui scopo principale è di sviluppare e mantenere un efficiente sistema di controllo del traffico aereo a livello europeo) il settore dell’aviazione è responsabile dei cambiamenti climatici andando ad impattare sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Il rapporto afferma che mentre l’aviazione ha prodotto benefici economici, stimolato l’innovazione e migliorato la connettività in Europa, la crescita del settore ha anche aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

È stato stimato che tra il 2014 e il 2017 il numero di voli è aumentato dell’8% e si prevede che entro il 2040 cresca del 42%. I miglioramenti tecnologici, il rinnovo della flotta e l’aumento dell’efficienza operativa sono stati in grado di controbilanciare parzialmente l’impatto della recente crescita, ma dal 2014 si è registrato un aumento del rumore e delle emissioni complessive. Nel 2016 l’aviazione nazionale e quella internazionale erano responsabili per il 3,6% delle emissioni totali di gas serra dell’UE e per il 13,4% delle emissioni prodotte dai trasporti. L’efficienza ambientale dell’aviazione continua a migliorare ed entro il 2040 sono previsti ulteriori passi in avanti in termini di consumo medio di carburante per passeggero chilometro volato (-12%) e di energia acustica per volo (-24%). Sempre entro il 2040 si stima però che le emissioni di CO2 e di NOx (ossido di azoto) prodotte, dovrebbero aumentare rispettivamente di almeno il 21% e il 16%.

La Commissione Europea avverte che il contributo del settore alla lotta contro i cambiamenti climatici richiederà il suo pieno impegno a investire in soluzioni per la decarbonizzazione del trasporto aereo, lavorando alla visione della decarbonizzazione dell’UE nel 2050. Per affrontare i cambiamenti climatici e contribuire debitamente agli obiettivi di temperatura concordati nell’ambito dell’accordo di Parigi il rapporto sottolinea anche la necessità di concordare un approccio efficace e solide misure globali volte a trovare soluzioni a queste sfide per fornire un sistema aereo sostenibile a lungo termine.

Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente
Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente

Una sfida on-line si sta diffondendo sempre di più per spingere i ragazzi a prendersi cura del Pianeta. Si tratta del #trashtag challenge che invita le persone a recarsi nelle aree coperte da immondizia, raccogliere la spazzatura e postare sui propri profili social il luogo pulito, prima e dopo l’intervento. La sfida è iniziata il 5 marzo 2019 ed è stata lanciata da Byron Román, 53enne che vive a Phoenix in Arizona; di mestiere si occupa di prestiti finanziari ma tiene molto all’ambiente. Román è partito postando su Facebook uno scatto in cui si vede un uomo seduto in una zona boscosa e molto sporca, accostata a una seconda immagine sempre dello stesso posto, questa volta completamente ripulito con tanto di sacchi pieni ben in vista e l’uomo dello scatto precedente in piedi soddisfatto. Sopra le parole: “Ecco una nuova #sfida per tutti voi ragazzi annoiati. Fai una foto di una zona che ha bisogno di un po’ di pulizia o manutenzione, poi fai una foto dopo che hai fatto qualcosa a riguardo e posta”.

Dall’inizio della sfida, in poco tempo sono stati pubblicati più di 50000 post su Instagram che hanno utilizzato l’hashtag e innumerevoli volontari si sono attivati per ripulire parchi, strade, riserve naturali e spiagge in tutto il mondo. La #trashtag challenge serve anche per dare maggior consapevolezza della condizione dei rifiuti sul nostro Pianeta e dell’inquinamento degli oceani. In media all’anno vengono prodotte 1.3 miliardi di tonnellate di rifiuti e solo dalle 258 alle 368 milioni di tonnellate finiscono nei 50 più grandi centri di smaltimento di rifiuti, mentre le restanti milioni di tonnellate si riversano nell’oceano e l’80% si deposita poi sulle spiagge.

Buona sfida social a tutti!!!

Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.

Proteggiamo le balene
Proteggiamo le balene

Si stima che nel 2100 metà delle specie marine saranno a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e della pesca intensiva. Le balene purtroppo da anni sono oggetto di una caccia selvaggia ma grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del Pianeta la loro condizione sta pian piano migliorando. Nonostante il divieto di caccia alle balene sia entrato in vigore nel 1986, si calcola che 6 su 13 specie potrebbero ancora scomparire. Diverse popolazioni fortunatamente stanno tornando a crescere di numero anche se ci sono delle zone, come il Nord Atlantico, dove ne rimangono pochissimi esemplari. Come chiesto da decine di associazioni ambientaliste, bisognerà riuscire a garantire che entro il 2030 il 30% degli oceani del mondo si trovi in aree marine protette che al momento sono ancora troppo poche, appena intorno al 2%. Le minacce più gravi per queste maestose creature del mare, oltre alla pesca, sono legate al traffico marittimo e all’inquinamento acustico, in particolare dei sonar, oltre che all’inquinamento da plastica che fa strage di cetacei, come ad esempio i capodogli e l’acidificazione degli oceani.

Per cercare di tutelare questi animali è stata istituita la Giornata Mondiale delle Balene, datata 16 febbraio. La festa annuale è stata fondata a Maui, Hawaii, nel 1980, proprio per onorare le megattere che nuotano al largo delle sue coste. Si tratta del principale evento del Maui Whale Festival. Tutti gli anni centinaia di appassionati si affollano sull’isola per partecipare a questo evento gratuito, organizzato dalla Pacific Whale Foundation,un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di proteggere i nostri oceani attraverso la scienza e la difesa e offre attività di whalewatching educativo.

Non è necessario però andare fino alle Hawaii per celebrare questo giorno speciale: basta solo ricordarsi che ognuno di noi, nel suo piccolo può dare una mano. Con questa giornata il WWF ricorda dunque l’importanza di proteggere questo animale e per quanto riguarda l’Italia, in particolare le specie che vivono nel Santuario di Pelagos. Questa zona marina di 87.500 km² è nata da un accordo tra l’Italia, Principato di Monaco e Francia per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano; si tratta di una vasta porzione di Mediterraneo incastrato tra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, unica nella sua ricchezza di biodiversità.

Emergenza Everest: sta diventando una discarica
Emergenza Everest: sta diventando una discarica

Lo zampino negativo dell’uomo arriva ovunque, anche nei posti più impensati: sul monte Everest ad esempio si è accumulata negli anni sempre più spazzatura. Secondo quanto denunciato dal capo dell’associazione degli scalatori nepalesi Ang Tshering, una grande quantità di rifiuti organici e non, verrebbe lasciata dai migliaia di scalatori che ogni anno si avventurano sulle creste, fermandosi anche per 2 mesi. I rifiuti non correttamente smaltiti, rischiano di compromettere gli equilibri ambientali del luogo. Il monte Everest è la vetta più alta del continente asiatico e della Terra con i suoi 8.848 metri di altitudine, situato nella catena dell’Himalaya: proprio a causa dell’inquinamento è stato spesso definito “la discarica più alta del mondo”.

Le spedizioni che ne tentano l’ascesa, lasciano sulla propria strada un po’ di tutto: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci; così tonnellate di immondizia si stanno accumulando su uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Le autorità cinesi hanno deciso di mettere fine a questa allarmante situazione: fino a nuovo ordine, l’accesso al campo base dal lato di tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri, sarà limitato solo a chi ha ottenuto un permesso di scalata. Tutti gli altri visitatori si dovranno fermare al monastero di Rongbuk, più in basso. Questo monastero si trova a 5100 metri e ha la fama di essere il più alto santuario buddhista al mondo: oltre ad essere un’importante meta spirituale di pellegrinaggio, offre alcune delle vedute più meravigliose ed eccezionali del Tibet. I permessi per salire oltre il monastero saranno pochi, appena 300 l’anno e una squadra speciale composta da 200 persone avrà il compito di ripulire la vetta dai rifiuti e provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Sia le autorità cinesi che quelle nepalesi stanno cercando in vari modi di contenere l’inquinamento. Per tutti i visitatori è stato introdotto l’obbligo di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa, un gruppo etnico che vive sulle montagne del Nepal, ma anche alle guide ed ai portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni, verrà dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura raccolto sulla montagna mentre un deposito di 4000 dollari verrà trattenuto su ogni spedizione e reso al ritorno solo a chi dimostrerà di non aver lasciato immondizia per strada.

Himalaya a rischio
Himalaya a rischio

Notizie allarmanti che riguardano la grande catena montuosa dell’Himalaya giungono dall’International Centre for Integrated Moutain Development (ICIMOD), un’organizzazione scientifica intergovernativa basata in Nepal. Secondo uno studio i due terzi dei ghiacciai di quello che viene considerato il “terzo polo” del mondo, dopo Artico e Antartide, potrebbero sciogliersi entro il 2100 a causa dei cambiamenti climatici. L’Himalaya, sistema montuoso dell’Asia centrale il cui nome significa “dimora delle nevi”, è la catena montuosa che ospita le montagne più alte della Terra: per questo viene anche chiamato “tetto del mondo”. I suoi ghiacciai sono una fonte d’acqua per circa 250 milioni di persone che abitano le montagne e anche per 1,65 miliardi di persone che vivono nelle valli fluviali sottostanti e alimentano 10 dei più importanti sistemi fluviali del mondo, tra cui il Gange, l’Indo, il Fiume Giallo, il Mekong e l’Irrawaddy.

Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare un peggioramento dell’inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche estreme, monsoni sempre più irregolari, mettendo in crisi la produzione agricola ed energetica e la stessa sopravvivenza. La ricerca ha richiesto 5 anni di lavoro, coinvolgendo oltre 350 ricercatori ed esperti di politiche, 185 organizzazioni, 210 autori, 20 revisori di riviste e 125 revisori esterni. Secondo lo studio se il riscaldamento terrestre fosse limitato a 1,5 gradi rispetto all’era pre-industriale, entro il 2100 la regione himalayana perderebbe il 36% dei suoi ghiacciai; se l’aumento fosse di 2 gradi, lo scioglimento raggiungerebbe i due terzi dell’attuale estensione. “È la crisi climatica di cui non avete mai sentito parlare” queste le parole di Philippus Wester, portavoce dell’ICIMOD.

Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento
Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento

Haaziq Kazi a soli 12 anni può già definirsi un eroe del clima; nato l’8 aprile 2006 è uno studente delle scuole superiori di Pune, una grande città del Maharashtra, uno stato dell’India occidentale. Questo bambino è diventato famoso per il suo progetto “Ervis” volto a ripulire gli oceani dall’immondizia, principalmente dalla plastica. Haaziq racconta che l’idea gli è venuta 3 anni fa quando seduto davanti alla tv stava guardando un documentario di National Geographic sull’inquinamento da plastica e rimase spiacevolmente colpito nell’apprendere che ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate. Da allora ha deciso di combattere per cambiare le cose: “I detriti di plastica uccidono milioni di animali, dai pesci agli uccelli. Dobbiamo intervenire, fare qualcosa” è la frase che il piccolo indiano non si stanca mai di ripetere durante le interviste.

Ha così ideato una nave, chiamata Ervis, che servirà a raccogliere la plastica che intasa tutti gli oceani del mondo: si tratta di una barca enorme, capace grazie a un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri, di risucchiare tutta la plastica dall’acqua. Il suo progetto è ricco di dettagli: dai filtri posizionati intorno allo scafo fino alle stanze per raccogliere e separare i rifiuti. Ne sono rimasti impressionati anche progettisti esperti che stanno valutando la fattibilità della nave. Il suo disegno è sorprendente se si pensa che il piccolo studente ha iniziato a realizzarlo quando aveva appena 9 anni.

La sua idea e il suo impegno sono diventati una fonte di ispirazione tale che il giovane Haaziq viene spesso invitato a parlare durante convegni, incontri, oppure negli studi televisivi dove spiega passo dopo passo come vorrebbe ripulire gli oceani dalla plastica. Ad ogni intervista o domanda Haaziq fornisce puntualmente risposte piene di dati scientifici ricordando come sia necessario agire al più presto. Il suo sogno è che qualcuno intenda realmente investire nel suo progetto per trasformare la sua visione in realtà e lo aiuti a costruire la sua barca.

Isola d’Elba invasa dalle meduse
Isola d’Elba invasa dalle meduse

Le meduse sono tra i più antichi animali che abitano il nostro Pianeta; mezzo miliardo di anni di selezione naturale non le ha spinte a cambiare e ultimamente sono tornate all’attacco. In tutto il mondo spesso capita che i pescatori invece di catturare pesci, peschino meduse e sempre più sovente i bagnanti, al posto di trovare sollievo alla calura nelle acque marine, lamentano dolorose punture. Essere sfiorati al largo o punti da uno di questi animali è doloroso tanto che d’estate sono uno degli incubi dei bagnanti che affollano le spiagge d’Italia. Secondo quanto denuncia Legambiente la loro permanenza in mare si starebbe prolungando sempre di più. A Legambiente Arcipelago Toscano sono arrivate diverse segnalazioni di numerose meduse nel porto o spiaggiate lungo la costa di San Giovanni a Portoferraio (Livorno); già da diverso tempo all’Isola d’Elba in pieno inverno è sempre più frequente avvistare gruppi di meduse al largo della costa o a pochi metri dalla battigia. Inoltre un fenomeno simile che è più comune in primavera o in autunno, viene segnalato dal WWF ad Alghero, nella costa nord-occidentale della Sardegna. Questa situazione potrebbe essere stata determinata dalla “tropicalizzazione” del Mediterraneo, il cui riscaldamento delle acque allungherebbe il periodo di permanenza di questi celenterati.

Nelle segnalazioni si parla di avvistamenti di “meduse luminose” chiamate anche “pelagia noctiluca”: ben visibili anche di notte grazie alla loro bioluminescenza. È una specie che quando viene portata vicino alle coste da correnti e onde rappresenta la maggiore causa di irritazioni cutanee ai bagnanti che vengono a contatto con i loro tentacoli urticanti. “Il riscaldamento globale e quello ancora più accelerato del Mediterraneo rischiano di trasformare da stagionale ad annuale la presenza delle meduse lungo le coste, con conseguenze per la vita marina e per le attività umane legate alla blue economy e al turismo, che sono ancora tutte da valutare ma che non sembrano proprio positive” avverte Legambiente.

Il potere dei cartoni animati
Il potere dei cartoni animati

Le ambientazioni magiche, irreali dei film d’animazione ci fanno volare con la fantasia verso mondi irraggiungibili e sono uno degli aspetti che più ci colpiscono. Il giapponese Hayao Miyazaki è considerato uno degli esponenti dell’animazione nipponica più conosciuto all’estero: è un regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico che vanta una carriera durata cinquant’anni. Molti dei suoi paesaggi però non sono solo il frutto della sua immaginazione ma sono ispirati a posti che esistono realmente; uno di questi ce l’abbiamo in Italia, nel Lazio. Civita di Bagnoregio, nota nel mondo come “la città che muore” è uno dei borghi più strabilianti della nostra nazione. Gli è stato dato questo macabro soprannome in quanto rischia di scomparire per sempre a causa dell’erosione; si trova su un piccolo sperone di roccia tufacea ed è raggiungibile solo attraversando un ponte pedonale. Corre il rischio di dissolversi perché il colle tufaceo che la sorregge è minato alla base dalla continua erosione di due torrentelli che scorrono nelle valli sottostanti e dall’azione delle piogge e del vento. Il destino del luogo, il ciuffo di case medioevali, le pochissime famiglie che ancora vi risiedono e il paesaggio irreale creato dai calanchi argillosi, rendono questa posto che si trova nella provincia di Viterbo, unico ed incantevole.

Grazie alla fantasia e all’estro di Miyazaki “la città che muore” si è trasformata nella “città che rinasce”. Il paese sta infatti vivendo una grande fase di crescita, legata essenzialmente allo sviluppo turistico con più di 700000 persone da tutto il mondo che la vengono a visitare ogni anno e molti arrivano dall’estremo Oriente. La sua popolarità, oltre alla bellezza naturale, è quindi dovuta in parte al successo dell’anime (opera d’animazione di produzione giapponese) Laputa, uscito nel 1986 e considerato uno dei più belli di sempre. “Laputa – castello nel cielo” è stato ideato e diretto da Hayao Miyazaki che si ispirò ai “Viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, in cui si legge appunto di Laputa, l’isola volante abitata da scienziati pazzi, la quale essendo costituita da una base d’adamante poteva essere manovrata usando un gigantesco magnete; nella pellicola, questo magnete trova corrispondenza nella Gravipietra, una pietra particolare tipica di questo posto che gli permette di vincere la forza di gravità e di galleggiare nell’aria. L’autore in un’intervista aveva dichiarato che il borgo incantato del viterbese sarebbe stato una delle fonti di sua ispirazione, insieme ad altri paesaggi visti in Galles.

Affiancando le immagini di Civita di Bagnoregio e di Laputa si scorgono le somiglianze. Qualcuno sostiene che in realtà Miyazaki si sia ispirato a Calcata, altro borgo della provincia viterbese, anche se le conferme dei turisti orientali in arrivo nella “città che muore” lasciano intendere che Civita sarebbe stata impressa nelle mente del genio giapponese e sia davvero diventata la sua fonte di ispirazione.

Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica
Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica

Italia in pole position nella lotta contro l’inquinamento causato dalla plastica: siamo il primo Paese dell’Unione europea ad avere bandito i bastoncini per la pulizia delle orecchie. Il divieto è scattato in vigore il primo gennaio 2019: non si possono quindi più produrre o vendere a patto che non siano biodegradabili e compostabili. Lo prevede un emendamento alla manovra riformulato e approvato dalla commissione Bilancio della Camera. Sono stati stanziati anche 250000 euro per favorire la promozione, la produzione e la commercializzazione dei cotton fioc bio. È stato previsto anche l’obbligo di indicare sulle confezioni informazioni chiare sul corretto smaltimento e il divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi. I trasgressori rischieranno multe tra i 2.500 e i 100000 euro e la sospensione della licenza. L’Unione Europea ha deciso di vietare una serie di oggetti di plastica usa e getta, fra i quali anche i cotton fioc ma solo dal 2021. L’Italia si dimostra all’avanguardia nella lotta all’inquinamento da plastiche, dopo aver bandito nel 2011 i sacchetti per la spesa non biodegradabili e nel 2018 i sacchetti per l’ortofrutta. Secondo i dati che arrivano dalle campagne di monitoraggio e pulizia di Legambiente il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene dagli scarichi dei nostri bagni e il 9% di questi rifiuti è costituito da cotton fioc: nelle sole 46 spiagge monitorate tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter, ne sono stati trovati quasi 7000, 2 ad ogni passo e in totale sulla sabbia ce ne sarebbero più di 100 milioni. Senza contare gli animali marini che muoiono per aver ingerito queste plastiche e di cui non si riesce a fare un conteggio.

Dal primo gennaio 2020 il divieto verrà esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche, quei minuscoli granelli di plastica che finiscono nei fiumi e nei mari, vengono mangiati dai pesci e attraverso la catena alimentare finiscono sulle nostre tavole. Sono in arrivo altri divieti ben più pesanti: l’Unione Europea il 19 dicembre 2018 ha deciso che dal 2021 saranno banditi parecchi oggetti in plastica usa e getta non biodegradabile: posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole degli hamburger del fast food), bastoncini per palloncini e prodotti in plastica oxo-degradabile (per esempio le buste di plastica che si frammentano se esposte all’aria). In Italia la scadenza potrebbe essere anticipata al 2020.

Piccoli eroi del clima
Piccoli eroi del clima

In queste righe vogliamo raccontarvi le storie di alcuni adolescenti che hanno deciso di portare avanti una lotta personale per proteggere l’ambiente. Si tratta di ragazzi giovanissimi, alcuni ancora bambini, ma che hanno le idee molto chiare. Iniziamo con Felix Finkbeiner, tedesco, classe 1997, che quando aveva appena 9 anni rimase così affascinato dalla descrizione degli alberi e della fotosintesi che decise di piantarne uno nel giardino della scuola e da quel giorno non si è più fermato. Ha creato il progetto Plant for de Planet, finalizzato alla promozione di iniziative volte a fermare il cambiamento climatico globale piantando più alberi possibile per contrastare gli effetti dannosi dovuti all’anidride carbonica. Ha quindi incoraggiato i cittadini del mondo a coltivare alberi in tutta la Terra. «Adesso puntiamo a piantarne 1000 miliardi. Sono convinto che entro il 2020 possiamo riuscirci. Se ognuno di noi ne piantasse uno al giorno grazie all’assorbimento di CO2 si aiuterebbe il Pianeta contro il global warming. Lo stiamo chiedendo ai cittadini, alle multinazionali, ma soprattutto lo insegniamo ai bambini: è da lì che parte la rivoluzione».

Passiamo poi a Nadia Sparkes, 13 anni, inglese della zona di Norfolk, ambasciatrice del WWF. Sui social network si presenta come “trash girl” (ragazza spazzatura). Tutte le mattine esce di casa un’ora prima che suoni la campanella della scuola e sulla sua bici pedala lenta raccogliendo nel cestino ogni rifiuto incontrato per terra. Cerca di recuperare soprattutto la plastica, gli usa e getta, i palloncini, che come scrive sui social «poi finiscono in mare e contribuiscono alla morte degli animali». Ha creato una comunità di 4000 ambientalisti che la affiancano.

Raccontiamo poi di José Adolfo Quisocala, anche lui 13enne. A soli 10 anni ha fondato il Banco dell’Estudiante, una banca che ha come moneta corrente i rifiuti riciclabili. Ai ragazzi fra i 10 e i 18 anni che consegnano bottiglie di plastica e altro materiale vengono versati soldi sul conto corrente da usare per l’istruzione futura. «Noi bambini possiamo realizzare il grande cambiamento di cui l’ambiente necessita» ha detto Josè quando ha vinto il Children’s Climate Prize 2018.

Poi c’è Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger che continua la sua azione di sciopero della scuola ogni venerdì, per chiedere al suo governo e agli altri Stati di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop 24 in Polonia, ha sottolineato come non fossero state prese decisioni adeguate alla gravità della situazione e ha invitato i ragazzi ad unirsi nello sciopero internazionale della scuola venerdì 14 dicembre, con adesioni da parte di studenti di tutto il mondo. Il suo discorso oggi è virale, condiviso da milioni di persone e le sue parole, di una teenager che si rivolge agli adulti, sono il perfetto simbolo di tutti i piccoli eco guerrieri. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire… Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo».

Finiamo questa carrellata di paladini dell’ambiente con Carter e Olivia Ries, americani, che cercano di piantare il seme della speranza. Oggi sono quasi maggiorenni e quando avevano 8 anni, nel 2009, hanno fondato One More Generation un’organizzazione no-profit dedicata alla conservazione di specie in via di estinzione, con l’obiettivo di garantire che sopravvivano e per sensibilizzare ragazzi e adulti a proteggerle. Ora la nuova attenzione è per i mari ostruiti dalla plastica e con “One Less Straw” cercano di convincere gli americani a trovare alternative ai 500 milioni di cannucce di plastica consumate ogni giorno negli States. In Italia sono i testimonial della campagna anti plastica dell’Area marina protetta di Gaiola, nel napoletano.