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Superbatteri a causa dei cambiamenti climatici
Superbatteri a causa dei cambiamenti climatici

Uno studio del 2018 pubblicato sulla rivista Nature, una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, aveva dimostrato una correlazione tra temperature locali in aumento negli Stati Uniti e sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici. Dal 13 al 16 aprile 2019 si è svolto ad Amsterdam il 29° Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive che ha visto riunirsi esperti di molti campi che hanno presentato i loro ultimi risultati, linee guida ed esperienze a un pubblico di oltre 12.000 visitatori. In base ai dati raccolti da uno studio presentato in questa occasione, è stato confermato anche in questo caso che i cambiamenti climatici non portano solo a una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, come inondazioni e ondate di calore, ma sembrano svolgere un ruolo importante nello sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici.

In uno studio presentato al congresso, i ricercatori dell’Università Medical Center di Göttingen (Germania) per 6 anni hanno tenuto sotto controllo i dati di 30 Paesi appartenenti alla Rete Europea di Sorveglianza della Resistenza Antimicrobica. Il loro studio ha rivelato legami statisticamente significativi tra la variazione della temperatura media della stagione calda e la proliferazione di Klebsiella pneumoniae, E. coli multiresistente, Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (farmaco antibiotico) e P. aeruginosa resistente ai carbapenemi (classe di antibiotici ad ampio spettro d’azione). “Anche se non è nota l’esistenza di un’associazione causale, i fattori climatici contribuiscono significativamente alla previsione della resistenza antimicrobica in diversi tipi di sistemi sanitari e società. I cambiamenti climatici potrebbero aumentare, in particolare, la trasmissione della resistenza ai carbapenemi” hanno dichiarato i ricercatori. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la maggior resistenza dei batteri agli antibiotici sarebbe una delle principali minacce alla salute globale.

Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici
Walking South America: un viaggio nei cambiamenti climatici

Abbiamo trattato spesso storie di Meteo Eroi che lottano per il clima in giro per il mondo; oggi vogliamo raccontare la storia e il progetto di un ragazzo italiano, Francesco Magistrali che si può definire Meteo Viaggiatore, Meteo Eroe e Meteo Esploratore. Nato nella provincia di Piacenza classe 1977, laureato in Scienze Motorie, aveva già fatto parlare di sé tra il 2014 e il 2015 con la missione “Esmeralda Expedition” durata un anno e mezzo che lo aveva visto attraversare in solitaria e senza mezzi motorizzati (si era mosso a piedi, in mountain bike, in canoa/kayak) il Sud America, dalla Terra del Fuoco al Brasile, per conoscere usi e costumi, pensiero e cibi, ma anche vizi e virtù del popolo sudamericano. Francesco è di nuovo pronto per ripartire in settembre con una nuova esperienza a piedi “Walking South America” dal Pacifico all’Atlantico attraverso Cile, Argentina e Uruguay con l’obiettivo di riuscire a parlare a un vasto pubblico di tematiche come i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la plastica, la deforestazione e tutto quello che si può venire a sapere stando a contatto con le popolazioni locali.

Francesco verrà seguito da svariati sponsor e media e sta mettendo in piedi una collaborazione come partner scientifico con l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Con l’obiettivo di formare, educare, ispirare giovani, adulti e l’interazione con partner come Focus e l’Università Cattolica-Facoltà di Agraria, l’esploratore svilupperà anche una ricerca sulle micro plastiche che purtroppo si trovano anche nei luoghi più incontaminati al mondo. Meteo Expert supporterà Francesco ed il suo team di comunicazione seguendo i suoi resoconti sui cambiamenti climatici che avverranno attraverso le testimonianze dirette degli “osservatori capillari” disseminati sul territorio: agricoltori, pescatori, cacciatori, abitanti delle zone rurali e remote, attenti per natura e formazione alle variazioni nelle delicate dinamiche che coinvolgono clima, ambiente, fauna di ogni area.

Francesco Magistrali racconterà il suo progetto domenica 2 giugno durante l’evento Focus Live che si terrà a Genova. Focus Live è il festival dedicato alla scienza, alla tecnologia e alle innovazioni, organizzato dal mensile Focus con incontri, spettacoli, installazioni interattive, laboratori, dibattiti, attività per i più piccoli. La tappa ligure si terrà al Porto Antico di Genova dalle 10:00 di sabato 1 giugno alle 20:30 di domenica 2 giugno.

Abbiamo incontrato Francesco per saperne di più del suo ambizioso progetto.

La data della partenza si avvicina sempre di più; come ci si sente ad avere tra le mani un biglietto aereo di sola andata?

Beh, in realtà – pur essendoci per ora un biglietto di sola andata per il semplice motivo che è difficile calcolare fin da ora la data precisa del ritorno in Italia – lo scopo principale delle mie avventure è sempre quello di tornare. In primis per fare ritorno, dalla famiglia in poi, tra le persone che fanno parte della mia vita. E poi lo scopo dei miei viaggi è condividere, e questo comporta tutto il lavoro di divulgazione (che con questo viaggio desidero rendere grande) che avviene proprio dal ritorno a casa in poi.

Perché hai scelto proprio il Sud America per questa esperienza?

C’è da tempo da parte mia un forte legame con il Sud America. Non nascondo che sicuramente però i prossimi progetti si terranno altrove, per espandere la mia conoscenza del mondo. Per questa prossima avventura ho comunque scelto un’itinerario che (a parte un frammento del deserto di Atacama) ancora non conosco. Il continente è grande! Ho scelto un tragitto che mi permetta di intersecare climi, ambienti e popolazioni che possano (incontrandoli) generare nel mio diario di bordo informazioni, dati, conoscenza che appunto siano di interesse comunitario nel momento (durante e dopo il viaggio) della loro diffusione.

Il contatto con la gente del posto sarà importante per ottenere informazioni relative alla percezione che hanno le persone del posto riguardo ai cambiamenti climatici; in che modo cercherai di interagire con loro?

Una delle tante ramificazioni del progetto è proprio quella legata ai cambiamenti climatici. Non sono un tecnico del settore e non mi spaccio per tale. Ma da divulgatore e “ricercatore free lance” l’idea è di intervistare il maggiore numero di persone possibile chiedendo loro di raccontare come vivono i cambiamenti climatici degli ultimi 20 anni. Queste interviste le sottoporrò soprattutto (muovendomi io in zone in certi casi remote) agli osservatori capillari, che vivono DENTRO alla natura e la vivono quotidianamente: agricoltori, pescatori, pastori, cacciatori. Queste persone non sono scienziati ma (a volte inconsapevoli) preziosi ed attenti testimoni dell’ambiente in cui vivono.

Da un punto di vista ambientale mi interessa molto l’idea che la spedizione miri a raccogliere dati sulle micro-plastiche che purtroppo hanno invaso anche i luoghi più incontaminati del nostro Pianeta; come penserai di raccogliere queste informazioni?

Mi muoverò a piedi, sostanzialmente, ma anche (se sarà possibile) seguendo con un qualche tipo di imbarcazione di fortuna un fiume in Gran Chaco. La modalità di viaggio stessa, lenta e a diretto contatto con l’ambiente circostante, aguzza la vista, rende più attenti, impone la crescita dello spirito di osservazione. In questo senso individuare visivamente la presenza di macro plastiche nel territorio (e creare una “mappa” di esse con coordinate geografiche, immagini, info) non sarà un problema. Trovare micro plastiche significherà utilizzare due sistemi: sto ottenendo consulenza su come eseguire dei test che individuano la presenza di micro plastiche nell’acqua e mi sto attrezzando per riuscire a fotografare le micro plastiche con la mia reflex e forse addirittura il cellulare.

Si parla anche di educazione anti-inquinamento da rivolgere alle persone locali, come credi si porranno nei tuoi confronti? Non temi di infastidirli o di non essere capito?

Grazie a tanti viaggi ho acquisito un certo grado di abilità nel pormi nei confronti di sconosciuti, soprattutto in contesti “speciali”, in aree remote come l’Amazzonia brasiliana che conosco. Viaggiare a piedi significa anche questo: entrare nel cuore e nelle case delle persone con discrezione. Le comunità solitamente percepiscono questo approccio, e si aprono. Ovviamente la pazienza non deve mancare. Questo comporta che quindi chiedere se c’è l’apertura a sapere qualcosa in più sulle cosiddette “buone pratiche” risulterà più facile ed accettato. Ancora meglio se grazie a “filtri”: in Gran Chaco incontrerò per esempio gli amici italiani che si prendono cura, attraverso un’associazione, della popolazione Qom.

Cosa porterai con te in partenza?

Viaggiare a piedi è per definizione un atto di minimalismo. Sono un minimalista, sempre di più, sia in viaggio che a casa. La filosofia è di portare con me lo stretto necessario. In ogni modo, certi ambienti come l’aridissimo Deserto di Atacama impongono di portare (trainerò uno speciale carretto a due ruote) scorte di acqua e cibo. Poi: materiale per foto e video e la comunicazione satellitare. E il minimo che serve per la sopravvivenza, dal coltello al sacco a pelo…

So che vorrai testare anche nuovi materiali per capirne la resistenza a polvere, calore, freddo, umidità, esposizione al sole, shock termico. Tu come farai a tenere duro in queste situazioni?

In questi ultimi mesi, fino… all’ultimo minuto prima di partire (anzi: il mio team a casa continuerà l’operazione anche mentre sarò in viaggio) non si fermerà la ricerca di sponsor e tra questi includo anche aziende interessate a testare in condizioni particolari materiali innovativi che debbano garantire la loro “tenuta” sottoposti a stress come polvere, sole, clima secco, schock termici, ecc. L’uomo si adatta meglio, sicuramente, a ciò che si trova davanti in natura, meglio di qualsiasi materiale hi-tech. La strategia migliore non è però quella di circondarsi di oggetti e gadget che ci proteggano oltremodo: abiti, strumenti, tecnologia possono rompersi, le batterie possono esaurirsi… Tornando al minimalismo e arrivando al dunque: ciò che nessuno ci può rubare e che non pesa nulla e che ci possiamo portare sempre con noi sono esperienza e conoscenza. Entrambi ci aiutano a resistere in condizioni normalmente ritenute difficili o severe.

Come si può sopravvivere così tanti giorni lontani da casa? So che nello scorso viaggio sei stato via 16 mesi… chi ti aspettava al ritorno? Non hai mai sofferto di nostalgia della tua casa, della tua famiglia?

“Esmeralda Expedition” durò 16 mesi. Un po’ prima della metà di questa lunga traversata senza mezzi a motore del Sud America incontrai a Santiago del Cile mia moglie, suo figlio e miei genitori. Questo spezzò non poco la distanza fisica ed emotiva. Questa volta, su ‘soli’ sei mesi non so se riusciremo a organizzare un analogo rendez-vous. Ma questi viaggi non sono ovviamente vacanze ne momenti sabbatici. Non c’è nessuna fuga o approccio del tipo ‘mollo tutto’. Esattamente il contrario. Sono progetti a loro modo imprenditoriali che hanno una mission a lungo termine e che coinvolgono da vicino la famiglia. Quindi la distanza fisica, nel tempo, non annulla la consapevolezza che pur dall’altra parte del mondo sto costruendo, quando sono in spedizione, un progetto collettivo, che mi tiene vicino ai miei cari ogni giorno, anche quando mi trovo on the road nel cuore del nulla.

Il buonumore che arriva da fiori e piante
Il buonumore che arriva da fiori e piante

Diverse ricerche scientifiche hanno portato alla luce che chi pratica giardinaggio ha maggiori possibilità di restare in salute rispetto a chi non pratica questo hobby. Dedicarsi a fiori e piante sarebbe un ottimo rimedio allo stress e aiuterebbe a mantenersi in forma. Scavare, zappare, potare, rastrellare, annaffiare, seminare, travasare, rinforza i muscoli e ci aiuta a bruciare calorie. Secondo gli esperti praticare almeno 30 minuti al giorno di giardinaggio è equiparabile a svolgere una moderata attività sportiva adatta a tutte le età e priva di effetti collaterali. I benefici sono stati riscontrati anche in chi non avendo la possibilità di avere giardini, balconi o terrazzi si dedica comunque alla cura di piante e fiori in casa. Il giardinaggio diminuisce il cortisolo (l’ormone simbolo dello stress che nei momenti di maggior tensione determina l’aumento di glicemia e grassi nel sangue, mettendo a disposizione l’energia di cui il corpo ha bisogno) e aumenta le endorfine (sostanze chimiche prodotte dal cervello e dotate di una potente attività analgesica ed eccitante). Si tratta poi di un’attività che si presta perfettamente per essere eseguita senza paura anche in età più avanzata o con i bambini. Per gli anziani è un ottimo esercizio anti-età per la memoria e l’elasticità mentale e per i più piccoli è un insegnamento di rispetto, attesa e pazienza.

Vedere crescere una pianta, curarla, annaffiarla e prendersene cura, giorno dopo giorno può essere molto rilassante. Sapere poi da dove provengono la frutta e la verdura che finiscono sulla nostra tavola ha un enorme vantaggio: ci permette di consumare prodotti freschi e di stagione con regolarità, così come prescritto da dietologi ed esperti di nutrizione, che raccomandano di consumarne almeno 5 porzioni al giorno. Se durante l’attività all’aria aperta e nella cura delle piante riusciamo quindi a coinvolgere i più piccoli, il giardinaggio diventerà anche il primo passo di un’efficace educazione alimentare che, partendo da forme, colori, profumi e sapori vissuti come un gioco, insegnerà anche ai bambini ad apprezzare e consumare senza troppi capricci cibi ad alto valore nutritivo.

Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020
Draghi di Komodo a rischio: per preservarli l’Isola chiuderà nel 2020

Il varano di Komodo, chiamato anche drago di Komodo, è una grossa specie di lucertola diffusa nell’isola indonesiana di Komodo che si trova nel Mar di Flores e fa parte delle Piccole Isole della Sonda. Si tratta della più grossa specie esistente di lucertola: può raggiungere 3 metri di lunghezza e 70 kg circa di peso. Le dimensioni eccezionali si spiegano con un fenomeno noto come gigantismo insulare che favorisce forme evolutive più grosse del normale dal momento che non vi sono specie di carnivori in grado di predarle. Si stima che sull’isola ne esistano 5700 esemplari. Sono una specie vulnerabile e lenta nella riproduzione; la maturità viene raggiunta intorno agli 8-9 anni, su una vita lunga circa 30 anni. Un’altra particolarità di questo animale sta nel come uccide le proprie vittime; degli studi hanno scoperto che la saliva ospita numerosi agenti patogeni, soprattutto batteri. La vittima infatti dopo essere stata morsa è destinata a morire di infezione dopo qualche giorno: il varano cura la preda da lontano e poi se la mangia. Per evitare il contrabbando illegale dei varani, una delle principali attrattive turistiche, da gennaio 2020 i turisti non potranno più visitare l’isola indonesiana per decisione delle autorità del posto. Il divieto sarà temporaneo e servirà anche a piantare nuove piante e ripopolare la specie. Non è ancora chiaro quando l’isola sarà riaperta ma potrebbe passare anche un anno.

La decisione è stata presa dopo che a marzo la polizia indonesiana ha arrestato a Giava 5 persone accusate di contrabbando di varani e di altre specie protette. È stato riportato che la banda si serviva di Facebook per rivenderli: al momento dell’arresto ne avevano venduti 41, a 31000 dollari l’uno. L’isola viene visitata da circa 10.000 persone al mese, un volume tale da esercitare una certa pressione su un ecosistema unico e delimitato. La riserva è anche stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il portavoce dell’amministrazione Marius Jelanu ha spiegato che la chiusura provvisoria che riguarderà solo l’isola di Komodo ma non altre aree del Parco nazionale che rimarranno aperte al turismo, sarà utilizzata per programmi di conservazione, come la piantumazione di specie vegetali endemiche e altre iniziative per accrescere la popolazione dei varani e preservare il loro habitat.

La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch
La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch

Quando si fa riferimento ad eroi del clima non si può non prendere in considerazione Martin Hutchinson e il suo cane Starsky: hanno viaggiato per 34000 km in America Latina e oltre 17000 km in Europa con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a prendersi cura dell’ambiente. Tutto è iniziato nel 2006 quando Martin, nativo di Manchester (Inghilterra) ed ex vigile del fuoco in pensione, è partito dal Messico in compagnia del suo cane a bordo di una Recumbent Trcycle, una speciale bicicletta a 3 ruote, per documentare l’emergenza rifiuti e le conseguenze catastrofiche che ha sull’uomo e sull’ambiente. I due si spostano con tanto di bandiera del Regno Unito e la scritta Starsky & Hutch. Sono inseparabili; il cane Starsky è stato trovato da lui quando era un cucciolo, abbandonato in un canale in Portogallo.

Ad ogni fermata Martin porta avanti l’obiettivo di mostrare agli studenti delle scuole i rifiuti che l’essere umano getta sul Pianeta. “In questi anni ho visitato più di 600 tra scuole e università per parlare di ambiente e provare a fare capire, anche a seguito della mia esperienza e della mia osservazione, i danni che gli arrechiamo ogni giorno. Cercando di mettere a contatto i ragazzi con la realtà, mostrando loro i rifiuti che ho raccolto, in poche ore, nelle loro città. Provando a fare loro capire come, invece, possiamo entrare in contatto con il Pianeta”.

Finora ha avuto bisogno di 38 paia di scarpe per realizzare il suo percorso che gli ha permesso di conoscere 21 paesi. Ha creato anche un canale Youtube in cui carica tutti i video che gira. “In un solo un chilometro di spiaggia in Portogallo ho raccolto 431 bottiglie di plastica e 70 yogurt. Nessuno può immaginare quanti bastoncini per le orecchie ci siano nella sabbia. Spero di continuare a pedalare fino al 2030, il mio obiettivo è arrivare in Australia”.

Piste ciclabili fluo: la bellezza di pedalare in un mare di stelle
Piste ciclabili fluo: la bellezza di pedalare in un mare di stelle

Pedalare di sera sopra un mare di stelle? Non è un sogno ma una realtà. Da sempre l’Olanda è considerata il Paese della bicicletta ma in Europa anche la Polonia si è dimostrata particolarmente attenta ai ciclisti e alla loro sicurezza. È stata progettata qui infatti una delle strutture più moderne ed innovative dedicate alla circolazione in bici: si tratta di una pista ciclabile il cui manto stradale alla fine del giorno, si illumina di azzurro, colore che si abbina bene all’ambiente circostante, permettendo al ciclista di pedalare in tutta sicurezza. Tutto ciò è possibile grazie ad uno speciale materiale che, durante il giorno, si ricarica attraverso l’energia solare e con il buio emette poi la luce. Si tratta di una trovata davvero ingegnosa che fonde alla perfezione l’attenzione alla qualità dell’aria, mediante la circolazione in bicicletta e il risparmio energetico attraverso lo sfruttamento di fonti rinnovabili come la luce solare.

Si trova nei pressi della località Lidzbark Warmisnki, nel nord-est; è illuminata dal fosforo, materiale sintetico che si illumina dopo essere stato caricato dal sole. Il percorso stellato è stato creato da TPA Instytut Badań Technicznych Sp. z oo; Igor Ruttmar il presidente della società ha dichiarato che il materiale utilizzato per la pista è in grado di ricaricarsi di energia sufficiente per garantire più di 10 ore di illuminazione fornendo, dunque, copertura per l’intera durata della notte. In Olanda è già stata realizzata una pista ciclabile illuminata ispirata nientemeno che alla Notte Stellata di Van Gogh. Si trova a Nuenen ed è stata progettata dal designer Daan Roosegaarde che ha ideato un percorso costellato di puntini luminosi che emettono luce di sera ricaricandosi, durante il giorno, attraverso la luce solare. Il percorso olandese è però dotato in alcuni punti anche di luci al LED supplementari nel caso in cui, durante giornate particolarmente nuvolose, l’energia solare non fosse sufficiente a ricaricare il sistema di illuminazione. Lungo il percorso di Lidzbark Warmisnki non è stata invece prevista l’installazione di alcuna fonte di luce supplementare.

Ma gli sviluppatori non hanno dedicato un occhio di riguardo soltanto al risparmio energetico, ma anche a quello economico. Sono infatti costantemente a lavoro per studiare un sistema che permetta di gestire e realizzare il loro progetto nella maniera meno costosa ed onerosa possibile.

Troppi turisti in Islanda per un video di Justin Bieber
Troppi turisti in Islanda per un video di Justin Bieber

L’Agenzia islandese dell’Ambiente ha deciso di vietare l’accesso al canyon Fjadrargljufur fino al prossimo 1° giugno per il sovraffollamento turistico. Si tratta di un sito spettacolare che si trova nella parte sud-orientale: è profondo 100 metri, lungo circa 2 km e viene considerato una vera meraviglia della natura. L’incredibile aumento dei turisti registrato negli ultimi anni oltre alla bellezza del luogo è dovuto a un video girato da Justin Bieber. La famosissima pop star ha infatti girato qui il video della sua hit I’ll show you” alla fine del 2015 così il luogo ha acquisito una popolarità tale da rimanere “vittima” del turismo di massa.

Daniel Freyr Jonsson, consigliere del locale dipartimento di conservazione della natura all’agenzia AFP, ha spiegato che il calpestio dei turisti, sommato al naturale decorso del disgelo, a chiusura di un inverno particolarmente umido, hanno trasformato l’area e gli stessi sentieri per il pubblico in una fanghiglia praticamente inaccessibile. A causa della consistenza e dello spessore dello strato fangoso i turisti finiscono per scavalcare le recinzioni che delimitano le aree dove cresce vegetazione protetta, facendo parecchi danni.

Il canyon si è formato per erosione glaciale circa 9000 anni fa e si presenta come un susseguirsi di falesie sinuose, alte fino a 100 metri e ricoperte di verde. C’è tutto il meglio dell’isola vichinga, in quel mix di terra e di acqua che si incuneano l’una nell’altra fino a non farti distinguere tra mare e aree fluviali-lacustri.

La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta
La “piccola donna dell’anno” che lotta per il Pianeta

La mobilitazione di venerdì 15 marzo 2019 passerà alla storia della lotta per il clima: lo sciopero salva-pianeta è stato un evento record. In Italia si sono mosse un milione di persone. Milano, con 100000 partecipanti è stata la città italiana che ha fatto registrare la partecipazione più alta tanto che il percorso è stato deviato per arrivare in piazza Duomo e non più in piazza della Scala, troppo piccola per accogliere tutti. Napoli ne ha contati 50000, 30000 Roma, 20000 Torino, 10000 Firenze e Genova, 3000 Bologna e Bergamo. La protesta ha toccato tutti i continenti, coinvolto 100 nazioni e animato di persone, colori e slogan 1700 città con cortei, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina.

Le centinaia di migliaia di ragazzi che in tutto mondo hanno marciato per chiedere ai potenti del Pianeta di agire ora per contrastare i cambiamenti climatici hanno seguito l’esempio di Greta Thunberg, la ragazza che, con la sua lotta solitaria ha dato vita al movimento Fridays For Future. Nominata “donna dell’anno” in Svezia in base a un sondaggio condotto su un campione di 1000 persone dall’istituto Inzio per il quotidiano Aftonbladet, è un’attivista di soli 16 anni che si è fatta conoscere grazie ai suoi scioperi: ogni venerdì salta la scuola per manifestare davanti al Parlamento di Stoccolma affinché i potenti della Terra si decidano a lottare per salvare il Pianeta dalle devastazioni dei cambiamenti climatici. Aftonbladet (il foglio della sera) è un quotidiano serale svedese, pubblicato in formato tabloid con sede a Stoccolma. Anche un altro giornale svedese, Expressen, l’ha dichiarata donna dell’anno per decisione di una giuria in occasione della festa della donna.

Nella top ten di Aftonbladet, la ragazzina di Stoccolma ha battuto personalità come l’ex presidente dell’Accademia di Svezia, Sara Danius, o come la principessa Victoria. “Wow, è incredibile. È una cosa che mi sconvolge, ed è difficile da credere ma è anche la dimostrazione che quello che sto cercando di fare in qualche modo fa la differenza. E il fatto che io sia così giovane è anche buffo. Praticamente sono una bambina” queste le sue parole. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha citata come esempio positivo per la sua lotta ai cambiamenti climatici e viene seguita in tutto il mondo: stanno nascendo migliaia di sezioni locali del movimento Fridays For Future (“venerdì per il futuro”). “Il tempo di agire è proprio adesso, vi aspettiamo ogni venerdì nelle piazze per provare a salvare il Pianeta. Comunque la si pensi questa volta ne vale davvero la pena” queste le parole degli attivisti di Friday For Future.

A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare
A Villasimius si progetta la prima pista ciclo-pedonale solare

Villasimius, uno dei comuni più conosciuti della Sardegna meridionale, sta per diventare sede di un’innovativa pista ciclo-pedonale con i pannelli solari. La città potrebbe diventare pioniera nella realizzazione italiana di una struttura del genere. Il progetto prevede la realizzazione della pista rivestita di pannelli fotovoltaici, sormontati da una lastra di vetro antiscivolo e integrati in una struttura d’acciaio sollevata e ancorata a terra, in grado di produrre energia che andrebbe a soddisfare il fabbisogno di chi si trova in prossimità del tracciato.

Il percorso lungo circa 4 km, partirebbe dal centro del paese per finire al porto turistico. Sarà finanziato in parte con fondi comunitari, in parte con una campagna di raccolta che coinvolgerà cittadini e aziende. La produzione di energia da fonti rinnovabili contribuirà al raggiungimento degli obiettivi ambientali del comune, alla riduzione delle emissioni di CO2 e comporterà un risparmio energetico. Diventerà inoltre un elemento di attrazione per il territorio. I lavori potrebbero iniziare già a maggio.

La prima pista ciclabile con pannelli solari incorporati al mondo si chiama SolaRoad. É stata inaugurata nel 2014 ad Amsterdam: 70 metri di pista producono l’energia necessaria per 3 case. Il sindaco della cittadina sarda Gianluca Dessì ha dichiarato: “La pista ciclo-pedonale solare è il più innovativo ma non l’unico tra i progetti portati avanti in questo senso che includono, tra gli altri, l’illuminazione a led, le colonnine di ricarica, l’impianto di compostaggio, i cuscini di posidonia, i bidoni della spazzatura galleggianti “Seabin” e la riqualificazione del lungomare che sarà ultimata tra qualche mese”.

Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra
Help the Ocean: per favore ascoltate il grido della Terra

Lunedì 8 aprile alle 23:00 è stata inaugurata nel cortile della sede dell’Università degli Studi di Milano un’installazione luminosa creata da Maria Cristina Finucci. “HELP” è il grido d’allarme dei nostri mari che stanno soffocando a causa della plastica. In collaborazione con la One Ocean Foundation, Ariston Thermo Group e il magazine di design Interni, l’installazione “HELP” è stata esposta nell’ambito del Fuorisalone della Design Week. Maria Cristina Finucci è artista, architetto e designer; nata a Lucca, laureata all’Università degli Studi di Firenze, ha vissuto e lavorato a Mosca, New York, Parigi, Bruxelles e Madrid ed attualmente risiede a Roma. Nel 2012 ha dato il via ad una monumentale opera di arte contemporanea chiamata Wasteland, un progetto artistico ideato per sensibilizzare le persone sul problema delle immense chiazze di rifiuti plastici dispersi negli oceani. L’idea fondante è stata quella di comprendere questi “territori” in uno stato federale inventato, chiamato Garbage Patch State Project, una nazione che rappresenti i devastanti effetti dell’inquinamento marino che comprende 5 isole per una superficie complessiva di circa 16 milioni di metri quadrati. Un arcipelago di bottiglie di plastica, tappi, buste, scarpe, piatti e bicchieri.

Le 4 lettere di “HELP” sono state interamente realizzate con tappi di plastica proprio per spronare un consumo sostenibile e in vista dell’estate, ricordarsi dell’inquinamento che attanaglia i nostri oceani con l’urgenza di prendere una posizione concreta per salvare la natura che ci circonda, a partire dal cambiamento delle nostre abitudini quotidiane.

“Essere parte di questa iniziativa ci riempie di orgoglio. Il nostro gruppo crede fermamente nella sostenibilità, nella necessità di una crescita responsabile, che tuteli la salvaguardia del nostro Pianeta. “HELP”, l’installazione di Maria Cristina Finucci, oltre a essere perfettamente in linea con i nostri valori, è un messaggio importante alle generazioni presenti e future. Una richiesta a cui tutti dovremmo prestare attenzione, per il bene del nostro Pianeta e di chiunque lo popoli” ha commentato Mario Salari, Italy Country Manager di Ariston Thermo Group.

 

Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga
Leonardo DiCaprio lotta per la liberazione di orche e beluga

Gli ambientalisti a fine 2018 avevano lanciato l’allarme sulla prigione di balene di Nakhodka, nella Russia orientale vicino a Vladivostok: grazie a una petizione di change.org firmata anche da star come Leonardo di Caprio si è riusciti a fare qualcosa di concreto. Più di 100 balene catturate nei mari russi erano rinchiuse in piccoli recinti affollati dove avrebbero atteso di essere vendute nei parchi a tema cinesi. Foto e immagini, riprese anche con l’ausilio di droni mentre sorvolano l’area, hanno fatto il giro del mondo. Il 27 febbraio DiCaprio ha condiviso sui suoi profili social la petizione chiedendo ai follower di firmarla e condividerla; oltre 900.000 persone da tutto il mondo si sono unite alla campagna; tra queste anche Pamela Anderson che ha sollecitato il presidente russo Putin ad attivarsi per liberare questi animali.

La Russia è uno dei Paesi nei quali la caccia alle balene è consentita per scopi scientifici, una regola che però consente spesso uccisioni e catture illegali. Le autorità russe hanno fatto sapere di aver denunciato i responsabili delle compagnie per aver violato le regole della pesca. Dmitry Kobylkin, ministro dell’Ambiente russo, ha dichiarato: “Non ci sono dubbi che le balene saranno liberate, ma la cosa importante è farlo nel modo giusto”.

La preoccupazione, infatti, è che il freddo potrebbe creare problemi soprattutto ai piccoli. Ci sono però anche problemi di carattere burocratico e formale, poiché, appunto, la cattura dei cetacei per scopi scientifici e didattici in Russia non è illegale e quindi se i responsabili dimostrassero che gli acquirenti le avrebbero usate a scopi educativi potrebbero farla franca.

Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”
Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”

Le Isole Faroe sono un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca e comprende 18 isole vulcaniche rocciose situate tra l’Islanda e la Norvegia nell’Oceano Atlantico settentrionale. Contano circa 50000 abitanti e costituiscono un paradiso naturalistico straordinario con paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore che attraggono escursionisti e appassionati di birdwatching da tutto il mondo. Anche se si trovano sperdute in mezzo all’oceano, sono facilmente raggiungibili in aereo o via mare e una volta arrivati ci sono ottimi collegamenti interni: tunnel stradali, traghetti, strade rialzate e ponti. L’ecosistema naturale è molto delicato e alcune delle aree più visitate hanno cominciato a mostrare i primi segni di logorio causati dal passaggio dei turisti. Il governo ha così deciso di correre ai ripari chiudendo le frontiere per un intero weekend, in modo da rimettere tutto in ordine e preservare le bellezze delle Isole.

Così dal 26 al 28 aprile verranno chiuse le porte ai turisti: non entrerà nessuno, a parte 100 volontari che hanno deciso di aderire prontamente all’iniziativa dell’ente locale di promozione dell’ospitalità. Queste persone si sono iscritte sul sito visitfaroeislands.com dove sono stati accettati solo i primi 100 che si sono fatti avanti. Questi viaggiatori, insieme alla popolazione locale, parteciperanno a progetti di ristrutturazione o di miglioramento dei servizi turistici. Saranno impegnati a realizzare nuovi sentieri per il trekking o a ripristinare quelli nelle condizioni peggiori, costruendo gradini, alzando recinzioni di sicurezza e sistemando la segnaletica e i cartelli. Non sono state richieste capacità o qualifiche specifiche, a parte la buona volontà.

Il volo è a carico dei partecipanti che però hanno potuto approfittare di una tariffa fissa e agevolata di 280 euro, con andata e ritorno da Copenaghen. Una volta giunti a destinazione, le spese di spostamento, vitto e alloggio saranno sostenute dal governo delle Faroe. A lavori finiti, volontari e abitanti che hanno collaborato ai progetti di manutenzione saranno invitati a una grande festa di ringraziamento.

L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici
L’aviazione promette di impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici

In base all’European Aviation Environmental Report 2019 (rapporto che fornisce alla Commissione Europea una valutazione aggiornata delle prestazioni ambientali dell’aviazione in Europa) realizzato dalla European Union Aviation Safety Agency (un’agenzia dell’Unione Europea responsabile della sicurezza dell’aviazione civile ) in collaborazione con l’European Environment Agency (organismo della UE che si dedica alla fondazione di una rete di monitoraggio per controllare le condizioni ambientali europee) ed Eurocontrol (organizzazione intergovernativa civile e militare il cui scopo principale è di sviluppare e mantenere un efficiente sistema di controllo del traffico aereo a livello europeo) il settore dell’aviazione è responsabile dei cambiamenti climatici andando ad impattare sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Il rapporto afferma che mentre l’aviazione ha prodotto benefici economici, stimolato l’innovazione e migliorato la connettività in Europa, la crescita del settore ha anche aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

È stato stimato che tra il 2014 e il 2017 il numero di voli è aumentato dell’8% e si prevede che entro il 2040 cresca del 42%. I miglioramenti tecnologici, il rinnovo della flotta e l’aumento dell’efficienza operativa sono stati in grado di controbilanciare parzialmente l’impatto della recente crescita, ma dal 2014 si è registrato un aumento del rumore e delle emissioni complessive. Nel 2016 l’aviazione nazionale e quella internazionale erano responsabili per il 3,6% delle emissioni totali di gas serra dell’UE e per il 13,4% delle emissioni prodotte dai trasporti. L’efficienza ambientale dell’aviazione continua a migliorare ed entro il 2040 sono previsti ulteriori passi in avanti in termini di consumo medio di carburante per passeggero chilometro volato (-12%) e di energia acustica per volo (-24%). Sempre entro il 2040 si stima però che le emissioni di CO2 e di NOx (ossido di azoto) prodotte, dovrebbero aumentare rispettivamente di almeno il 21% e il 16%.

La Commissione Europea avverte che il contributo del settore alla lotta contro i cambiamenti climatici richiederà il suo pieno impegno a investire in soluzioni per la decarbonizzazione del trasporto aereo, lavorando alla visione della decarbonizzazione dell’UE nel 2050. Per affrontare i cambiamenti climatici e contribuire debitamente agli obiettivi di temperatura concordati nell’ambito dell’accordo di Parigi il rapporto sottolinea anche la necessità di concordare un approccio efficace e solide misure globali volte a trovare soluzioni a queste sfide per fornire un sistema aereo sostenibile a lungo termine.

Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente
Trashtag Challenge: quando si usano i social per l’ambiente

Una sfida on-line si sta diffondendo sempre di più per spingere i ragazzi a prendersi cura del Pianeta. Si tratta del #trashtag challenge che invita le persone a recarsi nelle aree coperte da immondizia, raccogliere la spazzatura e postare sui propri profili social il luogo pulito, prima e dopo l’intervento. La sfida è iniziata il 5 marzo 2019 ed è stata lanciata da Byron Román, 53enne che vive a Phoenix in Arizona; di mestiere si occupa di prestiti finanziari ma tiene molto all’ambiente. Román è partito postando su Facebook uno scatto in cui si vede un uomo seduto in una zona boscosa e molto sporca, accostata a una seconda immagine sempre dello stesso posto, questa volta completamente ripulito con tanto di sacchi pieni ben in vista e l’uomo dello scatto precedente in piedi soddisfatto. Sopra le parole: “Ecco una nuova #sfida per tutti voi ragazzi annoiati. Fai una foto di una zona che ha bisogno di un po’ di pulizia o manutenzione, poi fai una foto dopo che hai fatto qualcosa a riguardo e posta”.

Dall’inizio della sfida, in poco tempo sono stati pubblicati più di 50000 post su Instagram che hanno utilizzato l’hashtag e innumerevoli volontari si sono attivati per ripulire parchi, strade, riserve naturali e spiagge in tutto il mondo. La #trashtag challenge serve anche per dare maggior consapevolezza della condizione dei rifiuti sul nostro Pianeta e dell’inquinamento degli oceani. In media all’anno vengono prodotte 1.3 miliardi di tonnellate di rifiuti e solo dalle 258 alle 368 milioni di tonnellate finiscono nei 50 più grandi centri di smaltimento di rifiuti, mentre le restanti milioni di tonnellate si riversano nell’oceano e l’80% si deposita poi sulle spiagge.

Buona sfida social a tutti!!!

Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente
Anche i Fast Food devono pensare all’ambiente

Negli Stati Uniti i più grandi investitori stanno cercando di mettere in atto un sostanziale cambiamento dell’alimentazione americana con un’azione mai vista prima. Spronati dalle fondazioni per la sostenibilità Ceres e FAIRR Initiative, 80 tra i principali investitori del mondo hanno scritto alle 6 principali catene di fast food che distribuiscono pasti in oltre 120000 ristoranti, chiedendo un impegno per mettere in campo azioni concrete per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si sono riferiti a Domino’s Pizza, McDonald, Ristorante Brands International, Chipotle Mexican Grill, Wendy’s Co e Yum!. Si pretende che chi fornisce carne, latte e derivati sia attivamente impegnato nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel consumo di acqua associata agli allevamenti; gli obiettivi inerenti la riduzione di emissioni e consumo di acqua devono essere resi pubblici, con definizioni numeriche e temporali molto chiare. Si esige che ogni anno si renda conto dei progressi compiuti e venga realizzata un’analisi di scenario in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosurel’organismo che promuove e monitora la stabilità del sistema finanziario mondiale con il compito di elaborare una serie di raccomandazioni sulla rendicontazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

Viene stimato che entro il 2050 il 70% delle emissioni di gas serra sarà riconducibile agli allevamenti e alle monocolture necessarie per ottenere abbastanza mangimi se non ci si impegnerà per attuare dei cambiamenti significativi nella dieta globale. In termici di concentrazioni di CO2 significa che ci saranno 11 giga tonnellate di differenza tra la realtà e gli obiettivi individuati per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi. Un decimo dell’acqua della Terra, senza un’inversione di tendenza, sarà usata per produrre carne e latte. “Ciò che stupisce e non è più accettabile è che uno dei principali settori industriali a livello globale e tra i primissimi responsabili del riscaldamento terrestre non abbia finora assunto alcun impegno consistente per modificare la situazione come invece stanno facendo, per esempio, le aziende che producono energia elettrica. Tutto questo deve cambiare subito” ha commentato Brooke Barton, direttrice di Ceres.