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Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”
Isole Faroe chiuse per 3 giorni per “restauri ambientali”

Le Isole Faroe sono un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca e comprende 18 isole vulcaniche rocciose situate tra l’Islanda e la Norvegia nell’Oceano Atlantico settentrionale. Contano circa 50000 abitanti e costituiscono un paradiso naturalistico straordinario con paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore che attraggono escursionisti e appassionati di birdwatching da tutto il mondo. Anche se si trovano sperdute in mezzo all’oceano, sono facilmente raggiungibili in aereo o via mare e una volta arrivati ci sono ottimi collegamenti interni: tunnel stradali, traghetti, strade rialzate e ponti. L’ecosistema naturale è molto delicato e alcune delle aree più visitate hanno cominciato a mostrare i primi segni di logorio causati dal passaggio dei turisti. Il governo ha così deciso di correre ai ripari chiudendo le frontiere per un intero weekend, in modo da rimettere tutto in ordine e preservare le bellezze delle Isole.

Così dal 26 al 28 aprile verranno chiuse le porte ai turisti: non entrerà nessuno, a parte 100 volontari che hanno deciso di aderire prontamente all’iniziativa dell’ente locale di promozione dell’ospitalità. Queste persone si sono iscritte sul sito visitfaroeislands.com dove sono stati accettati solo i primi 100 che si sono fatti avanti. Questi viaggiatori, insieme alla popolazione locale, parteciperanno a progetti di ristrutturazione o di miglioramento dei servizi turistici. Saranno impegnati a realizzare nuovi sentieri per il trekking o a ripristinare quelli nelle condizioni peggiori, costruendo gradini, alzando recinzioni di sicurezza e sistemando la segnaletica e i cartelli. Non sono state richieste capacità o qualifiche specifiche, a parte la buona volontà.

Il volo è a carico dei partecipanti che però hanno potuto approfittare di una tariffa fissa e agevolata di 280 euro, con andata e ritorno da Copenaghen. Una volta giunti a destinazione, le spese di spostamento, vitto e alloggio saranno sostenute dal governo delle Faroe. A lavori finiti, volontari e abitanti che hanno collaborato ai progetti di manutenzione saranno invitati a una grande festa di ringraziamento.

Piccoli eroi del clima
Piccoli eroi del clima

In queste righe vogliamo raccontarvi le storie di alcuni adolescenti che hanno deciso di portare avanti una lotta personale per proteggere l’ambiente. Si tratta di ragazzi giovanissimi, alcuni ancora bambini, ma che hanno le idee molto chiare. Iniziamo con Felix Finkbeiner, tedesco, classe 1997, che quando aveva appena 9 anni rimase così affascinato dalla descrizione degli alberi e della fotosintesi che decise di piantarne uno nel giardino della scuola e da quel giorno non si è più fermato. Ha creato il progetto Plant for de Planet, finalizzato alla promozione di iniziative volte a fermare il cambiamento climatico globale piantando più alberi possibile per contrastare gli effetti dannosi dovuti all’anidride carbonica. Ha quindi incoraggiato i cittadini del mondo a coltivare alberi in tutta la Terra. «Adesso puntiamo a piantarne 1000 miliardi. Sono convinto che entro il 2020 possiamo riuscirci. Se ognuno di noi ne piantasse uno al giorno grazie all’assorbimento di CO2 si aiuterebbe il Pianeta contro il global warming. Lo stiamo chiedendo ai cittadini, alle multinazionali, ma soprattutto lo insegniamo ai bambini: è da lì che parte la rivoluzione».

Passiamo poi a Nadia Sparkes, 13 anni, inglese della zona di Norfolk, ambasciatrice del WWF. Sui social network si presenta come “trash girl” (ragazza spazzatura). Tutte le mattine esce di casa un’ora prima che suoni la campanella della scuola e sulla sua bici pedala lenta raccogliendo nel cestino ogni rifiuto incontrato per terra. Cerca di recuperare soprattutto la plastica, gli usa e getta, i palloncini, che come scrive sui social «poi finiscono in mare e contribuiscono alla morte degli animali». Ha creato una comunità di 4000 ambientalisti che la affiancano.

Raccontiamo poi di José Adolfo Quisocala, anche lui 13enne. A soli 10 anni ha fondato il Banco dell’Estudiante, una banca che ha come moneta corrente i rifiuti riciclabili. Ai ragazzi fra i 10 e i 18 anni che consegnano bottiglie di plastica e altro materiale vengono versati soldi sul conto corrente da usare per l’istruzione futura. «Noi bambini possiamo realizzare il grande cambiamento di cui l’ambiente necessita» ha detto Josè quando ha vinto il Children’s Climate Prize 2018.

Poi c’è Greta Thunberg, sedicenne svedese affetta da sindrome di Asperger che continua la sua azione di sciopero della scuola ogni venerdì, per chiedere al suo governo e agli altri Stati di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop 24 in Polonia, ha sottolineato come non fossero state prese decisioni adeguate alla gravità della situazione e ha invitato i ragazzi ad unirsi nello sciopero internazionale della scuola venerdì 14 dicembre, con adesioni da parte di studenti di tutto il mondo. Il suo discorso oggi è virale, condiviso da milioni di persone e le sue parole, di una teenager che si rivolge agli adulti, sono il perfetto simbolo di tutti i piccoli eco guerrieri. «Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire… Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo».

Finiamo questa carrellata di paladini dell’ambiente con Carter e Olivia Ries, americani, che cercano di piantare il seme della speranza. Oggi sono quasi maggiorenni e quando avevano 8 anni, nel 2009, hanno fondato One More Generation un’organizzazione no-profit dedicata alla conservazione di specie in via di estinzione, con l’obiettivo di garantire che sopravvivano e per sensibilizzare ragazzi e adulti a proteggerle. Ora la nuova attenzione è per i mari ostruiti dalla plastica e con “One Less Straw” cercano di convincere gli americani a trovare alternative ai 500 milioni di cannucce di plastica consumate ogni giorno negli States. In Italia sono i testimonial della campagna anti plastica dell’Area marina protetta di Gaiola, nel napoletano.

Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa
Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa

Ennesima notizia di inquinamento: è stata ritrovata una bottiglia di plastica di 47 anni fa a Burnham-on-Sea, una cittadina di quasi 20.000 abitanti del Somerset in Inghilterra. La Guardia Costiera ha ritrovato sulla spiaggia una bottiglia di plastica di 47 anni fa. Dopo quasi mezzo secolo in mare è arrivata ai giorni nostri con qualche ammaccatura ma praticamente intatta, mantenendo la sua forma e perfino l’etichetta.
La plastica infatti è capace di durare, inquinando, fino a 450 anni. Fa ancora più impressione che la bottiglia sia stata restituita dalle acque del Sommerset britannico, terra dove il monouso è stato ormai bandito in tutte le sue forme; oltre alle bottigliette non si possono più utilizzare cannucce, cotton fioc e posate.

Nella foto condivisa su Facebook dalla Guardia Costiera e pubblicata sul Guardian si vede bene l’etichetta, quasi perfettamente conservata e si capisce che si tratta di una confezione di detersivo liquido Fairy. Impossibile sapere la quantità precisa del contenuto, visto che l’indicazione di peso dei decimali fu introdotta sui prodotti del Regno Unito solo nel 1971.

Ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono nei nostri mari: non si trova un solo km² di acqua marina libero da detriti in plastica. Anche se solo una piccola quantità di questi galleggia in superficie, le correnti marine formano enormi vortici di plastica, il più grande dei quali ricopre nel Pacifico un’area maggiore di quella dell’Europa centrale.
Su Facebook la Guardia Costiera protagonista del ritrovamento, ha commentato: “Siamo sconcertati dalla quantità di rifiuti spinti dall’acqua sulla spiaggia ed è stato scioccante scoprire quanto a lungo questa immondizia possa sopravvivere danneggiando in ultima analisi la natura”.

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay
Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay

Il posto da favola reso famoso dal film “The Beach” fa i conti con l’inquinamento. La famosa spiaggia thailandese di Maya Bay, sull’isola di Koh Phi Phi Lee, verrà chiusa a tempo indeterminato per permettere la ripresa dell’ecosistema, devastato da orde di turisti. La spiaggia è diventata celebre dopo il film del 2000 “The Beach” con Leonardo DiCaprio girato interamente in Thailandia tra gennaio e aprile 1999. Le autorità inizialmente avevano deciso di impedirne l’accesso per soli 4 mesi l’anno a causa dell’erosione della spiaggia e dell’inquinamento provocato da migliaia di arrivi giornalieri di turisti. Dopo un primo bilancio positivo, ad agosto si sono resi conto che la situazione era peggiore di quanto previsto e il che divieto temporaneo non era sufficiente.

Sul sito dell’autorità del turismo della Thailandia si legge che la spiaggia, visitata da circa 5000 turisti al giorno, ha bisogno di un periodo di chiusura per ”riprendersi” dai danni causati alla barriera corallina e dalle barche che attraccano nella baia in alta stagione. Si legge che è molto difficile rimediare e riabilitarla perché la sua spiaggia è stata completamente distrutta così come le piante che la coprivano. Il divieto resterà in vigore fino a una completa ripresa e il ritorno a una situazione normale.

Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli
Rifiuti e ambiente: una volta gettato può durare anche secoli

Quello che viene abbandonato dall’uomo in natura può durare poche settimane ma anche secoli: le cose che usiamo quotidianamente se gettate senza accortezza possono avere un impatto sull’ambiente più grande di quanto immaginiamo.
Dal punto di vista numerico, i mozziconi di sigaretta sono il rifiuto singolo più abbondante sulla Terra: un mozzicone senza filtro impiega 6-12 mesi per dissolversi, perché è fatto di cellulosa e fibre vegetali di tabacco ed è quindi biodegradabile. Il filtro invece è composto di un materiale chimico sintetico molto resistente e in condizioni normali, sono necessari dai 5 ai 12 anni di tempo per distruggerlo. Si stima che su scala globale, ogni giorno, ne vengano dispersi nell’ambiente più di 10 miliardi.
Resti di frutta e verdura hanno il ciclo di decomposizione più corto: un torsolo di mela impiega circa 15 giorni per decomporsi ma dipende molto dal luogo in cui è stato gettato, dal clima, dalle temperature. Per una buccia di banana occorre almeno un mese, tempo che può anche raddoppiare se viene gettata in mare.

Per la decomposizione di una t-shirt occorrono almeno 6 mesi; il cotone è il tessuto maggiormente biodegradabile ma ad esempio per la lana ci vuole circa un anno.
La degradazione delle gomme da masticare avviene in circa 5 anni: la gomma nonostante sia di origine vegetale, è un materiale difficilmente attaccabile dai microrganismi che riescono quindi a distruggerlo soltanto lentamente.
Decisamente peggio va con i sacchetti di plastica: secondo studi condotti in laboratorio occorrono minimo 20 anni per essere frammentati in micro “porzioni” non visibili. Ogni singolo pezzetto è poi però soggetto all’attacco di microrganismi e alla naturale ossidazione, che portano alla demolizione delle singole molecole. Questa decomposizione può impiegare centinaia di anni, senza contare il fatto che i sacchetti di plastica sono estremamente pericolosi in mare perché possono intrappolare o essere ingeriti da pesci e altri animali provocandone la morte.

I sacchetti per le patatine sono un materiale altamente inquinante: ci vogliono almeno 80 anni prima che scompaiano dall’ambiente. Sono stati trovati dei sacchetti risalenti a più di 30 anni fa.
La degradazione della plastica è molto difficile; ad esempio per la decomposizione di una bottiglia di plastica occorrono 1000 anni perché fa parte degli imballaggi più resistenti, al riparo dalla luce può durare secoli mentre per le posate di plastica o per gli accendini “usa e getta” si stima un periodo che va da 100 a 1000 anni.
Le bottiglie di vetro vengono degradate in tempi molto lunghi, circa 1 milione di anni perché il vetro è un materiale quasi eterno.
Le pile sono le più inquinanti: anche se l’involucro esterno si disintegra abbastanza facilmente, il problema per questo tipo di rifiuto viene dalle sostanze tossiche che contiene, come il piombo, il cromo, il cadmio, il rame, lo zinco e soprattutto il mercurio. Una pila contiene circa un grammo di mercurio, quantità più che sufficiente per inquinare 1.000 litri di acqua. Per questo non devono mai essere gettate nell’ambiente né con i normali rifiuti ma sempre gettate negli appositi contenitori.

Verdi distese di riso nel deserto: un miraggio che diventa realtà
Verdi distese di riso nel deserto: un miraggio che diventa realtà

Scoperta in Cina una varietà di riso in grado di crescere in acqua salata nei terreni più aridi. Riso nel deserto: al via la sperimentazione alle porte di Dubai.
Quasi mezzo secolo di ricerca e di sperimentazioni. Decenni di impegno e di fatica. Alla fine, però, ci sono arrivati. Un team di scienziati cinesi, specializzati nello studio del riso, è riuscito a ottenere quello che pareva un obiettivo irraggiungibile: coltivare il riso nel deserto. C’è riuscito in Cina, ci sta provando negli Emirati Arabi. In questi mesi la squadra di studiosi sta infatti sperimentando la coltivazione della varietà di riso idonea a crescere in acqua marina proprio nel deserto alla periferia di Dubai. E, per ora, i risultati sono oltremodo positivi. È quanto diffuso dall’agenzia di stato cinese Xinhua, istantaneamente ripresa dal celebre South China Morning Post.

Riso nel deserto, il progetto è iniziato. La semina è avvenuta a gennaio. A inizio estate c’è stato un raccolto tale da far ben sperare in successivi, entusiasmanti sviluppi. Il team è guidato da Yuan Longping, studioso famoso per aver studiato le più diverse varietà di riso e aver prodotto le prime varietà ibride agli inizi negli anni Settanta.
A tenere alto il morale degli studiosi arrivano i risultati sulla resa del raccolto: 7 tonnellate e mezzo per ettaro. Un dato eccezionale, laddove si pensi che la media globale, per la stessa varietà, è di 3 tonnellate per ettaro. Entro fine anno la risaia sperimentale dovrebbe raggiungere l’estensione dei 100 ettari: un’area da espandere ulteriormente a partire dal 2020. Guardando al futuro non immediato, l’obiettivo finale è quello di estendere le coltivazioni di riso al 10% del territorio degli Emirati Arabi Uniti. Parliamo di un terreno avente un’estensione di 83.600 km quadrati.
Il gruppo di ricerca cinese che sta lavorando al progetto è coadiuvato dall’Ufficio Privato dello Sceicco Saeed Bin Ahmed Al Maktoum, membro della famiglia regnante di Dubai. Sfruttando la varietà ibrida di riso in grado di crescere in acqua salata nelle aride distese del deserto si otterrebbe un duplice effetto: da una parte, mettere a coltivazione zone altrimenti destinate all’abbandono, dall’altra evitare di prosciugare le preziosissime riserve di acqua dolce, già ridotte ormai ai minimi termini.

La varietà di riso prescelta per il progetto è la stessa individuata, una quarantina di anni fa, nei pressi di una distesa di mangrovie, nel mezzo di una vasta palude. Questa varietà di riso selvatico resistente all’acqua salata è stata incrociata con altre specie di riso idonee a essere coltivate in larga scala: dopo quattro decenni di sperimentazioni si è così arrivati a ottenere otto ceppi di riso che risultano in grado di crescere in acqua marina diluita. Fino a pochi anni fa, tuttavia, la resa non era assolutamente soddisfacente, rendendo dunque non conveniente il tutto dal punto di vista economico. All’improvviso, poi, dalla Cina è arrivata la notizia eclatante: si è riusciti a ottenere, in acqua salata, una quantità doppia di riso per ogni ettaro di coltivazione. La Cina si ripropone di destinare a questo tipo di coltivazione un milione di km quadrati di terre attualmente abbandonate a causa del suolo troppo salino. Dopo la Cina, è arrivata la Penisola Araba. Ma il progetto non si ferma qui. Sono già molte le nazioni che, annoverando territori dalle caratteristiche simili a quelle descritte, sono intenzionate a sfruttare la nuova varietà di riso. Prima tra tutte, l’Australia.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Hai attivato il tuo Plastic Radar?
Hai attivato il tuo Plastic Radar?

Grazie al nuovo progetto di Greenpeace oggi possiamo segnalare i rifiuti di plastica che troviamo al mare!
L’associazione ambientalista ha infatti lanciato Plastic Radar, un nuovo servizio che permette di segnalare rifiuti di plastica che troviamo in spiaggia, che vediamo galleggiare tra le onde o che osserviamo perfino sui fondali durante una nuotata o un’immersione.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Come funziona?

Per partecipare, e attivare il tuo Plastic Radar, ti basterà scattare una o più foto del rifiuto di plastica che vuoi segnalare: Greenpeace specifica che, se possibile, è meglio fare in modo che sia riconoscibile anche il marchio (per esempio, quello di una bottiglietta d’acqua) e il tipo di plastica con cui è stato realizzato il rifiuto. Quindi, invia la tua segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267, condividendo i tuoi scatti e la posizione in cui hai trovato il rifiuto di plastica.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Se dovessi trovare rifiuti di plastica non più interi, ma frammentati, potrai segnalarli comunque con le stesse modalità.

Ultimo passaggio? Naturalmente, dopo averli fotografati ricordati di raccogliere i rifiuti che trovi e di gettarli in contenitori dedicati alla raccolta della plastica!

Sul sito plasticradar.greenpeace.it è possibile trovare tutte le informazioni su come partecipare e anche i dati che sono stati raccolti finora. Per esempio, una mappa mostra quante segnalazioni sono arrivate da diverse aree dei nostri mari e un semplice grafico mostra quali sono le principali categorie merceologiche che stanno inquinando i nostri mari.

 

 

Europa: è guerra contro la plastica usa e getta
Europa: è guerra contro la plastica usa e getta

In Europa vengono prodotti, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 30% viene raccolto per essere riciclato e il resto, nella maggior parte dei casi, finisce nel mare: un vero disastro.

La Commissione Europea ha proposto la messa al bando di numerosi prodotti usa e getta realizzati con la plastica. Nel mirino, in particolare, quei prodotti che vengono trovati più spesso sulle spiagge dei paesi europei, nei nostri mari, ma anche nelle acque dolci di superficie. È il caso, ad esempio, di posate, piatti, bicchieri e cannucce di plastica, contenitori per alimenti, cotton fioc, ma anche i bastoncini di plastica utilizzati per tenere i palloncini. Tutti questi oggetti dovranno essere sostituiti da alternative sostenibili. Dovrà essere ridotto l’utilizzo di quei prodotti per cui, invece, non abbiamo alternative più ecologiche e meno inquinanti.

Gli stati membri dell’Unione Europea dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025 e dovranno incentivare una riduzione dell’utilizzo di contenitori per alimenti e bevande di plastica.

europa contro la plastica usa e getta

 

Le norme proposte riguardano anche i produttori, le aziende, che danno origine questo genere di rifiuti:

I produttori dovranno contribuire alle spese per la gestione e la bonifica dei rifiuti. Inoltre, dovranno farsi carico dei costi per sensibilizzare i clienti sull’impatto ambientale di molti prodotti monouso che inquinano il nostro ambiente, come involucri e confezioni di plastica, salviette umidificate, sigarette con filtro, assorbenti eccetera.
Dovranno informare i clienti sugli effetti della plastica (come succede oggi con i pacchetti di sigarette), sull’importanza di non disperdere i prodotti nell’ambiente e su come debbano essere smaltiti. Nel caso di contenitori per bevande di plastica usa e getta sarà necessario che il tappo resti attaccato al contenitore, in modo da evitare che venga disperso nell’ambiente.
Le nuove regole riguardano anche i produttori che operano nel settore della pesca: il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee, infatti, viene proprio da questo ambito. Chi produce attrezzi da pesca sarà responsabile delle spese per la loro raccolta quando non serviranno più ai clienti, oltre che dei costi di trasporto e di smaltimento.

europa contro la plastica usa e getta

Cosa succede adesso?

Queste regole e iniziative fanno parte di una proposta portata avanti dalla Commissione Europea. La proposta dovrà essere valutata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea e in queste fasi potrebbe subire delle modifiche. La speranza della Commissione Europea è quella di ottenere i primi risultati entro la Primavera 2019.
Quando saranno emanate delle normative in questa materia, i governi dei singoli stati, come l’Italia, dovranno metterle in atto con norme e leggi che potranno cambiare a seconda dei diversi Paesi.

Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando
Cannucce di plastica goodbye! A New York la proposta di legge per metterle al bando

Durante una conferenza a Manhattan un membro del consiglio comunale di New York, Rafael Espinal, ha annunciato una proposta di legge volta a mettere al bando le cannucce di plastica in tutti i locali della Grande Mela.
Secondo il National Park Service, solo negli Stati Uniti si consumano oltre 500 milioni di cannucce al giorno! Numerosi ristoranti di New York hanno già aderito alla campagna Give a sip (“dai un sorso”), promossa dall’associazione Wildlife Conservation Society, impegnandosi a utilizzare cannucce realizzate con materiali alternativi alla plastica, come il bambù o la carta.
New York, forse, metterà al bando le cannucce di plastica

Come riferisce il Guardian, la proposta prevede multe da 100 a 400 dollari per i locali sorpresi a distribuire cannucce di plastica, ma si ammetteranno eccezioni per disabili o malati che, per bere, hanno bisogno di una cannuccia.

Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?
Overshoot Day. Quanto è sostenibile il nostro stile di vita?

Dal 24 maggio fino alla fine del 2018, l’Italia è in debito con l’ambiente. L’Overshoot Day quest’anno per l’Italia cade il 24 maggio, giorno in cui finiamo di consumare le risorse naturali rinnovabili del nostro Paese. L’Overshoot Day è una data simbolica, lanciata dal Global Footprint Network, che misura l’impronta ecologica dei Paesi del Mondo rispetto alla capacità di generare risorse naturali. Cosa significa “impronta ecologica”? Questo termine viene usato per misurare la porzione di ambiente (mare e terra) necessaria per rigenerare le risorse consumate da una o più persone. Basta confrontare l’impronta ecologica di un individuo, di una regione, o di uno stato, con la quantità di terra disponibile per ognuno di noi. Così si può capire se il nostro stile di vita è sostenibile dal punto di vista dell’ambiente o meno.

Se la popolazione del mondo intero vivesse come viviamo noi, in Italia, avremmo bisogno di 2.6 mondi come la Terra per sostenere tale l’impronta ecologica.

Ogni anno, la data, a livello mondiale ma anche di ogni singolo Paese, cade sempre qualche giorno prima, a testimonianza del fatto che le risorse naturali che abbiamo a disposizione non sono sufficienti per seguire il nostro stile di vita. L’Overshoot Day del Mondo intero del 2017 è caduto in data 2 agosto, ma quest’anno potrebbe cadere qualche giorno prima. Se consideriamo l’impronta ecologica del Mondo intero avremmo bisogno di 1.7 Mondi come la Terra per non gravare più sull’ambiente. Nella Top 5 dei Paesi in cui lo stile di vita pesa di più sono Australia, USA, Corea del Sud, Russia e Germania.

Facciamo una prova. Sul sito ufficiale è possibile calcolare la nostra impronta ecologica misurata considerando le nostre abitudini alimentari, le caratteristiche della nostra abitazione, il consumo di energia, la distanza percorsa in auto ogni giorno, il numero di voli aerei e così via.

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!
Possiamo costruire strade con la plastica riciclata!

Servono miliardi di litri di petrolio per costruire le strade del mondo, e i nostri oceani sono invasi da pezzi di plastica. Oggi possiamo costruire le strade proprio utilizzando la plastica riciclata!

Possiamo farlo grazie all’ingegnere scozzese Toby McCartney che ha fondato MacRebur, un’azienda che utilizza materiali di scarto per sostituire parte del bitume nella miscela di asfalto. Con un’invenzione semplice e rivoluzionaria, MacRebur intende affrontare 3 sfide di rilevanza mondiale:

  • utilizzare la plastica che troviamo a tonnellate nelle discariche e negli oceani;
  • ridurre le spese che i Paesi devono sostenere per la costruzione di strade nuove e per la manutenzione di quelle esistenti;
  • rendere le strade più forti e più durature.

 

 

Utilizzando la plastica riciclata per asfaltare le strade è possibile risolvere (o almeno attenuare) il drammatico problema dei rifiuti plastici che stanno invadendo il nostro Pianeta, ridurre le emissioni e rendere più forti e durature le nostre strade.

Secondo i dati resi noti proprio da MacRebur, la strada realizzata con plastica riciclata è più resistente del 60% rispetto a una normale strada asfaltata e può durare fino a 10 volte più a lungo.

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola