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Il laboratorio dove si studia il benessere dei nostri amici a 4 zampe
Il laboratorio dove si studia il benessere dei nostri amici a 4 zampe

A Leicestershire nel cuore dell’Inghilterra a circa 70 km da Birmingham, c’è un centro che conduce ricerche scientifiche sulla cura e la nutrizione degli animali domestici. Si tratta del centro Waltham, l’istituto di ricerca sulla nutrizione animale di Mars, immerso nella natura e attivo da oltre 50 anni. Grazie alle sue ricerche innovative condotte da più di 100 studiosi, è diventato un’autorità mondiale per l’alimentazione e la cura degli animali domestici. Ospita 200 cani e 350 gatti che restano mediamente 2 anni: vengono coccolati, curati, seguiti da educatori e studiati, senza stress e anche l’osservazione dei loro comportamenti viene fatta come se fosse una dinamica di gioco. I cani sono ospitati in super cucce ma anche spazi comuni e grandi aree verdi per le quotidiane passeggiate. I gatti vivono in ambienti spaziosi attrezzati con passerelle, nascondigli e giochi per arrampicarsi in alto. Dalle parole di Valentina Menato, direttore marketing Petcare di Mars Italia, scopriamo che il centro è nato con l’idea di creare un mondo migliore per gli animali e per portare avanti le ricerche sulla nutrizione. Vengono anche condotti studi sui benefici della relazione tra animali domestici e anziani e bambini.

È stato dimostrato, per esempio, l’impatto positivo dell’avere un animale in casa per una donna in gravidanza. In Inghilterra ad esempio si è visto che le future mamme che avevano un cane erano a meno rischio obesità e facevano in media 4 h di attività fisica alla settimana. Al centro si studia anche l’igiene orale insegnando con dolcezza agli animali a collaborare, aprendo la bocca giusto il tempo di prelevare la saliva per le analisi. Viene costantemente controllato anche il mantello di pelo. Gli ospiti a quattro zampe del centro dopo un periodo al centro vengono adottati dalle famiglie. Il centro Waltham pubblicò il primo studio su una rivista scientifica nel 1963. Da allora ha raccontato i risultati della propria ricerca in oltre 1.700 pubblicazioni, tra cui più di 600 articoli su riviste scientifiche certificate. I ricercatori collaborano con i più famosi veterinari ed esperti in nutrizione nel mondo, guidati dalla visione di Mars Petcare volta a creare un mondo migliore per gli animali domestici e a fornire supporto scientifico ed esperienza, alla base dei più importanti brand di Mars.

Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa
Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa

Una scoperta eccezionale. Un gruppo di scienziati hanno ritrovato, racchiusa in una bolla di ambra, una lumaca vissuta 99 milioni di anni fa. Si tratta della prima lumaca preistorica di cui possiamo osservare anche il corpo, la testa e gli occhi. Acquistata da un collezionista di fossili nel 2016, è stata studiata soltanto adesso dal gruppo del Museo Nazionale della Scozia coordinato da Andrew Rossche, e descritta sulla rivista Cretaceous Research.

La lumaca si è perfettamente conservata nell’ambra per 99 milioni di anni. All’interno della goccia di ambra in realtà si nasconde una seconda lumachina che però si è conservata peggio della prima. Secondo gli studi le lumache provengono dal Myanmar e sarebbero gli antenati delle lumache di terra che conosciamo oggi. Si tratta delle più antiche lumache mai ritrovate nell’ambra.
L’ambra conserva perfettamente ciò che racchiude. In questo caso ha mantenuto le lumache esattamente come 99 milioni di anni fa, perfette nei minimi dettagli in una “goccia” di ambra.

Crediti Immagine: Xing et al. Cretaceous Research, 2018

Romeo e Giulietta, due Storni di Bali specie in via di estinzione

In Italia si chiamano Romeo e Giulietta: si tratta di una rara coppia di storni di Bali, un Uccello a rischio estinzione. Pensate che al mondo ne restano solo 120 esemplari due dei quali si trovano a Verona. Non potevano che chiamarsi Romeo e Giulietta. La coppia di storni di Bali per la prima volta è in Italia, in un parco zoologico italiano: dopo il trasferimento dallo zoo di Colonia hanno trovato “casa” al Parco Natura Viva di Bussolengo.

Romeo e Giulietta appartengono ad una specie di uccelli che vive e abita solo sull’isola di Bali. Questa specie è però gravemente minacciata di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il numero di esemplari è drasticamente calato negli ultimi anni tant’è che i ricercatori parlano già di “estinzione virtuale“.
Gli esperti hanno piegato che “la meraviglia del loro canto è la loro condanna, come accade per altre centinaia di specie di uccelli canori che vengono venduti ogni giorno nelle gabbiette”.

I due esemplari di storno di Bali, chiamato anche maina di Bali o maina di Rothschild, hanno trovato alloggio in un nuovo reparto del parco, con un’area interna riscaldata e un’area esterna in cui convivono con una specie terricola anch’essa asiatica, lo speroniere grigio, un uccello galliforme.

Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga
Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga

Un drone ha ripreso un esemplare di narvalo a oltre 1.000 km dall’area che, tipicamente, ospita questa specie, in compagnia di alcune balene beluga che lo trattavano come se fosse uno del gruppo.

Il narvalo è una specie di mammifero marino molto particolare i cui maschi hanno la caratteristica di avere un lungo dente (simile al corno di un unicorno) che fuoriesce dal labbro superiore dando origine a una zanna che può raggiungere la lunghezza di oltre 2 metri e mezzo!

Un giovane narvalo è stato adottato da una famiglia di balene belugaIl narvalo, normalmente, vive tra i ghiacci nel Mare Artico ed è raro avvistare esemplari di questa specie lontano dal Polo Nord.

Quello che è stato immortalato dal drone insieme ai beluga si trovava nel fiume St Lawrence, in Canada, a oltre mille chilometri dal suo habitat naturale. Secondo i ricercatori canadesi che hanno pubblicato le immagini, è possibile che il giovane narvalo si sia perso allontanandosi in cerca di cibo.

Nonostante la lunga zanna e il colore diverso, il nuovo arrivato sembra essersi integrato alla perfezione ed è il terzo anno consecutivo che i ricercatori lo avvistano in compagnia della sua nuova famiglia!

 

Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti
Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti

Secondo studi recenti, la capacità acrobatica dei ragni sarebbe determinata, oltre che dal vento, dalle cariche elettriche presenti in atmosfera.

Voli spettacolari nell’aria, balzi verso l’alto e planate a terra degne dei migliori acrobati. I ragni sono in grado di fare tutto questo, e anche di più. Evoluzioni certamente spettacolari, che non finiscono mai di stupire. E di renderci anche più simpatici questi piccoli animaletti a 8 zampe, il cui aspetto non risulta certo sempre rassicurante. La tecnica grazie alla quale i ragni compiono meravigliose acrobazie nell’aria è conosciuta col nome di ballooning (termine che trae origine dalla parola balloon, ossia mongolfiera). Grazie proprio al ballooning, i ragni riescono a portarsi a livelli rialzati rispetto al punto in cui si trovano, a sollevare l’addome e produrre grandi quantità di tela: dopo aver fatto tutto questo, i ragni si fanno sollevare dall’aria, arrivando fino a 4 km chilometri di altezza, e si fanno trasportare a centinaia di chilometri di distanza – sì, avete capito bene, centinaia di chilometri! In questo modo, non soltanto riescono a sfuggire ai predatori, ma possono anche andare alla ricerca di cibo in zone più ricche di nutrimenti.

Ma cosa rende possibile queste spettacolari acrobazie aeree? Ad oggi la spiegazione non è ancora univoca. Restano, anzi, vari margini di incertezza. Vi sono due ipotesi primarie. La prima è che, semplicemente, i ragni vengano sollevati dal vento. La seconda, più complessa e affascinante, è che i piccoli aracnidi si facciano portare in aria dalle forze elettrostatiche presenti in atmosfera.
Per quanto riguarda la prima spiegazione, sicuramente il vento ha un ruolo fondamentale nel sollevare i ragni da terra e portarli verso l’alto. È vero però che, anche in giornate nelle quali non soffia un alito di vento, i ragni riescono comunque a spiccare il volo. Ecco quindi subentrare la seconda ipotesi. Rilevante, in merito a questo, risulta lo studio pubblicato recentemente su “Current Biology”, secondo il quale la capacità di spiccare il volo dei ragni sarebbe determinata dalla presenza del campo elettrico terrestre. Se a questa, poi, ci aggiungiamo anche la presenza di vento, i balzi diventano veri e propri viaggi da una parte all’altra.
Com’è noto, noi viviamo all’interno di un enorme campo elettrico, che vede l’atmosfera caricata positivamente e la superficie terrestre fare da polo negativo. A mantenere equilibrato, dal punto di vista elettrico, questo complesso sistema giungono i temporali: ogni giorno, al mondo, se ne contano in media 40mila. Per ogni metro d’aria soprastante la superficie terrestre, la differenza di potenziale elettrico durante le giornate di sole è di circa 100 volt. Nelle giornate di maltempo, invece, questa differenza può aumentare anche di decine di volte. I nostri amici ragni sfruttano proprio questa differenza di cariche elettriche, e le forze che ne conseguono, per spiccare i loro voli.

Per giungere a una valida dimostrazione di questa teoria, presso l’Università di Bristol, nel Regno Unito, i ricercatori Erica Mrley e Daniel Robert hanno effettuato un esperimento di laboratorio. A fare da “cavie” sono stati alcuni ragni appartenenti alla famiglia delle Linyphiidae. Gli scienziati hanno utilizzato ambienti nei quali non vi erano correnti d’aria presenti. In tali ambienti hanno artificialmente generato un campo elettrico uniforme, per poi disattivarlo. Attivando il campo elettrico, si è visto che i ragni producevano un maggior quantitativo di tela con l’evidente scopo di incrementare l’attività di ballooning. Una volta che gli animaletti avevano spiccato il volo, gli scienziati hanno provato a modificare la differenza di potenziale elettrico: aumentandola, i ragni volavano più in alto, abbassandola, anche i ragni perdevano quota. L’ipotesi più accreditata è che i ragni riescano a percepire la differenza di potenziale elettrico grazie alla presenza di alcuni sottilissimi peli sensoriali presenti sulla superficie del loro corpo: questi peletti, in base alle variazioni elettrostatiche, si alzerebbero o si abbasserebbero. Ecco dunque spiegati i mirabili balzi dei ragni ad altezze vertiginose e per distanze incredibilmente lunghe. Un’altra meraviglia di una natura che non smette mai di stupirci.

Quali dinosauri vivevano dove, oggi, abiti tu?
Quali dinosauri vivevano dove, oggi, abiti tu?

Con una mappa interattiva puoi osservare come è cambiata la Terra negli ultimi 750 milioni di anni e inserendo il tuo indirizzo scoprirai quali dinosauri vivevano nella tua zona!

dinosauri: la mappa

È possibile visualizzare la mappa cliccando qui. La mappa online può essere navigata scorrendo tra gli anni o tra gli eventi: puoi selezionare un evento che ti interessa – come la comparsa dei dinosauri o quella dei primi ominidi – per osservare come appariva il nostro Pianeta e avere più dettagli su quel momento storico specifico. Inserendo il tuo indirizzo nella barra di ricerca che si trova in alto a sinistra, poi, è possibile scoprire quali specie di dinosauri hanno abitato, milioni di anni fa, proprio nella zona dove oggi vivi tu! Infatti, ti comparirà un elenco delle specie a cui appartenevano i fossili che sono stati rinvenuti nelle vicinanze.

E tu, quale dinosauro avevi come vicino di casa?

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo
Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo

Lo squalo della Groenlandia – il cui nome scientifico è Somniosus microcephalus – vive nelle gelide e profonde acque del Nord Atlantico. Secondo uno studio pubblicato su Science sembra probabile che possa raggiungere addirittura i 500 anni d’età!
Gli studiosi hanno analizzato 28 esemplari femmina di squalo della Groenlandia e hanno scoperto che il più grande degli squali analizzati aveva circa 400 anni: impressionante, vero?
Questo squalo ha vissuto dai tempi del Rinascimento e del Re Sole, fino ai nostri anni!

Lo squalo della Groenlandia è uno degli squali più grandi al mondo: le sue dimensioni sono paragonabili solo a quelle dello squalo bianco. Si nutre soprattutto di pesci, ma può catturare anche alcuni mammiferi marini.

Julius Nielsen, autore dello studio e biologo dell’università di Copenhagen, ha spiegato che la scoperta è una sorpresa: gli studiosi sapevano che lo squalo della Groenlandia fosse molto longevo, ma non si aspettavano che potesse vivere così a lungo. Tra i pericoli che minacciano questa specie c’è la pesca accidentale di alcuni esemplari, ma anche i cambiamenti climatici che rischiano di modificare il suo habitat.

WWF: l’Orso Polare è in pericolo
WWF: l’Orso Polare è in pericolo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Orso Polare, che si celebra il 27 febbraio, il WWF ha lanciato l’allarme: entro i prossimi 35 anni rischiamo di perdere il 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci.

Il WWF spiega che negli anni la “casa” dell’orso polare si riduce sempre più velocemente a causa del riscaldamento globale. Per studiare la popolazione totale di orsi polari, gli scienziati l’hanno suddivisa in alcune sotto-popolazioni. Tre di queste hanno già dimostrato di essere in declino e, vista la velocità con cui i ghiacci si stanno sciogliendo, è molto probabile che in futuro il numero di orsi polari diminuisca ulteriormente.

orso

Per salvare l’orso polare è urgente mettere in campo azioni di conservazione, spiega il WWF, che nei prossimi giorni lancerà una una speciale video-clip d’autore prodotta dalla EDI Effetti digitali italiani, agenzia specializzata in effetti speciali. I produttori ne hanno diffuso un ‘assaggio’ con suggestive immagini dell’Artico e la domanda “Vi immaginate un mondo senza orsi polari?

Il video pubblicato da WWF Italia:

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L’orca Wikie sa parlare?
L’orca Wikie sa parlare?

L’orca Wikie è un esemplare femmina che vive nel parco marino Marineland Aquarium di Antibes, in Francia. Wiki è davvero speciale: ha dato prova di saper imitare i suoni, i versi di altri animali (come lupi e delfini) e persino alcune parole umane. L’orca, infatti, ha copiato i ricercatori “parlando” attraverso il suo sfiatatoio mentre era parzialmente immersa nell’acqua!

Il video, pubblicato dal Telegraph, ci permette di ascoltare le registrazioni effettuate dai ricercatori, mentre l’orca Wikie ripeteva suoni e parole come “hello”, “bye-bye”, “one, two, three”:

Non è possibile affermare che Wikie sappia davvero parlare, perché ripete suoni e parole di cui non conosce il significato. Secondo i ricercatori, tuttavia, non è da escludere che un giorno l’orca Wikie sarà in grado di condurre una vera e propria conversazione, anche se basilare.
Anche altri animali hanno dimostrato di essere in grado di imitare il linguaggio umano (il caso più noto è quello dei pappagalli), ma è un’abilità molto rara nei mammiferi. Tra i pochi mammiferi in grado di copiare i suoni emessi da altre specie o tra di loro ci sono i delfini e i beluga.

Gatti e meteo: il nostro micio percepisce prima di noi i cambiamenti del tempo?
Gatti e meteo: il nostro micio percepisce prima di noi i cambiamenti del tempo?

Molti proverbi e credenze popolari parlano delle straordinarie capacità dei gatti, che sarebbero in grado di percepire in anticipo i cambiamenti del tempo. Per esempio in Italia è  piuttosto diffuso, con alcune varianti locali, il proverbio “quando il gatto si lecca il pelo, viene acqua giù dal cielo”.

gatti

Sono solo superstizioni?

Chi ha vissuto con un gatto sa bene che, in effetti, i nostri amici felini hanno spesso atteggiamenti particolari quando è in arrivo la pioggia, e ancora di più quando sono in avvicinamento grandine o neve.
I gatti sono più sensibili dell’uomo ai cambiamenti delle stagioni e a molte variazioni, come quelle di temperatura, pressione atmosferica, luminosità. Questo è possibile per i sensi più sviluppati del gatto, ma anche grazie ai suoi particolari baffi – le vibrisse – che, come delle vere e proprie antenne, permetto al nostro micio di esplorare e conoscere meglio l’ambiente che lo circonda. Tra le funzioni delle vibrisse c’è quella di permettere al gatto di percepire variazioni di temperatura e spostamenti d’aria.

gatti

Nella maggior parte dei casi, i gatti sono dotati di un senso dell’udito molto più sviluppato di quello dell’uomo. Questo permette al nostro micio, tra le altre cose, di sentire tuoni molto più lontani rispetto a quelli che sentiamo noi. Secondo alcune ricerche, inoltre, il gatto avrebbe una particolare sensibilità anche ai campi elettrostatici: per questo sarebbe in grado di percepire la variazione di elettricità nell’aria che anticipa l’arrivo di un temporale, e reagire di conseguenza seguendo il suo istinto.

gatti

Alla ricerca del delfino perduto
Alla ricerca del delfino perduto

La più grande area marina del Mediterraneo è il Santuario Pelagos, un’area dedicata alla protezione dei mammiferi marini che si espande per circa 90 mila chilometri quadrati nel mar ligure, dalla Costa Azzurra alla Toscana, passando per la punta settentrionale della Sardegna.

Nell’area del Santuario si osservano regolarmente 8 specie di cetacei ma – ha spiegato a La Stampa Sabina Airoldi, coordinatore scientifico dell’Istituto Tethys, organizzazione dedicata alla conservazione dell’ambiente marino attraverso la ricerca scientifica e la sensibilizzazione del pubblico – negli ultimi anni sono diminuiti gli avvistamenti della balenottera comune e sembra essere quasi scomparso il grampo. Si tratta di un delfino di grandi dimensioni, molto facile da riconoscere per le particolari striature bianche, simili a graffi, che ricoprono il suo corpo:

Proprio al grampo è dedicato il progetto dell’Istituto TethysAlla ricerca del delfino perduto“, una campagna di avvistamenti realizzata in collaborazione con il Fai e con Banca Intesa San Paolo. Nei porti della Liguria e lungo la costa tirrenica verranno affissi, a partire da maggio, dei manifesti per invitare tutti i cittadini – e in particolare quelli che vanno in barca – a segnalare eventuali avvistamenti del grampo, oltre alle indicazioni su come riconoscerlo e come comportarsi per non disturbarlo.

 

I giorni della Merla
I giorni della Merla

Secondo un’antica tradizione popolare, i giorni della merla – gli ultimi tre giorni di gennaio – sarebbero i più freddi di tutto l’anno.

È davvero così? Scopriamolo insieme ai MeteoHeroes, che ci raccontano anche l’affascinante leggenda dei giorni della merla!
La leggenda narra che, tanto tempo fa, i merli erano bianchi. Un giorno, però, accadde che una merla volle ingannare gennaio, che regolarmente la maltrattava con il freddo e il cattivo tempo, e decise di restare nascosta con tutta la sua famiglia. Uscì solo l’ultimo giorno del mese, che allora durava 28 giorni, deridendo gennaio per essere riuscita a sottrarsi alla sua gelida morsa. Gennaio, infuriato, chiese a febbraio 3 giorni in prestito e scatenò una tempesta di neve e gelo, costringendo l’incauta merla a ripararsi dentro un camino: da allora, la merla diventò più cauta e con le piume nere.

giorni della merla

In realtà, i giorni della merla non sono i più freddi dell’anno. Dal punto di vista del clima italiano, infatti, il periodo in assoluto più freddo cade a cavallo tra la seconda e la terza decade di gennaio e per alcune zone del Sud Italia anche più avanti, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.

Oceani in pericolo: stop alle microplastiche!
Oceani in pericolo: stop alle microplastiche!

Molti cosmetici che si utilizzano quotidianamente contengono microplastiche: si tratta di particelle plastiche di misura uguale o inferiore a 5 millimetri. In certi prodotti rappresentano dall’1 al 90% del peso del prodotto stesso: si trovano soprattutto negli scrub, nei bagnoschiuma, nei dentifrici, nei trucchi, nelle maschere di bellezza, negli idratanti, nelle lacche per capelli, nelle creme lenitive e nelle schiume da barba. In Europa nel 2013, solo per i prodotti di bellezza, sono state impiegate quasi 5.000 tonnellate di microplastiche, finite quasi tutte in mare e con possibili ripercussioni anche per la salute umana, oltre che per l’ambiente.

microplastiche

Dal lavandino infatti queste minuscole sfere di plastica arrivano fino al mare: sono così piccole da sfuggire anche ai migliori filtri dei sistemi di depurazione. Il passaggio successivo è scontato: ingerite dai pesci, ritornano anche nei nostri piatti. Queste particelle, infatti, vengono ingerite direttamente da organismi come molluschi e crostacei, nel caso delle microsfere dei cosmetici perfino dal plancton.

Nel Regno Unito si stanno facendo importanti passi in avanti nella lotta contro le microplastiche contenute in maschere esfolianti, bagnoschiuma, dentifrici e altri prodotti per la cura personale. Il 9 gennaio è entrato in vigore lo stop alla produzione di questi detergenti, mentre il divieto di vendita arriverà il prossimo luglio. Negli Stati Uniti il divieto di produrre cosmetici con microplastiche è scattato nel luglio 2017 e la vendita sarà vietata tra pochi mesi.
In Europa la Commissione UE dovrebbe varare il 16 gennaio un pacchetto di nuove proposte e misure anti-inquinamento che mettono nel mirino, oltre alle microsfere cosmetiche, le stoviglie monouso e gli imballaggi.

E in Italia?

Nello scorso dicembre, in Commissione Bilancio alla Camera è stato approvato un emendamento che dal 1 gennaio 2020 vieterà di commercializzare e produrre prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche. Fino ad allora, occhio all’etichetta:

microplastiche