Tag: biodiversità

Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa
Nell’ambra una lumaca di 99 milioni di anni fa

Una scoperta eccezionale. Un gruppo di scienziati hanno ritrovato, racchiusa in una bolla di ambra, una lumaca vissuta 99 milioni di anni fa. Si tratta della prima lumaca preistorica di cui possiamo osservare anche il corpo, la testa e gli occhi. Acquistata da un collezionista di fossili nel 2016, è stata studiata soltanto adesso dal gruppo del Museo Nazionale della Scozia coordinato da Andrew Rossche, e descritta sulla rivista Cretaceous Research.

La lumaca si è perfettamente conservata nell’ambra per 99 milioni di anni. All’interno della goccia di ambra in realtà si nasconde una seconda lumachina che però si è conservata peggio della prima. Secondo gli studi le lumache provengono dal Myanmar e sarebbero gli antenati delle lumache di terra che conosciamo oggi. Si tratta delle più antiche lumache mai ritrovate nell’ambra.
L’ambra conserva perfettamente ciò che racchiude. In questo caso ha mantenuto le lumache esattamente come 99 milioni di anni fa, perfette nei minimi dettagli in una “goccia” di ambra.

Crediti Immagine: Xing et al. Cretaceous Research, 2018

Romeo e Giulietta, due Storni di Bali specie in via di estinzione

In Italia si chiamano Romeo e Giulietta: si tratta di una rara coppia di storni di Bali, un Uccello a rischio estinzione. Pensate che al mondo ne restano solo 120 esemplari due dei quali si trovano a Verona. Non potevano che chiamarsi Romeo e Giulietta. La coppia di storni di Bali per la prima volta è in Italia, in un parco zoologico italiano: dopo il trasferimento dallo zoo di Colonia hanno trovato “casa” al Parco Natura Viva di Bussolengo.

Romeo e Giulietta appartengono ad una specie di uccelli che vive e abita solo sull’isola di Bali. Questa specie è però gravemente minacciata di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Il numero di esemplari è drasticamente calato negli ultimi anni tant’è che i ricercatori parlano già di “estinzione virtuale“.
Gli esperti hanno piegato che “la meraviglia del loro canto è la loro condanna, come accade per altre centinaia di specie di uccelli canori che vengono venduti ogni giorno nelle gabbiette”.

I due esemplari di storno di Bali, chiamato anche maina di Bali o maina di Rothschild, hanno trovato alloggio in un nuovo reparto del parco, con un’area interna riscaldata e un’area esterna in cui convivono con una specie terricola anch’essa asiatica, lo speroniere grigio, un uccello galliforme.

Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti
Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti

Secondo studi recenti, la capacità acrobatica dei ragni sarebbe determinata, oltre che dal vento, dalle cariche elettriche presenti in atmosfera.

Voli spettacolari nell’aria, balzi verso l’alto e planate a terra degne dei migliori acrobati. I ragni sono in grado di fare tutto questo, e anche di più. Evoluzioni certamente spettacolari, che non finiscono mai di stupire. E di renderci anche più simpatici questi piccoli animaletti a 8 zampe, il cui aspetto non risulta certo sempre rassicurante. La tecnica grazie alla quale i ragni compiono meravigliose acrobazie nell’aria è conosciuta col nome di ballooning (termine che trae origine dalla parola balloon, ossia mongolfiera). Grazie proprio al ballooning, i ragni riescono a portarsi a livelli rialzati rispetto al punto in cui si trovano, a sollevare l’addome e produrre grandi quantità di tela: dopo aver fatto tutto questo, i ragni si fanno sollevare dall’aria, arrivando fino a 4 km chilometri di altezza, e si fanno trasportare a centinaia di chilometri di distanza – sì, avete capito bene, centinaia di chilometri! In questo modo, non soltanto riescono a sfuggire ai predatori, ma possono anche andare alla ricerca di cibo in zone più ricche di nutrimenti.

Ma cosa rende possibile queste spettacolari acrobazie aeree? Ad oggi la spiegazione non è ancora univoca. Restano, anzi, vari margini di incertezza. Vi sono due ipotesi primarie. La prima è che, semplicemente, i ragni vengano sollevati dal vento. La seconda, più complessa e affascinante, è che i piccoli aracnidi si facciano portare in aria dalle forze elettrostatiche presenti in atmosfera.
Per quanto riguarda la prima spiegazione, sicuramente il vento ha un ruolo fondamentale nel sollevare i ragni da terra e portarli verso l’alto. È vero però che, anche in giornate nelle quali non soffia un alito di vento, i ragni riescono comunque a spiccare il volo. Ecco quindi subentrare la seconda ipotesi. Rilevante, in merito a questo, risulta lo studio pubblicato recentemente su “Current Biology”, secondo il quale la capacità di spiccare il volo dei ragni sarebbe determinata dalla presenza del campo elettrico terrestre. Se a questa, poi, ci aggiungiamo anche la presenza di vento, i balzi diventano veri e propri viaggi da una parte all’altra.
Com’è noto, noi viviamo all’interno di un enorme campo elettrico, che vede l’atmosfera caricata positivamente e la superficie terrestre fare da polo negativo. A mantenere equilibrato, dal punto di vista elettrico, questo complesso sistema giungono i temporali: ogni giorno, al mondo, se ne contano in media 40mila. Per ogni metro d’aria soprastante la superficie terrestre, la differenza di potenziale elettrico durante le giornate di sole è di circa 100 volt. Nelle giornate di maltempo, invece, questa differenza può aumentare anche di decine di volte. I nostri amici ragni sfruttano proprio questa differenza di cariche elettriche, e le forze che ne conseguono, per spiccare i loro voli.

Per giungere a una valida dimostrazione di questa teoria, presso l’Università di Bristol, nel Regno Unito, i ricercatori Erica Mrley e Daniel Robert hanno effettuato un esperimento di laboratorio. A fare da “cavie” sono stati alcuni ragni appartenenti alla famiglia delle Linyphiidae. Gli scienziati hanno utilizzato ambienti nei quali non vi erano correnti d’aria presenti. In tali ambienti hanno artificialmente generato un campo elettrico uniforme, per poi disattivarlo. Attivando il campo elettrico, si è visto che i ragni producevano un maggior quantitativo di tela con l’evidente scopo di incrementare l’attività di ballooning. Una volta che gli animaletti avevano spiccato il volo, gli scienziati hanno provato a modificare la differenza di potenziale elettrico: aumentandola, i ragni volavano più in alto, abbassandola, anche i ragni perdevano quota. L’ipotesi più accreditata è che i ragni riescano a percepire la differenza di potenziale elettrico grazie alla presenza di alcuni sottilissimi peli sensoriali presenti sulla superficie del loro corpo: questi peletti, in base alle variazioni elettrostatiche, si alzerebbero o si abbasserebbero. Ecco dunque spiegati i mirabili balzi dei ragni ad altezze vertiginose e per distanze incredibilmente lunghe. Un’altra meraviglia di una natura che non smette mai di stupirci.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione
La tartaruga con la “cresta verde” rischia l’estinzione

La tartaruga “punk, una specie di fiume del Queensland in Australia, è stata inserita nella lista dei rettili da salvare. É stata scelta come simbolo nella lotta per la conservazione perché é straordinaria dal punto di vista biologico, infatti riesce a restare sott’acqua per tre giorni respirando solo attraverso la cloaca, cavità vicino alla coda che viene usata sia per la riproduzione che per la defecazione. Ma è una delle creature più sorprendenti del pianeta anche per il suo ciuffo di ”capelli verdi”. Ora però rischia l’estinzione.

La tartaruga con la cresta verde (Elusor macrurus) è una delle ultime specie inserite in una lunga lista di magnifici e unici rettili che stiamo perdendo per sempre. Gli esemplari adulti sono lunghi circa 40 centimetri e si trovano solo lungo il fiume Mary in Australia, dove riescono a sommergersi per 3 giorni consecutivi senza mai salire in superficie. La particolarità di questa specie risiede anche nel loro aspetto: il loro corpo e la loro testa vengono coperti da alghe. Strano, no?

Questa meravigliosa tartaruga punk però è a rischio: negli anni ’70 è stata catturata e venduta come animale domestico e oggi fa fatica a riprodursi perché disturbata nel suo habitat, il fiume Mary.
Secondo la nuova lista diffusa dalla Zoological Society of London (ZSL) aumentano i rettili più particolari ed evolutivamente distinti fra le specie a rischio estinzione. La “Edge Reptiles List” è una speciale classifica che cerca di stilare – attraverso indici che vanno dal rischio di estinzione alla perdita degli habitat, dall’isolamento sino ai possibili pericoli futuri – una lista degli animali che potrebbero scomparire per sempre.

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo
Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo

Torna l’appuntamento con l’Ora della Terra, l’Earth Hour: si tratta della grande mobilitazione globale del WWF che tornerà sabato 24 marzo, puntuale come ogni anno, tra le 20.30 e le 21.30.
L’appuntamento è ormai giunto all’undicesima edizione e quest’anno il tema sarà “Connect2Earth“, scelto dal WWF per sottolineare il legame tra il nostro benessere e l’equilibrio dei boschi, la purezza delle acque, la bellezza e ricchezza di vita e di specie. Anche quest’anno verrà riproposto il gesto di “spegnere” i monumenti del Pianeta e le luci di abitazioni private, uffici e sedi istituzionali in tutto il mondo. Per condividere globalmente questo evento e per diffonderne il significato è nata la piattaforma connect2earth.org, ideata in partnership con il Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite, utile strumento per conoscere ed approfondire temi come la salute degli oceani, le economie sostenibili e idee per azioni concrete sul clima.

In Italia saranno davvero tanti gli eventi in programma, dalle cene a lume di candela in piazza, alle pedalate in bicicletta a Roma, Bologna, Napoli, Lecce e Catania : potete consultare la mappa interattiva, con tutti gli appuntamenti previsti, disponibile qui.
Il successo dell’Earth Hour del 2017 fu enorme: l’effetto domino ha coinvolto 7.000 città e oltre 184 paesi e regioni del mondo, centinaia di milioni di persone e l’hashtag #EarthHour ha generato oltre 3 miliardi di azioni social.

 

 

WWF: l’Orso Polare è in pericolo
WWF: l’Orso Polare è in pericolo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Orso Polare, che si celebra il 27 febbraio, il WWF ha lanciato l’allarme: entro i prossimi 35 anni rischiamo di perdere il 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci.

Il WWF spiega che negli anni la “casa” dell’orso polare si riduce sempre più velocemente a causa del riscaldamento globale. Per studiare la popolazione totale di orsi polari, gli scienziati l’hanno suddivisa in alcune sotto-popolazioni. Tre di queste hanno già dimostrato di essere in declino e, vista la velocità con cui i ghiacci si stanno sciogliendo, è molto probabile che in futuro il numero di orsi polari diminuisca ulteriormente.

orso

Per salvare l’orso polare è urgente mettere in campo azioni di conservazione, spiega il WWF, che nei prossimi giorni lancerà una una speciale video-clip d’autore prodotta dalla EDI Effetti digitali italiani, agenzia specializzata in effetti speciali. I produttori ne hanno diffuso un ‘assaggio’ con suggestive immagini dell’Artico e la domanda “Vi immaginate un mondo senza orsi polari?

Il video pubblicato da WWF Italia:

orso-cuccioli

Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità
Il Parco della Sila, in Calabria, è molto importante per la biodiversità

Il Parco Nazionale della Sila, in Calabria, si estende su una superficie vasta oltre 73 mila ettari, a cavallo delle province calabresi di Cosenza, Crotone e Catanzaro. Si tratta di un’istituzione davvero importante per quanto riguarda la biodiversità italiana: il Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma Man and the Biosphere Programme, nel corso della sua 26ª sessione, ha approvato l’iscrizione della Sila come 10° Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO. I visitatori del Parco della Sila possono scegliere fra tantissime attività sportive, come escursioni a cavallo, camminate, e perfino vela e sci.
Il simbolo del Parco è il lupo, una specie che per secoli fu oggetto di caccia indiscriminata e che a stento sopravvisse fino agli anni Settanta del Novecento, quando una legge favorì la sua salvaguardia. La presenza degli animali selvatici è stata condizionata dall’uomo, che nei secoli ha influito sull’habitat e sulla stessa sopravvivenza di alcune specie, come il cervo, che qui arrivò all’estinzione all’inizio del Novecento ed è stato recentemente reintrodotto all’interno del Parco. Oltre a cervi e lupi, oggi il Parco della Sila ospita numerosi altri animali, come caprioli, daini, lontre, tassi, donnole, cinghiali, e persino alcuni esemplari del raro gatto selvatico. Numerosi anche i rapaci, come il nibbio reale, l’astore, il biancone e il falco pellegrino. La superficie del parco ricoperta di boschi rappresenta l’80% del totale: quello della Sila è uno dei Parchi con la maggior percentuale di superficie boschiva in tutta Italia. Lungo le dorsali del Parco si estendono anche ampie vallate, dove ancora oggi vengono praticate la pastorizia e l’agricoltura.

La Gola di Gorropu, in Sardegna, è uno dei canyon più profondi d’Europa
La Gola di Gorropu, in Sardegna, è uno dei canyon più profondi d’Europa

La gola di Gorropu – o Gorroppu – si trova nel complesso montuoso del Supramonte, in Sardegna. Con un’altezza di oltre 500 metri rappresenta uno dei canyon più profondi d’Europa ed è lunga circa 1,5 km. In fondo al canyon scorre il Rio Flumineddu, che nasce alle pendici del Gennargentu. Proprio le acque del fiume, nei millenni, hanno eroso e levigato la roccia calcarea.

Il canyon demarca il confine tra i comuni di Orgosolo e Urzulei, in provincia di Nuoro. Esistono numerosi tragitti per raggiungere la gola di Gorropu, che rappresentano diversi livelli di difficoltà. Il percorso più semplice è quello che parte dal Campo Base, posto nel promontorio di Su Cungiadeddu, a un’altezza di 830 metri. Per visitare il canyon è richiesto il pagamento di 5€ per il ticket d’ingresso.

La gola di Gorropu rappresenta una risorsa preziosa anche per quanto riguarda la biodiversità. Il canyon, infatti, ospita diversi endemismi sardi, come l’aquilegia di Gorropu, una pianta erbacea molto rara considerata a rischio estinzione, e il geotritone del Supramonte, un anfibio che vive solo in questa zona. Tra le altissime rocce è possibile avvistare anche esemplari di aquila reale, mufloni e cinghiali.