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Verdi distese di riso nel deserto: un miraggio che diventa realtà
Verdi distese di riso nel deserto: un miraggio che diventa realtà

Scoperta in Cina una varietà di riso in grado di crescere in acqua salata nei terreni più aridi. Riso nel deserto: al via la sperimentazione alle porte di Dubai.
Quasi mezzo secolo di ricerca e di sperimentazioni. Decenni di impegno e di fatica. Alla fine, però, ci sono arrivati. Un team di scienziati cinesi, specializzati nello studio del riso, è riuscito a ottenere quello che pareva un obiettivo irraggiungibile: coltivare il riso nel deserto. C’è riuscito in Cina, ci sta provando negli Emirati Arabi. In questi mesi la squadra di studiosi sta infatti sperimentando la coltivazione della varietà di riso idonea a crescere in acqua marina proprio nel deserto alla periferia di Dubai. E, per ora, i risultati sono oltremodo positivi. È quanto diffuso dall’agenzia di stato cinese Xinhua, istantaneamente ripresa dal celebre South China Morning Post.

Riso nel deserto, il progetto è iniziato. La semina è avvenuta a gennaio. A inizio estate c’è stato un raccolto tale da far ben sperare in successivi, entusiasmanti sviluppi. Il team è guidato da Yuan Longping, studioso famoso per aver studiato le più diverse varietà di riso e aver prodotto le prime varietà ibride agli inizi negli anni Settanta.
A tenere alto il morale degli studiosi arrivano i risultati sulla resa del raccolto: 7 tonnellate e mezzo per ettaro. Un dato eccezionale, laddove si pensi che la media globale, per la stessa varietà, è di 3 tonnellate per ettaro. Entro fine anno la risaia sperimentale dovrebbe raggiungere l’estensione dei 100 ettari: un’area da espandere ulteriormente a partire dal 2020. Guardando al futuro non immediato, l’obiettivo finale è quello di estendere le coltivazioni di riso al 10% del territorio degli Emirati Arabi Uniti. Parliamo di un terreno avente un’estensione di 83.600 km quadrati.
Il gruppo di ricerca cinese che sta lavorando al progetto è coadiuvato dall’Ufficio Privato dello Sceicco Saeed Bin Ahmed Al Maktoum, membro della famiglia regnante di Dubai. Sfruttando la varietà ibrida di riso in grado di crescere in acqua salata nelle aride distese del deserto si otterrebbe un duplice effetto: da una parte, mettere a coltivazione zone altrimenti destinate all’abbandono, dall’altra evitare di prosciugare le preziosissime riserve di acqua dolce, già ridotte ormai ai minimi termini.

La varietà di riso prescelta per il progetto è la stessa individuata, una quarantina di anni fa, nei pressi di una distesa di mangrovie, nel mezzo di una vasta palude. Questa varietà di riso selvatico resistente all’acqua salata è stata incrociata con altre specie di riso idonee a essere coltivate in larga scala: dopo quattro decenni di sperimentazioni si è così arrivati a ottenere otto ceppi di riso che risultano in grado di crescere in acqua marina diluita. Fino a pochi anni fa, tuttavia, la resa non era assolutamente soddisfacente, rendendo dunque non conveniente il tutto dal punto di vista economico. All’improvviso, poi, dalla Cina è arrivata la notizia eclatante: si è riusciti a ottenere, in acqua salata, una quantità doppia di riso per ogni ettaro di coltivazione. La Cina si ripropone di destinare a questo tipo di coltivazione un milione di km quadrati di terre attualmente abbandonate a causa del suolo troppo salino. Dopo la Cina, è arrivata la Penisola Araba. Ma il progetto non si ferma qui. Sono già molte le nazioni che, annoverando territori dalle caratteristiche simili a quelle descritte, sono intenzionate a sfruttare la nuova varietà di riso. Prima tra tutte, l’Australia.

Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio
Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i ghiacciai dell’Antartide tra il 1992 e il 2017 e ha scoperto che sono andate perse, sentite bene, 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio in soli 25 anni, praticamente, giusto per rendere l’idea, sarebbe 500 mila volte il peso di una piramide (il cui peso si aggira intorno alle 6 milioni di tonnellate). Il ghiaccio fuso si è aggiunto all’acqua degli oceani e dei mari del mondo contribuendo a far aumentare il loro livello di 7,6 millimetri dal 1992, di cui 3 millimetri solo negli ultimi 5 anni.

Lo studio, sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e dall’US National Aeronautics and Space Administration (NASA), ha trovato quindi nuove prove di quanto il cambiamento climatico stia accelerando. Se fino al 2012 l’Antartide ha perso 76 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno (con un aumento di 0,2 mm dell’innalzamento del livello del mare), negli ultimi 5 anni il ritmo è aumentato con 219 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno (un contributo di 0,6 mm all’anno sul livello del mare). L’Antartide occidentale ha subito il cambiamento più grande, con perdite di ghiaccio che salgono dai 53 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’90 ai 159 miliardi di tonnellate all’anno dal 2012.

I cambiamenti climatici influenzano in particolar modo le calotte polari ed infatti sono proprio queste le prime zone a subirne gli effetti più evidenti. Studiare l’Antartide è importantissimo anche perché qui è immagazzinata abbastanza acqua ghiacciata da poter far innalzare il livello globale del mare di 58 metri. Capire come la calotta di ghiaccio e i ghiacciai della Terra reagiscono al cambiamento del clima è quindi di importanza vitale per tutta la popolazione mondiale.vitale per tutta la popolazione mondiale.

Il satellite che legge il vento
Il satellite che legge il vento

Presto l’orbita terrestre si popolerà con un nuovo satellite: si chiama Aeolus, come il dio del vento, Eolo. Questo nuovo “esploratore della Terra” sviluppato dall’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, utilizza una tecnologia laser molto innovativa che scandaglierà lo strato di atmosfera dal suolo fino a 30 chilometri di quota, per raccogliere dati sul vento, sulle nuvole e sugli aerosol, informazioni utilissime per la ricerca sul cambiamento climatico ma soprattutto per la previsione meteorologica e di fenomeni meteo estremi.

La missione Aeolus permetterà di comprendere meglio le dinamiche dell’atmosfera anche grazie ad uno strumento mai lanciato prima nello Spazio, il LIDAR (Light Detection and Ranging o Laser Imaging Detection), un laser capace di “leggere” il vento. Questo sistema emette impulsi di luce ultravioletta che attraversano l’atmosfera e analizza la parte di luce ultravioletta che torna indietro perché riflessa dalle molecole d’aria, polvere sospesa e goccioline d’acqua. Grazie a questi segnali, Aeolus riesce a fornire informazioni sulla velocità e direzione del vento quasi in tempo reale.

Cosa c’entrano queste osservazioni con le previsioni del tempo? Le previsioni meteo non vengono realizzate usando i satelliti meteorologici, ma sicuramente ne beneficiano, grazie ai preziosissimi dati raccolti. Si pensa che le previsioni meteo vengano realizzate attraverso l’uso dei satelliti, ma non è così. I satelliti lanciati nell’orbita terrestre vengono utilizzati in ambito meteorologico per la raccolta di dati sul tempo in atto. Ma quindi come possono, questi dati, migliorare le previsioni del tempo? Più dati si hanno a disposizione, più la previsione meteorologica sarà precisa, accurata e dettagliata.

I dati osservati vengono raccolti attraverso 2 metodi: attraverso le stazioni a terra, le boe e centraline disseminate sul territorio e attraverso l’uso dei satelliti, particolarmente utili dove non arriva l’uomo, come nei deserti, negli oceani e ai Poli. L’osservazione dei dati tramite satellite è diventata fondamentale e il loro uso è aumentato esponenzialmente negli ultimi 20 anni. L’ECMWF, ad esempio, negli anni ha aumentato via via l’uso dei dati provenienti dai satelliti: nel 2004 venivano processati 5 milioni di dati ogni giorno; oggi sono addirittura 40 milioni. L’ECMWF, infatti, ad oggi, usa per attività di monitoraggio e analisi i dati provenienti dai 90 satelliti attivi, con l’aiuto anche di osservazioni da terra e via aereo.

A cosa servono i dati? Le osservazioni del tempo in atto rilevate dai satelliti meteorologici vengono processate, analizzate e poi utilizzate per alimentare i modelli fisico-matematici dell’atmosfera utili per la previsione dei parametri meteorologici. Sono quindi uno strumento di diagnosi del tempo in atto utilissimo per costruire una base di dati a disposizione della ricerca scientifica anche in campo climatico e ambientale.

L’avanzata del Deserto del Sahara
L’avanzata del Deserto del Sahara

Il cambiamento del clima a livello globale sta facendo avanzare il deserto del Sahara. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Climate dai ricercatori dell’Università americana del Maryland la più vasta distesa di sabbia della Terra si è estesa del 10% in un secolo. Ma non è tutto. A causa dei cambiamenti climatici potrebbero aumentare anche gli altri deserti del mondo.

I ricercatori hanno calcolato l’espansione del deserto del Sahara tenendo anche in conto i dati sulle piogge cadute in Africa dal 1920 al 2013 e hanno scoperto che il deserto, che occupa gran parte della parte settentrionale del continente, è cresciuto del 10% durante questo periodo. Il deserto del Sahara non è mai fermo, ma si “muove”, si allarga e si restringe. Secondo il responsabile di questa ricerca, Sumant Nigam, “i deserti si formano generalmente nelle regioni subtropicali a causa di un fenomeno chiamato circolazione di Hadley, nel quale l’aria calda sale di quota all’equatore e scende nelle regioni subtropicali.”

Di che cosa si tratta? La cella o circolazione di Hadley è un tipo di circolazione dell’atmosfera a grande scala che occupa la fascia intertropicale, ossia la fascia tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno. L’aria fortemente riscaldata a contatto del suolo lungo l’equatore si alza fino ai 16 km di altezza per poi piegare verso i poli e deviare per effetto della forza di Coriolis fino a raggiungere i 30 gradi di latitudine. Qui ridiscende al suolo e ri-affluisce verso l’equatore con venti prendono il nome di Alisei.

“È probabile – ha aggiunto – che il cambiamento climatico faccia estendere la circolazione di Hadley, causando l’espansione verso nord dei deserti subtropicali”. Tuttavia, secondo l’esperto, l’avanzata anche verso sud del Sahara suggerisce che siano in atto anche meccanismi aggiuntivi, compresi i cicli climatici naturali, come l’oscillazione multi decennale atlantica, un cambiamento di temperatura periodica nel tratto di oceano compreso tra Equatore e Groenlandia.”

 

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto
Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto

Secondo uno studio pubblicato su Nature Geoscience il ghiaccio in Antartide potrebbe essersi fuso ancora di più di quanto si pensasse. Il ghiaccio nascosto sotto il livello del mare, lungo la costa dell’Antartide, si sta fondendo ad un ritmo impressionante e potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello dei mari nel mondo, superando la Groenlandia. Non sono buone notizie: l’estensione dei ghiacci sta diminuendo a vista d’occhio ma adesso si scopre che anche lo spessore dei ghiacci marini è in netto calo.

Osservati e studiati dall’alto, i ghiacci che ricoprono il Polo Sud sembravano più stabili della calotta al Polo Nord. Questa nuova scoperta però cambia tutto. Le più tiepide acque che circondano il continente di ghiaccio avrebbero fuso il ghiaccio marino talmente tanto da ridurre la superficie dei ghiacci antartici di ben 1.463 chilometri quadrati tra il 2010 e il 2016.

Anche il più lieve aumento della temperatura dell’acqua è stato sufficiente per provocare ogni anno la fusione di 5 metri di ghiaccio, assottigliando la base del ghiaccio marino, immerso nell’acqua anche per 2 chilometri, lungo tutta la linea costiera dell’Antartide, lunga ben 16.000 chilometri. Questo processo, invisibile agli occhi dei satelliti che da anni tengono d’occhio i ghiacci dei Poli, potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello di oceani e mari del mondo.

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

WWF: l’Orso Polare è in pericolo
WWF: l’Orso Polare è in pericolo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Orso Polare, che si celebra il 27 febbraio, il WWF ha lanciato l’allarme: entro i prossimi 35 anni rischiamo di perdere il 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci.

Il WWF spiega che negli anni la “casa” dell’orso polare si riduce sempre più velocemente a causa del riscaldamento globale. Per studiare la popolazione totale di orsi polari, gli scienziati l’hanno suddivisa in alcune sotto-popolazioni. Tre di queste hanno già dimostrato di essere in declino e, vista la velocità con cui i ghiacci si stanno sciogliendo, è molto probabile che in futuro il numero di orsi polari diminuisca ulteriormente.

orso

Per salvare l’orso polare è urgente mettere in campo azioni di conservazione, spiega il WWF, che nei prossimi giorni lancerà una una speciale video-clip d’autore prodotta dalla EDI Effetti digitali italiani, agenzia specializzata in effetti speciali. I produttori ne hanno diffuso un ‘assaggio’ con suggestive immagini dell’Artico e la domanda “Vi immaginate un mondo senza orsi polari?

Il video pubblicato da WWF Italia:

orso-cuccioli

I giorni della Merla
I giorni della Merla

Secondo un’antica tradizione popolare, i giorni della merla – gli ultimi tre giorni di gennaio – sarebbero i più freddi di tutto l’anno.

È davvero così? Scopriamolo insieme ai MeteoHeroes, che ci raccontano anche l’affascinante leggenda dei giorni della merla!
La leggenda narra che, tanto tempo fa, i merli erano bianchi. Un giorno, però, accadde che una merla volle ingannare gennaio, che regolarmente la maltrattava con il freddo e il cattivo tempo, e decise di restare nascosta con tutta la sua famiglia. Uscì solo l’ultimo giorno del mese, che allora durava 28 giorni, deridendo gennaio per essere riuscita a sottrarsi alla sua gelida morsa. Gennaio, infuriato, chiese a febbraio 3 giorni in prestito e scatenò una tempesta di neve e gelo, costringendo l’incauta merla a ripararsi dentro un camino: da allora, la merla diventò più cauta e con le piume nere.

giorni della merla

In realtà, i giorni della merla non sono i più freddi dell’anno. Dal punto di vista del clima italiano, infatti, il periodo in assoluto più freddo cade a cavallo tra la seconda e la terza decade di gennaio e per alcune zone del Sud Italia anche più avanti, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.

Il solstizio d’inverno
Il solstizio d’inverno

Il 21 dicembre, con il solstizio d’inverno, ha ufficialmente inizio la stagione invernale 2017-2018.

Il solstizio d’inverno indica il momento in cui il sole raggiunge il punto d’inclinazione minima nel nostro cielo. Questo momento, nel 2017, cade precisamente alle 17:28 del 21 dicembre, dando ufficialmente il via all’inverno nel nostro emisfero, mentre nell’emisfero sud del pianeta avrà inizio l’estate. Quella del 21 dicembre sarà la notte più lunga del 2017.

Nella data del solstizio d’inverno si festeggia la festa pagana del Sol Invictus (“Sole invitto”) specie a Stonehenge, l’antico sito archeologico risalente al neolitico che si trova vicino alla cittadina di Amesbury, nel sud-est dell’Inghilterra. Orientato perfettamente con il calendario astronomico, qui si vedrà il sole sorgere esattamente tra le porte di pietra.
Gli antichi romani celebravano in questo periodo dell’anno, si trattava della celebrazione per la rinascita del sole. Il solstizio, infatti, era considerato il periodo in cui il Sole scompariva nell’oscurità per poi tornare più luminoso di prima.

solstizio d'inverno

L’inverno meteorologico del 2017 è già iniziato il primo giorno di dicembre:

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

stagioni

Che differenze ci sono?

Le stagioni astronomiche sono legate all’inclinazione della Terra e alla posizione che il nostro pianeta assume rispetto al Sole.
Le stagioni meteorologiche, invece, sono legate a fattori climatici.

Sono gli equinozi e i solstizi a dare il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.
Rispetto a questa suddivisione, tutte quattro le stagioni meteorologiche (primavera, estate, autunno, inverno) cominciano, dunque, con un anticipo di 19-20-21 o 23 giorni rispetto all’inizio delle stagioni astronomiche, che invece seguono l’andamento di solstizi ed equinozi.

 

 

Super-sensore in orbita per mappare l’inquinamento atmosferico
Super-sensore in orbita per mappare l’inquinamento atmosferico

L’Esa, Agenzia Spaziale Europea, ha lanciato in orbita un nuovo super-sensore che ha il compito di mappare l’inquinamento atmosferico a bordo del satellite Sentinel-5P.

La prima immagine del satellite Sentinel-5P è stata scattata in Europa lo scorso 22 novembre e ha rilevato il diossido di azoto (NO2) presente in atmosfera: la zona peggiore, neanche a dirlo, è la nostra Val Padana. Qui, anche a causa della geografia, l’aria tende ad essere la più inquinata d’Europa: i numeri pubblicati dal rapporto Air Quality in Europe mostrano come i valori medi annui (riferiti al 2015) in Val Padana e a ridosso delle gradi città sono superiori ai 40 microgrammi per metro cubo, valore di allarme fissato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS).

Concentrazioni di diossido di azoto in Europa

Sentinel-5P ha il compito di monitorare l’inquinamento atmosferico nel mondo per consegnare agli esperti dati ancora più dettagliati per prendere decisioni e attuare strategie di mitigazione messe in atto per intervenire sulle cause del cambiamento climatico.

Sentinel-5P trasporta uno dei sensori più sofisticati al mondo, il sensore “Tropomi” capace di mappare gli inquinanti come il diossido di azoto, il monossido di carbonio, il metano e altri aerosol dannosi per la salute umana e per il clima.

In questa animazione, ad esempio, i dati rilevati in 24 ore da Sentinel-5P sulle concentrazioni di monossido di carbonio (CO) nel Mondo

Inverno astronomico o meteorologico?
Inverno astronomico o meteorologico?

In meteorologia l’anno viene diviso seguendo l’andamento climatico e quindi all’inverno meteorologico corrispondono i mesi più freddi dell’anno (dicembre, gennaio e febbraio) mentre l’estate viene identificata con i mesi più caldi (giugno, luglio e agosto). I mesi che separano questi due periodi vengono identificati nella primavera (marzo, aprile e maggio) e nell’autunno (settembre, ottobre e novembre).

stagioni

Che differenze ci sono?

Le stagioni astronomiche sono legate all’inclinazione della Terra e alla posizione che il nostro pianeta assume rispetto al Sole.
Le stagioni meteorologiche, invece, sono legate a fattori climatici.

Sono gli equinozi e i solstizi a dare il via alle stagioni astronomiche: dopo il solstizio di dicembre inizia l’inverno; dopo l’equinozio di marzo inizia la primavera; dopo il solstizio di giugno comincia l’estate; dopo l’equinozio di settembre inizia l’autunno.
Rispetto a questa suddivisione, tutte quattro le stagioni meteorologiche (primavera, estate, autunno, inverno) cominciano, dunque, con un anticipo di 19-20-21 o 23 giorni rispetto all’inizio delle stagioni astronomiche, che invece seguono l’andamento di solstizi ed equinozi.

Quando inizierà l’inverno 2017-2018?

L’inverno meteorologico del 2017 inizia il primo giorno di dicembre. Per l’inizio della stagione invernale astronomica, invece, dovremo aspettare il solstizio, cioè il momento in cui il sole raggiungerà il sole raggiungerà il punto di inclinazione minima nel nostro cielo. Questo momento, che nel 2017 cadrà precisamente alle 17:28 del 21 dicembre, darà ufficialmente il via all’inverno nel nostro emisfero, mentre nell’emisfero sud del pianeta avrà inizio l’estate. Quella del 21 dicembre sarà la notte più lunga del 2017.

solstizio d'inverno

Nella data del solstizio d’inverno si festeggia la festa pagana del Sol Invictus (“Sole invitto”) specie a Stonehenge, l’antico sito archeologico risalente al neolitico che si trova vicino alla cittadina di Amesbury, nel sud-est dell’Inghilterra. Orientato perfettamente con il calendario astronomico, qui si vedrà il sole sorgere esattamente tra le porte di pietra.
Gli antichi romani celebravano in questo periodo dell’anno, si trattava della celebrazione per la rinascita del sole. Il solstizio, infatti, era considerato il periodo in cui il Sole scompariva nell’oscurità per poi tornare più luminoso di prima.

L’inverno è bellissimo, ma che freddo! Sai perché abbiamo freddo?
L’inverno è bellissimo, ma che freddo! Sai perché abbiamo freddo?

L’inverno si avvicina, e il freddo sta già iniziando a farsi sentire: sai perché succede? Insieme ai MeteoHeroes scopriamo cosa accade nel nostro corpo quando la temperatura si abbassa!

Il nostro corpo ha una temperatura interna ideale di circa 37°C e in tutte le stagioni dell’anno mette in atto delle azioni volte a mantenerla sempre il più possibile costante. Per questo motivo, ad esempio, quando fa molto caldo sudiamo e quando fa freddo tremiamo.

Un modo fondamentale con cui il nostro corpo può difendersi dagli sbalzi di temperatura è connesso al sistema cardiovascolare, cioè alla circolazione del sangue. Quando fuori fa freddo il corpo tende a trattenere il calore, soprattutto in prossimità degli organi vitali come cuore, polmoni, cervello e fegato. Per fare questo, restringe i vasi sanguigni delle zone più periferiche, come il volto, i piedi e le mani (fenomeno chiamato vasocostrizione), cercando così di tenere il sangue caldo lontano dalla pelle più esposta al freddo esterno. Per questo motivo quando le temperature sono molto basse abbiamo la pelle più pallida e chiara e sentiamo freddo soprattutto al naso e alle dita di mani e piedi!

freddo

 

Oltre che con la vasocostrizione, il nostro corpo si difende tremando: in questo modo attiva il lavoro dei muscoli che muovendosi producono calore. E sempre per produrre calore, il corpo esposto al freddo brucia le proprie riserve energetiche, ma per poterlo fare è ovviamente necessario che sia rifornito della giusta “benzina”. Un’arma importante per combattere il freddo è infatti l’alimentazione. Chi ha in programma di passare molte ore all’aperto per lavoro o svago non può dimenticare di portare con sé bevande calde in un thermos e alimenti ricchi di zuccheri, come il cioccolato e i biscotti. Frutta e verdura sono di fondamentale importanza per quell’apporto di sali e vitamine, che costituiscono una vera e propria protezione naturale. Non va dimenticato anche di bere molto, soprattutto per equilibrare la carenza di liquidi a cui vanno incontro gli strati superficiali del corpo. Il freddo e l’umidità sono anche causa di disidratazione della pelle.

Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?
Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?

L’Oceano Artico sta diventando sempre più caldo, ma anche sempre più acido: lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Nature, a cui hanno collaborato istituti di ricerca di Cina, Svezia e Stati Uniti. Quali sono le cause di questo fenomeno, e quali le conseguenze?

La ricerca ha analizzato quanto le acque acidificate si siano estese tra la metà degli anni Novanta e il 2010: nel giro di circa 15 anni si sono allargate per circa 300 miglia nautiche (sono quasi 556 km) dal Nord-Ovest dell’Alaska all’area a meridione del Polo Nord. L’acidificazione non ha riguardato solo la superficie: da circa 100 metri, ha raggiunto i 250 metri di profondità.

oceano

Perché le acque diventano più acide?

Quello dell’acidificazione delle acque è un fenomeno in crescita, dovuto ai cambiamenti climatici. A causa dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera decresce il pH degli oceani: circa un quarto della CO2 che si trova nell’atmosfera finisce negli oceani, e qui si trasforma in acido carbonico. Il processo di acidificazione dell’acqua è particolarmente rapido nell’Oceano Artico, dove è stato osservato un aumento dell’acidità delle acque due volte più veloce rispetto a quello che sta colpendo l’Oceano Pacifico e l’Atlantico.

Le conseguenze sono drammatiche:

Il fenomeno rappresenta un serio pericolo per tutto l’ecosistema marino, perché ha effetti disastrosi sulla catena alimentare. L’acidificazione delle acque provoca lo scioglimento dei gusci calcarei di vongole, cozze, lumache di mare e plancton calcareo, specie da cui dipende, più o meno direttamente, l’alimentazione di moltissimi altri animali.

oceano artico

Artico: ghiaccio sempre più sottile
Artico: ghiaccio sempre più sottile
La situazione nella regione artica si fa sempre più difficile. L’estensione della calotta artica secondo i dati raccolti dal National Snow and Ice Data Center è stata la sesta più bassa di sempre nel mese di giugno, 900.000 chilometri quadrati sotto la media calcolata tra il 1981 ed il 2010. In data 2 luglio l’estensione dei ghiacci era molto vicina a quella raggiunta nello stesso periodo nel 2012, anno che detiene ancora il record di estensione minima.
Nonostante l’estensione non sia la più bassa di sempre, bisogna tenere in considerazione anche il volume totale del ghiaccio presente nell’Artico che oggi ha raggiunto un nuovo record, minimo ovviamente. Dai dati raccolti dal programma PIOMAS dell’Università di Washington il volume del ghiaccio ha raggiunto il valore minimo mai registrato. Questa preoccupante condizione è dovuta all’aumento delle temperature che quest’anno si sta facendo sentire in questa regione con un numero di giorni con temperature sottozero inferiore al 2012, indice indicativo per capire quanto “caldo” ha fatto negli ultimi mesi.
Questa mancanza di “freddo invernale” si sta facendo vedere: lo spessore del ghiaccio si è ridotto quasi dappertutto. L’aria più mite e l’oceano più caldo stanno “mangiando” il ghiaccio più antico, quello più consolidato e duraturo. Al suo posto è comparso del ghiaccio più giovane, più sottile e più incline alla fusione annuale. Lo spessore medio durante lo scorso mese, secondo i dati raccolti da PIOMAS, è stato di 10 cm più sottile rispetto agli ultimi anni. Nel 1980 il ghiaccio era mediamente 120 cm più spesso rispetto ad ora. La situazione è critica. Il ghiaccio è più sottile della media in gran parte della calotta artica; l’unica zona esclusa è la zona a nord delle Svalbard.
Gli esperti sono d’accordo nell’affermare che anche se riuscissimo a fermare il riscaldamento globale sotto i 2°C l’Artico, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe comunque perdere quasi tutto il ghiaccio durante le estati.