Tag: inquinamento

Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico
Droni e satelliti artificiali per ripulire 40 tonnellate di rifiuti dal Pacifico

La nave cargo Kwai dell’Ocean Voyages Institute ha raggiunto un grande traguardo: in 25 giorni, grazie a droni e satelliti artificiali, i suoi ambientalisti sono riusciti a ripulire l’Oceano Pacifico di 40 tonnellate di rifiuti. L’organizzazione senza scopo di lucro si è concentrata sull’area nota come “Great Pacific Garbage Patch” un enorme accumulo di spazzatura galleggiante che si trova nella zona di convergenza subtropicale del Pacifico settentrionale. In pieno oceano infatti, tra la California e le Hawaii, quattro correnti oceaniche convergono creando un vortice che raccoglie enormi quantità di plastica: ci sono bottiglie di detersivo e per la pulizia, casse di birra, bibite, candeggina, mobili di plastica, cinghie di imballaggio, secchi, giocattoli per bambini e centinaia di tipi di plastica che galleggiano nel mezzo dell’oceano. L’obiettivo principale è stato raccogliere le “ghost net”, le reti fantasma che ogni anno, per colpa dei loro materiali a base di nylon e polipropilene, uccidono, secondo una stima delle Nazioni Unite, 380000 mammiferi marini e sembra che ogni anno se ne versino in mare almeno 600000 tonnellate.

“La tecnologia satellitare ha svolto un ruolo chiave nel nostro lavoro. Ci ha dato la possibilità di usare una soluzione innovativa per la ricerca in aree come questa ad alto inquinamento da plastica. Le reti e gli altri detriti sono i segni di un inquinamento da plastica in aumento, che minaccia vita marina, ambienti costieri, navigazione, pesca, fauna selvatica e la nostra salute. Liberare l’oceano dalle mostruose reti fantasma è molto importante. Anche se spesso sono quelle piccole che uccidono balene e delfini strozzandoli” ha dichiarato Mary Crowley, fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto. Un parte della plastica raccolta, circa una tonnellata e mezza, verrà utilizzata nelle scuole d’arte delle Hawaii per creare sculture, il resto sarà riciclato per produrre energia.

A tavola mangiamo anche la plastica
A tavola mangiamo anche la plastica

Cattive notizie arrivano da una ricerca scientifica sull’inquinamento da plastica: secondo lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People” dell’Università di Newcastle, in Australia, ingeriamo plastica tutti i giorni. Micro particelle di plastica sotto i 5 millimetri finiscono per contaminare quello che mangiamo e beviamo, senza che ce ne accorgiamo. Lo studio commissionato dal WWF, combina dati di oltre 50 precedenti ricerche. La maggior parte delle particelle vengono assunte con l’acqua che si beve sia dalla bottiglia che dal rubinetto: le microplastiche sono infatti presenti nell’acqua di tutto il mondo, partendo da quella di superficie per finire nelle falde. Frutti di mare, birra e sale ne registrano i più alti livelli. I risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani.

È stato stimato che un essere umano ingerisce fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica a settimana, pari a circa 5 grammi, che corrispondono al peso di una carta di credito. Una quantità che complessivamente corrisponde a circa 250 grammi in media all’anno e a circa 100.000 frammenti all’anno. L’assunzione di plastica attraverso l’alimentazione è solo un aspetto di una crisi che è molto più vasta: interventi sempre più decisi per contrastare questa forma di inquinamento sono indispensabili. In questo senso si inquadra il bando alla plastica monouso adottato dall’Unione Europea a partire dal 2021.

Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia
Invaso dalla plastica anche l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia

Pochi conoscono le Isole Cocos: si tratta di 27 isole coralline quasi disabitate (contano circa 500 abitanti) distribuite in 2 atolli che si trovano nell’Oceano Indiano, a sud dell’Indonesia. Giacciono sulla punta di un vulcano sottomarino estinto, le cui pareti sono ricoperte da splendidi coralli; sono sempre state meta prediletta dagli amanti delle immersioni e un luogo ideale per coloro che sognavano una vacanza esotica all’insegna del mare e del relax. Venivano considerate l’ultimo paradiso incontaminato dell’Australia ma lo zampino negativo dell’uomo si è fatto sentire anche qui ed ora stanno soffocando a causa di 414 milioni di pezzi di plastica, tra cui 373000 spazzolini da denti e più di un milione di scarpe. Secondo quanto riportato dagli scienziati dell’Università della Tasmania, circa il 90% delle 238 tonnellate di rifiuti delle Isole è sepolto sotto la superficie.

Il 25% della spazzatura ritrovata è costituita da plastica monouso, arrivata via mare. Queste tonnellate di rifiuti si sono accumulate sulle coste, sulle spiagge e in mare. Jennifer Lavers, autrice dello studio dell’Università, ha dichiarato che l’inquinamento da materie plastiche è ormai onnipresente e queste Isole così remote e disabitate sono il posto ideale per avere una visione obbiettiva della dimensione del fenomeno. Le Cocos Islands furono scoperte nel 1609 dal capitano inglese William Keeling ed è per questo che sono chiamate anche Keeling Islands. Due secoli più tardi sono quindi state annesse all’Impero Britannico, mentre nel 1955 sono diventate un territorio dell’Australia. Famose proprio per la loro bellezza incontaminata, furono anche un’importante tappa per il libro “Viaggio di un naturalista intorno al mondo” di Charles Darwin, pubblicato nel 1839.

India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal
India: montagna di rifiuti più alta del Taj Mahal

Gli esponenti del gruppo ambientalista Chintam hanno riacceso l’attenzione su una delle discariche più estese e più pericolose al mondo: si tratta della montagna di rifiuti di Ghazipur che si trova nello stato dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, a sud-est di Delhi. La collina “della spazzatura” di Ghazipur è stata creata nel 1984 e nel 2002 ha superato la capienza prevista: avrebbe dovuto essere chiusa invece ha continuato a crescere di 10 metri ogni anno, con centinaia di camion che ogni giorno scaricano 2000 tonnellate di pattume, andando perfino contro un intervento della Corte Suprema Indiana. Con questo ritmo di crescita, rischia superare in altezza i 73 metri del Taj Mahal entro il 2020.

Il Taj Mahal, situato ad Agra, sempre stato dell’Uttar Pradesh, è un mausoleo di marmo bianco avorio che sorge sulla riva sud del fiume Yamuna. La sua costruzione risale al 1632 voluta dall’imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie preferita Arjumand Banu Begum, meglio conosciuta come Mumtaz Mahal. Da sempre viene considerata una delle più notevoli bellezze dell’architettura musulmana in India ed è tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dal 9 dicembre 1983. Nel 2007 è stato inserito fra le nuove 7 meraviglie del mondo. All’opposto di questo splendore c’è quello che sta accadendo a circa 700 km di distanza.

Secondo l’ingegnere sovrintendente di Est Delhi, Arun Kumar, la collina già ha raggiunto i 65 metri di altezza. Un recente studio ha dimostrato che le esalazioni nauseabonde e i gas tossici prodotti arrecano gravi danni alla salute di chi vive nell’area circostante (problemi respiratori e digestivi) facendo sentire gli effetti fino a 5 km di distanza. Inoltre il metano prodotto dalla decomposizione dei rifiuti spesso si infiamma spontaneamente e si impiegano giorni per spegnere gli incendi e il liquido che cola dalla spazzatura va a finire in un canale scoperto che corre nel quartiere. Le megalopoli indiane sono tra le più grandi produttrici di rifiuti al mondo, con circa 62 milioni di tonnellate all’anno: secondo recenti proiezioni di una agenzia governativa, nel 2030 i rifiuti indiani potrebbero toccare i 165 milioni di tonnellate.

La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch
La lotta a favore dell’ambiente di Starsky & Hutch

Quando si fa riferimento ad eroi del clima non si può non prendere in considerazione Martin Hutchinson e il suo cane Starsky: hanno viaggiato per 34000 km in America Latina e oltre 17000 km in Europa con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a prendersi cura dell’ambiente. Tutto è iniziato nel 2006 quando Martin, nativo di Manchester (Inghilterra) ed ex vigile del fuoco in pensione, è partito dal Messico in compagnia del suo cane a bordo di una Recumbent Trcycle, una speciale bicicletta a 3 ruote, per documentare l’emergenza rifiuti e le conseguenze catastrofiche che ha sull’uomo e sull’ambiente. I due si spostano con tanto di bandiera del Regno Unito e la scritta Starsky & Hutch. Sono inseparabili; il cane Starsky è stato trovato da lui quando era un cucciolo, abbandonato in un canale in Portogallo.

Ad ogni fermata Martin porta avanti l’obiettivo di mostrare agli studenti delle scuole i rifiuti che l’essere umano getta sul Pianeta. “In questi anni ho visitato più di 600 tra scuole e università per parlare di ambiente e provare a fare capire, anche a seguito della mia esperienza e della mia osservazione, i danni che gli arrechiamo ogni giorno. Cercando di mettere a contatto i ragazzi con la realtà, mostrando loro i rifiuti che ho raccolto, in poche ore, nelle loro città. Provando a fare loro capire come, invece, possiamo entrare in contatto con il Pianeta”.

Finora ha avuto bisogno di 38 paia di scarpe per realizzare il suo percorso che gli ha permesso di conoscere 21 paesi. Ha creato anche un canale Youtube in cui carica tutti i video che gira. “In un solo un chilometro di spiaggia in Portogallo ho raccolto 431 bottiglie di plastica e 70 yogurt. Nessuno può immaginare quanti bastoncini per le orecchie ci siano nella sabbia. Spero di continuare a pedalare fino al 2030, il mio obiettivo è arrivare in Australia”.

Emergenza Everest: sta diventando una discarica
Emergenza Everest: sta diventando una discarica

Lo zampino negativo dell’uomo arriva ovunque, anche nei posti più impensati: sul monte Everest ad esempio si è accumulata negli anni sempre più spazzatura. Secondo quanto denunciato dal capo dell’associazione degli scalatori nepalesi Ang Tshering, una grande quantità di rifiuti organici e non, verrebbe lasciata dai migliaia di scalatori che ogni anno si avventurano sulle creste, fermandosi anche per 2 mesi. I rifiuti non correttamente smaltiti, rischiano di compromettere gli equilibri ambientali del luogo. Il monte Everest è la vetta più alta del continente asiatico e della Terra con i suoi 8.848 metri di altitudine, situato nella catena dell’Himalaya: proprio a causa dell’inquinamento è stato spesso definito “la discarica più alta del mondo”.

Le spedizioni che ne tentano l’ascesa, lasciano sulla propria strada un po’ di tutto: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci; così tonnellate di immondizia si stanno accumulando su uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Le autorità cinesi hanno deciso di mettere fine a questa allarmante situazione: fino a nuovo ordine, l’accesso al campo base dal lato di tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri, sarà limitato solo a chi ha ottenuto un permesso di scalata. Tutti gli altri visitatori si dovranno fermare al monastero di Rongbuk, più in basso. Questo monastero si trova a 5100 metri e ha la fama di essere il più alto santuario buddhista al mondo: oltre ad essere un’importante meta spirituale di pellegrinaggio, offre alcune delle vedute più meravigliose ed eccezionali del Tibet. I permessi per salire oltre il monastero saranno pochi, appena 300 l’anno e una squadra speciale composta da 200 persone avrà il compito di ripulire la vetta dai rifiuti e provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Sia le autorità cinesi che quelle nepalesi stanno cercando in vari modi di contenere l’inquinamento. Per tutti i visitatori è stato introdotto l’obbligo di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa, un gruppo etnico che vive sulle montagne del Nepal, ma anche alle guide ed ai portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni, verrà dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura raccolto sulla montagna mentre un deposito di 4000 dollari verrà trattenuto su ogni spedizione e reso al ritorno solo a chi dimostrerà di non aver lasciato immondizia per strada.

Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento
Un piccolo eroe che vuole combattere l’inquinamento

Haaziq Kazi a soli 12 anni può già definirsi un eroe del clima; nato l’8 aprile 2006 è uno studente delle scuole superiori di Pune, una grande città del Maharashtra, uno stato dell’India occidentale. Questo bambino è diventato famoso per il suo progetto “Ervis” volto a ripulire gli oceani dall’immondizia, principalmente dalla plastica. Haaziq racconta che l’idea gli è venuta 3 anni fa quando seduto davanti alla tv stava guardando un documentario di National Geographic sull’inquinamento da plastica e rimase spiacevolmente colpito nell’apprendere che ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate. Da allora ha deciso di combattere per cambiare le cose: “I detriti di plastica uccidono milioni di animali, dai pesci agli uccelli. Dobbiamo intervenire, fare qualcosa” è la frase che il piccolo indiano non si stanca mai di ripetere durante le interviste.

Ha così ideato una nave, chiamata Ervis, che servirà a raccogliere la plastica che intasa tutti gli oceani del mondo: si tratta di una barca enorme, capace grazie a un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri, di risucchiare tutta la plastica dall’acqua. Il suo progetto è ricco di dettagli: dai filtri posizionati intorno allo scafo fino alle stanze per raccogliere e separare i rifiuti. Ne sono rimasti impressionati anche progettisti esperti che stanno valutando la fattibilità della nave. Il suo disegno è sorprendente se si pensa che il piccolo studente ha iniziato a realizzarlo quando aveva appena 9 anni.

La sua idea e il suo impegno sono diventati una fonte di ispirazione tale che il giovane Haaziq viene spesso invitato a parlare durante convegni, incontri, oppure negli studi televisivi dove spiega passo dopo passo come vorrebbe ripulire gli oceani dalla plastica. Ad ogni intervista o domanda Haaziq fornisce puntualmente risposte piene di dati scientifici ricordando come sia necessario agire al più presto. Il suo sogno è che qualcuno intenda realmente investire nel suo progetto per trasformare la sua visione in realtà e lo aiuti a costruire la sua barca.

Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica
Ricordiamoci tutti di lottare contro la plastica

Italia in pole position nella lotta contro l’inquinamento causato dalla plastica: siamo il primo Paese dell’Unione europea ad avere bandito i bastoncini per la pulizia delle orecchie. Il divieto è scattato in vigore il primo gennaio 2019: non si possono quindi più produrre o vendere a patto che non siano biodegradabili e compostabili. Lo prevede un emendamento alla manovra riformulato e approvato dalla commissione Bilancio della Camera. Sono stati stanziati anche 250000 euro per favorire la promozione, la produzione e la commercializzazione dei cotton fioc bio. È stato previsto anche l’obbligo di indicare sulle confezioni informazioni chiare sul corretto smaltimento e il divieto di gettarli nei servizi igienici e negli scarichi. I trasgressori rischieranno multe tra i 2.500 e i 100000 euro e la sospensione della licenza. L’Unione Europea ha deciso di vietare una serie di oggetti di plastica usa e getta, fra i quali anche i cotton fioc ma solo dal 2021. L’Italia si dimostra all’avanguardia nella lotta all’inquinamento da plastiche, dopo aver bandito nel 2011 i sacchetti per la spesa non biodegradabili e nel 2018 i sacchetti per l’ortofrutta. Secondo i dati che arrivano dalle campagne di monitoraggio e pulizia di Legambiente il 10% dei rifiuti presenti sulle spiagge italiane proviene dagli scarichi dei nostri bagni e il 9% di questi rifiuti è costituito da cotton fioc: nelle sole 46 spiagge monitorate tra il 2016 e il 2017 con l’indagine Beach Litter, ne sono stati trovati quasi 7000, 2 ad ogni passo e in totale sulla sabbia ce ne sarebbero più di 100 milioni. Senza contare gli animali marini che muoiono per aver ingerito queste plastiche e di cui non si riesce a fare un conteggio.

Dal primo gennaio 2020 il divieto verrà esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche, quei minuscoli granelli di plastica che finiscono nei fiumi e nei mari, vengono mangiati dai pesci e attraverso la catena alimentare finiscono sulle nostre tavole. Sono in arrivo altri divieti ben più pesanti: l’Unione Europea il 19 dicembre 2018 ha deciso che dal 2021 saranno banditi parecchi oggetti in plastica usa e getta non biodegradabile: posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole degli hamburger del fast food), bastoncini per palloncini e prodotti in plastica oxo-degradabile (per esempio le buste di plastica che si frammentano se esposte all’aria). In Italia la scadenza potrebbe essere anticipata al 2020.

Plastica killer a causa del suo odore
Plastica killer a causa del suo odore

La plastica che finisce in mare oltre ad inquinare, uccide con l’inganno, inserendosi nella catena alimentare: una sostanza chimica presente in natura che segnala agli animali le aree migliori per cercare cibo, è la stessa prodotta dalle plastiche che finiscono in acqua. Sono numerosi gli studi su una sostanza presente in natura, il dimetil solfuro che molti organismi sfruttano come segnale chimico fondamentale per individuare le aree migliori per cercare cibo. Il problema è che questa stessa sostanza è prodotta anche dalle plastiche che finiscono in mare, quindi per molte specie sensibili, diventa una trappola olfattiva, come se nel cervello si creasse la stessa sensazione che proviamo quando siamo affamati e sentiamo in lontananza l’odore del nostro piatto preferito. Il dimetil solfuro, caratterizzato da un tipico odore sgradevole, simile a quello che si avverte quando vengono cotti alcuni vegetali come i cavoli, viene prodotto dal dimetil solfoniopropionato (DMSP) che si trova nelle cellule di alcune specie di fitoplancton. Negli ecosistemi che si trovano in mare aperto attrae le specie che comunemente si nutrono di fitoplancton come i krill (piccoli crostacei che vivono in tutti gli oceani del mondo). I krill, a loro volta, costituiscono l’alimento principale della dieta di centinaia di specie animali diverse, dai pesci e gli uccelli fino alle balene. Quindi se i krill hanno ingerito erroneamente la plastica, attirati da quell’odore ingannevole, la plastica arriva anche agli altri animali che si nutrono di loro.

Alcune stime datate 2010 parlano di una quantità di plastica finita in mare che oscilla tra 4,8 ai 12,8 tonnellate, in un solo anno. Le nazioni che si affacciano su mari e oceani producono un totale di rifiuti solidi annuo che si attesta sulle 2,5 miliardi di tonnellate; di queste 275 milioni di tonnellate sono plastica, di cui 8 milioni di tonnellate finite in mare. “Conoscere le specie che rischiano di cadere in questa trappola olfattiva è fondamentale per predisporre adeguati piani di conservazione. È importante capire anche come i singoli individui predano: la specie potrebbe essere attirata nel posto sbagliato dal dimetil solfuro, ma poi essere in grado di distinguere il sacchetto di plastica da una medusa. Altre specie potrebbero invece non essere in grado di operare questa distinzione. L’impatto delle plastiche sulle specie marine è perverso e probabilmente non siamo ancora stati capaci di comprenderlo appieno. Serviranno altri studi sul tema per chiarire gli aspetti che a oggi sono poco chiari” ha sottolineato Roberto Ambrosini, ricercatore di scienze ambientali dell’Università Statale di Milano.

Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica
Anche la capesante possono contenere frammenti di plastica

Uno studio internazionale condotto dall’università inglese di Plymouth ha preso in esame le capesante atlantiche dimostrando purtroppo che miliardi di frammenti piccolissimi di plastica riescono a penetrare in questi organismi marini nel giro di poche ore. La ricerca ha dimostrato che sono sufficienti appena 6 ore perché si accumulino nel loro intestino le nanoplastiche. La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, fonte autorevole di informazioni per professionisti in una vasta gamma di discipline ambientali, ha appurato la presenza di miliardi di nanoparticelle dal diametro di 250 nanometri (0,00025 millimetri) nell’intestino di questi molluschi. Frammenti ancora più piccoli, da 20 nanometri (0,00002 millimetri) sono stati rinvenuti in tutto il corpo, dai reni alle branchie e ai muscoli. Quest’ultimo tipo di frammento non era più presente nelle capesante dopo 14 giorni dall’esposizione, mentre le nanoplastiche da 250 nanometri hanno richiesto 48 giorni per scomparire. Gli esperimenti sono stati fatti in laboratorio, dove per 6 ore le capesante prese in esame, sono state esposte alle nanoplastiche.

“Lo studio dimostra che le nanoparticelle possono essere assorbite rapidamente da un organismo marino e che in poche ore vengono distribuite attraverso la maggior parte degli organi principali” queste le parole della ricercatrice Maya Al Sid Cheikh che ha condotto la ricerca. “Comprendere se le particelle di plastica siano assorbite attraverso le membrane biologiche e si accumulino negli organi interni è fondamentale per valutare il rischio che tali particelle rappresentano sia per l’organismo marino che per la salute umana” ha sottolineato Ted Henry, docente di Tossicologia ambientale all’Heriot-Watt University di Edimburgo.

Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa
Inquinamento, ritrovata bottiglia di plastica di 47 anni fa

Ennesima notizia di inquinamento: è stata ritrovata una bottiglia di plastica di 47 anni fa a Burnham-on-Sea, una cittadina di quasi 20.000 abitanti del Somerset in Inghilterra. La Guardia Costiera ha ritrovato sulla spiaggia una bottiglia di plastica di 47 anni fa. Dopo quasi mezzo secolo in mare è arrivata ai giorni nostri con qualche ammaccatura ma praticamente intatta, mantenendo la sua forma e perfino l’etichetta.
La plastica infatti è capace di durare, inquinando, fino a 450 anni. Fa ancora più impressione che la bottiglia sia stata restituita dalle acque del Sommerset britannico, terra dove il monouso è stato ormai bandito in tutte le sue forme; oltre alle bottigliette non si possono più utilizzare cannucce, cotton fioc e posate.

Nella foto condivisa su Facebook dalla Guardia Costiera e pubblicata sul Guardian si vede bene l’etichetta, quasi perfettamente conservata e si capisce che si tratta di una confezione di detersivo liquido Fairy. Impossibile sapere la quantità precisa del contenuto, visto che l’indicazione di peso dei decimali fu introdotta sui prodotti del Regno Unito solo nel 1971.

Ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono nei nostri mari: non si trova un solo km² di acqua marina libero da detriti in plastica. Anche se solo una piccola quantità di questi galleggia in superficie, le correnti marine formano enormi vortici di plastica, il più grande dei quali ricopre nel Pacifico un’area maggiore di quella dell’Europa centrale.
Su Facebook la Guardia Costiera protagonista del ritrovamento, ha commentato: “Siamo sconcertati dalla quantità di rifiuti spinti dall’acqua sulla spiaggia ed è stato scioccante scoprire quanto a lungo questa immondizia possa sopravvivere danneggiando in ultima analisi la natura”.

Hai attivato il tuo Plastic Radar?
Hai attivato il tuo Plastic Radar?

Grazie al nuovo progetto di Greenpeace oggi possiamo segnalare i rifiuti di plastica che troviamo al mare!
L’associazione ambientalista ha infatti lanciato Plastic Radar, un nuovo servizio che permette di segnalare rifiuti di plastica che troviamo in spiaggia, che vediamo galleggiare tra le onde o che osserviamo perfino sui fondali durante una nuotata o un’immersione.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Come funziona?

Per partecipare, e attivare il tuo Plastic Radar, ti basterà scattare una o più foto del rifiuto di plastica che vuoi segnalare: Greenpeace specifica che, se possibile, è meglio fare in modo che sia riconoscibile anche il marchio (per esempio, quello di una bottiglietta d’acqua) e il tipo di plastica con cui è stato realizzato il rifiuto. Quindi, invia la tua segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267, condividendo i tuoi scatti e la posizione in cui hai trovato il rifiuto di plastica.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Se dovessi trovare rifiuti di plastica non più interi, ma frammentati, potrai segnalarli comunque con le stesse modalità.

Ultimo passaggio? Naturalmente, dopo averli fotografati ricordati di raccogliere i rifiuti che trovi e di gettarli in contenitori dedicati alla raccolta della plastica!

Sul sito plasticradar.greenpeace.it è possibile trovare tutte le informazioni su come partecipare e anche i dati che sono stati raccolti finora. Per esempio, una mappa mostra quante segnalazioni sono arrivate da diverse aree dei nostri mari e un semplice grafico mostra quali sono le principali categorie merceologiche che stanno inquinando i nostri mari.

 

 

Europa: è guerra contro la plastica usa e getta
Europa: è guerra contro la plastica usa e getta

In Europa vengono prodotti, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 30% viene raccolto per essere riciclato e il resto, nella maggior parte dei casi, finisce nel mare: un vero disastro.

La Commissione Europea ha proposto la messa al bando di numerosi prodotti usa e getta realizzati con la plastica. Nel mirino, in particolare, quei prodotti che vengono trovati più spesso sulle spiagge dei paesi europei, nei nostri mari, ma anche nelle acque dolci di superficie. È il caso, ad esempio, di posate, piatti, bicchieri e cannucce di plastica, contenitori per alimenti, cotton fioc, ma anche i bastoncini di plastica utilizzati per tenere i palloncini. Tutti questi oggetti dovranno essere sostituiti da alternative sostenibili. Dovrà essere ridotto l’utilizzo di quei prodotti per cui, invece, non abbiamo alternative più ecologiche e meno inquinanti.

Gli stati membri dell’Unione Europea dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025 e dovranno incentivare una riduzione dell’utilizzo di contenitori per alimenti e bevande di plastica.

europa contro la plastica usa e getta

 

Le norme proposte riguardano anche i produttori, le aziende, che danno origine questo genere di rifiuti:

I produttori dovranno contribuire alle spese per la gestione e la bonifica dei rifiuti. Inoltre, dovranno farsi carico dei costi per sensibilizzare i clienti sull’impatto ambientale di molti prodotti monouso che inquinano il nostro ambiente, come involucri e confezioni di plastica, salviette umidificate, sigarette con filtro, assorbenti eccetera.
Dovranno informare i clienti sugli effetti della plastica (come succede oggi con i pacchetti di sigarette), sull’importanza di non disperdere i prodotti nell’ambiente e su come debbano essere smaltiti. Nel caso di contenitori per bevande di plastica usa e getta sarà necessario che il tappo resti attaccato al contenitore, in modo da evitare che venga disperso nell’ambiente.
Le nuove regole riguardano anche i produttori che operano nel settore della pesca: il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee, infatti, viene proprio da questo ambito. Chi produce attrezzi da pesca sarà responsabile delle spese per la loro raccolta quando non serviranno più ai clienti, oltre che dei costi di trasporto e di smaltimento.

europa contro la plastica usa e getta

Cosa succede adesso?

Queste regole e iniziative fanno parte di una proposta portata avanti dalla Commissione Europea. La proposta dovrà essere valutata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea e in queste fasi potrebbe subire delle modifiche. La speranza della Commissione Europea è quella di ottenere i primi risultati entro la Primavera 2019.
Quando saranno emanate delle normative in questa materia, i governi dei singoli stati, come l’Italia, dovranno metterle in atto con norme e leggi che potranno cambiare a seconda dei diversi Paesi.

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola