Tag: inquinamento

Hai attivato il tuo Plastic Radar?
Hai attivato il tuo Plastic Radar?

Grazie al nuovo progetto di Greenpeace oggi possiamo segnalare i rifiuti di plastica che troviamo al mare!
L’associazione ambientalista ha infatti lanciato Plastic Radar, un nuovo servizio che permette di segnalare rifiuti di plastica che troviamo in spiaggia, che vediamo galleggiare tra le onde o che osserviamo perfino sui fondali durante una nuotata o un’immersione.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Come funziona?

Per partecipare, e attivare il tuo Plastic Radar, ti basterà scattare una o più foto del rifiuto di plastica che vuoi segnalare: Greenpeace specifica che, se possibile, è meglio fare in modo che sia riconoscibile anche il marchio (per esempio, quello di una bottiglietta d’acqua) e il tipo di plastica con cui è stato realizzato il rifiuto. Quindi, invia la tua segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267, condividendo i tuoi scatti e la posizione in cui hai trovato il rifiuto di plastica.

Plastic Radar, l'iniziativa di Greenpeace per segnalare i rifiuti di plastica che inquinano le nostre spiagge e il nostro mare

Foto: Greenpeace

Se dovessi trovare rifiuti di plastica non più interi, ma frammentati, potrai segnalarli comunque con le stesse modalità.

Ultimo passaggio? Naturalmente, dopo averli fotografati ricordati di raccogliere i rifiuti che trovi e di gettarli in contenitori dedicati alla raccolta della plastica!

Sul sito plasticradar.greenpeace.it è possibile trovare tutte le informazioni su come partecipare e anche i dati che sono stati raccolti finora. Per esempio, una mappa mostra quante segnalazioni sono arrivate da diverse aree dei nostri mari e un semplice grafico mostra quali sono le principali categorie merceologiche che stanno inquinando i nostri mari.

 

 

Europa: è guerra contro la plastica usa e getta
Europa: è guerra contro la plastica usa e getta

In Europa vengono prodotti, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, solo il 30% viene raccolto per essere riciclato e il resto, nella maggior parte dei casi, finisce nel mare: un vero disastro.

La Commissione Europea ha proposto la messa al bando di numerosi prodotti usa e getta realizzati con la plastica. Nel mirino, in particolare, quei prodotti che vengono trovati più spesso sulle spiagge dei paesi europei, nei nostri mari, ma anche nelle acque dolci di superficie. È il caso, ad esempio, di posate, piatti, bicchieri e cannucce di plastica, contenitori per alimenti, cotton fioc, ma anche i bastoncini di plastica utilizzati per tenere i palloncini. Tutti questi oggetti dovranno essere sostituiti da alternative sostenibili. Dovrà essere ridotto l’utilizzo di quei prodotti per cui, invece, non abbiamo alternative più ecologiche e meno inquinanti.

Gli stati membri dell’Unione Europea dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso entro il 2025 e dovranno incentivare una riduzione dell’utilizzo di contenitori per alimenti e bevande di plastica.

europa contro la plastica usa e getta

 

Le norme proposte riguardano anche i produttori, le aziende, che danno origine questo genere di rifiuti:

I produttori dovranno contribuire alle spese per la gestione e la bonifica dei rifiuti. Inoltre, dovranno farsi carico dei costi per sensibilizzare i clienti sull’impatto ambientale di molti prodotti monouso che inquinano il nostro ambiente, come involucri e confezioni di plastica, salviette umidificate, sigarette con filtro, assorbenti eccetera.
Dovranno informare i clienti sugli effetti della plastica (come succede oggi con i pacchetti di sigarette), sull’importanza di non disperdere i prodotti nell’ambiente e su come debbano essere smaltiti. Nel caso di contenitori per bevande di plastica usa e getta sarà necessario che il tappo resti attaccato al contenitore, in modo da evitare che venga disperso nell’ambiente.
Le nuove regole riguardano anche i produttori che operano nel settore della pesca: il 27% dei rifiuti che si trovano sulle spiagge europee, infatti, viene proprio da questo ambito. Chi produce attrezzi da pesca sarà responsabile delle spese per la loro raccolta quando non serviranno più ai clienti, oltre che dei costi di trasporto e di smaltimento.

europa contro la plastica usa e getta

Cosa succede adesso?

Queste regole e iniziative fanno parte di una proposta portata avanti dalla Commissione Europea. La proposta dovrà essere valutata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea e in queste fasi potrebbe subire delle modifiche. La speranza della Commissione Europea è quella di ottenere i primi risultati entro la Primavera 2019.
Quando saranno emanate delle normative in questa materia, i governi dei singoli stati, come l’Italia, dovranno metterle in atto con norme e leggi che potranno cambiare a seconda dei diversi Paesi.

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola

Alla ricerca della plastica perduta
Alla ricerca della plastica perduta

Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo ed il recupero degli imballaggi in plastica, ha lanciato la campagna “Alla ricerca della plastica perduta”. Lo slogan, che richiama il titolo di un film, è rivolto a ricercatrici e ricercatori del settore, aziende e normali cittadini per cercare nuove idee per riutilizzare questo materiale. Con 10 bottiglie di plastica ad esempio è possibile creare un maglione misto-lana, con 10 flaconi di plastica la seduta di una sedia, mentre per un frisbee ne bastano solo 2. 20 bottiglie di plastica trasparente (il PET) possono diventare una coperta in pile mentre per imbottire un piumino matrimoniale se ne usano 67. 11 flaconi del latte danno forma a un annaffiatoio e 14 vaschette di plastica a un cestino portafiori. Questi sono solo alcuni degli oggetti che si possono creare riciclando la plastica di uso quotidiano.

plastica
“Stimolare la ricerca è un obiettivo prioritario per noi, dalla piccola idea geniale della start up a tutto quello che il mondo industriale italiano è in grado di proporre per nuove applicazioni nel campo del riciclo”, queste le parole del presidente di Corepla, Antonello Ciotti. La raccolta differenziata degli imballaggi in plastica è aumentata negli ultimi anni: in particolare nel 2016 ne sono state recuperate 960.000 tonnellate con un incremento del 6,9% sul 2015. È cresciuto anche il riciclo: nel 2016 sono state riusate 550.000 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica, gestite da Corepla e provenienti principalmente dalla raccolta differenziata. Circa 304.000 tonnellate hanno prodotto calore ed energia pulita in sostituzione di combustibili fossili. La raccolta maggiore si registra in Veneto, con 25 kg per abitante all’anno. Attraverso la piattaforma www.coreplacall.it si possono sottoporre idee e soluzioni per una miglior gestione degli imballaggi in plastica, dalla progettazione al fine vita, al riciclo e agli innovativi utilizzi del materiale riciclato, in linea con l’aumento degli obiettivi di riciclo europei per gli imballaggi in plastica al 2030.

plastica

 

Un articolo di Stefania Andriola.

Oceani in pericolo: stop alle microplastiche!
Oceani in pericolo: stop alle microplastiche!

Molti cosmetici che si utilizzano quotidianamente contengono microplastiche: si tratta di particelle plastiche di misura uguale o inferiore a 5 millimetri. In certi prodotti rappresentano dall’1 al 90% del peso del prodotto stesso: si trovano soprattutto negli scrub, nei bagnoschiuma, nei dentifrici, nei trucchi, nelle maschere di bellezza, negli idratanti, nelle lacche per capelli, nelle creme lenitive e nelle schiume da barba. In Europa nel 2013, solo per i prodotti di bellezza, sono state impiegate quasi 5.000 tonnellate di microplastiche, finite quasi tutte in mare e con possibili ripercussioni anche per la salute umana, oltre che per l’ambiente.

microplastiche

Dal lavandino infatti queste minuscole sfere di plastica arrivano fino al mare: sono così piccole da sfuggire anche ai migliori filtri dei sistemi di depurazione. Il passaggio successivo è scontato: ingerite dai pesci, ritornano anche nei nostri piatti. Queste particelle, infatti, vengono ingerite direttamente da organismi come molluschi e crostacei, nel caso delle microsfere dei cosmetici perfino dal plancton.

Nel Regno Unito si stanno facendo importanti passi in avanti nella lotta contro le microplastiche contenute in maschere esfolianti, bagnoschiuma, dentifrici e altri prodotti per la cura personale. Il 9 gennaio è entrato in vigore lo stop alla produzione di questi detergenti, mentre il divieto di vendita arriverà il prossimo luglio. Negli Stati Uniti il divieto di produrre cosmetici con microplastiche è scattato nel luglio 2017 e la vendita sarà vietata tra pochi mesi.
In Europa la Commissione UE dovrebbe varare il 16 gennaio un pacchetto di nuove proposte e misure anti-inquinamento che mettono nel mirino, oltre alle microsfere cosmetiche, le stoviglie monouso e gli imballaggi.

E in Italia?

Nello scorso dicembre, in Commissione Bilancio alla Camera è stato approvato un emendamento che dal 1 gennaio 2020 vieterà di commercializzare e produrre prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche. Fino ad allora, occhio all’etichetta:

microplastiche

I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli
I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli

Una recente ricerca, condotta da una squadra di studiosi americani, ha dimostrato che gli uccelli risentono dell’inquinamento acustico prodotto dall’uomo.

A causa dello stress prodotto dal rumore che deriva dalle attività umane, non riescono più a cantare come un tempo e danno alla luce perfino pulcini rachitici. In particolare, lo studio si è concentrato sulle analisi di alcuni uccelli che si trovavano vicino a zone di lavorazione ed estrazione di petrolio o gas naturale, luoghi in cui c’è un costante inquinamento acustico, un rumore a bassa frequenza, quasi un ronzio, che ha costretto nel tempo gli animali a cambiare i loro comportamenti.

uccelli

Nathan Kleist, principale autore dello studio, afferma che l’inquinamento acustico ha effetti significativi sull’ormone dello stress e sulla salute generale degli uccelli; dalle analisi del sangue di uccelli prelevati da 240 siti di nidificazione vicini a impianti di gas naturale nel nord del Nuovo Messico si è scoperto che il livello di un ormone, il corticosterone, era decisamente basso rispetto a quello di altri uccelli. L’ipocorticismo – cioè la bassa concentrazione di corticosterone nel sangue –  si accompagna alla riduzione del peso corporeo e a diverse criticità che sono state riscontrate nei volatili: ad esempio disfunzioni nella crescita, pulcini nati con forme di rachitismo e poche piume. Tra le tante una madre osservata dai ricercatori doveva continuamente vigilare i propri piccoli perché il rumore non le permetteva di capire se ci fossero predatori nelle vicinanze.

pulcino

Altri uccelli monitorati dovevano invece sviluppare un’attenzione non comune per poter ascoltare gli altri pennuti ed eventuali partner in cerca di accoppiamento. I ricercatori sottolineano che è sempre più evidente che l’inquinamento acustico dovrebbe essere un fattore da valutare quando si fanno piani per proteggere le aree popolate dalla fauna selvatica ricordando però la complessità dell’argomento: anche in un habitat naturale silenzioso i rumori possono influire sulla vita dei volatili e molti studi devono ancora essere fatti per comprendere a pieno il rapporti fra questi animali e i rumori circostanti.

Super-sensore in orbita per mappare l’inquinamento atmosferico
Super-sensore in orbita per mappare l’inquinamento atmosferico

L’Esa, Agenzia Spaziale Europea, ha lanciato in orbita un nuovo super-sensore che ha il compito di mappare l’inquinamento atmosferico a bordo del satellite Sentinel-5P.

La prima immagine del satellite Sentinel-5P è stata scattata in Europa lo scorso 22 novembre e ha rilevato il diossido di azoto (NO2) presente in atmosfera: la zona peggiore, neanche a dirlo, è la nostra Val Padana. Qui, anche a causa della geografia, l’aria tende ad essere la più inquinata d’Europa: i numeri pubblicati dal rapporto Air Quality in Europe mostrano come i valori medi annui (riferiti al 2015) in Val Padana e a ridosso delle gradi città sono superiori ai 40 microgrammi per metro cubo, valore di allarme fissato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS).

Concentrazioni di diossido di azoto in Europa

Sentinel-5P ha il compito di monitorare l’inquinamento atmosferico nel mondo per consegnare agli esperti dati ancora più dettagliati per prendere decisioni e attuare strategie di mitigazione messe in atto per intervenire sulle cause del cambiamento climatico.

Sentinel-5P trasporta uno dei sensori più sofisticati al mondo, il sensore “Tropomi” capace di mappare gli inquinanti come il diossido di azoto, il monossido di carbonio, il metano e altri aerosol dannosi per la salute umana e per il clima.

In questa animazione, ad esempio, i dati rilevati in 24 ore da Sentinel-5P sulle concentrazioni di monossido di carbonio (CO) nel Mondo

CityTree: 275 alberi in meno di 4 metri quadrati per combattere lo smog
CityTree: 275 alberi in meno di 4 metri quadrati per combattere lo smog

Un grande filtro per l’aria delle nostre città più inquinate. Questa è l’installazione verticale verde CityTree che assorbe polveri sottili, ossidi di azoto e CO2, le sostanze inquinanti presenti nell’aria. La sua potenza sembra essere fenomenale: purifica l’aria come farebbero 275 alberi ma in una superficie molto ridotta (alta 4 metri e larga 3 metri) e adatta per essere posizionato in diversi punti della città. La copertura vegetale è in grado di trasformare l’azoto e la CO2 in ossigeno prezioso fornendo, in tempo reale, i dati sulla qualità dell’aria. La struttura, realizzata utilizzando solo materiali riciclati, si autoalimenta grazie a pannelli solari.

Quando la tecnologia si mette al servizio dell’ambiente genera idee innovative. Le piante come l’edera e il caprifoglio riducono le particelle inquinanti e il biossido di azoto presenti nell’aria.  Le piante più adatte però sono i muschi e licheni, le cui capacità assorbi-smog sono state sfruttate in questo ambizioso progetto. CityTree è stato messo a punto da una startup tedesca ed è tra le trenta idee finaliste del premio Chivas Venture per le imprese socialmente responsabili.

Oceani
Oceani

Gli oceani sono importantissimi. Coprono il 71% del nostro pianeta e forniscono circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Questo è solo l’inizio perché gli oceani assorbono approssimativamente il 26% dell’anidride carbonica generata dalle attività umane, mitigando (in parte) gli effetti negativi delle nostre azioni. L’oceano Pacifico, Atlantico, Indiano e Antartico sono fondamentali nel controllo del clima.

Gli oceani sono una vasta fonte di cibo e sostanze nutritive, sono attraversati da una rete di connessione per il commercio ed hanno un ruolo economico essenziale per i paesi che traggono guadagno dal turismo, dalla pesca e in generale dalle risorse marine.

L’oceano e l’uomo

Purtroppo però l’eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo ha provocato conseguenze di larga scala: le risorse ittiche sono state sfruttate oltre misura, abbiamo distrutto gli habitat naturali e inquinato l’acqua con sostanze pericolose. La sopravvivenza di alcuni ecosistemi è a rischio.

Secondo l’ONU circa l’80% dell’inquinamento marino deriva da attività svolte a terra. Mancano gli impianti di depurazione delle acque di scarico specie vicino alle grandi città che si affacciano su mari e oceani.

La plastica resta un problema: basti pensare che addirittura l’80% dei rifiuti è di plastica e ogni anno vengono gettate in mare più di 8 milioni di tonnellate di plastica, un camion al minuto. I detriti marini e le micro-plastiche stanno mettendo a serio rischio più di 800 specie. Ogni anni sono la causa della morte di 1 milione di uccelli, 100.000 mammiferi marini, tartarughe e innumerevoli pesci.