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Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche
Il “meteo eroe” che lotta contro le microplastiche

La lotta contro l’inquinamento del diciottenne irlandese Fionn Ferreira vale la pena di essere citata: inventando un sistema per rimuovere la microplastica dalle acque del nostro Pianeta, è diventato un nuovo “ambassador” dell’ambientalismo classificandosi primo nel Google Science Fair Grand Prize. In questa competizione per teenager dai 14 ai 18 anni, ha battuto 23  finalisti internazionali; goodnewsnetwork.org conferma che è stata la sua tecnica affinata ad arte a conquistare la commissione esaminatrice. Google lo ha premiato anche con 50000 dollari che verranno da lui utilizzati per mettere in pratica ed affinare la tecnica. Utilizzando magneti e ferro fluido, una combinazione di olio e polvere di magnetite, è riuscito a raccogliere pezzetti minuscoli di plastica dai campioni d’acqua. “Ho studiato questo metodo di estrazione su dieci diversi tipi di microplastiche; la concentrazione è stata misurata prima e dopo con uno spettrometro di mia realizzazione e un microscopio. I risultati hanno supportato la mia ipotesi di un’estrazione pari all’85%”.

La microplastica presente nelle acque, in genere, misura non più di 5 millimetri di diametro e diventa impossibile evitare che non finisca negli oceani, laghi e acquedotti urbani utilizzando i metodi tradizionali di filtrazione; è uno dei peggiori spettri dell’inquinamento causato da oltre 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani. La sua idea potrebbe diventare una svolta epocale. “Non vedo l’ora di applicare le mie scoperte e contribuire alla lotta contro le microplastiche negli oceani”, ha dichiarato Fionn all’Irish Times.

Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai
Plastica ritrovata perfino nei ghiacciai

Nell’estate del 2018 studiosi dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, hanno realizzato dei campionamenti sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio: per la prima volta su un ghiacciaio italiano è stata scovata della plastica. In ogni chilo di sedimento sono state ritrovate 75 particelle di microplastica. Non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna. Questo tipo di inquinamento è tra i più impattanti sull’attività umana perché la plastica ha una forte persistenza nell’ambiente, una notevole influenza sugli ecosistemi e può entrare nella catena alimentare. Per evitare la contaminazione di particelle di plastica che costituiscono la quasi totalità dei materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna, i ricercatori hanno indossato tessuti di cotone al 100% e usato zoccoli di legno per le calzature.

“Sebbene non sia affatto sorprendente aver riscontrato microplastiche nel sedimento sopraglaciale, estrapolando questi dati, pur con le dovute cautele, abbiamo stimato che la lingua del Ghiacciaio dei Forni, uno dei più importanti apparati glaciali italiani, potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica. L’origine di queste particelle potrebbe essere sia locale, data ad esempio dal rilascio e/o dall’usura di abbigliamento e attrezzatura degli alpinisti ed escursionisti che frequentano il ghiacciaio, sia diffusa, con particelle trasportate da masse d’aria, in questo caso di difficile localizzazione” hanno affermato i ricercatori della Statale.”Grazie a questa ricerca abbiamo ora la conferma della presenza delle microplastiche sui ghiacciai. Futuri studi investigheranno gli aspetti biologici legati alla loro presenza sui ghiacciai. Verranno infatti indagati i processi microbiologici di degradazione della plastica e il potenziale bioaccumulo delle particelle nella catena trofica. Verrà inoltre studiato l’assorbimento di altri contaminanti. È ormai noto che i ghiacciai non sono ambienti incontaminati, ma immagazzinano diversi inquinanti di origine antropica rilasciati nell’atmosfera, e le microplastiche potrebbero fornire un substrato dove queste sostanze possono accumularsi” spiega il professor Andrea Franzetti dell’Università di Milano-Bicocca.

Come proteggere il mare dalle microfibre
Come proteggere il mare dalle microfibre

L’associazione italiana Marevivo ha deciso di lanciare la campagna #stopmicrofibre per sensibilizzare le persone sul problema delle microplastiche che ormai si propagano ovunque. I frammenti che vengono rilasciati dai tessuti sintetici in lavatrice sono tra i più diffusi nell’ecosistema marino. Secondo l’associazione ambientalista un solo carico produce milioni di microfibre di dimensioni inferiori ai 5 mm che si riversano in mare dove vengono ingerite dagli organismi marini, entrando così nella catena alimentare. I microframmenti nocivi iniziano ad assorbire sostanze inquinanti e tossiche e vengono ingeriti dagli organismi che li scambiano per cibo; si accumulano nei tessuti in concentrazioni sempre crescenti via via che si sale nella catena alimentare fino a raggiungere potenzialmente l’uomo. Secondo uno studio della International Union for Conservation of Nature, considerata come una delle più autorevoli istituzioni scientifiche internazionali che si occupano di conservazione della natura, le microfibre rappresentano il 35% delle microplastiche primarie che finiscono in mare, spesso proprio a causa dei nostri capi in acrilico e poliestere.

Circa il 60% di tutti gli indumenti sono realizzati con tessuti sintetici e, come ricorda un altro studio dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, ogni ciclo di lavaggio di questi capi rilascia circa 700.000 microfibre nell’ambiente. I dati dei ricercatori indicano che lavando a varie temperature tra i 30 e i 40 gradi, con differenti combinazioni di detergenti, il 40% delle microfibre non viene trattenuto dagli impianti di trattamento e finisce nell’ambiente. Una città come Berlino per esempio ne rilascia ogni giorno una quantità equivalente a 540000 buste di plastica. I danni da microfibre potrebbero essere arginati con alcune buone pratiche: bisognerebbe usare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e, come suggerisce lo studio del Cnr di Biella, effettuare lavaggi usando programmi a basse temperature, detergenti liquidi e una velocità della centrifuga ridotta.

Stoviglie di plastica, addio!
Stoviglie di plastica, addio!

Da oggi sulle Isole Tremiti è vietato l’uso di stoviglie di plastica. Lo ha deciso il sindaco Antonio Fentini con l’obiettivo di salvaguardare il bellissimo mare delle Tremiti, isole del Parco nazionale del Gargano. Sulle tre isole vivono 500 abitanti che, dal 1 maggio di quest’anno, dovranno usare, al posto di piatti e posate di plastica, stoviglie biodegradabili. Questa decisione è stata presa dopo la pubblicazione da parte dell’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, della ricerca dell’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti delle acque realizzati durante il tour ‘Meno plastica più Mediterraneo’ della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior.

Quello che è emerso da questa ricerca è l’altissima concentrazione di microplastiche all’interno del Mar Mediterraneo su livelli non molto lontani da quell’isola di Plastica che si è formata nel Pacifico. Le concentrazioni di microplastiche raggiungono il picco nelle acque dei Portici (Napoli) e anche in aree marine protette, come quella delle Tremiti. “Per avere un’idea di cosa significhino tali valori – spiegano gli esperti del CNR – immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica.”

Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici.