Tag: Natura

Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia
Tartarughe marine, boom delle nascite in Italia

Quest’estate di foto e video ne abbiamo visti moltissimi e, in effetti, secondo Legambiente c’è stato un boom delle nascite delle piccole tartarughine di mare in Italia. Le spiagge italiane, dalla Toscana fino alla Calabria e alla Sicilia, hanno ospitato tantissimi nidi delle tartarughe marine comuni, il cui nome scientifico è Caretta caretta. Si contano in totale la bellezza di 72 nidi contati quest’anno in 8 regioni d’Italia. In tutto si stima che siano nate 6 mila baby tartarughe che, dopo i 60 giorni di incubazione, sono spuntate dalla sabbia e hanno raggiunto il mare, talvolta anche sotto gli occhi meravigliati dei bagnanti. La notizia fa ben sperare perché questa specie, diffusa in molti mari del mondo, nel Mediterraneo è minacciata e al limite dell’estinzione nelle acque italiane.

I piccoli per uscire dal guscio sfruttano il “dente da uovo“, un dentino temporaneo che sparisce nelle settimane successive alla nascita e che permette ai piccoli di rompere il guscio. Una volta usciti dal guscio le tartarughine scavano per uscire dal nido e il loro istinto li porta verso il mare. In pratica i piccoli hanno un “pilota automatico” che li conduce verso la fonte più luminosa nelle vicinanze (entro i 15 gradi sull’orizzonte). In condizioni normali, questa coincide con la superficie d’acqua più vicina su cui si riflettono luna e stelle. Purtroppo, la presenza dell’uomo spesso le disorienta, proprio a causa dell’inquinamento luminoso.

Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay
Stop al Turismo sulla spiaggia di Maya Bay

Il posto da favola reso famoso dal film “The Beach” fa i conti con l’inquinamento. La famosa spiaggia thailandese di Maya Bay, sull’isola di Koh Phi Phi Lee, verrà chiusa a tempo indeterminato per permettere la ripresa dell’ecosistema, devastato da orde di turisti. La spiaggia è diventata celebre dopo il film del 2000 “The Beach” con Leonardo DiCaprio girato interamente in Thailandia tra gennaio e aprile 1999. Le autorità inizialmente avevano deciso di impedirne l’accesso per soli 4 mesi l’anno a causa dell’erosione della spiaggia e dell’inquinamento provocato da migliaia di arrivi giornalieri di turisti. Dopo un primo bilancio positivo, ad agosto si sono resi conto che la situazione era peggiore di quanto previsto e il che divieto temporaneo non era sufficiente.

Sul sito dell’autorità del turismo della Thailandia si legge che la spiaggia, visitata da circa 5000 turisti al giorno, ha bisogno di un periodo di chiusura per ”riprendersi” dai danni causati alla barriera corallina e dalle barche che attraccano nella baia in alta stagione. Si legge che è molto difficile rimediare e riabilitarla perché la sua spiaggia è stata completamente distrutta così come le piante che la coprivano. Il divieto resterà in vigore fino a una completa ripresa e il ritorno a una situazione normale.

Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga
Un narvalo è stato adottato da una famiglia di balene beluga

Un drone ha ripreso un esemplare di narvalo a oltre 1.000 km dall’area che, tipicamente, ospita questa specie, in compagnia di alcune balene beluga che lo trattavano come se fosse uno del gruppo.

Il narvalo è una specie di mammifero marino molto particolare i cui maschi hanno la caratteristica di avere un lungo dente (simile al corno di un unicorno) che fuoriesce dal labbro superiore dando origine a una zanna che può raggiungere la lunghezza di oltre 2 metri e mezzo!

Un giovane narvalo è stato adottato da una famiglia di balene belugaIl narvalo, normalmente, vive tra i ghiacci nel Mare Artico ed è raro avvistare esemplari di questa specie lontano dal Polo Nord.

Quello che è stato immortalato dal drone insieme ai beluga si trovava nel fiume St Lawrence, in Canada, a oltre mille chilometri dal suo habitat naturale. Secondo i ricercatori canadesi che hanno pubblicato le immagini, è possibile che il giovane narvalo si sia perso allontanandosi in cerca di cibo.

Nonostante la lunga zanna e il colore diverso, il nuovo arrivato sembra essersi integrato alla perfezione ed è il terzo anno consecutivo che i ricercatori lo avvistano in compagnia della sua nuova famiglia!

 

Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti
Temporale in arrivo? I ragni spiccano voli ancora più alti

Secondo studi recenti, la capacità acrobatica dei ragni sarebbe determinata, oltre che dal vento, dalle cariche elettriche presenti in atmosfera.

Voli spettacolari nell’aria, balzi verso l’alto e planate a terra degne dei migliori acrobati. I ragni sono in grado di fare tutto questo, e anche di più. Evoluzioni certamente spettacolari, che non finiscono mai di stupire. E di renderci anche più simpatici questi piccoli animaletti a 8 zampe, il cui aspetto non risulta certo sempre rassicurante. La tecnica grazie alla quale i ragni compiono meravigliose acrobazie nell’aria è conosciuta col nome di ballooning (termine che trae origine dalla parola balloon, ossia mongolfiera). Grazie proprio al ballooning, i ragni riescono a portarsi a livelli rialzati rispetto al punto in cui si trovano, a sollevare l’addome e produrre grandi quantità di tela: dopo aver fatto tutto questo, i ragni si fanno sollevare dall’aria, arrivando fino a 4 km chilometri di altezza, e si fanno trasportare a centinaia di chilometri di distanza – sì, avete capito bene, centinaia di chilometri! In questo modo, non soltanto riescono a sfuggire ai predatori, ma possono anche andare alla ricerca di cibo in zone più ricche di nutrimenti.

Ma cosa rende possibile queste spettacolari acrobazie aeree? Ad oggi la spiegazione non è ancora univoca. Restano, anzi, vari margini di incertezza. Vi sono due ipotesi primarie. La prima è che, semplicemente, i ragni vengano sollevati dal vento. La seconda, più complessa e affascinante, è che i piccoli aracnidi si facciano portare in aria dalle forze elettrostatiche presenti in atmosfera.
Per quanto riguarda la prima spiegazione, sicuramente il vento ha un ruolo fondamentale nel sollevare i ragni da terra e portarli verso l’alto. È vero però che, anche in giornate nelle quali non soffia un alito di vento, i ragni riescono comunque a spiccare il volo. Ecco quindi subentrare la seconda ipotesi. Rilevante, in merito a questo, risulta lo studio pubblicato recentemente su “Current Biology”, secondo il quale la capacità di spiccare il volo dei ragni sarebbe determinata dalla presenza del campo elettrico terrestre. Se a questa, poi, ci aggiungiamo anche la presenza di vento, i balzi diventano veri e propri viaggi da una parte all’altra.
Com’è noto, noi viviamo all’interno di un enorme campo elettrico, che vede l’atmosfera caricata positivamente e la superficie terrestre fare da polo negativo. A mantenere equilibrato, dal punto di vista elettrico, questo complesso sistema giungono i temporali: ogni giorno, al mondo, se ne contano in media 40mila. Per ogni metro d’aria soprastante la superficie terrestre, la differenza di potenziale elettrico durante le giornate di sole è di circa 100 volt. Nelle giornate di maltempo, invece, questa differenza può aumentare anche di decine di volte. I nostri amici ragni sfruttano proprio questa differenza di cariche elettriche, e le forze che ne conseguono, per spiccare i loro voli.

Per giungere a una valida dimostrazione di questa teoria, presso l’Università di Bristol, nel Regno Unito, i ricercatori Erica Mrley e Daniel Robert hanno effettuato un esperimento di laboratorio. A fare da “cavie” sono stati alcuni ragni appartenenti alla famiglia delle Linyphiidae. Gli scienziati hanno utilizzato ambienti nei quali non vi erano correnti d’aria presenti. In tali ambienti hanno artificialmente generato un campo elettrico uniforme, per poi disattivarlo. Attivando il campo elettrico, si è visto che i ragni producevano un maggior quantitativo di tela con l’evidente scopo di incrementare l’attività di ballooning. Una volta che gli animaletti avevano spiccato il volo, gli scienziati hanno provato a modificare la differenza di potenziale elettrico: aumentandola, i ragni volavano più in alto, abbassandola, anche i ragni perdevano quota. L’ipotesi più accreditata è che i ragni riescano a percepire la differenza di potenziale elettrico grazie alla presenza di alcuni sottilissimi peli sensoriali presenti sulla superficie del loro corpo: questi peletti, in base alle variazioni elettrostatiche, si alzerebbero o si abbasserebbero. Ecco dunque spiegati i mirabili balzi dei ragni ad altezze vertiginose e per distanze incredibilmente lunghe. Un’altra meraviglia di una natura che non smette mai di stupirci.

Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island
Ecoturismo sostenibile a Zanzibar: la riserva di Chumbe Island

Il Parco corallino dell’isola di Chumbe, che fa parte dell’arcipelago di Zanzibar, è un’area marina protetta privata, istituita nel 1991 e riconosciuta dal governo nel 1994, che comprende la piccola isola di Chumbe e le acque che la circondano, note per la loro fantastica barriera corallina. Il parco è un sistema di aree protette che comprende il Chumbe Reef Sanctuary e la Closed Forest Reserve.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island è stata la prima riserva marina della Tanzania: la barriera corallina ancora intatta che circonda l’isola ospita oltre 200 specie di coralli, 400 specie di pesci ed è regolarmente visitata da tartarughe e delfini. Offre una piccola spiaggia ed è meta ideale per gli appassionati di snorkeling, mentre pesca ed immersioni non sono permesse. Per arrivarci partendo da Stone Town ci vuole poco meno di un’ora su un’imbarcazione a motore e si attraversa un tratto di mare che, durante determinati periodi dell’anno, diventa la casa temporanea di tartarughe, balene e delfini.

Nonostante Zanzibar sia una delle destinazioni preferite dagli italiani nel continente africano (lo scorso anno il 25% dei turisti arrivati nell’arcipelago proveniva dal nostro Paese) sono pochi i connazionali che si spingono fino a quest’isola-santuario. Questa riserva ospita una foresta tropicale secca, ormai quasi scomparsa a Zanzibar, ricca di reperti fossili antichissimi e di una colonia di più di 300 esemplari di Cocunut Crab.

Il granchio del cocco è una specie di granchio eremita terrestre, noto anche come il granchio ladro o il ladro di palme. È il più grande artropode terrestre del mondo ed è probabilmente al limite superiore per gli animali terrestri con esoscheletri negli ultimi tempi, con un peso fino a 4 kg. Può raggiungere una lunghezza massima di 1 m da una gamba all’altra!

 

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

Chumbe Island non è solo un coral reef sanctuary, una barriera corallina protetta di 33 ettari che ha poco da invidiare alle più conosciute e frequentate località turistiche del Mar Rosso o delle Maldive; è soprattutto un progetto di tutela ambientale e di ecoturismo sostenibile che spicca in una Nazione dove più del 50% degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e dove la maggior parte delle persone abita in aree rurali, ancora non toccate da alcun tipo di sviluppo economico. È una riserva marina privata che è diventata un caso di studio da parte di ricercatori internazionali e che nel 2018 si è classificata tra i tre finalisti del premio “Tourism of Tomorrow” del World Travel Tourist Council nella categoria Ambiente. La riserva è gestita da un’organizzazione non-profit ed i proventi sono interamente reinvestiti per il mantenimento del parco e per i corsi educativi dei pescatori locali.

Zanzibar, ecoturismo sostenibile nella riserva di Chumbe Island

Foto: chumbeisland.com

 

Stefania Andriola

Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano
Allarme plastica: sono inquinati anche gli abissi più profondi dell’oceano

Dobbiamo stare tutti molto attenti a inquinare il meno possibile. Pensate che è stata ritrovata della plastica anche nella fossa oceanica più profonda del mondo! Mi riferisco alla Fossa delle Marianne che è la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico e il punto più profondo, l’abisso Challenger, si trova ad una profondità compresa tra i 10.898 e i 10.994 metri sotto il livello del mare. Uno studio pubblicato su Marine Policy, rivista leader degli studi sulle politiche oceaniche, e condotto da un team di ricercatori giapponesi ha purtroppo riscontrato la presenza di plastica a 10.898 metri di profondità, triste testimonianza del’inquinamento prodotto dal genere umano. Nella ricerca sono stati analizzati i dati di circa 5.000 immersioni e individuati 3.425 pezzi di detriti di origine umana, di cui un terzo di macro plastiche più grandi di 5 millimetri. Utilizzando immagini registrate dai sottomarini, sono stati presi in considerazione dati raccolti in oltre 30 anni che tengono conto dei rifiuti umani trovati nelle parti più profonde dell’oceano.

Plastica nel mare
La maggior parte dei detriti è stata riscontrata tra 1.000 e 2.000 metri dato che i dati raccolti dai sottomarini erano per lo più relativi a quella profondità, ma è intorno ai 6.000 metri che si registra la densità maggiore di plastiche (che sfiora il 52%). Immagine simbolo del disastro un sacchetto monouso frammentato, ritrovato a quasi 11.000 metri di profondità. Lo stesso sacchetto era stato individuato per la prima volta circa 20 anni fa, nel maggio del 1998: allora era quasi intero e oggi è ancora lì, sfilacciato e frammentato.
Si stima che la plastica rimanga potenzialmente per centinaia se non migliaia di anni una volta depositata nelle profondità marine e secondo i ricercatori l’unico modo per evitare il problema è regolare subito la produzione di plastica monouso e prevenire il flusso di questi pericolosi detriti dalle nostre coste. Cresce la preoccupazione che gli ecosistemi dei mari profondi siano già danneggiati dallo sfruttamento diretto di risorse biologiche e non biologiche, dalle plastiche, dalla pesca a strascico.

Plastica inquinamento mare e oceano

 

Stefania Andriola

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo
Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo

Torna l’appuntamento con l’Ora della Terra, l’Earth Hour: si tratta della grande mobilitazione globale del WWF che tornerà sabato 24 marzo, puntuale come ogni anno, tra le 20.30 e le 21.30.
L’appuntamento è ormai giunto all’undicesima edizione e quest’anno il tema sarà “Connect2Earth“, scelto dal WWF per sottolineare il legame tra il nostro benessere e l’equilibrio dei boschi, la purezza delle acque, la bellezza e ricchezza di vita e di specie. Anche quest’anno verrà riproposto il gesto di “spegnere” i monumenti del Pianeta e le luci di abitazioni private, uffici e sedi istituzionali in tutto il mondo. Per condividere globalmente questo evento e per diffonderne il significato è nata la piattaforma connect2earth.org, ideata in partnership con il Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite, utile strumento per conoscere ed approfondire temi come la salute degli oceani, le economie sostenibili e idee per azioni concrete sul clima.

In Italia saranno davvero tanti gli eventi in programma, dalle cene a lume di candela in piazza, alle pedalate in bicicletta a Roma, Bologna, Napoli, Lecce e Catania : potete consultare la mappa interattiva, con tutti gli appuntamenti previsti, disponibile qui.
Il successo dell’Earth Hour del 2017 fu enorme: l’effetto domino ha coinvolto 7.000 città e oltre 184 paesi e regioni del mondo, centinaia di milioni di persone e l’hashtag #EarthHour ha generato oltre 3 miliardi di azioni social.

 

 

Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo
Squalo della Groenlandia: l’animale vertebrato che vive più a lungo

Lo squalo della Groenlandia – il cui nome scientifico è Somniosus microcephalus – vive nelle gelide e profonde acque del Nord Atlantico. Secondo uno studio pubblicato su Science sembra probabile che possa raggiungere addirittura i 500 anni d’età!
Gli studiosi hanno analizzato 28 esemplari femmina di squalo della Groenlandia e hanno scoperto che il più grande degli squali analizzati aveva circa 400 anni: impressionante, vero?
Questo squalo ha vissuto dai tempi del Rinascimento e del Re Sole, fino ai nostri anni!

Lo squalo della Groenlandia è uno degli squali più grandi al mondo: le sue dimensioni sono paragonabili solo a quelle dello squalo bianco. Si nutre soprattutto di pesci, ma può catturare anche alcuni mammiferi marini.

Julius Nielsen, autore dello studio e biologo dell’università di Copenhagen, ha spiegato che la scoperta è una sorpresa: gli studiosi sapevano che lo squalo della Groenlandia fosse molto longevo, ma non si aspettavano che potesse vivere così a lungo. Tra i pericoli che minacciano questa specie c’è la pesca accidentale di alcuni esemplari, ma anche i cambiamenti climatici che rischiano di modificare il suo habitat.

L’orca Wikie sa parlare?
L’orca Wikie sa parlare?

L’orca Wikie è un esemplare femmina che vive nel parco marino Marineland Aquarium di Antibes, in Francia. Wiki è davvero speciale: ha dato prova di saper imitare i suoni, i versi di altri animali (come lupi e delfini) e persino alcune parole umane. L’orca, infatti, ha copiato i ricercatori “parlando” attraverso il suo sfiatatoio mentre era parzialmente immersa nell’acqua!

Il video, pubblicato dal Telegraph, ci permette di ascoltare le registrazioni effettuate dai ricercatori, mentre l’orca Wikie ripeteva suoni e parole come “hello”, “bye-bye”, “one, two, three”:

Non è possibile affermare che Wikie sappia davvero parlare, perché ripete suoni e parole di cui non conosce il significato. Secondo i ricercatori, tuttavia, non è da escludere che un giorno l’orca Wikie sarà in grado di condurre una vera e propria conversazione, anche se basilare.
Anche altri animali hanno dimostrato di essere in grado di imitare il linguaggio umano (il caso più noto è quello dei pappagalli), ma è un’abilità molto rara nei mammiferi. Tra i pochi mammiferi in grado di copiare i suoni emessi da altre specie o tra di loro ci sono i delfini e i beluga.

Alla ricerca del delfino perduto
Alla ricerca del delfino perduto

La più grande area marina del Mediterraneo è il Santuario Pelagos, un’area dedicata alla protezione dei mammiferi marini che si espande per circa 90 mila chilometri quadrati nel mar ligure, dalla Costa Azzurra alla Toscana, passando per la punta settentrionale della Sardegna.

Nell’area del Santuario si osservano regolarmente 8 specie di cetacei ma – ha spiegato a La Stampa Sabina Airoldi, coordinatore scientifico dell’Istituto Tethys, organizzazione dedicata alla conservazione dell’ambiente marino attraverso la ricerca scientifica e la sensibilizzazione del pubblico – negli ultimi anni sono diminuiti gli avvistamenti della balenottera comune e sembra essere quasi scomparso il grampo. Si tratta di un delfino di grandi dimensioni, molto facile da riconoscere per le particolari striature bianche, simili a graffi, che ricoprono il suo corpo:

Proprio al grampo è dedicato il progetto dell’Istituto TethysAlla ricerca del delfino perduto“, una campagna di avvistamenti realizzata in collaborazione con il Fai e con Banca Intesa San Paolo. Nei porti della Liguria e lungo la costa tirrenica verranno affissi, a partire da maggio, dei manifesti per invitare tutti i cittadini – e in particolare quelli che vanno in barca – a segnalare eventuali avvistamenti del grampo, oltre alle indicazioni su come riconoscerlo e come comportarsi per non disturbarlo.

 

I giorni della Merla
I giorni della Merla

Secondo un’antica tradizione popolare, i giorni della merla – gli ultimi tre giorni di gennaio – sarebbero i più freddi di tutto l’anno.

È davvero così? Scopriamolo insieme ai MeteoHeroes, che ci raccontano anche l’affascinante leggenda dei giorni della merla!
La leggenda narra che, tanto tempo fa, i merli erano bianchi. Un giorno, però, accadde che una merla volle ingannare gennaio, che regolarmente la maltrattava con il freddo e il cattivo tempo, e decise di restare nascosta con tutta la sua famiglia. Uscì solo l’ultimo giorno del mese, che allora durava 28 giorni, deridendo gennaio per essere riuscita a sottrarsi alla sua gelida morsa. Gennaio, infuriato, chiese a febbraio 3 giorni in prestito e scatenò una tempesta di neve e gelo, costringendo l’incauta merla a ripararsi dentro un camino: da allora, la merla diventò più cauta e con le piume nere.

giorni della merla

In realtà, i giorni della merla non sono i più freddi dell’anno. Dal punto di vista del clima italiano, infatti, il periodo in assoluto più freddo cade a cavallo tra la seconda e la terza decade di gennaio e per alcune zone del Sud Italia anche più avanti, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.

Il tuo costume di Carnevale è pronto? Ecco come realizzare i trucchi bio!
Il tuo costume di Carnevale è pronto? Ecco come realizzare i trucchi bio!

Il make up bio è la migliore soluzione ecologica e priva di sostanze tossiche per prepararci al Carnevale, ma anche una scelta consapevole per proteggere la pelle delicata dei bambini.
Niente sostanze tossiche o chimiche per colorare questo Carnevale 2018, bandite soprattutto dalla delicata pelle dei nostri bimbi. Sostituire il più classico make up multicolore del Carnevale con trucchi ecologici, bio e fai da te è davvero semplice: scopriamo insieme ai MeteoHeroes qualche idea utile e divertente, magari da realizzare insieme ai bambini!

Gli ingredienti base per il tuo make up di Carnevale saranno:
– una crema densa, come quella per le mani o per neonati: l’importante è che sia ipoallergenica e naturale;
– amido di mais o di riso;
– acqua (va benissimo quella del rubinetto).

A questi elementi servirà aggiungere il colore, che in molti casi è facile ottenere da altri prodotti naturali.

colori-bio

Qualche esempio?
Aggiungere della semplice farina alla nostra base composta da acqua, amido e crema ci permetterà di ottenere un make up bianco, ideale per travestimenti che richiedono un colorito pallido.
Per ottenere il rosso, una delle soluzioni migliori, e del tutto naturali, c’è il succo di barbabietola.
Una piccolissima quantità di curcuma, invece, basterà per ottenere uno splendido colore giallo.
Il cacao in polvere, aggiunto alla nostra base neutra, ci regalerà un colore marrone.

È possibile ottenere numerosi colori anche aggiungendo alla base coloranti alimentari. Attenzione, solo, a sceglierli rigorosamente naturali.

 

I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli
I rumori prodotti dall’uomo creano problemi agli uccelli

Una recente ricerca, condotta da una squadra di studiosi americani, ha dimostrato che gli uccelli risentono dell’inquinamento acustico prodotto dall’uomo.

A causa dello stress prodotto dal rumore che deriva dalle attività umane, non riescono più a cantare come un tempo e danno alla luce perfino pulcini rachitici. In particolare, lo studio si è concentrato sulle analisi di alcuni uccelli che si trovavano vicino a zone di lavorazione ed estrazione di petrolio o gas naturale, luoghi in cui c’è un costante inquinamento acustico, un rumore a bassa frequenza, quasi un ronzio, che ha costretto nel tempo gli animali a cambiare i loro comportamenti.

uccelli

Nathan Kleist, principale autore dello studio, afferma che l’inquinamento acustico ha effetti significativi sull’ormone dello stress e sulla salute generale degli uccelli; dalle analisi del sangue di uccelli prelevati da 240 siti di nidificazione vicini a impianti di gas naturale nel nord del Nuovo Messico si è scoperto che il livello di un ormone, il corticosterone, era decisamente basso rispetto a quello di altri uccelli. L’ipocorticismo – cioè la bassa concentrazione di corticosterone nel sangue –  si accompagna alla riduzione del peso corporeo e a diverse criticità che sono state riscontrate nei volatili: ad esempio disfunzioni nella crescita, pulcini nati con forme di rachitismo e poche piume. Tra le tante una madre osservata dai ricercatori doveva continuamente vigilare i propri piccoli perché il rumore non le permetteva di capire se ci fossero predatori nelle vicinanze.

pulcino

Altri uccelli monitorati dovevano invece sviluppare un’attenzione non comune per poter ascoltare gli altri pennuti ed eventuali partner in cerca di accoppiamento. I ricercatori sottolineano che è sempre più evidente che l’inquinamento acustico dovrebbe essere un fattore da valutare quando si fanno piani per proteggere le aree popolate dalla fauna selvatica ricordando però la complessità dell’argomento: anche in un habitat naturale silenzioso i rumori possono influire sulla vita dei volatili e molti studi devono ancora essere fatti per comprendere a pieno il rapporti fra questi animali e i rumori circostanti.

Giappone: alla scoperta dei diamanti di ghiaccio
Giappone: alla scoperta dei diamanti di ghiaccio

In questo periodo in Giappone, sull’isola di Hokkaido, alla foce del fiume Tokachi, il ghiaccio dà vita a spettacolari sculture!
Pezzi unici, degni della miglior gioielleria, i blocchetti di ghiaccio che si formano sull’isola sembrano proprio dei diamanti o altre pietre preziose: per questo vengono chiamati jewelry ice. Per trovarli dobbiamo andare in Giappone, sull’isola di Hokkaido, per la precisione alla foce del fiume Tokachi. In questo periodo dell’anno il ghiaccio, in quest’angolo sperduto della Terra, dà vita a spettacolari piccole sculture. Incredibili blocchetti di ghiaccio talmente trasparenti da sembrare vero cristallo. Sono talmente preziosi e rari che ogni anno la gente si affolla sull’isola giapponese con l’intento di trovarne almeno uno. Il “miracolo” avviene quando le temperature calano, e la foce del fiume si congela. È allora che i frammenti di ghiaccio vengono tolti alle gelide acque del mare, per entrare nella bocca del fiume e venire trasportati dalla sabbia sulla spiaggia. Proprio qui si può ammirare il meraviglioso spettacolo. A rendere possibile tutto ciò è il fatto che il ghiaccio è formato da acqua dolce, dunque senza presenza di sale. A questo va poi aggiunto il tempo di congelamento, estremamente lento,  che consente alle impurità di fuoriuscire dalla piccola scultura, senza restarvi imprigionate. Infine, il movimento delle onde marine contribuisce a levigare i piccoli gioielli, che splendono così in tutta la loro bellezza.