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Plastica killer a causa del suo odore
Plastica killer a causa del suo odore

La plastica che finisce in mare oltre ad inquinare, uccide con l’inganno, inserendosi nella catena alimentare: una sostanza chimica presente in natura che segnala agli animali le aree migliori per cercare cibo, è la stessa prodotta dalle plastiche che finiscono in acqua. Sono numerosi gli studi su una sostanza presente in natura, il dimetil solfuro che molti organismi sfruttano come segnale chimico fondamentale per individuare le aree migliori per cercare cibo. Il problema è che questa stessa sostanza è prodotta anche dalle plastiche che finiscono in mare, quindi per molte specie sensibili, diventa una trappola olfattiva, come se nel cervello si creasse la stessa sensazione che proviamo quando siamo affamati e sentiamo in lontananza l’odore del nostro piatto preferito. Il dimetil solfuro, caratterizzato da un tipico odore sgradevole, simile a quello che si avverte quando vengono cotti alcuni vegetali come i cavoli, viene prodotto dal dimetil solfoniopropionato (DMSP) che si trova nelle cellule di alcune specie di fitoplancton. Negli ecosistemi che si trovano in mare aperto attrae le specie che comunemente si nutrono di fitoplancton come i krill (piccoli crostacei che vivono in tutti gli oceani del mondo). I krill, a loro volta, costituiscono l’alimento principale della dieta di centinaia di specie animali diverse, dai pesci e gli uccelli fino alle balene. Quindi se i krill hanno ingerito erroneamente la plastica, attirati da quell’odore ingannevole, la plastica arriva anche agli altri animali che si nutrono di loro.

Alcune stime datate 2010 parlano di una quantità di plastica finita in mare che oscilla tra 4,8 ai 12,8 tonnellate, in un solo anno. Le nazioni che si affacciano su mari e oceani producono un totale di rifiuti solidi annuo che si attesta sulle 2,5 miliardi di tonnellate; di queste 275 milioni di tonnellate sono plastica, di cui 8 milioni di tonnellate finite in mare. “Conoscere le specie che rischiano di cadere in questa trappola olfattiva è fondamentale per predisporre adeguati piani di conservazione. È importante capire anche come i singoli individui predano: la specie potrebbe essere attirata nel posto sbagliato dal dimetil solfuro, ma poi essere in grado di distinguere il sacchetto di plastica da una medusa. Altre specie potrebbero invece non essere in grado di operare questa distinzione. L’impatto delle plastiche sulle specie marine è perverso e probabilmente non siamo ancora stati capaci di comprenderlo appieno. Serviranno altri studi sul tema per chiarire gli aspetti che a oggi sono poco chiari” ha sottolineato Roberto Ambrosini, ricercatore di scienze ambientali dell’Università Statale di Milano.

È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica
È arrivata la macchina in grado di ripulire l’oceano dalla plastica

Ocean Cleanup è un’organizzazione non governativa fondata da un giovane ingegnere olandese, Boyan Slat. Il suo scopo è quello di mantenere la pulizia dell’oceano. L’associazione ha sviluppato una macchina in grado di raccogliere i rifiuti in plastica grazie alle correnti marine. Si tratta del Ocean Array Cleanup, che verrà testato a breve.

Nel bel mezzo dell’oceano Pacifico esiste infatti un’isola di plastica (Pacific Trash Vortex), occasione perfetta per vedere la macchina in azione.  Con l’aiuto delle correnti subacquee, che spingeranno i rifiuti verso le braccia del macchinario, la plastica verrà raccolta da un imbuto posizionato sulla piattaforma e smaltita periodicamente tramite il trasporto via barca. In tal modo inoltre si riduce l’impatto ambientale dell’Ocean Array Cleanup considerato che non avrà bisogno di energia.

Se il progetto di Slat sarà un successo, questo significherà un grande passo avanti nella lotta contro la minaccia di immondizia negli oceani. Basti pensare ai danni causati solo dall’ impatto negativo che ha il Pacific Trash Vortex, con sporcizia in smisurate quantità. A farne le spese sono infatti balene e delfini che spingendosi in superficie si ritrovano circondati da rifiuti in decomposizione. Se il primo test andrà bene, si potrà procedere alla produzione di altri macchinari di questo tipo da distribuire equamente su tutta la superficie dell’oceano. Obbiettivo questo, che Boyan Slat si propone di raggiungere entro il 2020.

 

Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!
Un tuffo tra gli squali? Ecco il video!

National Geographic ha pubblicato un video straordinario, realizzato con videocamere a 360 gradi da un team di subacquei che si sono immersi nelle limpidissime acque delle Bahamas, tra numerosi esemplari di squalo tigre.

Questa specie di squalo è chiamata così per le scure striature verticali sul dorso, visibili soprattutto sugli esemplari più giovani: con l’avanzare dell’età, infatti, le righe si attenuano fino a scomparire completamente.

La diffusione dello squalo tigre

Lo squalo tigre vive soprattutto lungo le zone costiere dell’Oceano Atlantico orientale e occidentale, dell’Oceano Pacifico e del Mar Rosso. Questi squali hanno una vista e un olfatto sviluppatissimi, la loro lunghezza può addirittura superare i 6 metri e possono pesare anche 900 kg!

squalo-tigre

 

Ecco il video, che è stato realizzato in un’area vicino alle Bahamas: qui, in acque protette, gli squali non hanno predatori.

Oceano di nuvole nel Grand Canyon
Oceano di nuvole nel Grand Canyon

Le pareti rocciose del Grand Canyon si sono trasformate nelle sponde di un immenso oceano di nuvole. Capitano raramente questi momenti in cui il Grand Canyon cambia volto e diventa quasi irriconoscibile. E’ successo qualche giorno fa quando un oceano di nuvole si è formato tra le gole create dal fiume Colorado, nell’Arizona settentrionale. Le particolari condizioni atmosferiche hanno regalato un panorama completamente diverso da quello per cui milioni di turisti ogni anno si recano per vedere una delle più conosciute meraviglie naturalistiche del mondo.

GrandCanyon - Oceano di nuvole 3

Questo fenomeno è dovuto all’inversione termica che si verifica durante le sere e notti calme e serene. Cosa significa “inversione termica”? Normalmente la temperatura dell’aria diminuisce all’aumentare della quota altimetrica ma questo non avviene quando il forte raffreddamento del suolo sottrae calore all’aria sovrastante che a sua volta si raffredda: nelle prime centinaia di metri si crea così uno strato in cui la temperatura addirittura aumenta con la quota ossia si ‘inverte’ il normale andamento della temperatura con l’altezza.

GrandCanyon - Oceano di nuvole 2

Grazie a queste condizioni si sono formate nubi basse che sono rimaste imprigionate tra le pareti rocciose del Grand Canyon. Il video di Skyglow Project ha documentato questo rarissimo fenomeno. Il video è stato girato da SKYGLOW Project che collabora con la International Dark-Sky Association con l’obiettivo di documentare l’inquinamento luminoso nel Nord America e di preservare la bellezza delle notti stellate in tutto il mondo.

► Guarda il video

Foto – Crediti: Gavin Heffernan and Harun Mehmedinović SKYGLOWPROJECT.COM