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Brutte notizie dall’Artico
Brutte notizie dall’Artico

Artico: la massima estensione dei ghiacci è la seconda più bassa della storia.

Con la fine dell’inverno è possibile farci un’idea dello stato di salute dei ghiacci marini dell’Artico (quelli, per intenderci, che si formano sopra la superficie del mare del Polo Nord), che nei mesi invernali raggiungono la loro estensione massima.
I ghiacci dell’artico hanno raggiunto la massima estensione in particolare il 17 marzo 2018, quando i satelliti hanno misurato un’estensione di circa 14,48 milioni di chilometri quadrati.

Quello di quest’anno è il secondo valore più basso da quando si effettuano le rilevazioni satellitari, cioè da 39 anni. Al primo posto troviamo il valore registrato nel 2017.
Secondo le elaborazioni rese note dal NSIDC, National Snow and Ice Data Center, l’estensione dei ghiacci artici registrata quest’anno è di circa 1,16 milioni di chilometri al di sotto della media del periodo 1981-2010: si tratta di una superficie enorme, grande quanto Italia, Spagna e Germania messe insieme!

 

 

Particolarmente preoccupante il fatto che gli ultimi quattro record negativi siano stati registrati negli ultimi 4 anni: questo evidenzia un’inquietante tendenza negativa che incide in modo significativo sul clima di tutto il Pianeta Terra.

Aurore Polari: come si formano?
Aurore Polari: come si formano?

Le Aurore Polari sono sicuramente uno dei fenomeni più straordinari che la Natura ci regala e si possono osservare nelle zone della Terra che sono più vicine al Polo Sud e al Polo Nord.
Le aurore vengono nominate boreali quando sono visibili nell’emisfero nord del nostro pianeta, australi quando sono nelle vicinanze del Polo Sud.

Il meteorologo Daniele Izzo del Centro Epson Meteo ci spiega come ha origine questo fenomeno così affascinante.

Il nostro pianeta è costantemente bombardato da un flusso di particelle cariche in arrivo dallo spazio e generato dalle stelle: è costituito essenzialmente da elettroni, protoni, nuclei di elio (particelle alfa) e atomi pesanti ionizzati. L’insieme di queste particelle cariche prende il nome di raggi cosmici, o di vento solare nel caso in cui sia quello generato dal nostro sole.
L’intensità del vento solare varia in rapporto all’attività delle macchie solari: nei periodi di elevata attività questo flusso di particelle elettromagnetiche aumenta perché sulla superficie della nostra stella avvengono delle vere e proprie eruzioni di plasma incandescente.

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A proteggerci dal vento solare ci pensa il campo magnetico generato dalla Terra la cui azione si estende fino a circa 60.000/90.000 km di altezza, la distanza giusta per bloccare in tempo utile il bombardamento di queste pericolose e velocissime particelle. Il campo magnetico terrestre riesce infatti a deviare e a intrappolare la quasi totalità del vento solare in due fasce, dette di Van Allen: la prima posta a un distanza di circa 3.500 km dalla Terra e, la seconda, intorno a 15.000-20.000 km. L’attraversamento di tale fasce rappresenta però un pericolo per equipaggi impegnati in missioni spaziali. In queste fasce le particelle si muovono velocemente andando da polo a polo dove riescono a infiltrarsi fino a quote relativamente basse (100-1000 km) e ad eccitare le molecole d’aria di azoto e ossigeno dando luogo a questi spettacolari giochi di luci e colori: le aurore polari.

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Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?
Le acque dell’Oceano Artico sono sempre più acide: cosa significa?

L’Oceano Artico sta diventando sempre più caldo, ma anche sempre più acido: lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Nature, a cui hanno collaborato istituti di ricerca di Cina, Svezia e Stati Uniti. Quali sono le cause di questo fenomeno, e quali le conseguenze?

La ricerca ha analizzato quanto le acque acidificate si siano estese tra la metà degli anni Novanta e il 2010: nel giro di circa 15 anni si sono allargate per circa 300 miglia nautiche (sono quasi 556 km) dal Nord-Ovest dell’Alaska all’area a meridione del Polo Nord. L’acidificazione non ha riguardato solo la superficie: da circa 100 metri, ha raggiunto i 250 metri di profondità.

oceano

Perché le acque diventano più acide?

Quello dell’acidificazione delle acque è un fenomeno in crescita, dovuto ai cambiamenti climatici. A causa dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera decresce il pH degli oceani: circa un quarto della CO2 che si trova nell’atmosfera finisce negli oceani, e qui si trasforma in acido carbonico. Il processo di acidificazione dell’acqua è particolarmente rapido nell’Oceano Artico, dove è stato osservato un aumento dell’acidità delle acque due volte più veloce rispetto a quello che sta colpendo l’Oceano Pacifico e l’Atlantico.

Le conseguenze sono drammatiche:

Il fenomeno rappresenta un serio pericolo per tutto l’ecosistema marino, perché ha effetti disastrosi sulla catena alimentare. L’acidificazione delle acque provoca lo scioglimento dei gusci calcarei di vongole, cozze, lumache di mare e plancton calcareo, specie da cui dipende, più o meno direttamente, l’alimentazione di moltissimi altri animali.

oceano artico

Artico: ghiaccio sempre più sottile
Artico: ghiaccio sempre più sottile
La situazione nella regione artica si fa sempre più difficile. L’estensione della calotta artica secondo i dati raccolti dal National Snow and Ice Data Center è stata la sesta più bassa di sempre nel mese di giugno, 900.000 chilometri quadrati sotto la media calcolata tra il 1981 ed il 2010. In data 2 luglio l’estensione dei ghiacci era molto vicina a quella raggiunta nello stesso periodo nel 2012, anno che detiene ancora il record di estensione minima.
Nonostante l’estensione non sia la più bassa di sempre, bisogna tenere in considerazione anche il volume totale del ghiaccio presente nell’Artico che oggi ha raggiunto un nuovo record, minimo ovviamente. Dai dati raccolti dal programma PIOMAS dell’Università di Washington il volume del ghiaccio ha raggiunto il valore minimo mai registrato. Questa preoccupante condizione è dovuta all’aumento delle temperature che quest’anno si sta facendo sentire in questa regione con un numero di giorni con temperature sottozero inferiore al 2012, indice indicativo per capire quanto “caldo” ha fatto negli ultimi mesi.
Questa mancanza di “freddo invernale” si sta facendo vedere: lo spessore del ghiaccio si è ridotto quasi dappertutto. L’aria più mite e l’oceano più caldo stanno “mangiando” il ghiaccio più antico, quello più consolidato e duraturo. Al suo posto è comparso del ghiaccio più giovane, più sottile e più incline alla fusione annuale. Lo spessore medio durante lo scorso mese, secondo i dati raccolti da PIOMAS, è stato di 10 cm più sottile rispetto agli ultimi anni. Nel 1980 il ghiaccio era mediamente 120 cm più spesso rispetto ad ora. La situazione è critica. Il ghiaccio è più sottile della media in gran parte della calotta artica; l’unica zona esclusa è la zona a nord delle Svalbard.
Gli esperti sono d’accordo nell’affermare che anche se riuscissimo a fermare il riscaldamento globale sotto i 2°C l’Artico, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe comunque perdere quasi tutto il ghiaccio durante le estati.
Crociera estiva al Polo Nord
Crociera estiva al Polo Nord

Tra qualche decennio al Polo Nord potrebbe non esserci più la calotta di ghiaccio e le rotte navali che collegano Europa, America e Asia potrebbero attraversare liberamente le acque del Mar Glaciale Artico.

Tutti gli studi da tempo ormai confermano quello che sarà un triste epilogo: intorno al 2040 in estate al Polo Nord potrebbe non esserci più la calotta di ghiaccio. In effetti la superficie della Calotta Artica dal 1980 ai giorni nostri si è ridotta di circa il 40% e ancor più rapidamente è diminuito lo spessore della banchisa. Così se nel 1979 la banchisa artica occupava un volume di 16.855 km3, negli ultimi anni è invece regolarmente scesa al di sotto dei 4.000 km3, con una riduzione quindi di oltre il 75%. A causa del Global Warming è perciò molto probabile che entro metà secolo in estate divenga possibile attraversare in nave l’Artico.

Navigazione transpolare: quanto tempo si risparmia?

Le rotte potrebbero essere più convenienti in termini di tempo e quindi anche di costo: attraversare l’artico è sicuramente più veloce per collegare Asia, Nord America ed Europa. Sicuramente le rotte transpolari comportano anche rischi connessi al clima e all’ambiente, qui naturalmente ostile: la calotta di ghiaccio potrebbe infatti fluttuare e spostarsi e in questo modo ostacolare il passaggio delle navi.

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Entro il 2030, in ogni caso, potrebbero diventare ordinarie alcune rotte cargo, ad esempio quelle che costeggiano il nord America e il nord Europa passando poi per il mare di Barents e il mare della Siberia orientale, mentre altre, specie quelle più prossime al polo, necessiterebbero delle rompighiaccio. Tra il 2045 ed il 2060 invece, spiega una ricerca dell’Università di Reading pubblicata dalla American Geophysical Union, lo spessore di ghiaccio della calotta rimanente sarà talmente sottile (compreso tra 1 metro e 50 centimetri) da permettere di attraversare più agevolmente il Mar Glaciale Artico.
Dall’Europa all’Asia più orientale attualmente ci vogliono 30 giorni di navigazione senza sosta passando dal Canale di Suez, mentre dal Nord America 25 giorni, approfittando del Canale di Panama. Nei prossimi decenni questo potrebbe cambiare: secondo le stime da Rotterdam a Yokohama potrebbero volerci 18 giorni mentre da New York a Yokohama 21.

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