Tag: riscaldamento globale

Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero
Riscaldamento globale: con la ritirata dei ghiacciai un rifugio italiano si ritrova in territorio svizzero

A causa del cambiamento climatico alcune zone di frontiera possono subire dei cambiamenti. Per questo nel 2009 è stata firmata una legge sui “confini mobili” che, per l’Italia, ha come conseguenza uno spostamento dei confini che, in alcune zone dell’arco alpino, cambiano a causa della ritirata dei ghiacciai.

È quello che è successo in Valle d’Aosta, sul Cervino, dove il confine tra Italia e Svizzera, che prima si trovava sul ghiacciaio, ora coincide ora con una linea di cresta che è emersa di recente e che passa proprio sotto il rifugio “Guide del Cervino” e la vicina scuola di sci, a 3.480 metri sul Plateau Rosa.

 

 

Trovato l’angolo di paradiso del corallo
Trovato l’angolo di paradiso del corallo

Mentre i devastanti effetti dei cambiamenti climatici dilagano a livello planetario, in mezzo all’Oceano Pacifico c’è un luogo che, da questo punto di vista, rappresenta un vero e proprio angolo di paradiso. Un luogo il cui segreto viene da tempo ricercato instancabilmente dagli studiosi: un vasto tratto di mare nel quale i coralli risultano completamente preservati dal fenomeno dello sbiancamento. Un’oasi intatta, che rappresenta un segnale decisamente positivo, nonché  un importante spiraglio di speranza per la salvezza dell’ecosistema.

L’oasi di natura marina in questione si trova in quel tratto di acque tra Filippine e Nova Guinea. Per la precisione, in quel “Triangolo del Corallo” ubicato tra Indonesia, Malesia, Filippine, Isole Salomone, Timor Est e Papua Nuova Guinea. I coralli, in questo tratto di mare, risultano del tutto intatti e sfoggiano il loro colore sgargiante, immuni dall’allarmante fenomeno dello sbiancamento. Il Triangolo del Corallo si estende per 5,7 milioni di chilometri quadrati: qui, la popolazione di alghe, fondamentale per proteggere il delicato ecosistema dei coralli, prolifera indisturbata.

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Una realtà in controtendenza rispetto alla situazione globale, che vede gli effetti del riscaldamento globale e dell’inquinamento colpire senza sosta e in modo indiscriminato le popolazioni di alghe di mari e oceani, tra cui lo stesso Oceano Pacifico. Per tale motivo il Triangolo del Corallo da tempo è oggetto di studio da parte di molti scienziati, tra cui quelli dell’università del Queensland. Per svolgere il loro lavoro, questi ricercatori hanno utilizzato le tecnologie più avanzate: telecamere installate su scooter subacquei in grado di scattare foto alla barriera corallina con un’ampiezza fino a 2,5 km e una visuale a 360 gradi. Ad essere esaminate sono state ben 50mila immagini che, confrontate con le stesse foto scattate nel 2014, hanno portato alla conclusione che nel reef in questione non si era registrato alcuno sbiancamento e nessun altro tipo di deterioramento.

Un ottimo punto di partenza per effettuare nuovi studi sulle condizioni che hanno reso possibile questo “miracolo ambientale”. Le barriere coralline, d’altra parte, rappresentano un ecosistema di fondamentale importanza sia per l’uomo che per il pianeta in generale. Circa il 25% della vita negli oceani si svolge all’interno o intorno ai reef; oltre mezzo miliardi di persone devono la loro sopravvivenza alla presenza delle barriere coralline.  “Dopo diversi anni deprimenti come scienziati della barriera corallina, testimoni del peggiore fenomeno mondiale di sbiancamento dei coralli – dice la responsabile del progetto di ricerca, Emma Kennedy – è incredibilmente incoraggiante studiare scogliere come queste. Questo significa che abbiamo ancora tempo per salvare alcune barriere coralline attraverso l’esame scientifico delle possibili azioni di conservazione”.

Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione
Ragni più piccoli, farfalle più grandi: gli invertebrati stanno cambiando dimensione

Gli invertebrati stanno cambiando dimensione. Il riscaldamento globale e l’urbanizzazione sono alla base delle mutazioni di taglia che insetti, ragni e crostacei subiranno presto.  Insetti, lombrichi, ragni, molluschi e crostacei sempre più piccoli, o sempre più grandi, a causa dei cambiamenti climatici. Ma non soltanto. Le mutazioni di dimensioni degli invertebrati saranno determinate anche dal grado di urbanizzazione. Insomma: i simpatici ragnetti dalle zampe sottilissime che ci tengono abitualmente compagnia, sbirciando la nostra quotidianità da qualche angolo delle nostre stanza, all’epoca dei nostri pronipoti avranno una taglia diversa da quella di oggi. Tutto dipenderà da dove questi piccolissimi animali si ritrovano a vivere: in città, in mezzo alla natura o in aree frammentate.

La notizia arriva da una ricerca internazionale curata dall’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ise) in collaborazione col Dipartimento di scienze della vita e biologia dei sistemi (Dbios) dell’Università di Torino. Lo studio, portato avanti in Belgio e realizzato grazie ai fondi stanziati dal Governo belga, è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Sono dieci i gruppi di invertebrati ad essere stati analizzati in habitat terrestri e acquatici caratterizzati da temperature diverse in base al grado di urbanizzazione: in città la temperatura media risulta infatti più elevata, mentre gli habitat naturali si contraddistinguono per valori termici più bassi. Negli habitat agricoli, infine, le temperature risultano intermedie.
Quali sono, dunque, le conseguenze dirette della temperatura sulle dimensioni corporee di queste comunità di piccoli animali? Temperature più alte causeranno in insetti, ragni e crostacei misure sempre più piccole. Tutto ciò perché una temperatura dell’ambiente più elevata favorisce un metabolismo più veloce e, in tal modo, le piccole specie si riscaldano prima di quelle più grandi, raggiungendo così temperature corporee idonee per la loro vita. Sono proprio gli invertebrati a subire maggiormente gli effetti di questi meccanismi.


Per farci un’idea, si pensi che la riduzione della taglia corporea nei crostacei ostracodi potrebbe essere di circa il 15%, nei coleotteri e nei ragni erranti del 20%, per arrivare addirittura al 45% (dunque, una riduzione di quasi la metà rispetto alla dimensione originale) nei crostacei coleotteri. Questi ultimi rappresentano una parte fondamentale del plancton d’acqua dolce. Ecco quindi come le variazioni delle misure corporee degli invertebrati avranno dirette conseguenze su sistema preda-predatore. Tutti gli animali che si cibano di insetti, come i piccoli mammiferi o gli uccelli, dovranno “lavorare” molto di più, investendo così più energia, per nutrirsi: avranno infatti bisogno di catturare un numero maggiore di prede, essendo queste ultime diventate più piccole.

Il rapporto urbanizzazione-riduzione di dimensioni, però, non è sempre applicabile. Essendo presente in città una grande frammentazione degli habitat, che vanno dalle piccole aree naturali alle zone interamente antropizzate, si registrerà all’opposto un aumento nelle dimensioni di alcuni insetti. Già oggi, ad esempio, si ritrovano in città farfalle diurne del 10% più grandi di quelle di un tempo: falene notturne, grilli e cavallette risultano più grandi del 20% rispetto al passato. A causa proprio della frammentazione degli ambienti, in tal caso – nonostante le temperature più elevate – in città sopravvivono con maggior facilità gli invertebrati con misure maggiori. Non è da escludere che l’“isola termica” (o “isola di calore”), attualmente caratteristica precipua degli agglomerati urbani, in futuro non si presenti anche negli fuori dalle città: le temperature, insomma, sono destinate ad aumentare anche all’esterno dei centri urbani. Gli animali a sangue caldo, ossia i mammiferi e gli uccelli, che teoricamente non dovrebbero risentire direttamente di temperature più alte di pochi gradi, subiranno così i pesanti effetti del riscaldamento globale proprio a causa della perdita delle prede.
Lo studio pubblicato su Nature evidenzia pertanto, ancora una volta, quanto sia di fondamentale importanza pianificare al meglio l’urbanizzazione e, all’interno delle città, aumentare numero e grandezza delle aree verdi.

Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio
Antartide, in 25 anni perse migliaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato i ghiacciai dell’Antartide tra il 1992 e il 2017 e ha scoperto che sono andate perse, sentite bene, 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio in soli 25 anni, praticamente, giusto per rendere l’idea, sarebbe 500 mila volte il peso di una piramide (il cui peso si aggira intorno alle 6 milioni di tonnellate). Il ghiaccio fuso si è aggiunto all’acqua degli oceani e dei mari del mondo contribuendo a far aumentare il loro livello di 7,6 millimetri dal 1992, di cui 3 millimetri solo negli ultimi 5 anni.

Lo studio, sostenuto dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e dall’US National Aeronautics and Space Administration (NASA), ha trovato quindi nuove prove di quanto il cambiamento climatico stia accelerando. Se fino al 2012 l’Antartide ha perso 76 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno (con un aumento di 0,2 mm dell’innalzamento del livello del mare), negli ultimi 5 anni il ritmo è aumentato con 219 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse ogni anno (un contributo di 0,6 mm all’anno sul livello del mare). L’Antartide occidentale ha subito il cambiamento più grande, con perdite di ghiaccio che salgono dai 53 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’90 ai 159 miliardi di tonnellate all’anno dal 2012.

I cambiamenti climatici influenzano in particolar modo le calotte polari ed infatti sono proprio queste le prime zone a subirne gli effetti più evidenti. Studiare l’Antartide è importantissimo anche perché qui è immagazzinata abbastanza acqua ghiacciata da poter far innalzare il livello globale del mare di 58 metri. Capire come la calotta di ghiaccio e i ghiacciai della Terra reagiscono al cambiamento del clima è quindi di importanza vitale per tutta la popolazione mondiale.vitale per tutta la popolazione mondiale.

Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale
Montagne più verdi colpa del riscaldamento globale

Secondo i dati emersi dalle ricerche Lter Italia, gestite dal Cnr, in 20 anni le nostre montagne sono diventate molto più verdi. Il cambiamento climatico infatti starebbe influenzando gli ecosistemi montani italiani di Alpi e Appennini: la copertura della vegetazione è sempre più estesa e la stagione vegetativa si allunga anno dopo anno. Inoltre è stata riscontrata la presenza di specie dette “termofile“, ossia di specie vegetali che si adattano a vivere in ambienti caldi o temperati, che di solito si trovano in zone tropicali e temperate calde.

Secondo gli esperti questa variazione non è che un campanello d’allarme. Gli ecosistemi ad alta quota rispondono molto rapidamente al cambiamento del clima. Le analisi delle serie di dati ecologici a lungo termine hanno evidenziato che le temperature medie annue dell’aria sono aumentate di +1,7°C tra il 1950 ed il 2013. Ma non è solo la temperatura dell’aria a provocare questi effetti: il cambiamento climatico ricade, infatti, anche nelle condizioni del suolo, nel ciclo degli elementi e quindi anche sulla vegetazione.

 

Manca poco alla Giornata della Terra
Manca poco alla Giornata della Terra

La Giornata della Terra si celebrerà il 22 aprile 2018: si tratta della più grande manifestazione ambientale del nostro Pianeta!

Anche per l’edizione 2018 della Giornata della Terra una serie di eventi imperdibili renderanno omaggio al nostro Pianeta. Ogni anno questa manifestazione unisce cittadini di paesi e culture diverse per difendere il bene più prezioso che abbiamo tutti in comune. Una manifestazione che già dal secolo scorso raggruppa chiunque speri in un futuro migliore, in un ambiente maggiormente tutelato. Una giornata di lotta contro tutto quello che sta distruggendo il Pianeta giorno dopo giorno.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e 2 giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nata ufficialmente nel 1970 per evidenziare la necessità della conservazione delle risorse naturali, nel tempo, la Giornata della Terra è diventata un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare varie problematiche, dall’inquinamento di aria, acqua e suolo, alla distruzione degli ecosistemi e delle migliaia di piante e specie animali.

Si cerca di capire quali siano le soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: occhi puntati quindi sul riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L’idea della creazione di una giornata dedicata al nostro Pianeta fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento e al senatore Gaylord Nelson venne l’idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L’Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California; il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

 

Stefania Andriola

Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto
Antartide: ghiaccio marino più sottile del previsto

Secondo uno studio pubblicato su Nature Geoscience il ghiaccio in Antartide potrebbe essersi fuso ancora di più di quanto si pensasse. Il ghiaccio nascosto sotto il livello del mare, lungo la costa dell’Antartide, si sta fondendo ad un ritmo impressionante e potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello dei mari nel mondo, superando la Groenlandia. Non sono buone notizie: l’estensione dei ghiacci sta diminuendo a vista d’occhio ma adesso si scopre che anche lo spessore dei ghiacci marini è in netto calo.

Osservati e studiati dall’alto, i ghiacci che ricoprono il Polo Sud sembravano più stabili della calotta al Polo Nord. Questa nuova scoperta però cambia tutto. Le più tiepide acque che circondano il continente di ghiaccio avrebbero fuso il ghiaccio marino talmente tanto da ridurre la superficie dei ghiacci antartici di ben 1.463 chilometri quadrati tra il 2010 e il 2016.

Anche il più lieve aumento della temperatura dell’acqua è stato sufficiente per provocare ogni anno la fusione di 5 metri di ghiaccio, assottigliando la base del ghiaccio marino, immerso nell’acqua anche per 2 chilometri, lungo tutta la linea costiera dell’Antartide, lunga ben 16.000 chilometri. Questo processo, invisibile agli occhi dei satelliti che da anni tengono d’occhio i ghiacci dei Poli, potrebbe diventare la causa principale dell’innalzamento del livello di oceani e mari del mondo.

Brutte notizie dall’Artico
Brutte notizie dall’Artico

Artico: la massima estensione dei ghiacci è la seconda più bassa della storia.

Con la fine dell’inverno è possibile farci un’idea dello stato di salute dei ghiacci marini dell’Artico (quelli, per intenderci, che si formano sopra la superficie del mare del Polo Nord), che nei mesi invernali raggiungono la loro estensione massima.
I ghiacci dell’artico hanno raggiunto la massima estensione in particolare il 17 marzo 2018, quando i satelliti hanno misurato un’estensione di circa 14,48 milioni di chilometri quadrati.

Quello di quest’anno è il secondo valore più basso da quando si effettuano le rilevazioni satellitari, cioè da 39 anni. Al primo posto troviamo il valore registrato nel 2017.
Secondo le elaborazioni rese note dal NSIDC, National Snow and Ice Data Center, l’estensione dei ghiacci artici registrata quest’anno è di circa 1,16 milioni di chilometri al di sotto della media del periodo 1981-2010: si tratta di una superficie enorme, grande quanto Italia, Spagna e Germania messe insieme!

 

 

Particolarmente preoccupante il fatto che gli ultimi quattro record negativi siano stati registrati negli ultimi 4 anni: questo evidenzia un’inquietante tendenza negativa che incide in modo significativo sul clima di tutto il Pianeta Terra.

Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF
Mediterraneo, animali in pericolo: l’allarme del WWF

Pessime notizie: il WWF ha annunciato che i cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo metà delle specie animali. I dati, frutto di uno studio realizzato da un’università britannica e una australiana, sono davvero allarmanti: entro la fine del secolo il Mediterraneo rischia di perdere la metà delle specie animali. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Climatic Change, dove si afferma che, se nel mondo non si ridurranno le emissioni di gas serra, a fine secolo potremmo assistere a estinzioni locali in alcuni dei paradisi mondiali della biodiversità.

Dobbiamo fare di più

Anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall’Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Il Mediterraneo è tra le aree più esposte ai cambiamenti climatici e anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2°C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante e animali sarebbe a rischio. Senza una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa. Le specie più a rischio sono le tartarughe marine, i cetacei, gli storioni e i tonni.
La cosa più importante che possiamo fare è cercare di mantenere l’aumento della temperatura globale al minimo facendo tutto il possibile per ridurre i gas serra nell’atmosfera. Considerando che purtroppo è impossibile far retrocedere il riscaldamento globale, gli esperti sottolineano la necessità e l’urgenza di un processo di “mitigazione” del fenomeno. Un paio di gradi potrebbero non sembrare un margine enorme, ma il danno previsto alla biodiversità si amplifica enormemente tra l’aumento previsto dall’accordo di Parigi e la proiezione di 4,5°C nell’ipotesi che il riscaldamento rimanga al livello attuale.

 

Stefania Andriola

WWF: l’Orso Polare è in pericolo
WWF: l’Orso Polare è in pericolo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Orso Polare, che si celebra il 27 febbraio, il WWF ha lanciato l’allarme: entro i prossimi 35 anni rischiamo di perdere il 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci.

Il WWF spiega che negli anni la “casa” dell’orso polare si riduce sempre più velocemente a causa del riscaldamento globale. Per studiare la popolazione totale di orsi polari, gli scienziati l’hanno suddivisa in alcune sotto-popolazioni. Tre di queste hanno già dimostrato di essere in declino e, vista la velocità con cui i ghiacci si stanno sciogliendo, è molto probabile che in futuro il numero di orsi polari diminuisca ulteriormente.

orso

Per salvare l’orso polare è urgente mettere in campo azioni di conservazione, spiega il WWF, che nei prossimi giorni lancerà una una speciale video-clip d’autore prodotta dalla EDI Effetti digitali italiani, agenzia specializzata in effetti speciali. I produttori ne hanno diffuso un ‘assaggio’ con suggestive immagini dell’Artico e la domanda “Vi immaginate un mondo senza orsi polari?

Il video pubblicato da WWF Italia:

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Artico: ghiaccio sempre più sottile
Artico: ghiaccio sempre più sottile
La situazione nella regione artica si fa sempre più difficile. L’estensione della calotta artica secondo i dati raccolti dal National Snow and Ice Data Center è stata la sesta più bassa di sempre nel mese di giugno, 900.000 chilometri quadrati sotto la media calcolata tra il 1981 ed il 2010. In data 2 luglio l’estensione dei ghiacci era molto vicina a quella raggiunta nello stesso periodo nel 2012, anno che detiene ancora il record di estensione minima.
Nonostante l’estensione non sia la più bassa di sempre, bisogna tenere in considerazione anche il volume totale del ghiaccio presente nell’Artico che oggi ha raggiunto un nuovo record, minimo ovviamente. Dai dati raccolti dal programma PIOMAS dell’Università di Washington il volume del ghiaccio ha raggiunto il valore minimo mai registrato. Questa preoccupante condizione è dovuta all’aumento delle temperature che quest’anno si sta facendo sentire in questa regione con un numero di giorni con temperature sottozero inferiore al 2012, indice indicativo per capire quanto “caldo” ha fatto negli ultimi mesi.
Questa mancanza di “freddo invernale” si sta facendo vedere: lo spessore del ghiaccio si è ridotto quasi dappertutto. L’aria più mite e l’oceano più caldo stanno “mangiando” il ghiaccio più antico, quello più consolidato e duraturo. Al suo posto è comparso del ghiaccio più giovane, più sottile e più incline alla fusione annuale. Lo spessore medio durante lo scorso mese, secondo i dati raccolti da PIOMAS, è stato di 10 cm più sottile rispetto agli ultimi anni. Nel 1980 il ghiaccio era mediamente 120 cm più spesso rispetto ad ora. La situazione è critica. Il ghiaccio è più sottile della media in gran parte della calotta artica; l’unica zona esclusa è la zona a nord delle Svalbard.
Gli esperti sono d’accordo nell’affermare che anche se riuscissimo a fermare il riscaldamento globale sotto i 2°C l’Artico, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe comunque perdere quasi tutto il ghiaccio durante le estati.
Riscaldamento globale: maggio 2017 è stato il secondo più caldo di sempre
Riscaldamento globale: maggio 2017 è stato il secondo più caldo di sempre

Lo scorso mese di maggio è stato il secondo più caldo della storia dopo il maggio del 2016. Il Pianeta è stato di +0,88°C più caldo del normale. Da un Polo all’altro, il caldo anomalo non ha risparmiato quasi neanche un angolo della Terra. I picchi più significativi tra Europa occidentale e Nordafrica (anomalia compresa tra +2 e +4 gradi con picchi nelle zone interne dell’Africa nord-occidentale), tra Alaska e Canada, tra medio oriente ed i settori centrali dell’Asia e in Antartide dove l’anomalia è schizzata fino a +7.1°C.

Se l’anno scorso eravamo alle prese con gli effetti del Nino, che spiegava tali temperature, quest’anno vista la sua assenza l’anomalia registrata è ancora più eclatante. L’ultima stagione, primavera per l’emisfero settentrionale e autunno per l’emisfero meridionale, è stata la seconda più calda di sempre dopo il 2016 e secondo la NASA con tutta probabilità quest’anno seguirà la stessa sorte, finendo per essere al secondo gradino del podio degli anni più caldi.

I livelli di anidride carbonica nel mese di maggio hanno raggiunto livelli eccezionalmente alti, valori record di 409,65 parti per milione registrati dal Mauna Loa Observatory. Un dato che non può non essere considerato perché si tratta di una ulteriore conferma di quanto stiamo vivendo. Il cambiamento climatico stia viaggiando ad un ritmo impressionante e, ogni mese, purtroppo ne abbiamo la conferma.

Riscaldamento globale: il ruolo degli oceani è fondamentale
Riscaldamento globale: il ruolo degli oceani è fondamentale

Gli oceani sono importanti per la salute del nostro Pianeta perché sono in grado di frenare gli effetti del riscaldamento globale. Negli ultimi 6 anni un quarto delle emissioni di CO2 provocato da attività umana e il 90% del surriscaldamento dovuto all’effetto dei gas serra sono stati assorbiti dagli oceani, una gigantesca spugna che trattiene calore, anidride carbonica e altri gas per decenni o addirittura secoli. Attraverso due modelli di simulazione gli scienziati della NASA e del MIT hanno studiato le capacità di assorbimento di gas e di calore degli oceani. I risultati dimostrano come gli oceani siano in grado di assorbire più facilmente i gas atmosferici, piuttosto che il calore. Inoltre in alcuni scenari in cui le correnti oceaniche subivano un rallentamento a causa di temperature più alte, la capacità di immagazzinare calore e gas serra si riduceva nettamente. In ogni caso, anche in questo scenario, sembra prevalere la capacità degli oceani di trattenere i gas piuttosto che il calore dell’atmosfera.

Gli studiosi del Massachusetts Institute of Technology e del GISS Ocean Model della NASA hanno simulato il comportamento di una delle correnti più importanti dell’Oceano Atlantico, la Corrente del Golfo che porta l’acqua più calda dalla Florida fino alla Groenlandia, dove si raffredda e sprofonda di 1000 metri, scivolando nuovamente verso i tropici. In questo movimento, l’acqua calda diretta verso nord raccoglie i gas atmosferici e, una volta raggiunta la Groenlandia, li trattiene e li porta in profondità dove vengono immagazzinati per diversi anni. Grazie a questo meccanismo l’impatto dei gas sul riscaldamento dell’atmosfera è stato ridotto sensibilmente.

Cambiamenti climatici e oceani: cosa aspettarsi dal futuro?

Secondo gli esperti però potrebbe esserci un rovescio della medaglia: ad un certo punto gli oceani potrebbero restituire all’atmosfera il caldo ed i gas serra imprigionati negli abissi per anni e anni. Questo provocherebbe, con livelli di CO2 anche inferiori a quelli attuali, un nuovo aumento delle temperature dell’atmosfera. Si tratta di quello che gli esperti d’oltreoceano chiamano “warming in the pipeline” o “climate commitment“: anche se riuscissimo a ridurre le emissioni di gas serra, parte dell’aumento delle temperature globali è già nel sistema e prima o poi l’uomo dovrà farci i conti.

L’Antartide sta diventando verde
L’Antartide sta diventando verde

Arrivano notizie allarmanti dal Polo Sud: l’Antartide sta diventando sempre più verde. Succede perché i ghiacci continuano a ritirarsi e fa sempre più caldo: pensate che a marzo è stata registrata la temperatura record di 17,5°C, tipica di una giornata primaverile italiana. Questi cambiamenti favoriscono la crescita del muschio: i ricercatori hanno scoperto che, a causa dei cambiamenti climatici, il ghiaccio si sta fondendo e le formazioni di muschio sono cresciute rapidamente sulla penisola settentrionale dell’Antartide.

Lo studio è stato condotto dalle Università di Exeter e Cambridge e dalla British Antarctic Survey: ha portato alla luce importanti cambiamenti biologici che negli ultimi anni si sono verificati lungo la Penisola Antartica. Matt Amesbury, ricercatore dell’Università di Exeter, ha affermato che, di questo passo, «con una maggiore quantità di terra libera per via del ritiro dei ghiacci la Penisola Antartica diventerà in futuro un posto molto più verde». Il modo in cui il riscaldamento globale sta cambiando l’Antartide è un chiaro sintomo di come gli effetti dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo colpiscano anche gli ecosistemi più remoti, che si immaginano incontaminati dal genere umano.

Riscaldamento globale: è stato il secondo Aprile più caldo di sempre
Riscaldamento globale: è stato il secondo Aprile più caldo di sempre

La conferma dai dati della NOAA: è stato globalmente il secondo Aprile più caldo di sempre. Ad oggi sono 388 mesi consecutivi di caldo anomalo.

La temperatura media globale continua ad aumentare

Nel mese di Aprile l’anomalia termica è stata di 0,90°C superiore rispetto alla media del XX secolo. Si tratta del secondo Aprile più caldo dal 1880, superato solo dall’Aprile del 2016 (+1.07°C). Ma quello che fa riflettere è il fatto che il riscaldamento globale sembra procedere senza sosta. Basti pensare che è da 388 mesi consecutivi che le temperature medie globali restano sempre superiori alla media del ventesimo secolo. Un’eternità. Praticamente è dal dicembre del 1984, ultimo mese in cui la temperatura globale è stata inferiore alla media, che la Terra continua inesorabilmente a surriscaldarsi. Ed Aprile è solo l’ultimo della serie.

Le temperature medie sono rimaste oltre la norma in gran parte del Mondo (zone evidenziate in rosso nelle mappa), con i picchi più alti raggiunti nelle zone più a nord dell’emisfero settentrionale come il nord-est dell’Asia e l’Alaska dove l’anomalia è stata di +3 o, addirittura, +4 gradi. L’anomalia è più marcata se si considerano solo le terre emerse (+1,37°C) mentre considerando solo gli oceani l’anomalia scende a +0.73°C, una anomalia che comunque piazza questo mese al secondo posto tra i mesi di Aprile più caldi dal 1880.

Anomalia temperature Aprile 2017 Anomalia temperature Aprile 2017

Nonostante ciò in alcune zone l’anomalia è stata negativa (zone colorate in blu nella mappa). Ciò significa che in alcune parti del Canada, del Sud America, della Scandinavia e dell’Europa centro-orientale, così come nella Russia e Australia più occidentale le temperature sono state mediamente più basse del normale. Nell’Europa centro-orientale, secondo l’analisi regionale della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), questo mese è stato il più fresco dall’Aprile del 2003.

Ma in Italia? Nel nostro Paese il mese di aprile, diviso tra una fase di caldo eccezionale e ondate di gelo, è rimasto in linea con i mesi precedenti, quindi ancora una volta più caldo e secco del normale.