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A tavola mangiamo anche la plastica
A tavola mangiamo anche la plastica

Cattive notizie arrivano da una ricerca scientifica sull’inquinamento da plastica: secondo lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People” dell’Università di Newcastle, in Australia, ingeriamo plastica tutti i giorni. Micro particelle di plastica sotto i 5 millimetri finiscono per contaminare quello che mangiamo e beviamo, senza che ce ne accorgiamo. Lo studio commissionato dal WWF, combina dati di oltre 50 precedenti ricerche. La maggior parte delle particelle vengono assunte con l’acqua che si beve sia dalla bottiglia che dal rubinetto: le microplastiche sono infatti presenti nell’acqua di tutto il mondo, partendo da quella di superficie per finire nelle falde. Frutti di mare, birra e sale ne registrano i più alti livelli. I risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani.

È stato stimato che un essere umano ingerisce fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica a settimana, pari a circa 5 grammi, che corrispondono al peso di una carta di credito. Una quantità che complessivamente corrisponde a circa 250 grammi in media all’anno e a circa 100.000 frammenti all’anno. L’assunzione di plastica attraverso l’alimentazione è solo un aspetto di una crisi che è molto più vasta: interventi sempre più decisi per contrastare questa forma di inquinamento sono indispensabili. In questo senso si inquadra il bando alla plastica monouso adottato dall’Unione Europea a partire dal 2021.

Proteggiamo le balene
Proteggiamo le balene

Si stima che nel 2100 metà delle specie marine saranno a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e della pesca intensiva. Le balene purtroppo da anni sono oggetto di una caccia selvaggia ma grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del Pianeta la loro condizione sta pian piano migliorando. Nonostante il divieto di caccia alle balene sia entrato in vigore nel 1986, si calcola che 6 su 13 specie potrebbero ancora scomparire. Diverse popolazioni fortunatamente stanno tornando a crescere di numero anche se ci sono delle zone, come il Nord Atlantico, dove ne rimangono pochissimi esemplari. Come chiesto da decine di associazioni ambientaliste, bisognerà riuscire a garantire che entro il 2030 il 30% degli oceani del mondo si trovi in aree marine protette che al momento sono ancora troppo poche, appena intorno al 2%. Le minacce più gravi per queste maestose creature del mare, oltre alla pesca, sono legate al traffico marittimo e all’inquinamento acustico, in particolare dei sonar, oltre che all’inquinamento da plastica che fa strage di cetacei, come ad esempio i capodogli e l’acidificazione degli oceani.

Per cercare di tutelare questi animali è stata istituita la Giornata Mondiale delle Balene, datata 16 febbraio. La festa annuale è stata fondata a Maui, Hawaii, nel 1980, proprio per onorare le megattere che nuotano al largo delle sue coste. Si tratta del principale evento del Maui Whale Festival. Tutti gli anni centinaia di appassionati si affollano sull’isola per partecipare a questo evento gratuito, organizzato dalla Pacific Whale Foundation,un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di proteggere i nostri oceani attraverso la scienza e la difesa e offre attività di whalewatching educativo.

Non è necessario però andare fino alle Hawaii per celebrare questo giorno speciale: basta solo ricordarsi che ognuno di noi, nel suo piccolo può dare una mano. Con questa giornata il WWF ricorda dunque l’importanza di proteggere questo animale e per quanto riguarda l’Italia, in particolare le specie che vivono nel Santuario di Pelagos. Questa zona marina di 87.500 km² è nata da un accordo tra l’Italia, Principato di Monaco e Francia per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano; si tratta di una vasta porzione di Mediterraneo incastrato tra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, unica nella sua ricchezza di biodiversità.

Isola d’Elba invasa dalle meduse
Isola d’Elba invasa dalle meduse

Le meduse sono tra i più antichi animali che abitano il nostro Pianeta; mezzo miliardo di anni di selezione naturale non le ha spinte a cambiare e ultimamente sono tornate all’attacco. In tutto il mondo spesso capita che i pescatori invece di catturare pesci, peschino meduse e sempre più sovente i bagnanti, al posto di trovare sollievo alla calura nelle acque marine, lamentano dolorose punture. Essere sfiorati al largo o punti da uno di questi animali è doloroso tanto che d’estate sono uno degli incubi dei bagnanti che affollano le spiagge d’Italia. Secondo quanto denuncia Legambiente la loro permanenza in mare si starebbe prolungando sempre di più. A Legambiente Arcipelago Toscano sono arrivate diverse segnalazioni di numerose meduse nel porto o spiaggiate lungo la costa di San Giovanni a Portoferraio (Livorno); già da diverso tempo all’Isola d’Elba in pieno inverno è sempre più frequente avvistare gruppi di meduse al largo della costa o a pochi metri dalla battigia. Inoltre un fenomeno simile che è più comune in primavera o in autunno, viene segnalato dal WWF ad Alghero, nella costa nord-occidentale della Sardegna. Questa situazione potrebbe essere stata determinata dalla “tropicalizzazione” del Mediterraneo, il cui riscaldamento delle acque allungherebbe il periodo di permanenza di questi celenterati.

Nelle segnalazioni si parla di avvistamenti di “meduse luminose” chiamate anche “pelagia noctiluca”: ben visibili anche di notte grazie alla loro bioluminescenza. È una specie che quando viene portata vicino alle coste da correnti e onde rappresenta la maggiore causa di irritazioni cutanee ai bagnanti che vengono a contatto con i loro tentacoli urticanti. “Il riscaldamento globale e quello ancora più accelerato del Mediterraneo rischiano di trasformare da stagionale ad annuale la presenza delle meduse lungo le coste, con conseguenze per la vita marina e per le attività umane legate alla blue economy e al turismo, che sono ancora tutte da valutare ma che non sembrano proprio positive” avverte Legambiente.

Tigri e leoni in pericolo
Tigri e leoni in pericolo

Tigri e leoni stanno passando periodi difficili. Secondo i ricercatori purtroppo il leone è scomparso dal 90% dei territori del suo habitat naturale e al giorno d’oggi si trova praticamente soltanto in Africa e in alcune foreste dell’India. Stesse notizie per la tigre, considerata un “dio” in certe zone dell’Asia: un tempo in Oriente si contavano 100000 tigri selvatiche, oggi in natura ne restano 3.900 esemplari. Non se la passano bene nemmeno giaguari, leopardi delle nevi e linci.

Poco più di un secolo fa si contavano circa 200.000 esemplari di leoni che oggi sono estinti in 26 Paesi africani e solo negli ultimi due decenni le popolazioni di questi felini sono diminuite del 43% e ne rimangono meno di 20.000. Queste perdite stanno mutando gli ecosistemi andando a intaccare le leggi della natura negli habitat di tutti i continenti: con l’inquinamento, il bracconaggio, il riscaldamento globale e lo sfruttamento dei terreni l’uomo sta privando i grandi felini di prede, spazi, della loro stessa vita, spesso per alimentare mercati illegali fatti di pelli e cimeli da collezione, oltre che presunte medicine.

I grandi felini sono stati scelti come simbolo per celebrare in tutto il mondo il World Wildlife Day, la giornata dedicata all’importanza degli animali selvaggi che si è svolta il 3 marzo. L’ONU in collaborazione con il WWF in questa giornata dedicata ai grandi predatori ha cercato di sensibilizzare le persone verso un impegno legato alla conservazione delle aree, alle buone pratiche nel rapporto uomini-animali, alle denunce, al rendersi conto che proteggendo questi animali proteggiamo noi stessi.

Per un reale cambiamento nella conservazione di tutti i felini l’ONU e il WWF mirano alla promozione di politiche di sostegno alle comunità locali, alla creazione di aree e riserve, a rimborsi per allevatori e a una coscienza generale che richieda zero tolleranza verso bracconieri e commercianti. Con un approccio positivo possono avvenire piccoli ma fondamentali miracoli: nel 2016, per la prima volta anche se di poco, il numero delle tigri è infatti aumentato.

Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo
Ora della Terra: l’appuntamento torna il 24 marzo

Torna l’appuntamento con l’Ora della Terra, l’Earth Hour: si tratta della grande mobilitazione globale del WWF che tornerà sabato 24 marzo, puntuale come ogni anno, tra le 20.30 e le 21.30.
L’appuntamento è ormai giunto all’undicesima edizione e quest’anno il tema sarà “Connect2Earth“, scelto dal WWF per sottolineare il legame tra il nostro benessere e l’equilibrio dei boschi, la purezza delle acque, la bellezza e ricchezza di vita e di specie. Anche quest’anno verrà riproposto il gesto di “spegnere” i monumenti del Pianeta e le luci di abitazioni private, uffici e sedi istituzionali in tutto il mondo. Per condividere globalmente questo evento e per diffonderne il significato è nata la piattaforma connect2earth.org, ideata in partnership con il Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite, utile strumento per conoscere ed approfondire temi come la salute degli oceani, le economie sostenibili e idee per azioni concrete sul clima.

In Italia saranno davvero tanti gli eventi in programma, dalle cene a lume di candela in piazza, alle pedalate in bicicletta a Roma, Bologna, Napoli, Lecce e Catania : potete consultare la mappa interattiva, con tutti gli appuntamenti previsti, disponibile qui.
Il successo dell’Earth Hour del 2017 fu enorme: l’effetto domino ha coinvolto 7.000 città e oltre 184 paesi e regioni del mondo, centinaia di milioni di persone e l’hashtag #EarthHour ha generato oltre 3 miliardi di azioni social.